Cenno storico sulle opere pubbliche nel Regno di Napoli

Angelo Forgione – È stato pubblicato in tiratura limitata un “Cenno storico delle opere pubbliche eseguite nel Regno di Napoli sotto l’augusta dinastia dei Borbone” (Stamperia del Valentino, Napoli), una riedizione di uno scritto del 1857 che sconfessa l’immobilismo borbonico e getta nuova luce su aspetti propagandistici che ancora oggi creano ostacoli alla ricerca della verità storica. La pubblicazione contiene una mia postfazione in cui analizzo la discussa politica di Ferdinando II, cercando di fornire un valido aiuto per comprendere quel tempo e questo che viviamo.

Postfazione di Angelo Forgione
 
     Da grande appassionato di cultura di Napoli ho indagato molto per comprendere quanto anche la sua storia fosse articolata e affascinante. La Città è stata protagonista tra il Seicento e il Novecento di un’incredibile produzione culturale sviluppata in un territorio senza peso politico nello scenario europeo e penalizzato da una piattaforma sociale molto complessa. L’Unità l’ha vista protagonista, nel momento in cui era di fatto l’unica metropoli europea d’Italia, meritevole del ruolo di capitale che invece Torino prese per sé. La dinastia borbonica è stata ovviamente rivestita di una considerazione non lusinghiera, che è però, a distanza di un secolo e mezzo, in fase di una più attenta rivisitazione, quanto mai necessaria. Cosa accadde veramente in quel preciso periodo storico? Erano quei sovrani dei tiranni reazionari e assolutisti da condannare tout court o semplici pedine sullo scacchiere geopolitico europeo dell’epoca non in grado di opporsi a un progetto politico-economico su scala internazionale? L’errore da non commettere è quello di descrivere il Mezzogiorno peninsulare d’Italia alla vigilia dell’Unità come una sorta di terzo mondo immerso in quel retrogrado immobilismo che sarebbe stato imposto da Ferdinando II. La visione degli sconvolgimenti ottocenteschi merita di uscire dalla narrazione celebrativa del potere affermatosi in seguito, per contemplare un quadro più complesso a tinte diverse e variopinte, una tela sorprendentemente attuale di cui Napoli è parte non trascurabile.
     Il continuo collasso dell’economia italiana dei nostri giorni, già penalizzata da un più ampio processo occidentale, fornisce una chiave di lettura dell’operato del quarto sovrano borbonico di Napoli, la cui politica protezionistica, accusata dalla storiografia liberale, fu ispirata dal giurista Luigi de’ Medici, presidente del consiglio dei ministri dal 1816 fino alla morte del 1830. L’esperienza governativa del capo di governo mirò al risanamento delle finanze e al rafforzamento della flotta mercantile, e questi due obiettivi programmatici consentono di capire meglio l’azione del Re.
     La prima metà dell’Ottocento è il periodo storico in cui l’economia europea si plasmò secondo i precisi dettami in cui siamo oggi immersi. Il secolo precedente aveva fornito due paradigmi assoluti: quello fondativo di Antonio Genovesi a Napoli, ovvero l’Economia Civile, e quello immediatamente successivo dell’Economia Politica dello scozzese Adam Smith, considerato erroneamente il primo economista classico e padre dell’Economia moderna. In realtà, i primi fondamenti furono posti nel Regno di Napoli da un intellettuale la cui opera è stata in buona parte eclissata per motivi evincibili da una più attenta riflessione sui tragici problemi che affliggono la Comunità Europea di oggi e, soprattutto, un Mezzogiorno che non riesce a riavviare il suo motore economico. Genovesi osservò la società napoletana del Settecento, individuando i freni alle sue ottime potenzialità e considerando l’economia un affare civile, quindi del popolo, che desse opportunità a tutti, in modo da bandire l’assistenzialismo degenerativo. Creò