Spot D&G folk? A Napoli va bene così!

dolceegabbana_napoliAngelo Forgione Polemiche e pareri contrastanti circa gli spot di D&G girati nel Centro Storico Unesco di Napoli, e precisamente a piazza Sisto Riario Sforza, a ridosso della Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro. La firma è di Matteo Garrone, che ha riprodotto un mercatino rionale invaso dalla musica a ridosso del Duomo, nel quale si inoltrano Kit Harington nello spot uomo ed Emilia Clarke in quello per donna, attorniati da fan in delirio ad ogni passo che li accolgono con proverbiale calore partenopeo. E qui si tratta di scelta, di quale delle due anime di Napoli rappresentare. C’è chi sceglie quella nobile, come ha fatto il regista Ago Panini per la campagna del Ferrero Rocher, e chi quella plebea.
A qualcuno piace. Qualcuno storce il naso, e lo faccio anch’io. Qualcun altro grida allo scandalo e al dramma (ma quanta maleducazione contro Stefano e Domenico). Uno spot è pur sempre uno spot, e calca la mano su determinati concetti pur di colpire lo spettatore. Quello per Dolce&Gabbana va evidentemente nella direzione opposta a quello che ci si aspetterebbe dai due stilisti, cavalcando stereotipi e folclore che è la stessa Napoli, in qualche modo, ad offrire. I soggetti di certi spot, di prassi, vanno preventivamente sottoposti al vaglio delle amministrazioni che concedono i suoli cittadini per girarli. Il fatto è che nulla si intende fare per invertire una tendenza comunicativa su Napoli, e poco si fa per ri-affermare la sua realtà culturale, artistica e monumentale. Lo scorso anno, ad esempio, è stato approntato un Piano Strategico del Turismo, un documento programmatico del Comune con Aeroporto, Federalberghi, Unione degli Industriali e mondo universitario per provare a riprendersi il posto avuto fino a inizio Novecento tra le maggiori città d’arte, per rendere la città vesuviana una delle principali attrazioni europee, sfruttando il flusso turistico che la provvidenza ha iniziato a re-indirizzarle. Si chiama Napoli 2020, e ha una precisa strategia: non guarda all’aspetto più profondamente culturale, come auspicato dal ministro Franceschini nelle sue recenti previsioni per Napoli, ma punterà a sviluppare esclusivamente l’immagine folcloristica. Sì, proprio così. «Napoli non è percepita come città d’arte ma come città peculiare per personalità. I visitatori italiani la considerano una città affascinante e pittoresca, una destinazione unica. Noi rispondiamo a ciò che il mercato turistico sta cercando», disse lo spagnolo Josep Ejarque (FourTourism) in occasione della presentazione del Piano. «Dobbiamo convincere tutti che sia una città che bisogna visitare almeno una volta della vita», aggiunse il manager. Evidentemente si spera di farlo puntando sulla napoletaneria, che è più impattante e attraente, non sulla napoletanità, e lo spot di D&G/Garrone si inserisce perfettamente nel sentiero tracciato, offrendo ciò che i turisti cercano da Napoli, che piaccia o no.
Una curiosità: il protagonista maschile dello spot, Kit Harington, è lontano discendente di Sir John Harington, l’inventore del wc. Significati subliminali.

Parte della tifoseria contesta De Laurentiis, l’uomo che ha portato il Napoli al top

 

Angelo Forgione Finisce (finalmente) il calciomercato e piovono voti alti all’operato del Napoli da parte di direttori sportivi e addetti ai lavori. Mugugna invece una fetta di tifoseria partenopea, e spunta anche un vistoso striscione in città: “non si era mai visto… fai passare un rinnovo per un grande acquisto… ADL buffone”. Dove sta la verità? In questo caso non nel mezzo, perché l’ottica degli esperti di finanza calcistica non è la stessa dei tifosi, che vogliono vincere, non vogliono vedere le sfumature gestionali se non per fare i conti in tasca al conducente, e non vogliono entrare nei dettagli vivi… e più la loro squadra del cuore va vicino al grande traguardo più pretendono che lo faccia. Guai se l’attesa dura troppo.
La verità, dunque, è che la SSC Napoli ha raggiunto davvero l’apice delle sue potenzialità economiche e sta spremendo tutte le proprie risorse. È un club, uno dei pochi in Italia, che fa affidamento sulle sue energie economiche e non si indebita con banche e fondi internazionali, garantendosi il futuro. Insomma, ciò che il Napoli incassa il Napoli spende. Il club si è attestato a 130 milioni di fatturato strutturale da qualche anno, e il problema, ora, è aumentare le entrate per alzare l’asticella. Questo può passare solo attraverso uno stadio di proprietà con strutture ricettive, che ad oggi, ahimè, in una città difficile di teatrini, è solo una chimera. Bisogna dunque abituarsi a questo standard continuo raggiunto, che poco non è, visto che si tratta di uno dei club mai così assiduamente al vertice, un club tra i più in vista in Europa anche grazie al suo progetto tecnico. Ma non ci si può attendere di più.
I rinnovi? Certo che sono cosa grossa, anzi grossissima, quelli di Mertens e Insigne, i cui ingaggi pesano per circa un settimo del bilancio del club, ed è davvero tantissimo! Gli sforzi economici, il Napoli, li sta facendo, certamente commisurati alle proprie possibilità, e quest’estate li ha fatti anche rischiando qualcosa, perché non aveva la certezza ma solo la convinzione di passare il preliminare di Champions League. I diritti tivù e quelli della Champions sono proprio la linfa vitale del Napoli ad alti livelli, e l’alto standard è subordinato al raggiungimento della massima competizione continentale. Ad esempio, se il club non dovesse raggiungerla il prossimo anno dovrebbe certamente rinunciare a parte del patrimonio tecnico. Si può allora discutere di scelte tecniche, non di scelte economiche. Si può discutere di mancanza di una vera alternativa a giocatori fondamentali come Callejon, o di un ricambio in porta che faccia riposare Reina, ma qui entra in gioco la volontà di Sarri, che non ha voluto alterare l’equilibrio perfetto raggiunto lo scorso gennaio, ovvero da quando il Napoli è diventato un meccanismo svizzero. Il resto sono chiacchiere da bar, ma la gestione di un club è una cosa complessa, che va ben al di là del carattere di un presidente e coinvolge anche la realtà territoriale. Ecco, appunto, ve lo ricordo sempre, stiamo parlando del Napoli, Sud Italia, Mezzogiorno, Meridione o che dir si voglia.

L’illuminato di Baviera che fece scoppiare il 1799 di Napoli

Angelo Forgione Nel mio recente libro Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017) grande attenzione ho prestato all’incidenza della Massoneria nei destini di Napoli, di Milano e dell’Italia unita. A prescindere dalla lettura del libro, mi preme evidenziare ai lettori del mio blog la figura di un uomo decisivo nelle sorti evolutive della Libera Muratoria italiana e negli eventi della cosiddetta “rivoluzione napoletana” del 1799, un personaggio di cui nessuno storico ha mai parlato, e così si è incancrenito un aspro dibattito tra due ideologie, quella filo-legittimista e quella filo-repubblicana.

