Nuovi fondamenti scientifici sulle “case baraccate”

Angelo Forgione – Le notizie sulla lungimiranza borbonica in tema di prevenzione antisismica continuano a diffondersi. Dopo il test di settembre del Cnr-Ivalsa di San Michele all’Adige (Trento) e Università della Calabria, altri approfondimenti arrivano dalle sezioni di Bologna e di Pisa dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (leggi notizia Ansa).
La soddisfazione personale non è quella di essermene occupato prima, nel mio saggio Made in Naples (pubblicato a maggio scorso e scritto in precedenza), ma di aver dimostrato che chi studia e approfondisce oltre i luoghi comuni, sfidando la cultura storica tradizionale, in certi casi può arrivare da solo alla verità, senza supporti accademico-scientifici. Se oggi la voglia di scoprire genera una pubblicistica considerata “di improvvisazione” da qualcuno è perché gli storici cosiddetti “patentati” hanno evidentemente condotto la macchina verso una strada senza uscita. La saggistica seria può anticipare la scienza e riequilibrare l’ottica storica.

Erri De Luca: «Napoli ancora capitale alla sua maniera»

In occasione del ciclo di conferenze “Ciutat Oberta” al CCCB di Barcellona, Erri De Luca ha raccontato l’importanza della città di Napoli nella sua vita e nella storia del Mediterraneo. «Napoli appartiene al Mediterraneo più che all’Italia. L’accordo tra Napoli e Italia – ha detto ancora una volta lo scrittore – non è stato un contratto alla pari tra Nord e Sud ma tra conquistati e conquistatori». Il riassunto della conferenza “Mediterraneo, mare di popoli” è intervallato da un’intervista di Marco Rossano.

Il meridiano di Napoli

Castel Sant’Elmo, punto “Greenwich” per la cartografia moderna

L’Osservatorio Astronomico di Capodimonte, il primo istituto in Italia per la misurazione del tempo esatto, la rilevazione meteorologica e le diverse scienze, fu pensato nel 1791, quando Ferdinando IV di Borbone avviò dei lavori per adibire una sezione del Museo Archeologico con quegli scopi. Lavori poi sospesi perché la zona infossata non si prestava agli obiettivi. Il primissimo osservatorio operante fu allora ospitato nel 1807 nel monastero di San Gaudioso, poi soppresso, che rimase attivo fino all’inaugurazione dell’edificio di Capodimonte, avviato a costruzione nel 1812 da Gioacchino Murat, progettato in perfetto stile neoclassico dai fratelli Gasse e inaugurato nel 1819 dallo stesso Ferdinando IV, diventato I di Borbone dopo il secondo ritorno sul trono.
Pur in mancanza di un osservatorio astronomico in città, il Sovrano volle degli esperti per “correggere” la carta topografica del regno e così Ferdinando Galiani, Segretario dell’Ambasciata del Regno di Napoli a Parigi, individuò il talento del grande cartografo padovano Giovanni Antonio Rizzi-Zannoni (Padova, 1736 – Napoli, 1814) che soggiornava in Francia e lo segnalò allo Stato Maggiore dell’Esercito del Regno di Napoli, interessato a disporre di carte geografiche precise e a grande scala.
Rizzi-Zannoni operò a Napoli per circa un trentennio, producendo 32 fogli dell”Atlante Geografico del Regno di Napoli di grande pregio tecnico e scientifico, dando luogo alla nascita, nel Mezzogiorno d’Italia, della moderna Cartografia geodetica, basata sulla conoscenza esatta della posizione di alcuni punti. Sul terrazzo di Castel Sant’Elmo, scelto per la vastità dell’orizzonte visibile, il cartografo effettuò il 24 gennaio 1782 una serie di osservazioni astronomiche per calcolare il corretto posizionamento degli elementi da cartografare. Le coordinate di Castel Sant’Elmo ebbero per Rizzi-Zannoni lo stesso ruolo delle coordinate dell’Osservatorio di Greenwich nel Regno Unito (poi designato nel 1884 come “meridiano zero” per la determinazione della longitudine della Terra dalla Conferenza Internazionale dei Meridiani, nda). Il meridiano di Napoli passava esattamente sul bastione nord della fortezza, incrociando anche il litorale dell’attuale Villa comunale.
Recentemente, in occasione del bicentenario della morte Giovanni Antonio Rizzi-Zannoni, proprio sulla Piazza d’Armi di Castel Sant’Elmo è stata apposta una targa in ricordo dell’opera napoletana del grande cartografo. Da lì, fino alla soglia del 1960, veniva sparato un suggestivo e fragoroso colpo di cannone a mezzogiorno in punto, udibile in tutta la città. Chi non aveva l’orologio al polso veniva avvisato dell’ora di metà giornata e chi ce l’aveva lo controllava per regolarlo. Quel colpo era preciso, affidabile e di riferimento per tutti perché collegato alla misurazione del tempo con lo Strumento dei passaggi di Bamberg, un macchinario della seconda metà dell’Ottocento che rilevava l’istante di passaggio di una stella sul meridiano del luogo di osservazione, registrandone la posizione esatta. Era il congegno con cui si misurava l’ora precisa all’epoca, brevettato da Carl Bamberg, imprenditore tedesco figlio di un orologiaio autodidatta. Il suo telescopio nacque da una particolare montatura di lente detta “a cannocchiale spezzato”, ideata dall’astronomo ungherese Franz Xaver von Zach, chiamato a Napoli da Gioacchino Murat nel 1815 per dirigere l’Osservatorio di Capodimonte. Istituto che oggi mostra lo strumento nel padiglione Bamberg del suo museo.