i presupposti per l’implosione del sistema feudale, per l’avvio dell’iniziativa privata e il libero commercio, e per le trasformazioni sociali di fine Settecento e dell’Ottocento. Smith fece altrettanto, ma, dovendosi preoccupare di una base sociale britannica meno problematica di quella napoletana, considerò l’economia un affare politico, ovvero statale ed elitario, proponendo un liberismo più integrale. La cattedra economista di Genovesi sfornò i più noti riformatori del Mezzogiorno, che avrebbero costituito l’ossatura della Scuola Napoletana di Economia. Non a caso, nel 1778, ispirata dal Supremo Consiglio delle Finanze, composto dagli economisti napoletani e preposto a dare impulso alle riforme economiche e sociali nel Regno, fu istituita da Ferdinando IV la Borsa Cambi e Merci, la prima Borsa Valori d’Italia, una delle più importanti d’Europa grazie alla presenza del porto, alle stabili relazioni internazionali e, soprattutto, agli investimenti degli enormi capitali della ricca famiglia ebreo-tedesca Rothschild. La famiglia dei grandi banchieri di Francoforte, in quel periodo, s’insediava nelle città più importanti d’Europa, là dove poteva avviare grandi affari, potendo contare sulla possibilità di trasferire i prestiti inglesi ai più importanti Stati europei che necessitavano di finanziamenti. Oltre alla casa madre di Francoforte, crearono fortune commerciali a Londra, Parigi, Vienna e Napoli, dove si trasferì Carl, uno dei fratelli Rothschild. Fu ben accolto da Ferdinando IV, ormai I delle Due Sicilie, traumatizzato dalle due destituzioni di inizio Ottocento e dai moti costituzionalisti del 1820-21, sedati con l’ausilio delle truppe austriache inviate nel Mezzogiorno d’Italia nell’età della Restaurazione post-napoleonica, che assicurarono la stabilità del trono borbonico. Per pagare circa trentacinquemila soldati di Vienna, rinforzati da tre reggimenti di fanteria svizzera, il Re necessitò di ingenti prestiti, e la famiglia Rothschild li garantì. Nel 1830, anno dell’incoronazione del ventenne nipote Ferdinando II, il de’ Medici era da poco deceduto e l’esercito straniero aveva lasciato il Regno delle Due Sicilie, dopo aver stanziato per un decennio, comportando notevole aggravio per le casse dello Stato e un forte disavanzo pubblico definito “debito galleggiante” per via della sua prolungata persistenza. Come dovremmo chiamare il disavanzo italiano dopo un secolare e costante allargamento?
     Il nuovo Re ereditò un grosso deficit che si mise in testa di risanare seguendo la politica dettata dal defunto de’ Medici, e lo fece brillantemente, attuando delle misure oculate e pareggiando il bilancio nel 1845. Gran contributo al risultato lo diedero le trattenute sulle pensioni e sugli stipendi amministrativi e dei ministri, nonché i tagli dei costi delle amministrazioni dei ministeri. A quel punto diminuì le tasse esistenti invece di istituirne di nuove, protesse le fasce più deboli e non arrecò danni all’industria nascente, evitando di soffocare l’attività d’impresa. Con molta cautela, avviò un lento e controllato sviluppo infrastrutturale, mirato a contenere la spesa pubblica e a generare la disponibilità monetaria dello Stato meridionale, che risultò, al momento dell’Unità, in quantità doppia rispetto a quella di tutti gli altri Stati italiani messi insieme. Si concretizzò in poco più di un ventennio il passaggio dall’orlo del fallimento alla solida economia del Paese col debito pubblico più esiguo d’Europa, strumentalizzata da una propaganda di quel tempo e da una certa agiografia postuma per motivare un immobilismo di propaganda che, in realtà, non esisteva. Annullato il deficit, in occasione dei moti rivoluzionari del 1848 qualcosa di significativo accadde: gli investitori internazionali, su forte pressione inglese, misero in atto un “cartello” finanziario contro la Borsa di Napoli e i titoli del debito pubblico del Regno delle Due Sicilie. Perché?
