Angelo Forgione – Sono trascorsi pochi mesi dalla conclusione del restauro della basilica e del colonnato di San Francesco di Paola, in piazza Plebiscito, nonché dei basamenti dei monumenti equesti. Ma, come da facile previsione, il nitore è durato pochi giorni, cancellato dai giovani che bazzicano la zona abitualmente nel loro ozio, gli unici per la verità. Giusto il tempo di far girare un bellissimo spot alla Ferrero per il suo dolcissimo Rocher e l’insensibilità ha subito reso amara la vista ravvicinata del bellissimo scenario.
A nulla sono servite le notoriamente inutili camionette dell’Esercito e i diversi “presidi” nello slargo, come disinteressati al repentino imbrattamento della basilica simbolo del neoclassico napoletano da parte dei ragazzi armati di pennarelli e bombolette di vernice. Non solo le tipiche dediche di fidanzatini ma anche disegni volgari e incisioni nei muri stanno già avviando lo storico colonnato alle condizioni indecorose in cui versava all’avvio del restauro.
Mentre coi simpatici “Nati con la Camicia” giravamo un’improvvisata gag ricca di amara ironia per denunciare la nuova triste condizione del sito, un gruppo di ragazzini giocavano all’interno dell’inadeguata recinzione originale del monumento di Ferdinando a cavallo e né una coppia di agenti della Polizia Municipale né i militari si preoccupavano di ricondurli all’esterno. Chi di dovere, poi, neanche provvede a coprire certi scempi, prima che sia troppo tardi. Sì, perché questo è un braccio di ferro che vincono i più deboli.
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Magistrati napoletani veri avversari del malaffare italiano
Angelo Forgione – Arturo Martucci di Scarfizzi, magistrato napoletano, è il nuovo presidente della Corte dei Conti, la magistratura contabile che vigila sulla trasparenza delle entrate e delle spese pubbliche. Succede a Raffaele Squitieri, anch’egli magistrato napoletano, come Raffaele Cantone, presidente dell’Associazione Nazionale Anticorruzione, l’organo di vigilanza sull’integrità dell’amministrazione pubblica messo su nel 2014, e supercontrollore degli appalti di Expo Milano. Ruoli chiave della macchina di controllo nazionale occupati da prodotti della scuola forense partenopea. E allora mi viene in mente che l’inchiesta ‘Mani Pulite‘ che scoperchiò la grande corruzione italiana di Tangentopoli fu condotta dal napoletano Francesco Saverio Borrelli, e che il più grande scandalo sportivo, Calciopoli, fu sfoderato dai magistrati napoletani Filippo Beatrice e Giuseppe Narducci.
Morale della favola: ad arginare l’atavica marcescenza italiana sono i magistrati napoletani.
Pizza margherita tra verità e stereotipi: «a Napoli qualcuno è mariuolo»
Angelo Forgione – Non può che rallegrarmi, per evidenti motivi, che l’opera di demolizione del falso storico circa la pizza ‘margherita’, ingannevolmente inventata per la regina Margherita di Savoia, avanzi in modo spedito, talmente spedito che le narrazioni storiche iniziano a dare ormai per certo che si tratti di una romantica storiella utile, nel post-colera ottocentesco, a convincere gli italiani che l’acqua di Napoli, grazie al nuovo acquedotto del Serino, che aveva sostituito gli antichi acquedotti tufacei, non costituiva più un problema e la pizza non rappresentava più un temibile veicolo di contagio.
Fa oltremodo piacere notare che anche i discendenti – si fa per dire – della Real Casa sabauda inizino a confessare che la pizza napoletana ‘a margherita’, poi divenuta la regina delle pizze, non sia affatto un’invenzione dedicata alla loro sovrana ma semplicemente un omaggio di qualcosa di già esistente per ricamarci su una narrazione di stampo pubblicitario e rilanciare un alimento nato dalla rivoluzione agricola attuata da Ferdinando di Borbone tra la Real Tenuta di Carditello e i territori di San Marzano, i cui frutti [mozzarella e pomodoro] si incontrarono a Napoli, alla fine del Settecento, su un disco di pasta da cuocere in forno.