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Sono trascorsi 217 anni da quei fatti che chiusero il triennio giacobino, ovvero il periodo che rese il territorio italiano quello di maggior radicamento delle ideologie patriottiche di Francia, e aprirono una lacerazione storica ancora aperta a distanza di più di due secoli, dividendo ideologicamente filo-giacobini e filo-borbonici del ventunesimo secolo. È però inaccettabile che in questo aspro dibattito, non solo napoletano, manchino ancora gli strumenti di lettura dei fatti, che non possono essere ridotti a un conflitto tra repubblicani e monarchici. Fu prima di tutto un conflitto animato dallo scontro tra Massoneria e Chiesa, se è vero che l’élite repubblicana napoletana fu ispirata in larghissima parte da certi ideali massonici, mentre il popolo, per ripristinare lo status quo monarchico, costituì l’Esercito della Santa Fede guidato dall’impavido cardinale calabrese Fabrizio Ruffo.
L’attivissima Massoneria napoletana del secondo Settecento, la più folta e attiva d’Italia, recitò un ruolo principale nella vicenda del Regno sotto Ferdinando di Borbone, ereditato dal padre nel 1759. Il giovane sovrano sposò Maria Carolina d’Asburgo-Lorena nel 1768, proprio mentre i Fratelli napoletani iniziavano a tradire lo scopo della locale Massoneria cristiana e legittimista, quella di Raimondo de’ Sangro, e cioè il miglioramento dell’individuo, e deviavano verso il miglioramento del governo, impicciandosi di politica e dando vita a un laboratorio di idee per modernizzare l’apparato statale rifacendosi ai sistemi massonici stranieri di Francia, Gran Bretagna e Olanda. Alcuni di loro, tra cui Gaetano Filangieri, Francesco Mario Pagano e Francescantonio Grimaldi, si legarono alle diverse logge nascenti, come pure la giovane Regina, che si circondò di uomini di Massoneria per sganciarli dalle dipendenze di altri paesi e promuovere la formazione di un partito di corte filo-austriaco, in modo da sottrarre il controllo politico al primo ministro Bernardo Tanucci, in frequente contatto con Carlo di Borbone a Madrid. Maria Carolina concesse il suo favore a Francesco d’Aquino, gran calibro tra gli iniziati napoletani, il quale convinse gran parte dei Fratelli partenopei che un’attività latomistica dipendente dai centri stranieri fosse dannosa per la libera nazione napolitana e, godendo dell’appoggio della regnante, costituì nel 1773 la Gran Loggia Nazionale di Napoli, autonoma e cattolica, filoasburgica e antispagnola in fatto di politica estera e legittimista in quella interna. Si trattava chiaramente di una lotta ingaggiata tra logge nazionali di Francia, Inghilterra, Olanda e Austria per l’egemonia nel Mediterraneo, e Napoli era proprio lì, nel cuore dell’interesse geopolitico.
La situazione interna divenne esplosiva con la nascita dell’erede al trono Carlo Tito, nel gennaio 1775, evento con cui, secondo i trattati matrimoniali, si consentiva a Maria Carolina di partecipare al Consiglio di Stato con potere decisionale. Il Primo Ministro, a quel punto, s’impegnò in una feroce persecuzione della Massoneria per indebolire la viennese, che rispose fecendolo pensionare, così guadagnando di fatto la leadership politica.
L’alleanza fra Maria Carolina e i riformisti massoni non durò troppo e si incrinò per i favoritismi della Regina, sottratti a Francesco d’Aquino per offrirli al britannico John Acton, chiamato a Napoli nell’estate del 1778 per riordinare la deficitaria Real Marina. La presenza a corte dello straniero, sempre più ingombrante e potente, entrò in contrasto con quella del napoletano, aprendo una crepa in cui si infilò con grande opportunismo un uomo deputato ad amplificare i dissidi. Si trattava del teologo luterano Friederich Münter, massone danese di origine tedesca, appartenente all’Ordine degli Illuminati, una società occulta nata nel 1776 in Baviera. Si trattava di un’organizzazione paramassonica filo-rivoluzionaria, proibita per le sue idee politico-sociali estremiste e promotrice di un vasto piano eversivo internazionale finalizzato a rovesciare i governi monarchici e le religioni, con l’obiettivo di instaurare un nuovo ordine internazionale. Münter fu incaricato di viaggiare tra il Regno di Napoli e la Sicilia, strategici territori perché governati dalla monarchia borbonica e dalla Chiesa cattolica, con la missione di turbare la Fratellanza napoletana e reclutare i massoni del sud della Penisola. Giunto a Napoli nel settembre del 1785 in veste di vero e proprio agente segreto, Münter incontrò diverse personalità di spicco vicine alla corte, tra cui Gaetano Filangieri e Francesco Mario Pagano, ma anche Domenico Cirillo ed Eleonora de Fonseca Pimentel, rispettivamente medico personale e bibliotecaria della Regina. Approfittando dei malumori sorti, il danese esortò tutti a coinvolgere altri Fratelli partenopei nell’istituzione di un ramo locale degli Illuminati di Baviera, e dovette essere convincente, visto che nel 1786 fu fondata La Philantropia, il primo nucleo di illuminatismo napoletano, una loggia eversiva filo-bavarese che iniziò a seminare le idee repubblicane a Napoli. In una lettera datata 28 giugno 1786, riportata dallo storico massone tedesco Georg Kloss nello scritto Freimaurerey in Italien di metà ottocento, quattro Fratelli napoletani, tra cui proprio il Maestro Venerabile Francesco Mario Pagano, chiesero di essere inseriti nel sistema degli Illuminati perché, spiegavano, dopo aver conosciuto Münter, gli altri sistemi non potevano più soddisfare i loro ideali.
Percorreva l’Italia anche Wolfgang Goethe, anch’egli vicino all’Illuminatismo bavarese. Nei suoi appunti di viaggio, il 20 dicembre 1786, l’intellettuale tedesco scrisse: Trovasi qui il dottore Münter di ritorno dal suo viaggio di Sicilia, ma io ignoro quale sia il suo scopo”. In realtà, un legame profondo univa Goethe e Münter, che erano stati iniziati nello stesso luogo, a Weimar, e nello stesso anno, nel 1783. Si può quindi ragionevolmente pensare che Goethe, interessato allo studio più che alla politica, conoscesse bene gli scopi di Münter, ma che si sia guardato bene da farne accenno per non svelare gli obiettivi della segreta missione. Il teologo rientrò a Copenaghen nel luglio del 1787 e da lì continuò ad auspicare una nuova riforma massonica partenopea, continuando a scambiare lettere con i napolitani, in una delle quali Gaetano Filangieri gli esternò la propria avversione al favoritismo di Maria Carolina per l’influente inglese John Acton.
Partito il Münter, nel 1788 approdò a Napoli un altro illuminato, il triestino Domenico Piatti, banchiere e industriale serico. Si impegnò anch’egli a influenzare i Fratelli napoletani, aprendo un salotto di conversazione per intellettuali, un importante circolo rivoluzionario a via Nardones, nel centro della Capitale. I frutti della semina di Münter erano pronti al raccolto. La sua azione a Napoli diede una più decisa impronta politico-eversiva alla massoneria napoletana, rendendola razionalista e in crescente contrasto con l’orientamento legittimista dei Fratelli più fedeli ai loro sovrani e alla cristianità. Sotto la sua azione, le logge napoletane divennero sette cospirative, e presero a modello la struttura interna, le aspirazioni e le pratiche rituali degli Illuminati di Baviera. Molti di coloro che aderirono alla loggia napoletana filo-bavarese erano proprio coloro che erano stati accolti a corte, a stretto contatto con Maria Carolina, o che avevano sostenuto la politica di Bernardo Tanucci, prima di abbandonare, con il passare del tempo, le posizioni monarchiche e sposare le idee repubblicane. Tra questi anche l’abate vibonese Antonio Jeròcades, massone e agitatore delle logge calabresi, e sostenitore della Regina prima di entrare in stretto contatto con Münter e di iniziare a diffondere gli ideali anti-borbonici.