     Ferdinando II, incosciente della sfida lanciata agli odiati inglesi, che chiamava “baccalaiuoli”, non volle aderire alla smodata competizione liberista dei Paesi europei ma portò avanti un controllato programma infrastrutturale che, se da un lato penalizzò la velocità di modernizzazione delle Due Sicilie rispetto al resto d’Europa, dall’altro garantì una spesa verificata necessaria a tener lontano l’insorgere di una nuova crisi del debito. Le potenze d’Europa, al contrario, spendevano molto più di quanto avevano in cassa, aderendo al sistema economico capitalista in affermazione a quel tempo, indebitandosi presso le banche private e alimentando gli affari dei grandi banchieri e delle potenze ricche da cui piovevano i finanziamenti. Questo fece il Regno di Sardegna, impegnato in dispendiose guerre e nella sfrenata realizzazione di opere pubbliche come la rete ferroviaria, non potendo contare su quelle rotte del mare che nel territorio borbonico erano ben sviluppate e consentivano lo spostamento delle merci e una più lenta realizzazione delle strade. Gli altri Paesi iniziarono a creare le voragini nei conti pubblici, avviando l’Europa alle problematiche sociali dei nostri giorni, tra imbrigliate politiche monetarie e indeboliti poteri tradizionali.
     Ferdinando II, convinto che il suo Regno chiuso dal mare e dallo Stato pontificio potesse essere tenuto lontano dai conflitti europei, fu certamente miope nella sua spavalda visione dello scenario politico internazionale, pensando di poter agire indisturbato e di poter governare a modo suo, senza suscitare antipatie, in un contesto in cui il capitalismo britannico iniziava ad allineare la politica economica della nuova Europa e il ceto medio auspicava maggiore slancio. I tagli alla spesa offrirono un avanzo che fu destinato ad accrescere i fondi per le necessarie opere pubbliche, e ne furono realizzate tante soprattutto nel territorio peninsulare del Regno. Certo, se ne sarebbero potute realizzare di più, perché la disponibilità economica lo consentiva, ma il Re preferì assicurare stabilità al Regno ed evitare il rischio di ricondurlo nelle condizioni in cui l’aveva ereditato.
     Il quadro proposto in questo volume indica proprio che il Regno delle Due Sicilie preunitario era ben distante dall’immobilismo – semmai più aderente allo Stato vaticano – e che i ventinove anni di trono di Ferdinando II furono periodo di conquiste civili importanti, non solo per Napoli ma anche per il resto del Regno. L’uomo che le guidò, per certi aspetti, andrebbe preso a modello da politici e cosiddetti tecnici dell’Italia di oggi, canalizzati nella globalizzazione dei mercati da soggetti opachi che frenano le funzioni pubbliche, incapaci di affrontare l’ingente passivo delle finanze se non accrescendo massicciamente il carico fiscale e colpendo le fasce più deboli, generando riduzione del Prodotto Interno Lordo e dilatando sensibilmente i tempi di realizzazione delle necessarie opere pubbliche. A Napoli, a metà dell’Ottocento, si andava nella direzione opposta, verso una vera spending review fatta di tagli mirati e abolizione di privilegi per i funzionari pubblici. Un vero risanamento delle casse dello Stato di cui necessita oggi l’Italia boccheggiante, che nulla fa per recuperare gli insegnamenti dell’Economia Civile napoletana, quella che crea posti di lavoro, rispetta i lavoratori, protegge l’ambiente, migliora i beni e sviluppa i servizi.
     L’esperienza descritta dimostra che per modernizzare un Paese non bisogna spendere ma spendere bene. Queste pagine possono aiutare ad acquisire quest’ottica e rivedere positivamente il non troppo lontano passato di Napoli.

