Capodanno in piazza, tradizione nata a Napoli, Roma e Bologna

Angelo Forgione  È ormai usanza consolidata di tutte le principali città italiane quella di festeggiare l’arrivo del nuovo anno in piazza, al gran freddo della prima notte di Gennaio. Da ventitré anni va avanti così, ormai tradizionalmente, tra concerti, spumante e fuochi d’artificio sotto le stelle piuttosto che al tepore dei più riparati e costosi locali.
A fare da apripista alla rivoluzione di San Silvestro furono Napoli, Roma e Bologna, il 31 dicembre del 1994, quando in Italia era davvero impensabile catapultarsi in strada per salutare il nuovo tempo. Tre feste pubbliche sull’asse Sud-Centro-Nord, organizzate da tre sindaci che, in un epoca in cui Milano faceva da capitale della Tangentopoli nazionale, erano considerati a capo di amministrazioni progressiste: Antonio Bassolino a Napoli, Francesco Rutelli a Roma e Walter Vitali a Bologna.
All’ombra del Vesuvio, qualche mese prima, era stato rigenerato il “salotto reale” di piazza del Plebiscito, l’antico largo di Palazzo, pedonalizzato e liberato dalle auto con il maquillage del G7, che poi era stato G8 con l’invito accettato dalla Russia. Se ne erano innamorati tutti, non solo i capi di Stato presenti a quel summit ma soprattutto i cittadini, improvvisamente travolti dalla dimenticata regalità di quel fazzoletto di città e dalle speranze poi tradite del cosiddetto “rinascimento napoletano”. La sera del 10 luglio, giorno di chiusura del vertice mondiale, Bassolino aveva notato che gli automobilisti avevano già violato il divieto provvisorio di circolazione nello slargo neoclassico e, dopo aver riposizionato personalmente le transenne spostate, quella notte stessa aveva preso la decisione di pedonalizzarlo permanentemente. Cinque mesi dopo, a dicembre, avrebbe inaugurato i festeggiamenti del Capodanno musicale in piazza, una novità assoluta per Napoli, ma anche per l’intera Italia.
Sembrò una follia per una città abituata pure all’esplosività anche drammatica della mezzanotte, e in realtà fu una scommessa, vinta. La lira era crollata ma paradossalmente qualche milione di italiani se ne era andato all’estero a festeggiare. Non proprio pochissimi avevano invece preferito Napoli dopo aver visto in estate le immagini in mondovisione dei più influenti uomini del mondo con espressioni cariche di meraviglia per una dimenticata capitale che ritrovava gli antichi sfarzi. Bassolino fece un colpo di telefono a Luciano De Crescenzo e a Marisa Laurito, in città per le feste, invitandoli a scandire il countdown e a brindare tra la gente. Ebbe il sì, come pure quello di Enzo Gragnaniello, Antonio Onorato, Tony Cercola e Nello Daniele, designati a suonare incappottati. Don Antonio registrò un messaggio di fine anno davanti alle telecamere delle tivù locali, con cui invitò tutti in piazza, turisti e cittadini. Arrivarono in centomila al Plebiscito, e trovarono i musicisti sul palco, allestito in tutta fretta sul lato di palazzo Salerno, e poi artisti di strada, mimi, musici, attori, ballerini e clown qua e là. A mezzanotte il brindisi, e poi il promesso spettacolo pirotecnico sul mare, che non si vedeva dai tempi della già scomparsa festa di Piedigrotta. E per concludere la nottata, lasciata all’improvvisazione dei dj delle principali radio private, cornetti caldi a mille lire del vecchio conio nei chioschi allestiti dagli acquafrescai di Mergellina.
Contemporaneamente, in piazza del Popolo a Roma, i migliori jazzisti italiani suonarono le note di cento anni di cinema d’autore con cinquanta pianoforti, mentre le immagini delle più storiche pellicole furono proiettate su un megaschermo. Gran ballo in compagnia del sindaco Rutelli e fuochi d’artificio. Più su, a Bologna, in piazza Maggiore, fu messa in piedi la ‘Notte degli Angeli’ all’insegna della solidarietà. Uno spettacolo condotto da Paolo Bonolis con i maggiori nomi dello spettacolo bolognese: Lucio Dalla, Gioele Dix, Red Ronnie, Gianni Morandi, Ron, Luca Carboni e altri.
Così, in Italia, nacque il Capodanno in piazza. Fu un successo! Tutte le amministrazioni, negli anni successivi, si accodarono alla modernità lanciata da Napoli, Roma e Bologna, rendendo il brindisi sotto le stelle di San Silvestro un irrinunciabile appuntamento di tutte le città italiane. Oggi il cosiddetto “concertone di Capodanno” è tradizione nazionale.

Lo scultore Domenico Sepe intervista Angelo Forgione

sepe_forgioneAngelo Forgione, scrittore napoletano, giornalista e grafico pubblicitario, opinionista, storicista, meridionalista e culturalmente unitarista. Curatore del blog sulla Valorizzazione Autentica Napoletanità a Tutela dell’Orgoglio (V.A.N.T.O.), su cui si legge il suo aforisma più noto: “Baciata da Dio, stuprata dall’uomo. È Napoli, sulla cui vita indago per parlare del mondo.”