A 70 anni dalla strage nascosta dei napoletani

balvanoAngelo Forgione – La “Galleria delle armi”. Un nome che a pochi dice qualcosa. Eppure c’è tutta una storia occultata in quel tunnel sulla vecchia linea ferroviaria statale Sicignano – Potenza. Lì, tra le rocce di Balvano, nell’antica Lucania ancora non violentata, nascondevano le armi i “briganti” meridionali imboscati sulle montagne del Sud Italia per combattere contro i poteri del neonato stato Italiano-piemontese. Lì, il 3 marzo 1944, sei mesi dopo le “Quattro Giornate”, circa 650 tra uomini, donne e bambini in fuga dalla fame di una Napoli piegata dalle vicende dell’occupazione nazista, già violentata dallo Stato italiano, persero la vita nel silenzio.
Cadaveri allineati lungo le rotaie appena fuori quella galleria al confine tra la Campania e la Basilicata. E poi gettati in una fossa comune. Il più grande incidente della storia delle ferrovie d’Europa, ma anche il meno noto, coperto dal silenzio per ragion di stato. Napoli si era liberata con le sue mani dai tedeschi e badava a se stessa arrangiandosi, sotto il controllo degli Alleati, nell’assenza di Roma e del Nord ancora sotto scacco. In città regnava inevitabilmente la fame e la risorsa era il mercato nero. Qualcosa si trovava nelle campagne nell’entroterra, dove era più facile il baratto. Ogni giorno, fiumi di persone pellegrinavano su carri e treni da e verso il capoluogo per sfamarsi comprando merce in cambio di denaro ma anche oggetti di valore.
Pomeriggio del 2 marzo 1944: il treno merci 8017 con vagoni scoperti gestito dagli Alleati partì in direzione della Basilicata dalla stazione di Napoli. Durante il viaggio si ingrossò a dismisura, fermata dopo fermata. Pochi minuti dopo la mezzanotte il treno della morte entrò nella stazione di Balvano ma, come spesso accadeva in quel periodo, la linea elettrica a Salerno fu sospesa. Dopo cinquanta minuti di stazionamento, il treno ripartì sbuffando, spinto a vapore, dal carbone che alimentava le caldaie. A bordo, circa seicentocinquanta “passeggeri”. Entrò nella “Galleria delle armi”  e perse velocità fino ad arrestarsi completamente nel cuore dei due chilometri del traforo. Il fumo del carbone continuò ad uscire, creando una camera a gas che strinse tutti i poveri intrappolati che videro la luce fuori dal tunnel solo da morti. Tirati fuori dai primi soccorsi ben quattro ore dopo l’arresto del convoglio.
Ne seguì un’inchiesta sommaria, veloce e senza copertura mediatica, tra l’insabbiatura di americani e italiani. Sentenza: nessun responsabile! Una strage senza colpevoli e senza memoria. Napoletani avvolti dall’oblio, bollati come “viaggiatori di frodo”, dei miseri truffatori contrabbandieri. Non lo erano, e non erano neanche clandestini perché avevano pagato un regolare biglietto… per un treno merci, quindi un biglietto illegalmente emesso. Erano invece quegli uomini che ricostruivano l’Italia del dopoguerra, cancellati dalla storia.