L’immagine di copertina scelta dall’editore è una gouache del Tondo di Capodimonte dell’Ottocento, epoca in cui fu realizzato. Il raffronto con una foto contemporanea evidenzia l’edificazione selvaggia e lo sviluppo della sottocultura del brutto, che hanno cancellato la vista panoramica dalla scalinata. I Borbone, come evidenziano le vicende del corso Vittorio Emanuele a Napoli, antico corso Maria Teresa (approfondimenti su “Made in Naples” – Magenes, 2013), erano molto attenti a preservare la risorsa panoramica della città, riconosciuta in tutt’Europa.

capodimonte

Bagno di folla per il lavoro di Nadia Verdile su Carditello

Giovedì 5 giugno, al teatro Don Bosco di Caserta, è stato presentato il libro La Reggia di Carditello, tre secoli di storia e feste, furti ed aste, angeli e redenzioni di Nadia Verdile, edito da Ventrella Edizioni. Sala colma di circa cinquecento persone, entusiaste per le parole dell’autrice, esperta di storia del territorio e delle sue figure femminili. Sul palco anche Massimo Bray, ex ministro dei Beni Culturali, sensibile alla significato della Real Tenuta di Carditello, riacquistata dallo Stato sotto il suo dicastero. E poi Aldo Balestra, responsabile della redazione locale de Il Mattino, e Stefania Battistini, inviata della trasmissione Rai Alle Falde del Kilimangiaro. Ha moderato il dibattito Aldo Antonio Cobianchi.
Una rappresentazione teatrale in costume del Settecento ha deliziato il pubblico, con Ferdinando IV e un servo, interpretati da Attilio Nettuno e Vincenzo di Tommaso, a dialogare sulla magnificenza perduta di Carditello. Contributo artistico alla presentazione l’ha dato anche Dafne Rapuano con una “lettura” di una guache inedita dell’Ottocento. Sentito e vibrante il ricordo di Tommaso Cestrone, “angelo di Carditello”, il custode della reggia diroccata morto nella notte della vigilia dello scorso Natale, salutato con uno scrosciante applauso della platea. Anche Carlo e Camilla di Borbone hanno “raggiunto” Nadia Verdile con una lettera di ringraziamento per il lavoro svolto nella scrittura del libro. Lavoro che rappresenta un’ulteriore pietra per la colmata del vuoto conoscitivo della storia del Sud e un nuovo spunto di riflessione sullo sfascio di oggi. Nadia Verdile opera seriamente in questa direzione, e la sua voce è una garanzia indiscutibilmente attendibile.

Forgione – Borrelli, vivace contraddittorio sulla “margherita”

fiordimargherita_8Angelo Forgione – La pizzeria Sorbillo ha festeggiato 125 anni della pizza “margherita”, una ricorrenza lanciata da Coldiretti, la quale ha voluto richiamare l’attenzione sulla sofisticazione dell’alimento più famoso al mondo, la pizza, simbolo del made in Italy a tavola, servita in due terzi delle pizzerie italiane con prodotti stranieri.
A la Radiazza, la popolare trasmissione radiofonica di Gianni Simioli sulle frequenze di Radio Marte, ho contestato a Francesco Borrelli, collega giornalista, la compartecipazione al falso storico sull’età della “margherita”, su fonti storiche documentali e normative continuamente ignorate. La lettera del capo dei servizi di tavola della Real Casa Camillo Galli, che nel 1889 convocò il cuoco Raffaele Esposito al Real Palazzo di Capodimonte perché preparasse per Sua Maestà la Regina Margherita le sue famose pizze, sancisce l’italianizzazione della pizza “margherita”, che si faceva già da tempo a Napoli, e fu offerta alla sovrana sabauda per i suoi colori. L’operazione “margherita” di Raffaele Esposito servì a sdoganare l’alimento pizza in Italia prima e nel mondo poi, ma il parto della pizza con mozzarella, pomodoro e basilico è lontano già due secoli.