Angelo, cosa rappresenta per te questa frase e qual è il suo significato? Raccontaci come nascono V.A.N.T.O. e il tuo blog.
V.A.N.T.O. era qualcosa già dentro di me negli anni dell’adolescenza, ed è venuto fuori spontaneamente. Napoli è una città di difficilissima decifrazione e per capirla bisogna sperimentarla. È un esercizio mentale e culturale non adatto a tutti, ma solo a chi ama la cultura e la storia, ed ha un approccio corretto nei confronti di una città unica, ma unica davvero. Lo dice l’ICOMOS, il cui scopo è promuovere la conservazione e la valorizzazione dei monumenti e dei siti di interesse culturale nel mondo, attraverso il contributo di oltre settemila tra architetti, archeologi, storici dell’arte, antropologi, urbanisti, geografi e storici di diversi paesi. Questa folta equipe studia le caratteristiche dei luoghi e presenta delle accurate relazioni all’UNESCO affinché ne decida l’eventuale inclusione nella lista dei patrimoni dell’umanità. Ebbene, la valutazione ICOMOS del centro storico di Napoli le assegna il valore dell’unicità, e la distingue per bellezza e cultura pure dalle più somiglianti Barcellona e Marsiglia. Purtroppo questo cuore pulsante di cultura occidentale è stato umiliato dalla storia e continua ad esserlo nel presente, stuprato come una bella donna assediata, dai una parte di napoletani e da una parte degli italiani. Io mi impegno sotto il profilo culturale per recuperare storie ed eccellenze nascoste, per raccontare una storia diversa e per fornire degli strumenti di conoscenza che possano ridestare un orgoglio di testa e non di pancia, pur non evitando mai di denunciare i guasti della città stuprata.

Come vedi la Napoli contemporanea e quale scenario prevedi per il suo futuro immediato.
La vedo meglio di qualche anno fa. Abbiamo attraversato periodi disastrosi, e i danni sono stati fatti. Ora si tratta di ricostruire, e la cosa più semplice è quella di partire dall’immagine, che è comunque distorta ed è la cosa più danneggiata. Chi si reca a Napoli scopre qualcosa di completamente diverso da ciò che immaginava alla vigilia, e scopre l’universalità e l’unicità di cui parlavo. Ma molto c’è da fare anche sotto questo aspetto per ottimizzare i flussi turistici e accoglierli al meglio. Poi ci sono questioni annose cui bisogna mettere mano con urgenza e risolutezza, una volta e per sempre. Ad esempio, non possiamo più consentirci di lasciare Bagnoli in certe condizioni, senza operare. Per circa 25 anni sono state fatte solo chiacchiere e sprecati soldi inutilmente. Quello è un paradiso che nessuna città può vantare, ma oggi come oggi non può vantarlo neanche Napoli. È la scommessa su cui si gioca la partita per il futuro turistico di Napoli.

Perché hai voluto scrivere “Made In Naples – come Napoli ha civilizzato l’Europa”?
Perché l’UNESCO ne protegge la storia millenaria, e ne protegge il centro storico, che conserva tracce di preziose tradizioni e di incomparabili fermenti artistici che hanno sviluppato una cultura unica… e ci risiamo… che ha influenzato e plasmato l’Europa e oltre. Tutti sanno che Napoli è nella lista dei patrimoni dell’umanità, ma nessuno sa perché. Capire Napoli, ripeto, è difficile. Conoscere la sua cultura per intero, è ancor più difficile. Io ho esplorato, e ho voluto condividere quello che ho studiato e scoperto, spiegandolo con chiarezza e nel dettaglio.

Made in Naples vuole essere una risposta a “Gomorra”?
In qualche modo, lo è automaticamente. Di libri che diffondono le ombre di Napoli ce ne sono tanti e fanno il giro del mondo, deformando i connotati della città. Io mi sono occupato della Napoli luminosa, culla della cultura d’occidente, pur non evitando di analizzare i suoi problemi di oggi, ma trovandovi delle cause e proponendo delle soluzioni. È un libro che tutti i napoletani dovrebbero leggere, perché ridefinisce tutto il pianeta partenopeo, e non si concentra solo su un problema che tanto fa presa sull’immaginario collettivo.

“Dov’è la vittoria” – le due Italie nel pallone (aspetti sportivi della malaunità politico-economica)”. Ci racconti il tuo ultimo libro?
È anche questo un libro mai scritto prima, ma diverso per impostazione. Dov’è la Vittoria è una fotografia del Calcio italiano che illustra con completezza un aspetto poco dibattuto dell’annosa “Questione meridionale”: quello sportivo. È un’indagine che spiega le cause delle differenti performance sportive delle squadre del Nord e del Sud Italia. Sono partito dai freddi numeri, dai soli 8 scudetti delle squadre del Sud contro i 103 delle squadre del nord, e con questo lavoro spiego questo divario che è figlio diretto di quello creato con l’Unità d’Italia. Del resto è impensabile che il fenomeno Calcio, che investe la finanza e la politica, sia slegato da ciò che è la società. Inoltre c’è tutta una parte che riguarda la sociologia, tra scelte di fede dei tifosi e discriminazione territoriale, e pure una corposa parte del libro in cui descrivo e analizzo accuratamente tutti gli scandali del nostro campionato. Insomma, veramente uno dei pochi libri che ci fanno conoscere l’Italia e il Calcio italiano, l’una attraverso l’altro. Del resto, Oliviero Beha, non uno qualsiasi, scrive nella prefazione che “è un libro che ha diritto di cittadinanza tra quelli che finora raramente sono stati capaci di intrecciare il Calcio con la società che lo contiene e di cui è espressione macroscopica”. Meglio di così non potrei presentare il mio lavoro.