I lavoratori del San Carlo regalano la Scuola Musicale Napoletana

Angelo Forgione – La gloriosa Scuola Musicale Napoletana del Settecento, quella nata dai fermenti degli orfanotrofi poi divenuti la grande istituzione del Conservatorio di Napoli, quella che cambiò la musica in Europa con la rivoluzione dell’Opera compiuta da Niccolò Jommelli e Tommaso Traetta, quella che influenzò fortemente Mozart ma anche Haydn, Bach e Händel e che ebbe il Real Teatro San Carlo come palcoscenico del mondo, sarà protagonista di un concerto gratuito donato alla città dai lavoratori del Massimo partenopeo, che si terrà il primo marzo alle 19 nella basilica di San Ferdinando di Palazzo in piazza Trieste e Trento. L’iniziativa vuole essere una positiva forma di protesta delle maestranze del San Carlo contro la legge Valore Cultura e il commissariamento.
“Il primo marzo, il San Carlo scenderà tra la gente per raccontare la propria storia attraverso la musica. Il teatro e la cultura in generale meritano rispetto. La cittadinanza deve sentirsi responsabile di un’eccellenza”, ha detto il corista Sergio Valentino. “La scuola napoletana – dicono le maestranze – troppo spesso mortificata nella proposta al pubblico, ha il forte significato di ricordare quanto Napoli sia stata culla della civiltà artistica e non solo. I lavoratori del Massimo, nelle difficoltà che stanno attraversando, offrono l’occasione per ripercorrere alcune tappe fondamentali in virtù della loro alta professionalità”.
Il concerto ripercorrerà la storia musicale della Napoli dei Lumi, a partire dal 4 novembre 1737, data di inaugurazione del teatro. Ogni brano sarà introdotto da una descrizione del momento storico, fino a giungere al momento in cui la Scuola Musicale Napoletana si scontrò con l’epoca delle rivoluzioni e poi delle vicende ottocentesche dell’Unità d’Italia che sotterrarono le radici napoletane per celebrare l’Opera popolare risorgimentale di Giuseppe Verdi, relegando i grandi compositori napolitani che avevano plasmato la musica a un indegno oblio giunto ai giorni nostri, parzialmente squarciato da Riccardo Muti in occasione dei recenti successi del Festival di Pentecoste a Salisburgo, quando l’Austria si è interessata con curiosità al mondo musicale napoletano del Settecento cui si rivolse il proprio Mozart. L’Italia, invece, come denunciato dal grande Maestro italiano, è sempre stata sorda rispetto all’esigenza di rivisitazione dei grandi compositori napolitani.
Con la scelta del tema del concerto, i lavoratori del San Carlo intendono chiaramente denunciare la continua umiliazione della tradizione musicale napoletana, ed è un dovere sostenerli, in virtù di quanto la storia abbia danneggiato Napoli e di come questa non accenni a cambiare.

“Made in Naples” a Pompei con Gianni Aversano

Martedì 25 febbraio, ore 20:45, presentazione Made in Naples al Vincanto di Pompei (via Nolana, 89). Con l’autore Angelo Forgione e Gianni Aversano, voce dei Napolincanto, per una serata di cultura napoletana tra letteratura e musica. Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria al 392.997.13.14. Opzione cena al termine dell’evento.

Quando Napoli portò la canzone a Sanremo e inventò il Festival

sanremo_1932

Angelo Forgione Vi siete mai chiesti perché il Festival della canzone italiana si tiene a Sanremo? Perché proprio lì, in un piccolo paese di cinquantamila abitanti, e non in una delle capitali italiane della musica? Perché non nella vicina Genova, o a Bologna, o proprio a Napoli? Già, Napoli, la città di chi la Canzone italiana è il Festival di Sanremo l’ha partoriti. La storia inizia con la pubblicazione nel 1850 della prima canzone in lingua italiana, Santa Lucia, riscrittura in lingua nazionale di Enrico Cossovich della “barcarola” napoletana Lo varcajuolo di Santa Lucia, scritta un anno prima da Teodoro Cottrau e Michele Zezza. Un’ottantina di anni più tardi, nel periodo natalizio del 1931, in un momento di massima espansione turistica della cittadina ligure di Sanremo, il concessionario del locale Casinò municipale, il napoletano Luigi De Santis, attaccatissimo alle sue origini, su consiglio del commediografo Raffaele Viviani, convinse il poeta e paroliere Ernesto Murolo e il musicista Ernesto Tagliaferri, entrambi impegnati nella produzione del repertorio partenopeo, a portare la Canzone di Napoli là, a Sanremo. E così fu messa in piedi una kermesse natalizia intitolata Festival partenopeo di canti, tradizioni e costumi. Dal 24 dicembre 1931 al 1 gennaio 1932 andò in scena una settimana di sole canzoni napoletane del Settecento, Ottocento e Novecento, interpretate da voci quasi interamente partenopee, senza gara né vincitori. Tutto documentato dalle immagini archiviate dall’Istituto Luce.