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Alla Pizzeria Lombardi l’Illuminismo Partenopeo per il Pizzafestival

Il Pizzafestival è il Festival Internazionale della Pizza, legato all’Associazione Verace Pizza Napoletana. L’evento, che partirà il 27 maggio, terminerà il giorno 30, giorno in cui l’Associazione celebrerà i suoi primi 30 anni di attività.
La Pizzeria Lombardi parteciperà all’iniziativa con due importanti eventi: mercoledì 28 con “l’Illuminismo Napoletano” ed il giorno successivo per “il 100% Pizza”. Un percorso fatto di tradizione e di ricercatezza che ha più di 100 anni.

  • 28 Maggio – Illuminismo Partenopeo: l’evento è dedicato alla storia napoletana del 700, del suo massimo splendore e del suo periodo più florido; grazie alla partecipazione delle cantine Mastroberardino SPA verrà presentata in esclusiva la Pizza “Luce di Partenope”, nata da un’idea di Enrico Lombardi; all’evento sarà presente anche lo scrittore Angelo Forgione, autore del testo Made in Naples, che attraverso questa sua ultima fatica sta dando grosso impulso alla riscoperta della cultura illuminista napoletana e dell’orgoglio partenopeo;

Menu della serata:
– Alici fritte del Golfo
– Pizza “Gigi” con pomodorini freschi del Vesuvio e Bocconcini di Bufala.
– Pizza “Luce di Partenope”: una pizza speciale creata appunto per il Pizza Fest. Fatta con polpa di riccio, fior di latte, cozze e ciuffetti di ricotta di bufala. In abbinamento alle pizze, ci saranno un Greco di Tufo DOCG ed un Lacryma Christi Rosso DOC delle Cantine Mastroberardino SPA.
– In conclusione Sfogliatella Napoletana accompagnata da un Passito “Mélizie” Mastroberardino.
Prezzo della serata 18,00€ e prenotazione Obbligatoria.

Via Foria 12/14 – Napoli
info@pizzerialombardi.it
http://www.pizzerialombardi.it
Phone: 081.45.62.20

Renzi e le sue contraddizioni

«La Germania ha unito Est e Ovest. Noi ancora burocraticamente borbonici»
Due settimane fa aveva elogiato il modello delle Due Sicilie.

Angelo Forgione – Ci ha messo dodici giorni il premier Matteo Renzi, trionfatore indiscusso delle votazioni europee, per cadere in contraddizione. Il 14 maggio era stato a Napoli, in prefettura, e si era riferito al modello borbonico delle Due Sicilie per il rilancio del Sud, seppur apparendo già contraddittorio rispetto ad alcune sue dichiarazioni del passato. Storico Matteo! Non lo aveva fatto nessun Primo Ministro o alta carica dello Stato in 153 anni di storia unitaria.
Durante la trasmissione Rai Porta a Porta del 26 maggio, Renzi, da forza emergente al tavolo dell’Unione Europea, ha parlato di rapporti tra Italia e Germania in chiave continentale, anticipando le sue intenzioni rispetto alla cancelliera Angela Merkel. Ed eccolo di nuovo giocare con le parole:
«Siamo in grado di andare dalla Merkel e dire “questa è la semplificazione della pubblica amministrazione italiana, che non può essere borbonica”?».
Certo, si tratta di uso di una parola sbattuta sul dizionario con l’accezione denigratoria della Storia del Sud che ormai non regge più, come da Renzi stesso evidenziato. E pure il suo predecessore Enrico Letta, nel corso del summit dei capi di Stato e di governo dell’Ue dello scorso ottobre, aveva affermato che «bisogna lavorare affinché l’Italia non sia guardata più come il Paese più burocratico e borbonico». Inutile – ma non lo è – ricordare ancora una volta che la burocrazia italiana è sabauda, non borbonica, e che sono stati i piemontesi a imporre e condurre la loro Italia, non i napoletani.
Renzi sia più fedele a quel che dice e non metta maschere diverse in base al palcoscenico che calca. Tanto più se cita l’esempio dell’unione tedesca, vera: «La Germania, negli anni Duemila, che cosa ha fatto? Ha fatto quello che noi non abbiamo fatto: ha fatto delle riforme strutturali per unificare Est e Ovest, investendo fortemente sul mercato del lavoro, e adesso è leader in Europa e fa registrale percentuali di crescita come nessun altro Paese».
Tutto giusto, tutto perfetto, a parole. Dunque, Renzi, ha la ricetta per unire l’Italia – ma non da oggi – e sa come cancellare il divario Nord-Sud, anche quello di stampo sabaudo, non borbonico. Se non lo farà, la colpa non sarà della Merkel.