Antonio Jeròcades

Proprio nel momento in cui si innescavano le prime avvisaglie della Rivoluzione Francese, l’ostilità dei vicini massoni verso la monarchia borbonica crebbe in modo evidente. Furono proprio le logge calabresi, ispirate da Jeròcades, a fornire il primo nucleo di rivoluzionari. Poco bastò a Maria Carolina per accorgersi che i suoi collaboratori della prima ora costituivano ormai una seria minaccia. Una volta avvedutasi delle nuove e avverse tendenze politiche degli uomini a lei vicina, la viennese mutò il suo atteggiamento verso i circoli liberali e spinse Ferdinando ad opporvisi con un nuovo restrittivo editto anti-massonico, con cui furono chiuse di fatto le porte ai traditori di corte.
Con l’assimilazione degli intenti repubblicani, fu automatica la trasformazione delle logge napoletane in centri di aggregazione di uomini prontissimi ad abbracciare i principi politici del Giacobinismo rivoluzionario francese e a mettersi in corrispondenza con le società patriottiche di Francia. Jeròcades, insieme allo scienziato Carlo Lauberg, fondò nel 1793 la Società Patriottica Napoletana, il primo club giacobino della Penisola, di chiara ispirazione filo-francese e di netto orientamento repubblicano. Il movimento partenopeo aprì nel 1794 la fase italiana del giacobinismo insurrezionale, ma venne scoperto e represso duramente con tre condanne a morte. Crebbero in Maria Carolina timori e risentimenti, e la frattura tra monarchia ed élite intellettuale si indirizzò agli eventi del 1799. L’arrivo delle terribili milizie parigine costrinse Ferdinando e Maria Carolina a mettersi in salvo a Palermo, mentre a Napoli il primo ad entrare in contatto coi vertici militari transalpini fu proprio Domenico Piatti, subito impiegato nella Tesoreria della costituita Repubblica Napoletana, deputato a ricevere soldi e oggetti preziosi da girare alle autorità francesi insieme alle opere d’arte e ai reperti archeologici di cui la città degli scavi era piena.
Quando cessò la protezione francese ai giacobini napoletani, garantita fino alla fine dalle scorribande napoleoniche in Alta Italia, l’esperienza della Repubblica terminò, senza aver prodotto alcuna riforma durante i cinque mesi di governo slegato dal basso ceto e dall’identità locale. Con la riconquista della città da parte dei sanfedisti del cardinale Fabrizio Ruffo, la resa dei conti fu repentina, e pure violenta, perché il salvacondotto inizialmente concesso fu cancellato dall’ammiraglio inglese Horatio Nelson, celebre vincitore delle battaglia navale di Abukir contro Napoleoneche agì in un’ottica molto precisa, ovvero quella di innescare una vantaggiosa reazione d’odio tra Napoli e la Francia attraverso la condanna a morte di centodiciannove repubblicani giacobini tra i più estremisti, compreso Domenico Piatti, Francesco Mario Pagano, Domenico Cirillo e Eleonora de Fonseca Pimentel. E così, la coppia reale borbonica, che fin lì avevano modernizzato il Regno e proseguito il lavoro di Carlo di Borbone, passarono alla storia per la crudeltà dimostrata. Indubbiamente, parte della rappresentanza di una classe intellettuale partenopea apprezzata in Europa e oltre fu spazzata via, ma non si trattò di totale azzeramento. Tanti, infatti, furono gli uomini graziati che si recarono in altre città settentrionali ed estere, alcuni dei quali tennero in vita un sostrato massonico da rigenerare in seguito. Molti esuli napoletani rientrarono all’indomani della riconquista italiana di Napoleone, con il loro carico di odio più o meno latente verso i Borbone pronto ad esplodere e a far crollare il restaurato ma sempre pericolante Regno delle Due Sicilie.
Friederich Münter morì nel 1830, in pieno periodo di Carboneria italiana, dopo aver assistito alle evoluzioni della Massoneria napoleonica e alla Restaurazione. Qualche anno fa, lo studioso napoletano Ruggiero Ferrara di Castiglione, docente universitario legato al Grande Oriente, ha donato al Servizio Biblioteca del GOI l’intera corrispondenza di Münter con i massoni del Sud Italia, sostenuta dal 1786 al 1820. Lì sono conservati tutti i particolari di una mutazione genetica e ideologica della Massoneria napoletana, delle cui origini cristiane e legittimiste e dei cui scopi di miglioramento individuale resta solo quel fantastico testamento di pietra che è la Cappella di Sansevero nel cuore di Neapolis.

Dettagli e approfondimenti su Napoli Capitale Morale.

Il timore di lacerare quel che è lacerato

La proposta grillina della “Giornata della Memoria per le Vittime Meridionali del Risorgimento”, approvata recentemente in diverse regioni meridionali, ha suscitato la veemente reazione di una serie di docenti, politici, operatori dell’informazione e della cultura patriottica, tutti contro il cosiddetto “revisionismo sudista a 5Stelle”, colpevole di rimorchiare e poi supportare i racconti di noi scrittori d’altra corrente. Una levata di scudi senza precedenti, perché senza precedenti è l’iniziativa politica del M5S.
Riporto qui una mia risposta al professor Aurelio Musi, docente dell’Università di Salerno, che nell’edizione del 5 agosto de laRepubblica, pagine di Napoli, ha puntato il dito contro il riuscito evento dello scorso maggio a Portici, al quale fui invitato anch’io insieme a Pino Aprile e Gennaro De Crescenzo (Movimento Neoborbonico), pensato dal senatore Sergio Puglia e voluto per far incontrare il M5S campano e la cultura meridionalista. Il professor Musi ha definito quell’incontro “una strana alleanza che di certo non accredita i grillini come fautori di ideali unitari”, neanche in quel giorno fosse stata fondata una società segreta per la secessione. I grillini declassati perché a contatto con noi. Davvero inaccettabile!
Prima di  leggere il botta e risposta tra me e Musi, vi consiglio di leggere prima il suo sfogo su laRepubblica del 5 agosto, cliccando qui.