Angelo, condividiamo un bellissimo ricordo nella mia bottega d’arte, dove abbiamo raccontato Angelo Forgione. Ci racconti brevemente quali sono state le sensazioni e le atmosfere di quella serata?
Sì, davvero un ricordo bellissimo. Un’atmosfera particolare, dove ho respirato arte e dove tutti erano catturati dalle mie parole sulla cultura napoletana. La protagonista era lei, non io. C’è bisogno di più luoghi e più appuntamenti del genere sul nostro territorio. Complimenti!

Un saluto e un augurio in vista delle festività natalizie.
Auguro a tutti i lettori quattro cose: salute, sicurezza economica, sicurezza affettiva e cultura. La ricetta della felicità è tutta qui. Per i primi tre ingredienti ci pensa Dio, e l’augurio è doveroso per questo. Per il quarto ci dovete pensare voi. Magari regalandovi e regalando buoni libri. Magari i miei. Ve li consiglio.

Caro Aurelio, solo tu a Napoli non puoi girare?

E no, caro Aurelio. Stavolta non mi sei piaciuto. Ho letto ciò che Anna Paola Merone del Corriere del Mezzogiorno ha carpito dalla tua bocca in occasione della presentazione del tuo nuovo “cinepanettone”. Alla domanda «Allestire un set in città?» pare che tu abbia risposto così:

È impossibile, come si fa? Io ho fatto qui La mazzetta con Nino Manfredi e mi è bastato. Ricordate Agostino ‘o pazzo? Si piazzava davanti alla telecamera pretendendo il pizzo. Io me lo portavo via, ci parlavo, chiedevo rispetto per le mie origini napoletane, per il lavoro che portavamo in città… Devo continuare? Pure Vittorio De Sica aveva fatto allestire i bassi a Cinecittà e ci aveva trasferito famiglie napoletane che vivevano lì giorno e notte per dare più verità al set»