Fu il primo festival sanremese, un numero zero napoletano, cui assistette tra gli spettatori un giovane floricoltore locale, il ventenne Amilcare Rambaldi, la stessa persona che, una ventina d’anni più tardi, incaricato di proporre idee per il rilancio del Casinò dopo la guerra, nel ricordo del successo goduto di persona, pensò di rispolverare l’idea di una rassegna musicale nel salone delle feste della casa da gioco, chiusa nel giugno del 1940, giorno della dichiarazione di guerra alla Gran Bretagna e alla Francia. Rambaldi ispirò il giornalista e conduttore radiofonico torinese Angelo Nizza, da poco nominato direttore artistico del Casinò insieme al napoletano Mario Sogliano. Nizza colse il suggerimento, optando per le canzoni italiane, e insieme a Rambaldi andò a parlarne con Pier Busseti, gestore della struttura e presidente dell’Associazione Turistico Alberghiera. Partì presto una telefonata alla Rai di Torino per capire se l’idea potesse interessare alla radio nazionale. La proposta piacque, anche perché la canzone poteva contribuire alla ricostruzione dello spirito dopo la guerra, ma bisognava creare una gara a carattere competitivo per avvincere il pubblico. E così fu messa in moto la macchina organizzativa del Festival di Sanremo, inaugurato il 29 gennaio del 1951 nella stessa sede dell’antesignano partenopeo.