Il mio intervento dell’8 agosto:

Gentile professore Aurelio Musi,
ho letto e seguito la disputa innescata sulle pagine napoletane di Repubblica circa il presunto uso politico della storia risorgimentale da parte del M5S campano, e non solo campano, e quelle che Lei definisce “prospettive velleitarie” poggianti “sul rifugio nostalgico in quella mitica età dell’oro rappresentata dal periodo borbonico”. Anche se Lei non ha fatto riferimento preciso al sottoscritto, presente in qualità di relatore al da Lei citato evento del 17 maggio a Portici, in cui confluirono politici, intellettuali e una gran folla di ascoltatori per lanciare la mozione per la memoria delle vittime dell’Unità, mi ritengo in diritto e dovere di intervenire per chiarire e precisare alcuni concetti da Lei esposti.
Nessuno dei tre relatori in tema storico parlò in quella giornata di età dell’oro, e mai è accaduto prima di allora. Mai nei miei libri ho scritto in questi termini delle condizioni dell’antico Regno delle Due Sicilie, e piuttosto ho sempre descritto un Sud arretrato quanto il Nord rispetto alle grandi economie delle nazioni guida del progresso europeo ottocentesco, perché le cose, Lei lo saprà certamente, stavano così, e non vi era sensibile differenza tra i nostri Meridione e Settentrione. Il problema è la modalità con cui il vantaggio settentrionale si è poi concretizzato, in rapporto diretto con l’impoverimento meridionale, attraverso l’imposizione di un’egemonia colonialistica del Nord sul Sud.
Non mi risulta che mai Pino Aprile e Gennaro De Crescenzo abbiano detto e scritto qualcosa di diverso da ciò. Ed è proprio qui il punto, perché anche in ottica contemporanea, la nostra incessante e seria opera culturale, peraltro basata su ricerche di archivio e analisi di documenti (siamo ricercatori storici, lo storico è Lei) è finalizzata alla richiesta di una necessaria par condicio tra Nord e Sud che non esiste da un secolo e mezzo, non certo di una secessione separatista. Lei, professore, si preoccupa delle lacerazioni del quadro unitario nazionale, ma non si pone il vero problema: il quadro unitario nazionale è già lacerato, all’origine, e non siamo stai noi che raccontiamo oggi un’altra storia a strapparlo.
Anzi, qualcuno pure poteva ricucirlo, quando si passò dalla Monarchia alla Repubblica, ma anche quell’occasione fu clamorosamente persa, coi soldi del piano Marshall che il presidente di Confindustria, il ligure Angelo Costa, dirottò in gran parte al Nord per la ricostruzione delle fabbriche, negando categoricamente quanto chiese il pugliese Giuseppe Di Vittorio, e cioè che quei danari venissero utilizzati in parti uguali affinché si costruissero anche fabbriche nel Meridione. E invece no, Costa disse che non erano le fabbriche a dover scendere al Sud ma gli operai meridionali a dover salire al Nord. E poi, supportato dall’amico De Gasperi e dai finanziamenti americani, mise su la Costa Crociere. La storia non è mai cambiata, non è una questione di Borbone e Savoia, ma di classi politiche italiane di sempre. E Lei si preoccupa ancora delle possibili lacerazioni?
Mi perdoni, ma non riesco neanche a comprendere il suo ragionamento circa quella che Lei definisce “strana alleanza” tra noi intellettuali revisionisti e il M5S, confluenza che, a suo avviso, non accredita i grillini come fautori di ideali unitari. Se per Lei vale il presupposto per cui è antiunitario chi chiede equità di trattamento tra Nord e Sud, documentando come ciò sia sin qui mancato, allora devo pensare che il Suo sia un preconcetto basato su un clamorosa strumentalizzazione del nostro lavoro, e pure dell’ottica politica dei grillini.
Chiudo questo mio intervento invitandoLa a una riflessione. Qualche pagina successiva a quella su cui era stampato il suo scritto su Repubblica dell’5 agosto era riportata la classifica di vendite relativa al mese di luglio ufficializzata dalla libreria Iocisto di Napoli. Il mio ultimo libro Napoli Capitale Morale figurava al secondo posto tra i non romanzi, dopo essere risultato primissimo tra le novità nella categoria “Storia sociale e culturale” di Amazon. I dati di vendita dei miei precedenti lavori sono altrettanto lusinghieri, per non parlare dei risultati di Pino Aprile, che Lei stesso ha precisato come fenomeno editoriale da capire e da non sottovalutare, e della prolificità pubblicistica del neoborbonico professor De Crescenzo.
Ma non è per autoincensarmi o incensare gli altri due che La informo di certi segnali. Sì, segnali, appunto, e bisogna capirli, insieme ai fenomeni, per poi decidere se sia il pubblico a essere stupido o se si tratti invece di sete di conoscenza, una conoscenza fin qui negata, e che ancora si tenta di negare. Veramente vogliamo pensare che quei pochi che oggi leggono libri in Italia e, nello specifico ancor più triste, a Napoli siano stupidi? Mi sembrerebbe un’offesa davvero troppo grande.

La risposta di Aurelio Musi:

Non ho scritto che i lettori dei libri di Aprile e Forgione siano stupidi. Penso e ho scritto che quei libri non soddisfino un sincero desiderio di conoscenza. Essi, attraverso il processo al Risorgimento e alla Unità, fondamenti del nostro Stato nazione e della sua possibilità di divenire una media potenza europea, falsificano la storia e contribuiscono a lacerare ulteriormente la condizione difficile del nostro vivere in comunità.
Quanto alla nazione napoletana essa è stata una realtà plurisecolare che è stata e va attentamente ricostruita nei suoi caratteri storici e nei suoi fattori di crisi a metà Ottocento. Neo-borbonici e revisionisti di diversa specie ne hanno fatto un mito forse esaltante ma che non porta da nessuna parte se non nel porto delle nebbie e delle illusioni. Ancor più criticabile è infine l’uso strumentale del mito da parte di quelle forze politiche che non hanno nessun interesse per la seria conoscenza storica e pensano in tutti i modi solo a guadagnare più voti.