Cerco di capire. Dici che Agostino ‘o pazzo, il diciottenne napoletano che per quattro notti, nell’estate del 1970, sfidò con la sua moto 125 la polizia sgommando a tutta velocità lungo via Toledo, dopo otto anni si era trasformato in Agostino ‘o pizzo? Non mi risulta, caro Aurelio. Antonio Mellino, questo il suo nome all’anagrafe, era un ragazzo cui piaceva la velocità e ci provò gusto a fare da lepre per le forze dell’ordine, entusiasmando la folla che ne fece un mito dalla sera alla mattina. Iniziò per caso, eludendo un posto di blocco perché stava andando dalla fidanzata contro il volere del padre. Durò pochi giorni, in cui se ne vedevano di tutti i colori alla sera. Lui, caro Aurelio, si rintanava serenamente in casa, in piazza dei Girolamini, mentre a via Toledo succedeva di tutto. Fu beccato, ma non braccato in un inseguimento. Lo fermarono in piazza del Gesù, fermo e tranquillo in auto con gli amici, e lo portarono al Filangieri. Gli scattarono una foto segnaletica con lo sguardo torvo e la camicia a pois, e gli diedero una severa condanna, ma lo trattennero solo per tre mesi. Poi lo riportarono a casa, dove viveva con la sua onesta e buona famiglia, perché fu presto chiaro che fosse solo un giovanotto sveglio con una forte passione delle due ruote. Erano i tempi di Giacomo Agostini, da cinque anni campione del mondo di Motociclismo, cui ci si ispirò per dargli un nome nello tsunami improvviso di fama che Antonio seppe alzare in quei giorni. E non mi risulta, caro Aurelio, che Antonio sia finito nei guai in seguito. Abita ancora lì, nel centro antico di Napoli, dove gestisce pure una nota bottega antiquaria. Di problemi con la giustizia, più nessuno. Anzi, per restare in tema, nel 1971 ebbe anche un’esperienza da attore-stuntman in Un posto ideale per uccidere con Ornella Muti e Irene Papas, un film poi ripudiato dal suo regista Umberto Lenzi e dallo stesso Antonio Mellino, perché Napoli ne usciva raccontata ancora una volta in modo sbagliato. «Non mi piacque, Napoli usciva negativa come sempre. Pure nei film – disse Agostino ‘o pazzo – vengono a riprendere i soliti sfondi gratis e il resto lo fanno a Roma. Ma perché non fanno mai vedere le cose belle e vere che abbiamo?». Ora, tu, Aurelio, dici che Antonio Mellino, nel 1978, invadeva il tuo set come un camorrista e pretendeva soldi per farti proseguire o forse per essere ingaggiato. Forse sarà proprio Antonio a chiarire e a dire la sua, ma in ogni caso sono passati 37 anni, di cui tu, Aurelio, ne hai trascorsi 11, gli ultimi, da presidente della squadra di Calcio della città. E da presidente del Napoli hai parlato alla nazione di napoletanità, di uno stile di vita che non può essere capito da chi non è napoletano, di una sofferenza nata dall’impoverimento esogeno. Proprio tu, Aurelio, hai detto che i napoletani sono «i vessati per eccellenza», e poi ci racconti di una Napoli impossibile? I film girati a Napoli neanche si riescono a contare da quando, sul finire dell’Ottocento, i fratelli Lumière vennero a riprendere le meraviglie della città e, soprattutto, da quando – nel 1919 – il napoletano Gustavo Lombardo fondò la Titanus e i primi studios sulla collina del Vomero. Tu dirai che sto parlando di un secolo fa, ma negli anni in cui hai potuto vivere Napoli più da vicino il “sipario” napoletano è rimasto tutt’altro che chiuso. Pure per i musicisti, se è vero che Amedeo Minghi girò qualche anno fa il videoclip del suo brano Vicerè nei “quartieri spagnoli”, anzichè riprodurli a Cinecittà. Una notte intera, fino all’alba, circondato dai napoletani che portavano ciambelle e caffè. I Manetti Bros, romani anche loro, hanno girato recentemente Song ‘e Napule, a Napoli, non a Cinecittà, e non ebbero problemi. E anche loro non sono d’accordo con quello che hai detto. Vuoi che ti parli di Passione di John Turturro, girato interamente a Napoli, compresi i Campi Flegrei, nel 2009? Non mi risulta neanche che il regista-attore newyorchese abbia trovato difficoltà per i suoi ciack e per tradurre in pellicola il suo amore per Napoli. “Ci sono luoghi dove uno va una volta e basta. E poi c’è Napoli”, ha detto Turturro. E dai teleschermi Rai ha pure precisato: «Napoli è un luogo incredibilmente vibrante e vivo dove tornerò a lavorare con estrema facilità». Estrema facilità, Aurelio. Non mi pare poco. Forse sei tu che a Napoli sei andato a girare una volta e basta, mentre gli altri non vedono l’ora di tornare a farlo. Magari tu e Antonio Mellino ci chiarirete la tua dichiarazione, che però non aiuta Napoli a recuperare la sua immagine, quella che le spetta, quella che tu hai definito “vessata”. magna_adl_xSei un bravo imprenditore e sai come muoverti, hai portato il Napoli a grandi livelli, facendolo competere con gli squadroni del Nord, e per tutto questo ti auguro lunga vita sotto il Vesuvio. Hai la mia stima, e perciò ti ho regalato di persona i miei libri, al MAGNA. Ma tu sai benissimo che Napoli è un set, tra i più belli che ci siano, ed è ambito dal cinema comico e d’autore. Sai bene che Napoli è un laboratoro d’avanguardia nel campo dell’animazione. Quello che hai dato in pasto ai detrattori non mi è affatto piaciuto. Forse i miei libri non li hai ancora letti. Sono certo che se lo farai, poi, ci penserai due volte a vessare anche tu la napoletanità.

Arbore contro la “retorica televisiva” sul Sud che ammazza il Sud

Angelo Forgione Nell’immediato dopoguerra si erano già abbondantemente diffusi gli stereotipi sui meridionali alimentati nel primo periodo unitario del Paese. Qualcosa avrebbe potuto contribuire fortemente a cancellarli, ma, al contrario, li ingigantì enormemente. Quando nel dicembre 1955, alla vigilia di quel Natale, il segnale televisivo della Rai fu esteso a Napoli, raggiungendo il Sud, il giornalista calabrese Corrado Alvaro, con un bel po’ di illusoria speranza, scrisse:

La televisione nel Mezzogiorno è un elemento di prima importanza per l’unificazione del Paese: attraverso il nuovissimo mezzo, il Sud potrà sgombrare il terreno di molti pregiudizi contribuendo a dare finalmente un panorama completo non deformato della vita italiana.

In realtà, sin dalla sua nascita, è stata proprio la televisione ad amplificare la diffusione di un’immagine eccessivamente distorta delle problematiche meridionali. Come nel caso del colera, un evento che colpì Napoli nel 1973 e avviò, tra i tanti risvolti negativi causati da una cattiva informazione, anche la denigrazione negli stadi.
Oggi tocca fare i conti con la fotografia di un Sud mafioso, sdoganata da Gomorra e altre fiction affini. Proprio con questa nuova accezione della napoletanità, della sicilianità e della meridionalità in genere bisogna oggi fare i conti, e proprio contro Gomorra (pur senza citarla) e i diversi programmi impregnati di folklore e sottocultura se la prende Renzo Arbore, ospite a Tv Talk (Rai) di sabato 12 dicembre, definendo questa diversa interpretazione del Sud “la nuova retorica”, diversa da quella del mandolino, del sole e della pizza dei decenni passati. Una retorica che attira attenzione e che quindi frutta inserzionisti pubblicitari. Una retorica spinta, necessaria per l’innalzamento dell’audience, secondo il condivisibile pensiero dello showman foggiano.

