Calderoli: «Ministero del Lavoro a Napoli inappropriato»

Ministero del Lavoro a Napoli inappropriato?
Almeno quanto quello della Cultura al nord!

Lega Nord in piena propaganda per tenere buono il proprio elettorato. E così il Ministro della Semplificazione Roberto Calderoli, ieri sera a Brescia, si è dato alla sua folla con l’ennesima dichiarazione ad effetto contro Napoli nell’ambito dell’inaugurazione delle tre sedi distaccate dei ministeri. «Ci saranno ministeri distribuiti su tutto il territorio, anche nel Mezzogiorno. Penso che anche il Mezzogiorno debba darsi una bella svegliata.
Calderoli ha aggiunto: «Credo che un ministero debba stare vicino al territorio, adatto per quelle competenze. Ha senso che il ministero dell’Agricoltura stia a Roma, nel centro di Roma? Io credo proprio di no, mettiamolo in un territorio agricolo. Ha senso che il ministero dello Sviluppo economico stia a Roma? Per me avrebbe più senso che stesse a Brescia, perché sarebbe come mettere il ministero del Lavoro a Napoli, dove non sanno di cosa si parla».
Come dire, il ministero dell’Agricoltura sta bene in pianura padana, quello dello Sviluppo economico a Brescia, etc. Via i ministeri da Roma, e comunque non a Napoli. Men che meno quello del lavoro, che secondo Calderoli è città dove la gente non sa cosa sia lavorare.
Un Ministro della Semplificazione è forse portato a farla facile e a dimenticare che se esiste il fenomeno dell’emigrazione è perchè a Napoli la gente vuole lavorare.
È vero, Ministro Calderoli… e se il nord è diventato produttivo lo deve anche a quei Napoletani (e meridionali tutti) che chiusero i fagotti di cartone con lo spago in cerca di quel lavoro negato al sud, ai quali i settentrionali invece negarono il fitto. E se esiste la disoccupazione è perchè non c’è offerta, non certo domanda. E se esiste il lavoro nero è perchè la gente accetta di lavorare anche senza regolare contratto. Si chiama “sommerso”, caro Calderoli.
Lei sa, o forse no, che 150 anni fa da Napoli non emigrava nessuno e semmai era dal nord che vi si veniva a lavorare. Le racconto un aneddoto: Leopoldo I di Toscana non perdeva mai occasione per dare lezioni di governo al cognato Ferdinando di Borbone al quale un giorno chiese quante riforme avesse messo in atto nel Regno di Napoli. Il sovrano Napoletano rispose “nessuna”, ma poi in lingua Napoletana proseguì la risposta: «Ma non hai neanche un Napoletano al tuo servizio nei tuoi Stati, mentre io ho circa trentamila Toscani nel mio Regno e persino nel mio palazzo. Ci sarebbero se tu avessi insegnato loro a guadagnarsi il pane nei tuoi Stati?»
Era quello il tempo in cui i Ministeri erano tutti a Napoli, laddove a Palazzo San Giacomo si decideva per tutto il Mezzogiorno, prima d’esser declassato a palazzo comunale.
È solo un aneddoto di un tempo antico ma non troppo, certo, ma è pur sempre storia e cultura che dovrebbero insegnare ai popoli. Ma si sa, la storia insegna solo che i popoli non imparano nulla dalla storia. E allora, se proprio vogliamo proseguire sulla falsa riga della propaganda leghista, diciamo pure che un ministero del lavoro a Napoli è tanto fuori luogo oggi quanto lo è un eventuale Ministero delle Attività Culturali al nord.

Angelo Forgione 

Statua di Alfonso d’Aragona vandalizzata, il restauro non risulta.

Statua di Alfonso d’Aragona vandalizzata:
il restauro non risulta, nessun danno-bis (?)

anarchia totale al “Plebiscito” 

La scorsa settimana i giornali hanno riportato la notizia di una nuova amputazione alla statua di Alfonso d’Aragona sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli. Da quanto appreso, sarebbe di nuovo saltato il dito medio e il danno si sarebbe verificato immediatamente dopo il restauro alla stessa mano che, sempre da quanto si è letto, aveva restituito alla statua anche il dito indice della mano destra.