La mia controrisposta:

Eh, no, caro professor Musi, il confronto, se di questo si tratta, non può esserci se io propongo spunti di riflessione e Lei non entra nel merito dei drammatici problemi di oggi ma ritorna sul processo risorgimentale e sentenzia laconicamente che i miei libri, come quelli di Pino Aprile, non soddisfano un sincero desiderio di conoscenza perché falsificano la storia. Forse non ha letto i miei testi, dove peraltro parlo sempre di passato e presente, e sono costretto a incentrarvi la mia controrisposta per smentirLa.
Il mio primo libro, Made In Naples, uscì nel maggio del 2013, e fu ovviamente lavorato negli anni precedenti. In quel testo, per esempio, proponevo il capitolo “La Protezione Civile e il Governo del Territorio”, in cui, tra l’altro, dedicavo uno studio attento delle leggi antismiche del periodo borbonico e delle “Case Baraccate” in muratura con telaio in legno. Tutta teoria in base ai documenti che descrivevano quel sistema e testimoniavano che certe costruzioni erano ancora in piedi, e ancora lo sono. Qualche tempo dopo l’uscita del libro, con mia somma soddisfazione, l’Istituto per la Valorizzazione del Legno e delle Specie Arboree del CNR a San Michele all’Adige, in collaborazione con l’Università della Calabria, fece un esperimento di resistenza di quelle costruzioni da me descritte come esempio costruttivo, sentenziando che l’eccellente comportamento antisismico rilevato del sistema costruttivo borbonico indicava le “Case Baraccate” quale esempio di costruzione da recuperare nel presente. Capirà che tutto questo significa parlare di passato per proporre soluzione ai drammi del presente italiano, di tutti, non solo del Sud impoverito e arretrato.
Nello stesso libro, di mio pugno, scrissi il capitolo “Le Banconote e i Conti Correnti Bancari”, affermando che i Banchi napoletani erano da considerarsi quali fondatori della banca moderna, e che le “fedi di credito” degli istituti napoletani rappresentassero il primissimo prototipo di deposito bancario. Qui i tecnici sono arrivati anche più tardi, perché solo qualche mese fa, nel giugno del 2017, gli studiosi di finanza bancaria di tutto il mondo hanno certificato quanto io avevo già scritto almeno cinque anni prima.
Solo due esempi utili a impugnare la sua sentenza. I miei scritti, evidentemente, non falsificano la storia, come Lei dice, ma la indagano e semmai anticipano la scienza. Ecco perché sono molto apprezzati. E questo perché raccontano quello che gli altri non hanno la voglia di approfondire e di raccontare, perché temono che ribaltare le certezze precostituite di un Sud arretrato porterebbe a lacerazioni del quadro unitario nazionale.
Chiaramente ho difeso il mio lavoro. Pino Aprile o chicchessia sapranno difendersi da soli, se riterranno opportuno farlo.
Cordialmente.

Una chiacchierata tra storia di Napoli e futuro del Napoli

Michele Sibilla intervista Angelo Forgione a ‘Fuori Gara’ (Radio Punto Zero) del 7/8/17

Caravaggio e il suo periodo napoletano

Angelo Forgione Milano, Roma, Napoli, e poi ancora Malta e la Sicilia. Questo il percorso di Michelangelo Merisi di Caravaggio, diverso in ogni luogo in cui è stato. Il Caravaggio napoletano è senza dubbio già lontano da quello romano, e totalmente distante da quello milanese. Nella sua maturazione influirono certamente i suoi turbamenti personali ma anche, e sensibilmente, l’ambiente partenopeo. Si legge in Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017):
“Iniziò per il milanese un periodo ricco di impegni in un centro in cui vi era lavoro per tutti e dove proprio i ben accolti milanesi e lombardi erano pronti a commissionargli nuovi incarichi. In un primo periodo alloggiò in un’abitazione nei Quartieri Spagnoli, osservando quotidianamente la già complessa umanità dei vicoli, per poi essere ospitato nel panoramico Palazzo Cellammare, la residenza nobiliare a Chiaja della famiglia Carafa-Colonna. Del soggiorno napoletano approfittò per perfezionare le conoscenze anatomiche proibite dalla Chiesa, e così abbandonò definitivamente la lombardità delle sue pur celebri nature morte, sostituendo un certo realismo descrittivo con un più deciso pathos esistenziale dei corpi e un drammatico uso di luci e ombre con cui cavò letteralmente le figure dall’oscurità e superò anche la tecnica applicata nella fase romana. Con il nuovo linguaggio del “tenebrismo”, il Maestro produsse meravigliosi dipinti che suscitarono gran scalpore e influenzarono incisivamente i tanti caravaggisti locali, da Battistello Caracciolo a Jusepe de Ribera, e l’intera evoluzione artistica di Napoli, dando il via a un percorso inarrestabile verso la cultura pittorica barocca.”
Tomaso Montanari, nel video, illustra la Storia e la trasformazione artistica di un artista dannato, il più grande del suo tempo, grande amico del più importante poeta del Seicento, il napoletano Marino.

Clicca qui per vedere il luogo in cui Caravaggio fu aggredito e sfregiato, pochi mesi prima di morire.

Quattro libri da leggere per capire Napoli

Una selezione di quattro libri per capire Napoli nelle sue varie epoche. La Napoli recente, la Napoli dei bombardamenti, la Napoli del grande Settecento e la Napoli di Masaniello. Ovviamente, dopo aver letto Made in Naples e Napoli Capitale Morale.

95 candeline azzurre, anche se se ne festaggiano solo 91

Angelo Forgione Il 25 agosto 1926, Giorgio Ascarelli radunò i soci dell’Internaples Foot-Ball Club nella sede di piazza Carità. Era presidente del club azzurro da un anno, e aveva ereditato la carica da Emilio Reale, che era presente in qualità di socio alla riunione in cui il suo successore propose:
«Pur grati a coloro che sono stati la nostra matrice, l’importanza del momento e la maggiore dignità cui il nostro sodalizio è chiamato mi suggeriscono un nome nuovo, nuovo e antico come la terra che ci tiene, un nome che racchiude in sé tutto il cuore della città alla quale siamo riconoscenti per averci dato natali, lavoro e ricchezza. Io propongo che l’Internaples Foot-Ball Club da oggi in poi, e per sempre, si chiami Associazione Calcio Napoli».
Esisteva già il sodalizio, esisteva già la maglia azzurra, esisteva già la rosa con Attila Sallustro, esisteva già un nome inglese, che fu semplicemente cambiato e italianizzato, accostato al simbolo del Corsiero del Sole. Non nacque nulla di nuovo. L’Internaples era nato nell’agosto del 1922. Il Napoli italianizzato nel nome aveva già 4 anni.