«Io porto nel mondo un aspetto della Napoli capitale della cultura. Dietro la forzatura c’è l’audience. Se si parla della camorra (attraverso  Gomorra, ndr), il prodotto si vende in tutto il mondo e ne paghiamo le conseguenze noi [napoletani]… ci fa molto piacere sapere che siamo tutti camorristi».

Ultras fottuti o depurati? Pallotta e Agnelli, le due facce del Calcio italiano

Angelo Forgione Antonello Venditti chiede conciliazione tra romanisti e napoletani e incontra Antonella Leardi nel backstage del suo concerto napoletano all’Immacolata. Ma i tifosi giallorossi ignorano la richiesta, insultano la mamma di Ciro Esposito, e danno il “buon” esempio ai più giovani con uno nuovo coro razzista, durante il “derby del sole” del campionato Primavera, sulle note di “L’estate sta finendo” dei Righeira.
A chiedere scusa, stavolta, è il giornalista Furio Focolari (ex Rai) dai microfoni romani di Radio Radio, e poi intervenuto anche sulle emittenze napoletane di Radio Marte: «Quella minoranza non deve rappresentare Roma. Tra noi romani e voi Napoletani siamo uniti da una filosofia comune solo nostra, noi papalini e voi borbonici, vediamo la vita dal lato positivo. Certi imbecilli non c’entrano con Roma e andrebbero isolati».
Andrebbero isolati, ma nessuno vuole farlo. Quello che accade è il più logico risultato di un insabbiamento operato dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio, figlio delle volontà di certi presidenti che un anno e mezzo fa dettarono le semplici multe invece di condannare fermamente il fenomeno e di chiedere l’individuazione chirurgica dei responsabili. Al prossimo incidente grave si dovrà chiedere alla dirigenza della Juventus se sarà convinta che la “discriminazione territoriale” è una “forma tradizionale di insulto catartico”, così come suggerito nello studio sul razzismo finanziato dal club bianconero e presentato da Andrea Agnelli all’Unesco, issatosi a faro della lotta al razzismo ma indicando a tutto il movimento di tollerare i cori contro Napoli.
C’è oggi il presidente del massimo club italiano che traduce il razzismo in campanilismo e paga uno studio che lo ritiene purificatore, e ce n’è un altro, pure proprietario di un club tra i più importanti, che si scontra senza timori coi suoi ultras definendoli “Fucking idiot and assholes…” per le offese ad Antonella Leardi. “Questi tifosi sono degli str… e dei fottuti bastardi…”, questa la traduzione delle parolacce per cui il presidente della Roma, James Pallotta, è contestato della Curva Sud, pubblicate dopo l’esposizione dello striscione contro la mamma di Ciro in occasione del match tra Roma e Napoli della scorsa primavera. Parole chiare, che mai sono state pronunciate dai presidenti dei club italiani, talvolta vincolati alle “curve” da perversi rapporti. Il presidente della Roma non si oppose alla squalifica della curva, al contrario di quanto fecero gli altri illustri colleghi, tutti uniti a far fronte comune al tempo delle chiusure dei settori. Non è un caso che il proprietario della seconda squadra sia straniero e viva negli Stati Uniti, lontano dal nostro Paese e dalla sua sottocultura sportiva. Non è un caso neanche che lo zio d’America sia già isolato dalle altre società, oltre che dagli ultras della sua squadra. E ora iniziano ad isolarlo anche le istituzioni. Forse capirà che investire in Italia non è un grande affare.

Vecchioni: «Sicilia isola di m…, ma è provocazione d’amore». Poi elogi a Milano e brutte rassegnazioni.

Angelo Forgione Un’offesa volgare incastonata in una riflessione ad ampio raggio può essere più forte del senso di un discorso espresso, e perciò strumentalizzata. Quella pronunciata da Roberto Vecchioni nell’aula magna della facoltà di Ingegneria di Palermo, secondo tanti, ha offeso l’orgoglio siculo e meridionale. «Sicilia, sei un’isola di merda» ha scatenato furiose polemiche sui social network. Ma cosa intendeva dire il professore della canzone? L’audio integrale parla chiaro e va analizzato per intero.
Da 150 anni qui non succede nulla. Credete che sia qua soltanto per sviolinare? No, assolutamente. Arrivo dall’aeroporto e mi tirano dietro le uova. Entro in città e praticamente ci sono 400 su 200 persone senza casco. In tutti i posti ci sono tre file di macchine in mezzo alla strada, e si passa con fatica. Questo significa che tu non hai capito cos’è il senso dell’esistenza con gli altri. Non lo sai, non lo conosci. È inutile che ti mascheri dietro al fatto che hai il mare più bello del mondo. Non basta, sei un’isola di merda. La mia è una provocazione d’amore. La filosofia e la poesia antiche hanno insegnato cos’è la bellezza e la verità, la non paura degli altri, in Sicilia questo non c’è, c’è tutto il contrario. E mi sono chiesto, prima di arrivare qui, se dovevo dirle queste cose a voi ragazzi. Non avete idea di cosa sia la civiltà, la colpa è vostra! Volete sviolinate? No. Io non amo la Sicilia che rovina la sua intelligenza e la sua cultura, le sue coste; quando vado a vedere Selinunte, Segesta e altri posti di questo tipo non c’è nessuno a spiegarti cosa c’è da sapere. Non amo questa Sicilia che si butta via, che non si difende. Siete il popolo più intelligente, perché vi buttate via?