tratto da Made in Naples (Magenes, 2013):
Sono stati i Savoia a governare l’Italia piemontesizzata per circa ottantacinque anni, non i Borbone. Dunque, può mai essere borbonico il retaggio governativo della Nazione italiana? La burocrazia italiana non è borbonica ma, semmai, figlia di quella sabauda e piemontese instaurata negli anni del Regno d’Italia, esasperata e finalizzata alla sparizione di soldi pubblici. Un modo d’intendere l’amministrazione statale da cui derivò una sfrenata “creatività” tributaria a Torino e la necessità di unirsi con chi aveva i conti in ordine e poche tasse. Perché, dopo il 1855, il Regno di Sardegna non compilò più il bilancio statale? Forse “per oscurare le informazioni”, come denunciò nel 1862 l’economista Giacomo Savarese. Fu questa l’origine del debito pubblico italiano, prettamente piemontese, come conferma la ricerca Un’Italia unificata? – Il Debito Sovrano e lo scetticismo degli investitori di Stéphanie Collet, pubblicata nel luglio 2012.

Ferrero restaura i monumenti del Canova

sperando nelle recinzioni e nelle targhe descrittive

Angelo Forgione – Nutella, Nocciola, Napoli. La crema gianduia spalmabile compie cinquant’anni e festeggia con un doppio evento il 17 maggio ad Alba, dove è nata, e il 18 a Napoli, dove è più consumata. Questo è il motivo ufficiale per cui la Ferrero ha scelto piazza del Plebiscito per il suo mega-concerto con la star Mika. Nessuna motivazione recondita legata al territorio, neanche l’utilizzo della materia prima: le nocciole lavorate non sono quelle rinomate della Campania che diedero vita al tributo austriaco dei wafer “neapolitaner” di Josef Manner. Benvenga l’invasione dei golosi napoletani, lì dove la Ferrero si farà carico del restauro dei due monumenti equestri borbonici del Canova (e Calì), imbrattati e umiliati da tempo. Sperando che arrivino finalmente anche le targhe divulgative ai piedi dei basamenti e delle recinzioni efficaci, unico deterrente efficace contro i vandali già impiegato con successo per Dante e Paolo Emilio Imbriani.

Carlo di Borbone legge Made in Naples

Angelo Forgione – Fa indubbiamente piacere sepere che Made in Naples abbia donato nuove emozioni e conoscenze anche a Carlo di Borbone, Duca di Castro. Ricevo dal Commendatore A. Santaniello la lettera dello scorso dicembre di ringraziamento e apprezzamento per il dono ricevuto.

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La sanità al tempo dei Borbone