E però sembra che ci debba scappare comunque il più scontato dei luoghi comuni quando a ricostruire la verità è proprio un torinese. Come nel caso di Federico Francesco Ferrero, gourmet e nutrizionista piemontese, ospite alla trasmissione Kilimangiaro – Tutto un altro mondo di Rai Tre del 13 marzo, in onda proprio dagli studi di Napoli. Accade che Camila Raznovich, conduttrice milanese, gli chieda di Raffaele Esposito e della sua pizza tricolore omaggiata a Margherita di Savoia. Il distinto Ferrero prova a sfoderare subito la sua vena ironica, ma inciampa sullo stantio stereotipo: «Sai, qua siamo a Napoli, e sai che a Napoli qualcuno è anche un po’ mariuolo. Raffaele Esposito non inventò nulla, e la pizza tricolore esisteva già da quarant’anni alla stessa maniera». Molto probabilmente anche più di quarant’anni, a prescindere dai primi testi che ne riportano la preparazione, ma complimenti al nutrizionista di Torino per il coraggio di affermare davanti al pubblico napoletano in studio che Napoli è anche un po’ mariuola, nonostante a scippare un intero Regno, con tanto di marchio sul suo piatto principe, siano stati i piemontesi. In certi casi ci si appella all’autoironia partenopea, e così ha fatto il Nostro sulla sua pagina Facebook per rispondere alle proteste immediate. Ed è proprio qui il punto, perché Ferrero non voleva offendere ma essere simpatico con una battuta preparata, ed è proprio questa la dinamica sociologica con cui i preconcetti penetrano nella testa degli individui predisposti ad accoglierli. Ferrero è lì per affermare la legittimità della candidatura dell’arte dei pizzaiuoli napoletani a patrimonio immateriale dell’umanità, e lo fa benissimo dopo l’inciampo iniziale. «L’Unesco tutela l’intelligenza dell’uomo (al netto degli stereotipi e dell’autoironia per accettarli) e l’intelligenza, non di Raffaele Esposito ma dei napoletani, è stata quella di alzare e abbassare la pala all’interno del forno a legna per assicurare cottura, elasticità e digeribilità a una preparazione molto complessa». Poi la Raznovich divaga sulla pizza nello Spazio e i suoi problemi di consistenza, e Ferrero, ancora in gran vena ironica, la paragona per immangiabilità a quella che si fa a Torino. Applausi dal pubblico napoletano, risata dell’ospite e imbarazzo della conduttrice, che prende le distanze dall’affermazione per evitare disapprovazione dai telespettatori sabaudi. Peccato che pochi secondi prima non si fosse dissociata dalla battuta sui mariuoli. Morale della favola: napoletano mariuolo si può dire serenamente in tivù; pizza torinese immangiabile, no. Capito come funziona? Un po’ di pazienza, e per il momento accontentiamoci di sbriciolare lentamente l’altra favoletta, quella della pizza tricolore del 1889.
La storia bandita al ‘San Paolo’. Dopo le bandiere tocca alle sciarpe.
Angelo Forgione –
Ancora sequestri di materiale recante lo stemma dell’antico Regno delle Due Sicilie allo stadio ‘San Paolo’ di Napoli. La vicenda ha ormai assunto connotati grotteschi. A novembre scorso partì la censura delle bandiere storiche, e il Gruppo Operativo di Sicurezza della Questura informò che tale simbologia avrebbe dovuto essere associata ai simboli e ai colori del Calcio Napoli. Ora, improvvisamente, vengono sequestrate sciarpe azzurre con simboli storici, e non è pensabile che siano state sottratte solo perché prive dello stemma ufficiale della SSC Napoli, o perché magari materiale non ufficiale. A questo punto bisogna chiedersi perché la linea ufficiale firmata dallo sponsor tecnico, che stava facendo registrare un picco di vendite mai verificatosi prima, sia improvvisamente sparita dagli stores ufficiali del club azzurro.
Quanto si sta verificando, con incomprensibile accanimento da qualche mese – lo dico da studioso e saggista di storia e scienze sociali – è grave. Non si tratta di affermare forme politico-nazionali ormai superate ma di diritto negato all’ostentazione dell’identità storica e alla rivendicazione non violenta, in un luogo pubblico come lo stadio, della dignità culturale di un popolo, peraltro bersagliato con cori e striscioni infamanti e razzisti in tutti gli impianti d’Italia, dove si vedono simboli ed espressioni offensive di ogni tipo.