Fermarsi a questo servirebbe a spegnere le polemiche su una parola fuori posto in un discorso evidentemente condivisibile per tanti versi. Ma c’è dell’altro, e lo si ascolta in seguito, quando Vecchioni risponde a un ascoltatore che ha protestato.
No, non si fa così. Poi se vieni a Milano ti spiego perché… anche perché Milano ha inventato per tutto il mondo una cosa per 25 milioni di persone [l’Expo] che manco per il cazzo poteva succedere in qualsiasi altra città d’italia, questo mettitelo in testa. E tu dirai “perché hanno più soldi?” No, non sono i soldi. È la volontà!

A questo punto interviene il moderatore, di fianco, a cercare di sedare la protesta. E dice qualcosa di veramente esecrabile (e contraddittorio):
 
Vecchioni è qui perchè ci vuole stimolare a prendere coscienza di un declino irreversibile che innegabilmente c’è in Sicilia e ad essere protagonisti del cambiamento.

È dunque forte la denuncia, e va accettata, ma non si tratta certo di “provocazione d’amore” per la Sicilia. È chiaro che di sentimento vi sia veramente poco e che il tutto sia ispirato da una certa tipica e presunta superiorità di stampo milanese da esportare al Sud retrogrado. È evidente la beatificazione dell’Expo delle multinazionali, degli illeciti amministrativi e delle risorse per il Sud distratte per metterlo in piedi, e poi ripulito nella sua immagine con un evidente maquillage dall’alto attraverso la creazione dell’Autorità Nazionale Anticorruzione. Sono stati proprio i soldi la volontà motrice dell’Expo, ma Vecchioni finge di non saperlo, come forse finge di non sapere da dove nasce il degrado meridionale.
La denuncia è corretta, perché quel Sud che offende la sua Cultura, la sua Storia e la sua Civiltà va condannato, ma ci sono ambienti e ambienti per il turpiloquio e per le offese, e in quel contesto, con quel linguaggio, Vecchioni ha fatto, purtroppo, danno soprattutto a se stesso più che alla Sicilia. C’è da sperare vivamente, per il rilievo del cantautore, che questi fosse un po’ su di giri, come due anni fa, quando gli fu ritirata la patente per guida in stato di ebrezza e provò a giustificare al giudice l’alto tasso alcolemico nel sangue con l’assunzione di uno sciroppo per la tosse a base di alcol.
Più delle parolacce usate in un’aula magna, però, ritengo decisamente più stonati gli elogi alla Milano che insegna e le parole del moderatore. Quando un cantautore meridionale andrà alla Bocconi a dire che la Lombardia è una m…, perché è ancora la Tantentopoli irredenta degli anni Novanta, capiremo la differenza tra vittimismo e legittima difesa. E non si può definire irreversibile il degrado, soprattutto se poi dopo chiedi ai siciliani di farsi protagonisti del cambiamento. Se proprio dobbiamo tirar fuori una frase dal contesto, condanniamo quella del moderatore siciliano, il primo da stigmatizzare per aver comunicato a studenti e non studenti la sua rassegnazione. Neanche quella è irreversibile.

E ora la Juventus sponsorizza la discriminazione territoriale: “purifica lo spirito!”