Angelo Forgione – Fino al 13 luglio, al Museo delle Arti sanitarie di Napoli, sito nel complesso di Santa Maria del Popolo degli Incurabili, è visitabile la mostra “La sanità al tempo dei Borbone”, organizzata dall’associazione culturale “Il Faro di Ippocrate” e dedicata alla storia della Scuola Medica Napoletana, allla rete assistenzialistica partenopea e alla formazione della professione del medico negli anni del Regno borbonico.
L’evento rende omaggio alla tradizione medica che diede lustro al Sud tra il 1734 e il 1860, ricostruendo l’intera pagina sanitaria nel Mezzogiorno, all’avanguardia nell’Europa dell’epoca. La prima assistenza sanitaria gratuita italiana (promossa da Ferdinando IV), la percentuale di medici per numero di abitanti più alta di tutto il resto d’Italia (9.500 tra medici e chirurghi per 9 milioni di abitanti, rispetto ai circa 7.000 professionisti della sanità per i 13 milioni di cittadini della restante Italia) e la più bassa mortalità infantile del territorio italiano la dicono lunga sul sistema sanitario borbonico. Due esempi storici di eccellenza: nel 1777 il Regno delle Due Sicilie sostenne una campagna vaccini contro il vaiolo per due milioni di persone; nel 1813 Aversa fu sede del primo ospedale psichiatrico italiano. Nonostante questa grande tradizione meridionale, peraltro risalente alla Scuola Medica Salernitana del XII secolo, con l’avvento dei Savoia e l’unificazione italiana i medici dell’ex Regno delle Due Sicilie furono obbligati a ripetere l’esame di idoneità alla professione medica. Gli atti che testimoniano questa pagina nera dell’Unità sono riuniti nella “bacheca della vergogna”.
Il campionario di curiosità è enorme: strumenti medici del tempo (apparati per lavande gastriche e clisteri, cassette chirurgiche militari, armadietti con boccette di farmaci del tempo, ecc.), busti dei medici illustri (Cirillo e Cotugno su tutti) e diverse curiosità, come il kit di pronto soccorso da passeggio per fronteggiare le emergenze in strada, il bastone corredato di siringhe, medicazioni e bisturi. In mostra anche alcuni modelli anatomici usati dagli studenti di medicina dell’epoca, e poi documenti, testimonianze e trattati di ogni genere. Sei le tappe tematiche: dai luoghi della sanità napoletana alla formazione professionale nelle province del Regno, dai singolarissimi cimiteri antichi ai tanti reclusori, per concludere con le prime “Case dei pazzi”, L’Ostretricia e la Medicina sociale. Una sezione a parte è dedicata al capitolo della peste.
Non va dimenticato che la buona tradizione sanitaria napoletana è proseguita anche dopo l’Unità d’Italia. Emblematici i casi di Vincenzo Tiberio e Arnaldo Cantani, veri padri dell’antibiosi nella Napoli post-unitaria ben prima di Fleming, i primi a condurre validissimi studi che condussero alla scoperta della penicillina (maggiori informazioni su Made in Naples – Magenes 2013).

info: 081 440647
lunedì – venerdì / 9.30 – 13.30 / ingresso gratuito
info@ilfarodippocrate.it
http://www.museoartisanitarie.it

Tempo di Pastiera, tempo di profumi e sorrisi.

Angelo Forgione – Tempo di Pastiera, tempo di profumo nell’aria di Napoli… e di sorrisi.
Il dolce pasquale napoletano è una vera sfida tra massaie a chi la fa più buona, vantando la custodia e il rispetto della vera ricetta. C’è chi, alla ricotta, mescola le uova sbattute; c’è chi invece sostituisce l’aggiunta con crema pasticcera. Ma il giudizio non è mai unanime. L’unica certezza è che la pastiera va preparata il Giovedì Santo, al massimo il Venerdì, per consentire l’esaltazione degli aromi. Il resto è rito.
Le primissime versioni della Pastiera risalirebbero addirittura alla Neapolis romana, accompagnanti le feste pagane per la celebrazione dell’ingresso della primavera. Così come la conosciamo oggi, nasce nei monasteri dei decumani, per mano delle suore che ne simboleggiarono la Resurrezione di Cristo. Quelle del convento di San Gregorio Armeno erano considerate vere e proprie maestre nella sua preparazione, ricca di profumo e sapore che significano la Primavera. Il grano cotto, l’acqua di fiori d’arancio, il limone, il cedro e l’arancia candita, la cannella e la vaniglia. Cosa c’è di più profumato al mondo? Provate ad entrare in una casa napoletana nei giorni che precedono la Pasqua, e ve ne renderete conto.
L’esplosione dolciaria al tempo dei Borbone diede ancora più slancio all’ormai nobile dolce. Pare che la regina Maria Cristina di Savoia, la “Regina Santa” di cui si diceva che non sorridesse mai, cedette alle insistenze del marito Ferdinando II, ghiotto del dolce pasquale. Ne assaggiò una fetta e sorrise. Il re esclamò: «Per far sorridere mia moglie ci voleva la Pastiera, ora dovrò aspettare la prossima Pasqua per vederla sorridere di nuovo».