Sulla vicenda si sono espressi univocamente anche Gianni Simioli, popolare conduttore de La Radiazza (Radio Marte) e il consigliere regionale di Davvero Verdi Francesco Emilio Borrelli: “Questa vicenda non può passare sottotraccia. Pur non essendo neoborbonici, troviamo incredibile e ingiustificabile che delle sciarpe da tifosi con il simbolo delle Due Sicilie vengano sequestrate privandoli della libertà di esprimere le proprie idee culturali e storiche in modo pacifico. Negli stadi da anni sono stati consentiti simboli neofascisti o anche neonazisti senza che nessuno sia intervenuto. Sono state accettate scritte inneggianti alla violenza, alla criminalità o anche alla camorra. Quasi in ogni partita i tifosi napoletani vengono insultati e denigrati con cori razzisti o offensivi e ci si concentra nel sequestrare delle sciarpette con simboli identitari? Chi ha deciso il sequestro dovrà risponderne in tutte le sedi opportune”.
Lettera di un turista vicentino: “Torno al Nord, sono triste”
Scrivo questa mia semplice lettera solo per dire perché amo Napoli e la napoletanità.
Dove abito io, nella provincia di Vicenza, Napoli e i napoletani non sono ben visti. Eppure il sottoscritto da Napoli e i napoletani ha ricevuto solo momenti di gioia. Dalle mie parti dicono che i napoletani sono gente sporca e pronta a fregarti. Niente di più falso! È vero invece che dove abito io, se muori, ti trovano solo quando i vicini sentono la puzza del cadavere.
Adoro la napoletanità, nel cuore, nell’arte, nel cibo, nella musica. Come disse il grande Lucio Dalla, se ci fosse una puntura intramuscolo con dentro la napoletanità, io la farei anche se costasse duecentomila euro, pur di parlare e ragionare come fa da millenni questo popolo pieno di risorse umane, che anche nei momenti difficili riesce sempre a sorridere e se ne esce sempre con qualche battuta. Ho la sensazione che i napoletani abbiano nel sangue la felicità, e nonostante i tanti problemi non permettono mai di farti sentire triste oppure un estraneo.
Passeggiare per Napoli, osservare le bellezze di questa città, mangiare una pizza, magari in piedi e senza troppe regole, col pomodoro che schizza, parlare del Napoli, sorseggiare un caffè, osservare la teatralità della gente e l’amore che ti trasmette ti fa sentire un privilegiato. Non esiste una città che ti regala queste emozioni. Quando arrivo a Napoli, con la mia dolce fidanzata, sono pieno di gioia, perché qui il mondo è davvero diverso, ci sono i colori della vita. Da noi, invece, l’unico colore che ci attanaglia anche il cuore e l’anima è il grigio! Come se il grigio fosse un colore. Anche le persone da noi sono grigie, tristi, con poca voglia di sorridere. Che strano, a volte mi chiedo come fanno ad attaccare una città così bella che ha ancora un cuore, che sa ancora emozionarsi per una partita di calcio. Sicuramente l’invidia!
Napoli per me è risate, gente che parla, magari che fa anche confusione, ma è una città che non si può che amare e fermarsi a guardare e ad ascoltare. Ti fa sentire più ricco dentro.
Pur abitando al Nord, figlio di meridionali, Napoli è sempre un riferimento. Spesso combatto tutti i giorni per difendere questa splendida città dai soliti luoghi comuni.
I più grandi artisti sono nati qui: Totò, Troisi, De Filippo, Pino Daniele, Sergio Bruni, ecc. E pure le canzoni più belle, e non passano mai di moda.
Se ti innamori di questa città, fai di tutto per difenderla. Chi ha sentimento e cuore, dopo un po’ per forza di cose diventa un po’ napoletano. Perché puoi girare anche tutti i posti del mondo, ma non avrai mai visto il mondo come a Napoli.
E se chiudi gli occhi senti che Napoli ti sta abbracciando e ti accoglie fra i suoi figli.