agnelli_unescoAngelo Forgione Con ancora sullo sfondo lo sdegno per il classico “accanimento” dei tifosi veronesi contro i napoletani, il presidente della Juventus, Andrea Agnelli, ha rinnovato la partnership con l’Unesco contro ogni tipo di discriminazione, intervenendo a Parigi, nella sede dell’Organizzazione internazionale, a margine della presentazione della ricerca Colour? What Colour?, uno studio finanziato dal club bianconero che analizza la connessione tra fenomeni di discriminazione e contrasto all’inclusione a livello internazionale in relazione allo sport.
Iniziativa lodevole, se non fosse che è sovvenzionata da una società sportiva, ironia del caso in bianco e nero, non propriamente candida in tema di discriminazioni, ribelle nei confronti della giustizia sportiva in tempo di squalifica dei settori dello ‘Juventus Stadium’ per cori di discriminazione territoriale nei confronti dei napoletani; muta e priva di parole di condanna allorché un giornalista della sede Rai di Torino [Giampiero Amandola] finì nell’occhio del ciclone per aver spalleggiato la discriminazione, sempre nei confronti dei napoletani, di alcuni tifosi bianconeri all’esterno del proprio stadio, mentre la redazione di riferimento chiedeva scusa ai napoletani e agli italiani. Può questo club fare da guida nella lotta al razzismo?
È chiara da tempo la posizione del presidente Andrea Agnelli circa la “discriminazione territoriale”, che in Italia equivale a dire cori contro la dignità dei napoletani. Il patron juventino, un anno fa, si disse infastidito dalle sanzioni applicate “che puniscono a mo’ di razzismo il campanilismo, che invece fa parte della nostra cultura”. Con certe premesse, non poteva essere differente l’indicazione di massima dettata dallo studio finanziato dalla Juventus, che, seguendo le esternazioni del rampollo Agnelli, invita ad avere “un po’ di tolleranza nei confronti degli sfottò di discriminazione territoriale, accettabile fin quando non si riversa o non rispecchia reali discriminazioni nella società”. Come se lo stadio fosse una zona franca frequentata da mandrie di bestie e non un luogo di aggregazione sociale dove si estrinseca la psicologia collettiva delle folle, ovvero il luogo comune e quindi l’ignoranza (nella ricerca si legge che “gli stadi sono separati ermeticamente dai luoghi circostanti e voltano le spalle alle altre attività che hanno luogo in città. Questa tipo di configurazione produce un contesto in cui le regole “normali” della vita sociale cessano di valere”); come se certi cori non siano emanazione nel tempo e nel pensiero di vergognose pagine di storia italiana fatta di discriminazione nei confronti dei meridionali scritte nella Torino dell’automobile, con infami cartelli affissi ai portoni dei palazzi e articoli della stampa locale ad alimentare pregiudizi sui lavoratori immigrati che contribuivano alla crescita locale e alla realizzazione del miracolo economico italiano.
Con la ricerca appena presentata, il cui sottotitolo è “Relazione sulla lotta contro la discriminazione e il razzismo nel calcio”, la Juventus si impegna alla lotta contro il razzismo e pure contro il concetto di discriminazione territoriale. A leggerla per intero ci si imbatte, a pagina 60, nell’analisi del problema interno italiano, leggasi accanimento standardizzato e mascherato contro Napoli. E si entra così nel paradosso di un’analisi assolutoria che sembra proprio essere figlia del pensiero di Andrea Agnelli:

[…] Questo concetto particolarmente controverso viene utilizzato soprattutto in Italia per gli insulti di natura xenofoba fra il Nord e il Sud del Paese […].
[…] L’idea che il campanilismo, il quale racchiude una forma secolare di orgoglio e rivalità locale fra città e regioni, sia semplicemente parte dell’eredità culturale italiana e pertanto non dissociabile dal calcio è condivisa in modo praticamente unanime, anche da coloro che lo avversano.
[…] Le rivalità calcistiche basate sulla storia locale e regionale abbondano ovunque e si possono considerare realmente “il sale” del gioco.

Fatta tale premessa, che tende già ad esprimere un giudizio sull’inesistenza di ideologia razzista, l’analisi prosegue tentando di affermare la tesi assolutoria:

[…] Un criterio iniziale è l’esistenza (o meno) di una discriminazione istituzionalizzata. Ad esempio, gli insulti nei confronti di un territorio chiaramente svantaggiato dallo Stato, o abitato da una minoranza che non ha gli stessi diritti di altri cittadini, sono chiaramente discriminatori.
Un secondo criterio consiste nel verificare se un determinato territorio è sistematicamente attaccato rispetto a un altro. Ad esempio, se i tifosi di tutti i club di un campionato attaccano lo stesso territorio (supponiamo il “Sud”), allora il Sud è chiaramente più discriminato, più di quanto non accadrebbe se il Sud attaccasse normalmente le squadre del Nord, Est e Ovest e i tifosi di queste ultime si attaccassero fra loro.
Nel primo caso, si parla di azioni basate su un’ideologia e pertanto chiaramente di natura razzista e discriminatoria. Nel secondo caso, l’utilizzo di cliché e stereotipi deriva dalla logica del gioco stesso ed è alimentato da pura stupidità, crassa ignoranza o eccessivo umorismo, ma non da un’ideologia […]

Lo studio non arriva a una sentenza, pur contenendola tra le righe, ma invita tuttavia a tollerare il fenomeno piuttosto che combatterlo.

[…] Il fenomeno della discriminazione territoriale resta di difficile soluzione. Le opinioni su come contrastarlo divergono sensibilmente.
[…] In conclusione, la decisione più saggia sulla discriminazione territoriale consiste forse nel tollerare, temporaneamente, queste forme tradizionali di insulto catartico non rivolto contro minoranze soggette a varie forme di esclusione. Allo stesso tempo, le situazioni variano significativamente da una cultura regionale/nazionale all’altra, il che impedisce di trovare una soluzione universale a questa specifica questione […]

“Insulto catartico”, cioè purificatorio. Così è definita la discriminazione territoriale. Da tutto ciò non si può non percepire una volontà partigiana di spegnere le accuse di razzismo alle tifoserie delle squadre del Nord che attaccano Napoli, in particolar modo, e il Sud. Un tentativo promosso proprio da un club rappresentativo del Nord, nella cui curva si annidano non solo torinesi e piemontesi ma persone originarie di tutte le zone d’Italia e che, per questo, dovrebbe rappresentare un modello di integrazione etnica, e invece fa tutt’altro. Un club che farebbe meglio a guardare in casa propria e a guardarsi allo specchio prima di analizzare l’intero contesto dal punto di vista sociologico. Un club che ha influenzato il costume, così come la sua proprietà, e che ora cerca di influenzare anche il pensiero.