Di quella statua, e non solo di quella, mi sono occupato nello scorso Ottobre con segnalazione e denuncia recapitata alla Soprintendenza B.A.P.S.A.E. di Napoli, alla Regione Campania e al Comune di Napoli, evidenziando che i danni permanevano da diversi anni senza alcun intervento di restauro (foto in basso). Altresì avevo denunciato l’assenza di misure di sicurezza e sorveglianza in una piazza che è simbolo della Napoli Capitale nonchè scrigno d’arte e cultura.

A distanza di un mese e mezzo, ricevetti il protocollo n.0015353 del 22/11/2010 della Soprintendenza Regionale indirizzato alla Soprintendenza di Napoli, alla Soprintendenza Speciale per il Patrimonio storico e, per conoscenza, all’allora Ministro Bondi e al sottoscritto. Quel documento aveva per oggetto “Reggia di Caserta – segnalazione”  e chiedeva che, in riferimento alla allegata nota n. prot. 19268 del 25.10.2010 del Gabinetto del Ministro, nel precisare che la segnalazione si riferiva al Palazzo Reale di Napoli e non alla Reggia vanvitelliana, si chiedesse alle soprintendenze destinatarie di relazionare in merito.

Insomma, dopo un evidente giro di carteggio relativo alla segnalazione del sottoscritto, di questa se ne faceva evidentemente carico prima il Ministero per i Beni e le Attività Culturali che la girava alle soprintendenze locali indicando erroneamente come sito, chissà per quale strana dinamica, la Reggia di Caserta e non il Palazzo Reale di Napoli (leggi da V.A.N.T.O.)

Da allora nessuna notizia, men che meno informazione ufficiale di imminente restauro della statua che non risulta sia mai stata restaurata.

Appresa la notizia sui giornali, interdetto e rabbioso, mi sono recato a Palazzo Reale per verificare di persona, scattando delle foto alla mano vandalizzata al fine di comparare il danno attuale con quello segnalato ad Ottobre.
Ebbene, mi pare di poter dire che non ci sia stato alcun restauro recente, sia per la mancanza di comunicazione degli enti contattati sia per la perfetta coincidenza del profilo della frattura, oggi identico a quello riscontrato ad Ottobre quando, tra l’altro, il dito indice era presente e visibilmente riattaccato con le stesse evidenti “sbavature” visibili attualmente (clicca sulle immagini a confronto di fianco per ingrandire).

Tuttavia, seppure mi pare di poter dire fino a prova contraria che non ci sia stato restauro e quindi reiterato danno, cosa che aveva fatto montare in me grossa rabbia, ho comunque rilevato per l’ennesima volta la presenza nella piazza di giovani calciatori intenti a sferrare pallonate sulla facciata del Palazzo, colpendo ripetutamente statue e vetrate (clicca sulla foto in basso per ingrandire).

Tutto questo nell’assoluta serenità della mancanza di vigilanza che fa si che nel sito di importanza mondiale i turisti rabbrividiscano. Non solo la facciata della reggia ma anche il colonnato quanto il pronao della Basilica di San Francesco di Paola e le stesse statue equestri sono un insieme casuale di scritte che si accavallano l’una sull’altra. Come pure marmi asportati e scempi di ogni tipo, emblematici di una devastazione dell’immenso patrimonio della città consegnato completamente ai nuovi barbari.

Eppure le leggi ci sono, a partire dal vecchio articolo 639 del Codice Penale per cui il deturpare i monumenti è reato punibile con 11.032 euro e la reclusione fino ad un anno se il vandalo sporca o aggredisce un monumento. Nel Maggio 2009 poi, l’allora sindaco Iervolino emanò l’Ordinanza sindacale n.483 con cui si fece divieto di imbrattare o deturpare edifici pubblici, monumenti, attrezzi, strumenti ovvero oggetti e cose di arredo urbano, e in caso di violazione la sanzione fu fissata a 200 euro e a 500 euro per il “graffitaro” recidivo.