Andate a Napoli e ve ne innamorerete. Non ascoltate la gente che infanga una città che ha visto solo sulle cartoline. Io devo tornare a casa, e mi si stringe il cuore, mi viene da piangere, mi sento triste. È proprio vero che quando si lascia Napoli si piange. Sono lacrime di tristezza, ma nello stesso tempo posso dire che ho provato la felicità, perché sono stato nella città più bella del mondo!
Francesco Guarino
Arzignano
“Lager Fenestrelle…”, e la curva parla di storia
Angelo Forgione – Napoli-Torino, match valevole per la 18a giornata del campionato nazionale di Serie A, nel giorno dell’Epifania. Al minuto 61 spunta un doppio striscione nella Curva B dello stadio San Paolo: “LAGER DI FENESTRELLE… NAPOLI CAPITALE CONTINUA AD ODIARE!”. E non tutti capiscono.
Da anni, ormai, parlo di storia ai tifosi; ma, per chi ancora non lo sapesse, Fenestrelle (di cui ho scritto anche in Dov’è la Vittoria) è un forte situato nell’alta Val Chisone, città metropolitana di Torino, eretto nel Settecento con funzione di protezione del confine italo-francese, poi utilizzato dopo l’Unità d’Italia come prigione militare in cui isolare i soldati del disciolto Esercito delle Due Sicilie fatti prigionieri e contrari al giuramento per un altro Re. Su questa vicenda si gioca ormai da qualche anno una partita tra storici meridionali e storici piemontesi. I primi divulgano notizie sulle pessime condizioni di detenzione, sulle sevizie e sulle morti nascoste per anni dalla storiografia ufficiale in quello che è definito “il lager dei Savoia”. I secondi si affrettano a smentire e a ridimensionare gli eventi post-risorgimentali nella fortezza sabauda, che non fu certamente l’unica ad accogliere i militari meridionali. Altri e di più a San Maurizio Canavese, ma anche a San Mauro, Alessandria, Novara, Savona, Genova e Milano. Decine di migliaia di soldati dell’ex esercito borbonico reclusi perché rifiutatisi di servire sotto la bandiera Italiana, invece di lasciarli alle loro famiglie e alle loro terre. Alcuni non riuscirono a tornare dai campi del Nord, dove trovarono la morte per il rigore del freddo e per la fame. Quanti? La partita è aperta, sul numero di morti come anche sulle condizioni di prigionia, ma decisamente chiusa sulla sostanza: l’esercito piemontese-lombardo, invasore di uno Stato legittimo, fece prigionieri i militari napoletani. Così come, nel 1868, il Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia, Luigi Federico Menabrea, tentò con tutte le sue forze, ma invano, di ottenere dal governo argentino la concessione delle terre disabitate nelle regioni deserte della Patagonia per deportarvi i ribelli meridionali.
Quello che è davvero interessante è che certi messaggi nascano ormai spontaneamente sugli spalti del San Paolo, e non siano più suggeriti da singole teste pensanti estranee alle curve, come negli anni scorsi. Il minuto 61, a indicare la data del 1861, dà il segnale di una nuova coscienza, magari grossolana, ma autentica e in via di radicamento, che trova sfogo negli stadi, veri e propri termometri della società. I cori e gli striscioni, infatti, non sono espressione di un particolare disagio sociale, come quello che si manifesta con gli stessi mezzi nei cortei di piazza a difesa di un qualsiasi diritto, ma, piuttosto, modalità di rifiuto di tutto ciò che è di altrui cultura. Meno interessante è il non chiarito messaggio d’odio manifestato nello striscione, che avrebbe ragione d’esistere solo se indirizzato ai tristissimi modi con cui fu unita l’Italia senza unire gli italiani, a prescindere dalla loro entità. E se a scuola non se ne parla…
“… Non ti devo lasciar ignorare che i prigionieri Napoletani dimostrano un pessimo spirito. Su 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a 100 quelli che acconsenton a prendere servizio. Sono tutti coperti di rogna e di vermina, moltissimi affetti da mal d’occhi… e quel che è piú dimostrano avversione a prendere da noi servizio. Jeri a taluni che con arroganza pretendevano aver il diritto di andar a casa perché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco secondo, gli rinfacciai che per il loro Re erano scappati, e ora per la Patria comune, e per il Re eletto si rifiutavan a servire, che erano un branco di carogne che avressimo trovato modo di metterli alla ragione. Non so per verità che cosa si potrà fare di questa canaglia, e per carità non si pensi a levare da questi Reggimenti altre Compagnie surrogandole con questa feccia. I giovani forse potremo utilizzarli, ma i vecchi, e son molti, bisogna disfarsene al piú presto”.