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articoli digitalizzati de Il Mezzogiorno (12-13 e 25-26 agosto 1926)

leggi qui la storia del Napoli

Come Napoli divenne culla dell’archeologia moderna e del Neoclassicismo

Angelo Forgione Interessante puntata di Petrolio (Rai Uno) quella intitolata #petroliosulgolfo del 28/7/17. Tra bellezza portata alla luce e creata nel Settecento e brutture del Novecento (a buon intenditor poche parole; ndr), la trasmissione si è resa davvero istruttiva per chi non è conoscenza di un’incredibile ricchezza archeologica della terra napoletana, non a caso la culla dell’archeologia moderna, che ha davvero tutte le carte in regola per tornare ad essere capitale mondiale del turismo. Qualche precisazione però va fatta, a partire dalla distinzione proposta tra gli scavi borbonici in sotterranea e quelli moderni, con la voce fuori campo che ha così narrato: «più ci addentriamo nel tunnel, più si fa chiaro l’intento degli scavi borbonici, ben diversi dall’archeologia moderna». A seguire, la dichiarazione dello speleologo romano Marco Placidi: «questi andavano semplicemente alla ricerca di oggetti, di statue, che servivano semplicemente per essere o rivendute o regalate agli amici dei Borbone». Detta così, passa per qualcuno il messaggio di un’autorizzata attività esclusivamente predatoria, che non fu. Bisogna dunque chiarire il processo di nascita degli scavi per chiarire che i Borbone non persero nulla di veramente prezioso, e anzi arricchirono Napoli, ma furono semmai francesi e inglesi a derubare la città, saccheggiando in particolar modo le antiche statue greche e romane. William Hamilton, ambasciatore di Gran Bretagna presso i Borbone di Napoli dal 1764 al 1800, rifornì il British Museum di classicità pompeiane, e nei sotterranei della sua casa napoletana il Goethe, che gli fece visita nel 1787, scoprì una vasta e disordinata collezione di reperti archeologici, invitato a tacere e a non indagare oltre sulla loro provenienza dall’amico Jakob Philipp Hackert, pittore di corte. Nel 1799, il generale francese Championnet scrisse da Napoli al ministro dell’Interno del Direttorio di Parigi che alcune preziose statue in marmo e bronzo di Ercolano stavano per partire per Parigi. I francesi, prima di essere cacciati, non riuscirono a far partire in tempo il già imballato Ercole Farnese del Real Museo Borbonico, che restò anche il grande cruccio di Napoleone, il quale, nel 1810 ricevette Antonio Canova a Parigi e gli disse che gli mancava solo la statua napoletana e che stava per portarsela a Parigi. Anche lui non fece in tempo.

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Facciamo un po’ di chiarezza, riportando cronologicamente come la corte borbonica di Napoli cambiò il gusto del mondo.

  • 1738: l’ingegnere militare Rocque Joaquín de Alcubierre, archeologo del Genio Borbonico, sapendo di trovarsi in una plaga vulcanica colpita da violente eruzioni, chiede e ottiene dal re Carlo di Borbone l’autorizzazione per avviare degli scavi a Resina (l’attuale Ercolano). Partono i primi sondaggi, per i quali ci si affida agli artiglieri dell’esercito borbonico (tra cui Raimondo de’ Sangro, principe di San Severo), i quali sviluppano l’ingegneria mineraria, con cui si realizzano impressionanti sistemi di gallerie a grandissima profondità con impiego di esplosivi. Le cognizioni archeologiche non sono certamente adeguate al delicato compito, ci si trova di fronte a una scienza nuova tutta da indagare e codificare, e allora il difficile e approssimativo metodo di lavoro procede con sondaggi verticali fino al punto in cui si rinvengono tracce di edifici, avanzando poi in orizzontale con la realizzazione di stretti cunicoli durante la cui lavorazione è facile procurare danni spesso irreparabili ai preziosi reperti. Si cercano tesori sepolti, e non c’è ancora l’idea di riportare alla luce le antiche città distrutte dal Vesuvio. Comincia ad affiorare un inestimabile tesoro sotterrato da circa diciassette secoli, e ogni reperto viene trasferito alla Reggia di Portici, da poco edificata come residenza estiva della corte. Tutto deve essere consegnato a Carlo di Borbone (diversamente da quanto dice lo speleologo Placidi a Petrolio), il quale ha già trasferito da Parma e Piacenza la parte emiliana della preziosa Collezione Farnesiana, ereditata dalla madre Elisabetta Farnese.
  • 1745: due eruditi napoletani, l’abate Giacomo Martorelli e il canonico Alessio Mazzocchi, convincono Carlo di Borbone a dirottare gli artiglieri sulla collina di Civita, convinti che lì sotto ci sia l’antica città di Pompeii. Il primo scavo frutta, dopo cinque giorni, una parete affrescata e, dopo altri tredici, il primo scheletro.
  • 1748: riemerge Oplontis; un anno più tardi Stabiae; e poi Cuma, Puteoli e gli antichi resti di Capri.
  • 1750: Gli scavi cambiano scopo dopo che si comprende che a Resina si sta scavando nella Villa dei Papiri di Herculaneum. Il Re capisce che quelle antiche città, se esumate, possono diventare musei a cielo aperto capaci di attirare i viaggiatori del Grand Tour che difficilmente si spingono più a sud di Roma, una fonte di arricchimento non solo culturale per il Regno di Napoli. Cresce così l’impulso dato agli scavi e cospicui diventano i finanziamenti per ampliare le aree di lavoro. Vengono disegnate numerose piante di edifici e i reperti, inizialmente considerati di proprietà della famiglia reale, vengono dichiarati proprietà dello Stato.
  • 1752: Carlo di Borbone apre la strada per le Calabrie, che fornisce altri spunti col rinvenimento dei templi greci di Paestum. La riscoperta del classico fa così un ulteriore passo indietro nel tempo, dai Romani ai Greci. Altri finanziamenti vengono dirottati sul sito.
  • 1755: il Re istituisce la Reale Accademia Ercolanense, con la funzione di esaminare i reperti e fornire fondamenti scientifici all’archeologia, in modo da attrarre i maggiori studiosi del Vecchio Continente. Napoli diviene sempre più meta privilegiata di politica, cultura e scienza. L’Accademia produce volumi ricchi di informazioni e incisioni raffiguranti le preziosità portate alla luce, che fanno il giro delle corti, dei collezionisti e delle università dell’intera Europa. I modelli ercolanensi e pompeiani ispirano Luigi Vanvitelli e Ferdinando Fuga, che ne recuperano pian piano gli elementi architettonici, riformulandoli nell’architettura della Reggia di Caserta e nel Real Albergo dei Poveri di Napoli.
  • 1758: Carlo di Borbone istituisce il Real Museo Ercolanense, unico in tutta Europa non solo per la quantità e la qualità dei reperti riuniti, ma anche per i laboratori sperimentali e l’insieme delle attività di studio e di restauro che vi si svolgono, tra le quali spiccano gli ingegnosi metodi via via tentati per srotolare i papiri carbonizzati e recuperati a Ercolano. Il Museo diviene ben presto meta obbligata di studiosi, intellettuali e amanti dell’arte. Alla Reggia di Portici, in quell’anno, giunge in visita il maggiore studioso dell’epoca, il bibliotecario tedesco Johann Joachim Winckelmann, che sfrutta il suo soggiorno alle falde del Vesuvio per codificare le intere strutture e i tessuti urbani dissotterrati.
  • 1759: Carlo di Borbone è costretto a lasciare Napoli per trattato stupilato con Vienna. Tocca a lui ereditare il trono di Madrid. Al porto di Napoli, prima di imbarcarsi per Barcellona, si sfila dal dito un anello rinvenuto durante gli scavi e lo consegna ai funzionari del primo ministro Bernardo Tanucci, affermando «non è roba mia, appartiene allo Stato di Napoli». Ormai gli scavi procedono in superficie e i primi tunnel sotterranei vengono chiusi.
  • 1764: Sulla scorta di quanto visto a Napoli, Winckelmann pubblica la Storia delle arti del disegno presso gli antichi, in cui proclama l’arte classica come ideale di perfezione. L’opera diffonde in tutt’Europa le notizie di quei rinvenimenti e contribuisce in maniera fondamentale a rendere le città-ruderi del Vesuviano una vera e propria moda continentale. Winckelmann codifica così l’archeologia moderna, nuova scienza di cui Napoli diviene ufficialmente culla. Nasce ufficialmente il Neoclassicismo, nuovo stile e passione illuministica che si diffonde velocemente, travolgendo e spazzando via il Barocco e tutte le correnti precedenti. La capitale del Regno diviene l’epicentro di un nuova moda delle arti che si propaga in Europa e poi nel mondo.
  • 1777: Ferdinando di Borbone, erede al trono di Napoli, toglie la proprietà privata a tutte le collezioni di famiglia appartenenti al suo ramo borbonico per renderle pubbliche e donarle alla città. Affida quindi a Ferdinando Fuga il compito di sistemare un edificio integralmente destinato alla cultura e alle arti universali, il primissimo dell’Europa continentale e il primo al mondo del genere. Nasce il Museo Borbonico, l’attuale Museo Archeologico Nazionale di Napoli, la prima esposizione classica del pianeta, dove viene trasferita la parte archeologica romana della Collezione Farnesiana fin lì situata nelle terrene di Caracalla di Roma.
  • 1778: L’architetto e incisore Giovan Battista Piranesi diffonde in tutt’Europa l’immagine del Tempio di Era a Paestum, capace di condizionare tutti i teorici dell’architettura del continente, soprattutto quelli d’avanguardia. Milano, Parigi, San Pietroburgo e la stessa Napoli si fanno capitali della nuova edilizia neoclassica.
  • 1787: A Napoli arriva il tedesco Johann Wolfgang Goethe, e visita scavi e Museo Ercolanense, definendolo “l’alfa e l’omega di tutte le raccolte di antichità”. I suoi racconti contribuiranno a divulgare le bellezze di Napoli in tutto il Continente.
    Il processo è ormai compiuto. Napoli è la riconosciuta capitale della cultura classica, che impera in Europa. Da lì in poi inglesi e francesi si riversano sulle antichità vesuviane di Napoli per arricchire Londra e Parigi. In seguito alla confusione generata della rivoluzione del 1799 la maggior parte della raccolta del Museo Ercolanense viene trasferita nel Real Museo Borbonico di Napoli.