I 22 siti reali dei Borbone finalmente in mostra

Dopo aver cercato a lungo una degna sede, dal 17 al 24 aprile 2014, nel complesso moumentale del Belvedere di San Leucio, andrà finalmente in scena la mostra evento “22 Double Two Siti reali Borbonici in Campania: la storia dimenticata”, curata da Miria Amalia Di Costanzo e Raffaella Forgione, con scatti fotografici di Antonella Maiorano. L’evento racconterà la bellezza e il significato non solo artistico dei 22 siti reali borbonici in Campania, per esaltarne la capacità attrattiva dal punto di vista turistico, per educare al rispetto e alla valorizzazione della storia e dei monumenti, per evidenziare il ruolo di Napoli capitale del Regno delle Due Sicilie e per denunciare il degrado e l’oblio di un simile patrimonio semi-sconosciuto, che in qualsiasi paese del mondo sarebbe stato valorizzato e reso fruibile.
La mostra proporrà una serie di pannelli fotografici, con scatti artistici dei siti reali, e di pannelli documentaristici, frutto di un’attenta ricerca archivistica e bibliografica. Protagonisti assoluti saranno il Palazzo Reale di Napoli, la Reggia di Capodimonte, la Reggia di Portici, la Villa Favorita di Ercolano, la Real Fagianeria di Resina e la Villa d’Elboeuf a Portici, il Palazzo d’Avalos nell’isola di Procida, il Palazzo Reale nell’isola d’Ischia, la Real Tenuta degli Astroni, il Real Casino di caccia di Licola Borgo, il Real Palazzo di Venafro (un tempo in Terra di Lavoro, in Campania, ed oggi appartenente alla provincia d’Isernia), la Real Tenuta di caccia e pesca di Torcino a Ciorlano, le Reali Cacce del demanio di Cardito con la Real Delizia di Carditello in San Tammaro, il Real Sito di Persano a Serre, la Real Tenuta di Maddaloni con i ponti della valle, la Real Fagianeria di Caiazzo, la Reggia di Caserta, il Real Sito di San Leucio, la Casina del Fusaro, la Reggia di Quisisana in Castellammare di Stabia, la Real Tenuta di Falciano ed il Real Casino del Demanio di Calvi.
Il vernissage si terrà nel complesso leuciano giovedì 17 aprile 2014 alle ore 17:30, in partenariato con il comune di Caserta e con l’Assessorato al Turismo e ai Grandi Eventi. Dopo l’introduzione di Barbara Giardiello e i saluti del sindaco di Caserta Pio Del Gaudio e dell’assessore al Turismo e Grandi Eventi Pasquale Napoletano, previsti gli interventi della storica dell’arte Anna Maria Romano e della giornalista e scrittrice Nadia Verdile incentrati sull’universo della corte borbonica e dei siti reali, e una performance teatrale a cura dell’associazione culturale ARTeMIDE. A seguire, l’inaugurazione della mostra scandito da un assaggio di gustose ricette di età borbonica.
Gli orari di apertura al pubblico, esclusi giorni 20 e 22, andranno dalle ore 9.00 alle ore 18.00 (l’ultima visita parte alle ore 16.30). Il Sabato, le visite partono alle ore 9.30,10.45, 12.00, 15.00 e 16.30.

INFO
Telefono: 0823/301817- 273151 Fax: 0823/273182
Numero Verde: 800.41.15.15
E-mail: belvedere@comune.caserta.it
Sito web: http://www.comune.caserta.it/pagina698_belvedere-di-san-leucio.html