Lettera di La Marmora a Cavour del 18 novembre 1860
Pino, un anno senza te
Era il 4 gennaio del 2015 quando la notizia della morte di Pino Daniele sconvolse i suoi fan e i napoletani tutti. A distanza di un anno esatto, all’ora esatta del decesso, la comitiva de la Radiazza di Gianni Simioli si è ritrovata al Gran Caffè Gambrinus per ricordare il cantautore che non c’è più. È stata una festa della gente, la stessa che “chiamò” i funerali in piazza del Plebiscito, inizialmente previsti solo a Roma. Canti, ricordi e riflessioni. E poi torta e spumante per scandire rispettosamente il primo anno d’eternità dell’artista, che continua a vivere soprattutto nelle sue canzoni ma anche grazie all’affetto del suo popolo.
Capodanno in piazza, tradizione nata a Napoli, Roma e Bologna
Angelo Forgione – È ormai usanza consolidata di tutte le principali città italiane quella di festeggiare l’arrivo del nuovo anno in piazza, al gran freddo della prima notte di Gennaio. Da ventitré anni va avanti così, ormai tradizionalmente, tra concerti, spumante e fuochi d’artificio sotto le stelle piuttosto che al tepore dei più riparati e costosi locali.
A fare da apripista alla rivoluzione di San Silvestro furono Napoli, Roma e Bologna, il 31 dicembre del 1994, quando in Italia era davvero impensabile catapultarsi in strada per salutare il nuovo tempo. Tre feste pubbliche sull’asse Sud-Centro-Nord, organizzate da tre sindaci che, in un epoca in cui Milano faceva da capitale della Tangentopoli nazionale, erano considerati a capo di amministrazioni progressiste: Antonio Bassolino a Napoli, Francesco Rutelli a Roma e Walter Vitali a Bologna.
All’ombra del Vesuvio, qualche mese prima, era stato rigenerato il “salotto reale” di piazza del Plebiscito, l’antico largo di Palazzo, pedonalizzato e liberato dalle auto con il maquillage del G7, che poi era stato G8 con l’invito accettato dalla Russia. Se ne erano innamorati tutti, non solo i capi di Stato presenti a quel summit ma soprattutto i cittadini, improvvisamente travolti dalla dimenticata regalità di quel fazzoletto di città e dalle speranze poi tradite del cosiddetto “rinascimento napoletano”. La sera del 10 luglio, giorno di chiusura del vertice mondiale, Bassolino aveva notato che gli automobilisti avevano già violato il divieto provvisorio di circolazione nello slargo neoclassico e, dopo aver riposizionato personalmente le transenne spostate, quella notte stessa aveva preso la decisione di pedonalizzarlo permanentemente. Cinque mesi dopo, a dicembre, avrebbe inaugurato i festeggiamenti del Capodanno musicale in piazza, una novità assoluta per Napoli, ma anche per l’intera Italia.
Sembrò una follia per una città abituata pure all’esplosività anche drammatica della mezzanotte, e in realtà fu una scommessa, vinta. La lira era crollata ma paradossalmente qualche milione di italiani se ne era andato all’estero a festeggiare. Non proprio pochissimi avevano invece preferito Napoli dopo aver visto in estate le immagini in mondovisione dei più influenti uomini del mondo con espressioni cariche di meraviglia per una dimenticata capitale che ritrovava gli antichi sfarzi. Bassolino fece un colpo di telefono a Luciano De Crescenzo e a Marisa Laurito, in città per le feste, invitandoli a scandire il countdown e a brindare tra la gente. Ebbe il sì, come pure quello di Enzo Gragnaniello, Antonio Onorato, Tony Cercola e Nello Daniele, designati a suonare incappottati. Don Antonio registrò un messaggio di fine anno davanti alle telecamere delle tivù locali, con cui invitò tutti in piazza, turisti e cittadini. Arrivarono in centomila al Plebiscito, e trovarono i musicisti sul palco, allestito in tutta fretta sul lato di palazzo Salerno, e poi artisti di strada, mimi, musici, attori, ballerini e clown qua e là. A mezzanotte il brindisi, e poi il promesso spettacolo pirotecnico sul mare, che non si vedeva dai tempi della già scomparsa festa di Piedigrotta. E per concludere la nottata, lasciata all’improvvisazione dei dj delle principali radio private, cornetti caldi a mille lire del vecchio conio nei chioschi allestiti dagli acquafrescai di Mergellina.