Le case discografiche napoletane non stettero a guardare e sollecitarono alla Rai un festival in salsa partenopea. Otto mesi dopo la manifestazione sanremese, a Napoli, uscita in macerie dai violenti bombardamenti, prese il via anche il Festival della canzone napoletana, nella cornice del Teatro Mediterraneo, all’interno della moderna Mostra d’Oltremare. Il ponte musicale fece andare su e giù, tra Sanremo e Napoli, gli autori e gli interpreti; artisti napoletani a cantare in italiano in Liguria e cantanti nazionali ad esibirsi in lingua partenopea in Campania, per la gioia delle case discografiche, a quel tempo tutte di Napoli. Non fecero diversamente i presentatori, a partire da Nunzio Filogamo, passando per Enzo Tortora, Mike Bongiorno, Pippo Baudo, Corrado e Daniele Piombi.
Fu un successo condiviso, passato dalla radio alla televisione, ma ad affermarsi di più fu la manifestazione sanremese, con la sua cittadina che beneficiò della frequentazione di personaggi famosi, vedendo crescere in modo notevole il turismo. Quella napoletana, invece, andò lentamente consumandosi in un ventennio a causa di gravi errori artistici e organizzativi. Dopo che ebbe preso il posto della rassegna musicale abbinata alla gloriosa Festa della Piedigrotta, i manager, in gran parte del Nord Italia, imposero agli autori e agli editori il pagamento di una tassa esosa per accedere a una gara decisa a tavolino e falsata da raccomandazioni che promuovevano brani privi di spessore artistico e cantanti non napoletani dalla dizione spesso disastrosa. Gli artisti di grido che vi partecipavano iniziarono a scarseggiare, i testi diventarono sempre più ricchi di stereotipi su Napoli e le sonorità si andarono ad allineare alle mode della musica leggera nazionale. A subirne le conseguenze non fu solo il Festival di Napoli, responsabile di un decadimento evidente, ma la stessa Canzone napoletana, minata nella sua sopravvivenza dall’attività degli editori napoletani, i quali finirono per considerare quella gara l’unico canale promozionale dei brani. In ogni caso, la formula della competizione in pochi giorni non si addiceva a Napoli, le cui canzoni avevano sempre raggiunto il successo nelle strade della città per poi diffondersi nel mondo. Nelle diciotto edizioni del Festival di Napoli furono presentati circa quattrocento brani musicali, ma pochi riuscirono ad emergere e ad inserirsi nel repertorio.
Il carrozzone si interruppe nel 1971 per la contestazione degli autori esclusi e le denunce di brogli. La Rai ritirò le telecamere e impedì lo svolgimento della gara, decretando il tramonto del Festival di Napoli. A danni fatti, riuscirono a tenere in vita la grande tradizione artisti irriducibili come Roberto Murolo, Sergio Bruni e Roberto De Simone, pur con stili diversi, e poi i più moderni Renato Carosone e Peppino di Capri, con le loro contaminazioni straniere capaci di proporre nuovi stili a tutto il panorama musicale della Penisola, che assisteva alla consacrazione del Festival di Sanremo come evento nazionale della cultura pop italiana da spostare, nel 1977, dal Casinò al Teatro Ariston e poi da esportare all’estero in Eurovisione. Grazie a quegli artisti, la fiammella napoletana restò accesa negli anni Settanta, periodo in cui il mercato discografico nazionale impattò con la musica straniera e iniziò a ignorare la produzione napoletana, fin lì ossequiata. Per i cantanti italiani di musica leggera e lirica che fino ad allora avevano dovuto cimentarsi nel canto napoletano divenne necessario dedicarsi all’inglese e allo spagnolo per aggredire i mercati discografici internazionali. L’esigenza linguistica provocò la “distrazione” degli artisti napoletani e favorì l’avvento di una sottocultura melodica napoletana, cui furono consegnati perniciosamente gli spazi prima dedicati a una ricchissima tradizione, ormai fagocitata da feste di piazza e nuovi stili di canto melodico rispondente a una fascia sociale meno colta.
Il rilancio stilistico avvenne negli anni Ottanta e Novanta, partendo dall’innovativo e sperimentale Neapolitan Power simboleggiato dal rivoluzionario Pino Daniele, autore di capolavori contemporanei in vernacolo agli antipodi del tipico sound partenopeo, ma poi anch’egli indebolito nel linguaggio vocale e sonoro dall’aspirazione di maggiore penetrazione sul circuito commerciale nazionale. Quando la fonte degli artisti napoletani sembrò ormai essersi definitivamente esaurita, provvidenziale fu il ritorno all’antico di Renzo Arbore, eclettico artista foggiano di formazione partenopea, con la sua rivisitazione del repertorio classico contaminato dal jazz e dal blues, col supporto di eccellenti individualità napoletane capaci di rendere la sua Orchestra Italiana il nuovo veicolo nel mondo della tradizione. È anche grazie a lui che la canzone napoletana contemporanea è ancora viva e vegeta, continuando a ricercare e sperimentare, mentre i suoi classici immortali insistono a girare il globo, veicolando la lingua e lo stile di una delle capitali internazionali della musica. La canzone in lingua nazionale era ormai radicata di casa a Sanremo, al teatro Ariston, ormai tempio immemore della sua genesi partenopea. Su quel palco, nel febbraio 2012, fece l’ultima apparizione pubblica un certo Lucio Dalla da Bologna, dodici giorni prima della sua scomparsa. Uno dei tanti giganti folgorati della Canzone napoletana, restandone radicalmente influenzato nella seconda parte della sua vita artistica:

«Ho avuto la fortuna di fare un concerto con Ray Charles, che è stato il mito della mia giovinezza, di suonare con grandi artisti internazionali. Ma quando ho avuto la possibilità di passare una sera con Roberto Murolo e sentirlo cantare mi è venuta in mente tutta l’estetica e i contenuti della bellezza del mondo. La Canzone napoletana non ha rivali al mondo!
Quella napoletana è la musica più importante del Novecento. Altro che Beatles. Dobbiamo tornare a noi, e smettere di essere provinciali scopiazzando all’estero.»