Nessuno ha mai fatto rispettare queste leggi-farsa, la Polizia Municipale non controlla e dunque ci tocca subire ogni giorno l’aggressione ai monumenti.

Lo scorso anno, a Barcellona tre “graffitari” sono stati sanzionati con una multa di 7mila euro per  aver imbrattato un monumento e due veronesi sono stati rincorsi e acciuffati fin dentro casa. A Napoli invece vige la libertà assoluta!

Angelo Forgione
Movimento V.A.N.T.O. 

Ancora cori razzisti, tutti zitti tranne che li urla

Ancora cori razzisti, tutti zitti tranne che li urla
Durante Milan-Napoli va in scena il solito copione

Sono costretto a ripetermi. Ancora razzismo verso i Napoletani, e non stupisce, ma anche stavolta chi dovrebbe (?) arginarlo fa finta di nulla.

Abbiamo perso meritatamente, e ci sta. Abbiamo preso una lezione di personalità, e ci sta. Quello che non è tollerabile è che uno stadio intero sfoghi la propria liberazione dal forte timore per il Napoli con cori razzisti. “Napoli colera, vergogna dell’Italia intera…” al terzo goal è stato cantato dall’intero Meazza, eccezion fatta per i 10.000 Napoletani che hanno dovuto ingoiare il boccone amaro, compresi i tanti bambini che abbiamo visto gioiosi e festanti sugli spalti con maglie e bandiere azzurre prima del tracollo. A loro chi glielo spiega che lo stadio è una zona franca diseducativa dove tutto può accadere? Non certo il leghista e milanista Ministro degli interni Maroni, non la Procura Federale, non il giudice sportivo Tosel che è un magistrato dello Stato, non l’arbitro Rocchi che avrebbe avuto il dovere di interrompere la partita per cori razzisti. E invece tutto ciò accade impunemente, costantemente, puntualmente, e persino rumorosamente.

Sul capitano del Napoli Paolo Cannavaro non riponiamo più speranze, è oramai palese che sia scarico o scaricato di questa responsabilità verso il suo popolo. Non ci resta che denunciare ogni volta la stessa cosa, rischiando di passare per petulanti, ma con la convinzione delle nostre idee e con la consapevolezza che un fenomeno razzista è pericoloso nella misura in cui è sottovalutato.

E nessuno ci venga a dire che si tratta di calcio, come se gli stadi non siano manifestazione amplificata della società italiana, come se lo sport non debba essere maestro di vita. Nessuno ci venga a dire soprattutto che si tratta “solo” di calcio quando un Presidente del Consiglio dei Ministri, che rappresenta trasversalmente tutti gli italiani in un periodo di retorici e ipocriti festeggiamenti dell’unità, fa proclami da condottiero del nord contro l’intero sud, mica contro il solo Napoli… non è “solo” calcio quando un Ministro degli Interni prima propugna leggi federali contro il razzismo e poi per i Napoletani diventa Ministro degli “esteri” di un paese straniero… non è “solo” calcio quando un Ministro della Difesa porta nel calcio la retorica risorgimentale dichiarando che “il pallone ha contribuito molto a rendere forte lo spirito di coesione e unità nazionale”.

Ricordo che al “San Paolo”, nel 1988, il Milan strappò uno scudetto al Napoli e uscì tra gli applausi di 80.000 Napoletani. Oggi non trovo più niente da applaudire.

Noi, meritatamente perdenti sul campo e colpevolmente in questa società, cosa avremmo poi da festeggiare il 17 Marzo?

Ma si, stiamo esagerando, forse è “solo” calcio.

Angelo Forgione

 

 

 

ECCO PERCHÈ I NOSTRI MONUMENTI CADONO A PEZZI

ECCO PERCHÈ I NOSTRI MONUMENTI CADONO A PEZZI

A metà Ottobre V.A.N.T.O. denuncia il danneggiamento della statua di Alfonso d’Aragona sulla facciata di Palazzo Reale.
Dopo un mese e mezzo di chissà quali giri del carteggio, la Soprintendenza regionale indica al Ministro Bondi che la segnalazione di V.A.N.T.O. è relativa al Palazzo Reale di Napoli e non alla Reggia di Caserta!
Congratulazioni Sig. Ministro Bondi e Ministero tutto.