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Addio a Luca De Filippo

Angelo Forgione Se ne è andato a 67 anni per un male incurabile il figlio del grande Eduardo, attore e regista dal cognome ingombrante, nato sul palcoscenico. Solo un mese fa fu ospite della redazione del Corriere del Mezzogiorno (Clicca qui per guardare il video), chiarendo il suo amore conflittuale con Napoli, non troppo diverso da quello che nutriva il padre.

«Napoli? Amarla significa anche criticarla, e io lo faccio proprio perché le voglio bene. Ma per me è sempre la prima città, nel bene nel male, e tocca delle corde in me che mi fanno sentire vivo, mi fanno ritrovare all’interno di una cultura che mi piace e in cui mi riconosco.» 

Sì, è verissimo… Napoli, e non solo Napoli, perde un altro grande frammento di umanità artistica. Luca, come Pino, amava Napoli in maniera asciutta, senza ridondanza e con severità genitoriale; si riconosceva nella sua espressione trimillenaria, ma detestava chi nel coro stonava. Nel solco del padre, era vicino ai giovani a rischio e lontanissimo dalla politica del nulla. Dunque, se vogliamo ricordare Luca, potremmo magari riflettere su cosa facciamo nella nostra quotidianità e nella nostra intimità per valorizzare davvero questa città peculiare, che nulla ha da invidiare ad alcuna al mondo; che, semmai, è invidiata per la sua bellezza paesaggistica che solo Rio e Istanbul, e per la sua ineffabile energia, che nasce nel suo ventre magmatico. Un’energia che ha plasmato una Cultura universale che, senza retorica, rende Napoli “diversa” da secoli, sempre se stessa, persino avversata da chi nella cultura non vive. Luca era figlio di questa energia, come tutti i napoletani, e aveva imparato a cibarsene sin dalla nascita, sul palcoscenico paterno. Molti di noi, senza quella sensibilità sviluppata, neanche l’avvertono quell’energia, e non comprendono quale dono sia l’essere figli di Napoli. Luca lo sapeva, invece. Luca era un napoletano consapevole, di Napoli figlio, ma allo stesso padre.

“Odio Napoli” su Facebook, ma il social network non interviene

Angelo Forgione In occasione di un corso di aggiornamento organizzato dall’Ordine dei Giornalisti della Campania, l’incontro con lo staff italiano di Facebook per approfondire l’uso professionale del popolarissimo social network è stata l’occasione per segnalare la superficialità con cui vengono giudicate le segnalazioni di gruppi e pagine inneggianti all’odio e al razzismo verso i napoletani. Tali segnalazioni non vengono accolte perché le regole internazionali di Facebook non tutelano le minoranze, e Napoli viene considerata tale. «È istigazione all’odio», ho detto alla mia interlocutrice. «Prendo nota» la risposta. Il co-relatore, giornalista di professione, ha precisato che «Napoli non è una minoranza».

 

Antonello Venditti: «Amo i napoletani». Quel giorno in cui la Roma vinse lo scudetto e il Napoli retrocesse…

Angelo Forgione – «Sali con me sul palco per ricordare tuo figlio». È l’invito di un romanista doc come Antonello Venditti rivolto ad Antonella Leardi, madre di Ciro Esposito, vittima dei colpi di pistola esplosi all’esterno dello stadio Olimpico di Roma prima della finale di Coppa Italia del 2014. L’incontro radiofonico è avvenuto a La Radiazza di Gianni Simioli (Radio Marte), e a qualcuno è parso un atto di piaggeria in vista della prossima data napoletana del tour del popolare contautore romano e romanista. E invece Venditti, che ha vissuto gli anni del bellissimi gemellaggio Napoli-Roma, ha sempre dimostrato spontanea simpatia per Napoli e per i napoletani; lo dimostra quel che disse a Radio Rai il 27 giugno 2001, giorno dello scudetto della Roma e della retrocessione del Napoli, decretata a Firenze ma “decisa” una settima prima dai giallorossi con un pareggio al San Paolo e dalle manovre illecite di Tanzi e Pastorello in Parma-Verona. Non ho mai dimenticato che in una rassegna radiofonica di tifosi vip della Roma euforici, Antonello Venditti ebbe un pensiero spontaneo per i tifosi napoletani in disgrazia. Quel moto di affetto di un simbolo romanista per una tifoseria rivale che soffriva mi colpì per sensibilità e sportività, elementi che andrebbero riscoperti non solo nel Calcio. Ho raccontato quell’episodio di più di quattordici anni fa in radio per sottrarre la sincerità di Antonello Venditti dai pur leciti dubbi. Il resto è valutazione soggettiva di ciò che ruota attorno a quella che è di fatto una stupida “guerra” in cui sono finite due città del Calcio meridionale. Una guerra che ha prodotto un morto, un ragazzo per cui si attende giustizia. E che sia presto.