Esclusiva DailyNews24 – Angelo Forgione: «Sui roghi c’è una spirale criminale perversa, il Sun si è qualificato per il giornale che è»

intervista di Raffaele Zanfardino per DailyNers24.it

Abbiamo avuto il piacere di intervistare in esclusiva Angelo Forgione, scrittore e giornalista napoletano che è molto attento alle vicende partenopee. Autore di diversi libri, ha contributo a fornire un nuovo punto di vista sull’Unità d’Italia e sul ruolo che ha avuto Napoli nella storia.

Partiamo dal tema più strettamente d’attualità: ci dica il Suo punto di vista sui roghi che stanno devastando la Campania.
Credo che si sia trattato di una spirale perversa, ovviamente criminale, in cui sono confluite varie concause. Da chi ha interesse al rimboschimento a chi vuole bruciare rifiuti tossici. Da chi teme la valorizzazione di un modello di sviluppo virtuoso del Parco Nazionale del Vesuvio fino ai semplici piromani, che hanno approfittato del caos. Tutti ne hanno approfittato, se vogliamo. Specialmente sul Vesuvio, l’economia legata al turismo e all’agricoltura sta togliendo spazio all’illegalità, e perciò si è trattato di vero e proprio attentato criminale, un attacco che andava contrastato con forze maggiori. In Italia siamo vulnerabilissimi a questi fenomeni, e laddove si attiva la criminalità è facile che si verifichino certi disastri. Abbiamo perso migliaia di ettari di bosco ma anche coltivazioni autoctone. Il danno è davvero enorme.

Lei ha parlato anche di possibili frane in autunno: può spiegarsi meglio?
È naturale. Il disboscamento è una delle principali cause dell’amplificazione dei danni da alluvioni. Le radici compattano il terreno rendendolo più forte e, una volta recise, cedono alla violenza degli eventi atmosferici, provocando frane e allagamenti. In Campania abbiamo già il monito del 1988, quando il monte Pizzo d’Alvano, vittima di disboscamento contino negli anni, vomitò fango su Sarno, Episcopio, Quindici e Bracigliano, provocando 160 morti e migliaia di feriti. Tutto questo scempio è frutto dei tempi moderni. Mi preme ricordare che il governo del territorio, nel Sud Italia, era una priorità prima dell’Unità d’Italia, cioè prima dell’estensione a tutto il territorio della legislazione piemontese che non prevedeva adeguate misure di contrasto alle calamità naturali. Sul Vesuvio, per esempio, a inizio Ottocento, fu creato un ingegnoso sistema basato su alvei e vasche, ma anche di reticoli in pietra lavica per il contenimento delle acque piovane, le cosiddette “briglie borboniche”, che ancora oggi sono modello cui si ispirano le “grate vesuviane” in legno, disseminate sulle pareti montuose del Parco Nazionale. Magari sono andate in fiamme anche queste, chissà. Ora si dovrà stare attenti alle forti piogge autunnali che verranno, perché le conseguenze di questi incendi potrebbero essere di particolare gravità.

Cosa ne pensa, invece, della Terra dei Fuochi?
Ogni parola, ormai, è superflua. Tra spietati imprenditori di ogni zona d’Italia, criminalità organizzata e massoneria deviata, il cocktail esplosivo ha prodotto aria malsana nelle campagne tra Napoli e Caserta. Il paradosso è che si respiri aria meno pericolosa a Napoli, cioè in città, piuttosto che nei paesi dell’hinterland. Il problema è l’aria, certamente, e con questo vorrei paradossalmente invitare a moderare gli allarmismi sull’agricoltura locale. Non sono un agronomo, ma mi sono informato presso gli esperti. Il fatto è che una pianta non assorbe tutto quello che si trova nel terreno e possiede un’azione autodepurativa. Cioè, i frutti della terra assorbono in modo selettivo e tendono a rifiutare sostanze inquinanti. Una prodotto della terra, se è inquinato, non cresce e non matura, e quindi se vediamo un prodotto della terra finito vuol dire che quel prodotto è sano. Possiamo mangiare senza fobie. Il problema può semmai esserci nelle acque, o nella filiera del latte, ma i controlli nel settore sono tanti. Ad ogni modo, quello che si sta facendo a questa terra è un delitto, e la terra domina sull’uomo, non il contrario. Siamo e saremo noi a pagarne le conseguenze, e questo per l’arricchimento di “pochi” criminali spietati.