Contemporaneamente, in piazza del Popolo a Roma, i migliori jazzisti italiani suonarono le note di cento anni di cinema d’autore con cinquanta pianoforti, mentre le immagini delle più storiche pellicole furono proiettate su un megaschermo. Gran ballo in compagnia del sindaco Rutelli e fuochi d’artificio. Più su, a Bologna, in piazza Maggiore, fu messa in piedi la ‘Notte degli Angeli’ all’insegna della solidarietà. Uno spettacolo condotto da Paolo Bonolis con i maggiori nomi dello spettacolo bolognese: Lucio Dalla, Gioele Dix, Red Ronnie, Gianni Morandi, Ron, Luca Carboni e altri.
Così, in Italia, nacque il Capodanno in piazza. Fu un successo! Tutte le amministrazioni, negli anni successivi, si accodarono alla modernità lanciata da Napoli, Roma e Bologna, rendendo il brindisi sotto le stelle di San Silvestro un irrinunciabile appuntamento di tutte le città italiane. Oggi il cosiddetto “concertone di Capodanno” è tradizione nazionale.

De Laurentiis: «il Napoli è nato nel 2004». Maradona, scudetti e storia cancellati?
Angelo Forgione – «Il Napoli è nato con me nel 2004, altro che 1926! Ho comprato un pezzo di carta per 33 milioni di euro. Il Napoli non esisteva più, potevo anche chiamarlo Partenope». Sono parole del presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis, per cui la storia del Napoli a lui preesistente non esisterebbe più. È chiaro che non sia così, e lo sa bene anche il patron azzurro, che magari non sa che la vera nascita del Napoli è datata 1922 ma era ben conscio, nel 2004, che avrebbe speso 33 milioni di euro per acquistare una storia importante, con un certo peso commerciale. Certo, avrebbe potuto cambiare la denominazione e partire dai dilettanti invece che dalla Serie C1, magari in un’altra città, senza spendere milioni per un pezzo di carta, senza palmarès, senza storia e senza ritirare la n.10. E invece l’ha fatto, e l’ha fatto a Napoli, dove non aveva concorrenza sportiva, perché non è persona sprovveduta ma lungimirante e attenta agli investimenti.
Tifosi irritati, e non solo i tifosi. Ma Aurelio De Laurentiis non va preso alla lettera. Aurelio De Laurentiis va interpretato per i messaggi che manda a tutto l’ambiente. Ne ho parlato con il direttore di Tuttonapoli.net e coi tifosi alla trasmissione Club Napoli All News di Tele Club Italia, spaziando anche su temi extra-calcistici.
25/9: dibattito sulla “Questione meridionale” a Giugliano e “San Gennaro Day” al Duomo di Napoli
Doppio appuntamento nella serata di venerdì 25 settembre. Il Movimento Polis, nell’ambito della rassegna “Non restiamo a guardare”, organizza per venerdì 25 settembre un dibattito in piazza Matteotti a Giugliano sulla “Questione meridionale”. Alle ore 19, lo scrittore e giornalista Angelo Forgione, il rapper Tueff, il direttore di Tuttonapoli.net e giornalista di TeleClubItalia Francesco Molaro, l’attore Ciro Fiengo e lo scrittore giuglianese Emanuele Coppola parlarenno di divisione territoriale ai cittadini giuglianesi e saranno moderati da Leonardo Ciccarelli, che introdurrà poi la proiezione del film Song ‘e Napule, prevista per le ore 20,30. Per quell’ora sarà già iniziata la serata di gala del premio “San Gennaro Day 2015”, al sagrato del Duomo di Napoli. L’evento laico, sotto la direzione artistica di Gianni Simioli, vadrà alternarsi sul palco un lungo elenco di eccellenze del territorio, e non solo.