Approfondimenti e altre storie su Made in Naples (A. Forgione – Magenes, 2013)

Jean-Noël Schifano: “Napoli unica capitale culturale d’Italia”

al Grenoble la presentazione del suo romanzo-memoir su Elsa Morante

Dal 12 al 14 febbraio, Jean-Noël Schifano è stato ospite del “Festival della Fiction Française 2014”, il festival della narrativa francese, promosso dall’Institut français e dall’Ambasciata di Francia in Italia, per presentare il suo E.M. o la divina barbara, romanzo confidenziale non finito, racconto dei dialoghi avuti con Elsa Morante, di cui è stato grande amico e traduttore in francese, durante gli ultimi giorni di vita della scrittrice. Il romanzo-memoir è nato dalle confessioni nella stanza della clinica romana dove Elsa Morante era ricoverata per cercare invano di riprendersi dalle complicanze di un tentativo di suicidio. Anno 1984, Jean-Noël Schifano era un giovane di 37 anni innamorato di Napoli, e alla città partenopea aveva già dedicato due libri. Probabilmente, proprio dalla lettura tutta d’un fiato di Chroniques napolitaines, una mattina fu accolto dalla Morante con un sorriso col quale gli disse che non era un semplice traduttore, ma anche uno scrittore; e trovarono un’armonia. Per un anno intero, fino alla morte della scrittrice, avvenuta il 25 novembre 1985, ci fu tra Elsa e Giannatale una lunga condivisione di pensieri, parole e racconti.
Tre città: Torino, Roma e Napoli. Qui è stato presentato il libro. Nella tappa partenopea, all’Institut Français Grenoble, l’intellettuale francese ha incontrato lettori e amici napoletani, confrontandosi sul suo romanzo (edito da Elliot da pochi giorni), e ha trovato anche il modo per dimostrare, ancora una volta, e senza peli sulla lingua, il suo grande amore per Napoli:

«Io e Alberto Moravia ci dicevamo spesso che Roma è la città più ignorante d’Italia, uno scenario interessante senza umanità e contenuti. I romani pensano ancora all’Impero e non si accorgono che non producono cultura da millenni. Roma non è la capitale d’Italia ma la capitale del Vaticano, che con la breccia di Porta Pia ha esteso il suo potere su tutta la nuova Nazione. A Roma ci sono le due vere mafie d’Italia, le altre sono cortine di fumo, e la città ingrassa su questo, affamando il Sud. Ho detto certe cose anche due giorni fa a Torino, condannando anche la città dei Savoia e suscitando l’ira di un giornalista de La Stampa quando ho ricordato ai presenti che Torino ha rubato tutto a Napoli e l’ha spogliata. Lui mi ha risposto con sgomento che sono peggio di un napoletano, e che Napoli ha adottato il bidet per pulirsi il sedere. Lo dico ad Angelo Forgione che è in sala: schifano_forgioneattenzione, perché loro imparano certe lezioni ma sono abili a ribaltarle contro Napoli. La verità è che l’unica vera città capitale di cultura che c’è in Italia è Napoli, tutti percepiscono la sua forte identità, e per questo la temono e la offendono, sempre più ferocemente vedendo che i napoletani non chinano la testa.»

ascolta dalla trasmissione Fahrenheit di Rai Radio 3

Alunni revisionisti avanzano

“Sud arretrato”: gli studenti scoprono gli errori e bocciano il libro di storia

tratto da Il Mattino.it – Hanno confutato rigo per rigo i paragrafi del loro manuale di storia attraverso consultazioni storiografiche e approfondimenti documentali. Poi hanno verbalizzato in classe il loro disappunto portando all’attenzione del preside il frutto delle ricerche. Obiettivo: smontare la tesi di un Mezzogiorno subalterno al Nord alla vigilia dell’unificazione d’Italia. Una tesi sostenuta in alcuni passaggi proprio dal manuale di riferimento. Accade alla scuola media Alfonso Gatto di Battipaglia, dove gli alunni della III C si sono resi protagonisti di una protesta indirizzata agli autori del libro di storia adottato a inizio anno scolastico, colpevole di aver omesso alcuni aspetti relativi alle condizioni del Mezzogiorno nella fase precedente l’unità d’Italia, compiuta nel 1861. A finire sotto accusa sono state alcune citazioni del libro «Chiedi alla Storia», scritto dagli autori Franco Amerini e Roberto Roveda, edito da Bruno Mondadori e destinato alle scuole medie. Affrontando come da programma le fasi che hanno portato alla unificazione del Regno d’Italia, i 23 studenti della terza media della Gatto si sono imbattuti in un paragrafo ritenuto «discordante» con gli studi di approfondimento avviati sotto la supervisione del loro docente di storia, Gerardo Granito.