Cosa pensa del quotidiano The Sun che ha tolto Napoli tra le città più pericolose?
Si è qualificato per la reputazione di cui gode, cioè giornale per nulla autorevole. Quell’articolo è stato scritto per “sensazione”, sull’eco dei racconti delle più tetre fiction recenti. Bastava leggere il fantasioso detto “va fa Napoli” che si direbbe in Italia per dire “va all’inferno” per capire che Guy Birchall aveva lavorato di immaginazione. Napoli è una città problematica, molto problematica, forse la più problematica d’Europa, ma la problematicità non corrisponde necessariamente alla pericolosità. A Napoli c’è la camorra che spara nei quartieri popolari, e il numero di morti per omicidio è costantemente alto, più alto che altrove, e però si tratta di guerra tra clan che bersagli selezionati, anche se qualche volta capita che ci vadano di mezzo persone innocenti. Poi, se controllassimo anche le statistiche delle morti per incidenti stradali e quelle per suicidio ci accorgeremmo che Napoli è ben al di sotto delle medie in queste voci, che contribuiscono a dare un quadro esatto della pericolosità di un luogo. In definitiva, Napoli non può dirsi città sicura ma neanche tra le 11 più pericolose del mondo. Descriverla come un far-west è decisamente troppo. Napoli è piena di vita, di giorno e di notte, e questo significa che i napoletani non percepiscono alcun tipo di problema particolare.

Da qualche anno, la narrazione di Napoli (e dell’unità d’Italia) sembra cambiata: a cosa è dovuto?
Non credo che sia cambiata. Napoli continua ad essere considerata per ciò che è, una città bellissima e malata. È cambiata semmai in una parte di opinione pubblica una certa visione delle cause della sua malattia. C’è ancora chi continua a considerarla causa dei suoi mali, e c’è chi invece ha capito che la radice dei suoi problemi sta nella malfatta unità d’Italia, di cui Napoli fu protagonista con Torino e Milano. C’è chi ha capito che non era solo il Sud ad essere arretrato rispetto alle più importanti economie europee ma anche il Nord, che il Settentrione è poi cresciuto in rapporto diretto con l’impoverimento meridionale, e che l’Unità fu imposta per affermare l’egemonia colonialistica del Nord sul Sud. Così è nato il “triangolo industriale” e così è decaduta Napoli, con tutta la sua reputazione, demolita prima dai liberali e dagli stessi esuli napoletani durante il Risorgimento e poi dall’antropologia positivista, che sostenne una genetica inferiorità meridionale. Napoli è crollata definitivamente dopo la Guerra, uscendone distrutta nel tessuto urbano, industriale e nello spirito. Oggi tutto quest’ottica sta diventando più nitida, e sempre più persone si appassionano alla lettura di libri come quelli che scrivo io e altri appassionati indagatori della questione meridionale per restituire consapevolezza e per drenare gli annacquati racconti patriottici. Attenzione però ad addossare solo agli altri e al passato le responsabilità dei problemi che Napoli vive. C’è oggi una gran quantità di napoletani privi di senso civico e ai quali fa piacere sguazzare nelle permissive condizioni in cui vivono.

Lei ha appunto pubblicato recentemente il suo ultimo libro, dal titolo “Napoli capitale morale. Dal Vesuvio a Milano. Storia di un ribaltamento nazionale tra politica, massoneria e Chiesa”: ci può illustrare nel dettaglio di cosa parla?
Parla proprio del percorso parallelo delle due città-faro del Sud e del Nord, delle due capitali morali d’Italia, quella pre-unitaria e quella post-unitaria. Napoli era indubbiamente la città più importante d’Italia al 1860, la vera capitale dello Stivale frammentato, l’unica di rango davvero europeo della Penisola, cioè quello che è oggi Milano. Dialogava con Vienna e San Pietroburgo, e con Parigi e Londra almeno fino al 1856, quando si concluse la Guerra di Crimea. Il gran fulgore della capitale borbonica rendeva persino più ampia che altrove la differenza tra l’elevata qualità di vita urbana e il basso tenore nell’entroterra delle campagne, impoverite al Sud esattamente come i contadi settentrionali. Milano aveva la metà degli abitanti di Napoli, e il suo sviluppo era partito lentamente nel secondo Settecento con Maria Teresa d’Asburgo, che portò la cultura viennese e quella napoletana nella città lombarda. Nel mio libro si legge dei rapporti culturali tra Napoli e Vienna di cui beneficiò anche Milano, dei rapporti tra Luigi Vanvitelli e il suo allievo Giuseppe Piermarini, ovvero l’architetto che tirò su il Teatro alla Scala e un po’ tutta la Milano neoclassica che guardava a Napoli. Si legge di storia e di storie, dal Rinascimento a oggi. Si legge di come, dall’Unità in poi, siano stati interrotti i rapporti tra le due città, di come Napoli sia decaduta in rapporto diretto alla crescita di Milano, fino a collassare completamente con la Seconda guerra mondiale. Si legge si cosa è accaduto con la seconda Italia, quella repubblicana, praticamente fallace come la prima monarchica, fino ad arrivare ai giorni nostri, analizzando il momento e provando a proiettarsi nel futuro. Si legge di influenza della Massoneria in questo ribaltamento italiano, senza mai dimenticare che le forze che l’hanno realizzato sono anche napoletane.

Ultima domanda, passiamo al calcio: è l’anno buono per lo Scudetto del Napoli?
Non lo si può prevedere. Certamente la squadra è motivata e concentrata sul preliminare di Champions League, per il quale anche i nazionali hanno rinunciato alle ferie, recandosi subito all’appuntamento di Dimaro. La Champions è vitale per il bilancio societario. Poi, certo, la squadra, col suo allenatore, vuole provare a fare due gironi di fila in campionato come quello di ritorno dello scorso anno, per poi vedere cosa avrà raccolto. Certamente questo Napoli ha grandi potenzialità ma, come ha avvisato Sarri, pochi margini di miglioramento. Ritengo che la squadra possa e debba migliorare in tre fasi. Il vero problema sarà riuscire a trovare la maniera di vincere le partite contro le squadre arroccate in difesa, quelle che mandano in tilt il gioco in velocità negli spazi degli azzurri. Poi bisognerà chiudere la porta, perché i campionati si vincono con la difesa più che con l’attacco, e bisognerà ridurre al minimo i delittuosi errori difensivi che lo scorso anno sono stati pagati in termini di classifica. Infine, bisogna migliorare in fase di palla inattiva, tanto difensivamente che offensivamente. Troppi goal sono stati presi in questo modo e pochissimi se ne sono realizzati. Se il Napoli progredirà in questi tre ambiti allora sì che potrà davvero ritrovarsi molto alto in classifica.