 

Emergenza patrimonio. Philippe Daverio: “Lo Stato ha fallito, più bravi i Borbone”

Mentre le celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia sono sempre più silenziose, decisamente fragorose e sempre più frequenti sono le bombe lanciate da autorevoli personaggi della cultura che stanno pian piano abbattendo il muro della retorica risorgimentale, riattribuendo i giusti meriti al sud pre-unitario e alla dinastia borbonica che lo condusse ai vertici del prestigio internazionale.

Sotto il profilo economico-industriale bastano i saggi di Paolo Malanima, direttore dell’Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo del CNR e Vittorio Daniele dell’Università “Magna Græcia” di Catanzaro, e quello di Stefano Fenoaltea e Carlo Ciccarelli della Banca d’Italia per dimostrare che il sud non era affatto sottosviluppato rispetto al nord.
Ormai i grandi personaggi della cultura sono sempre più soliti nell’amplificare ciò che noi meridionalisti professiamo e facciamo oggetto della nostra battaglia culturale mai fumosa e poggiata, appunto, su cultura e studi in quanto consapevoli di essere “semplici” divulgatori di verità sotterrate.

Dopo l’amplificazione della legge borbonica sull’introduzione pionieristica della raccolta differenziata portata alla ribalta nazionale da Roberto Saviano, sulle pagine de “IL MATTINO” di Napoli del 1 Dicembre 2010 è il turno di Philippe Daverio, apprezzato e stimato critico d’arte e docente universitario, che decreta il fallimento della tutela del patrimonio artistico in Italia e la superiorità e l’efficienza delle Due Sicilie rispetto alla moderna nazione italica: «La tutela del patrimonio in Italia è un fallimento. Lo Stato ha fallito e l’Italia si è dimostrata meno capace di quanto fecero i Borbone nelle Due Sicilie che era un grande Stato».

Philippe Daverio sta per lanciare “Save Italy”, un progetto per portare all’attenzione dell’intera comunità internazionale il caso Italia e chiedere l’intervento di tutti per far qualcosa di utile alla salvaguardia del nostro impareggiabile patrimonio.
Del resto era stato proprio lui ad avallare la mia video-denuncia “Il ponte sullo Stretto che ammazza la cultura” ammonendo così: «In Italia viene ritenuto prioritario il ponte sullo Stretto di Messina. Vuol dire anche che per realizzare il ponte non si salva la Reggia di Caserta».

E significativo è, in chiave risorgimentale, un passaggio di una sua dichiarazione su “LA STAMPA” di Torino del 12 Dicembre 2009 in cui, pur valorizzando il patrimonio culturale torinese, Daverio trovò comunque il modo per dire ai piemontesi tra le righe che sono invasori: «il Piemonte non è Italia. Torino è la capitale di uno stato che ha conquistato l’Italia senza farne parte». Così confermando che il Risorgimento non fu un moto di unione ma una guerra senza dichiarazione, un’annessione del sud, unica parte del paese davvero indipendente e italiana, da parte di un nord sabaudo filo-francese (e inglese), quindi straniero.

Razzismo condannato e razzismo consentito

Razzismo condannato e razzismo consentito

Nel corso del match amichevole Italia-Romania del 17 Novembre 2010, altra manifestazione di sottocultura italiana con i “buuu” rivolti a Balotelli.

Ciò che sdegna di più è però la condanna corale dai media (giustissima) che tacciono però per altre forme di razzismo non meno evidenti e schifose.
C’è tanto da fare e lavorare in questo paese.

Proprio nella stessa giornata, Angelo ForgioneIlario Imparato ne parlano a “Si Gonfia la Rete” su Radio CRC targato Italia.

Fabio Fazio e le “contraddizioni” di Maroni

Fabio Fazio e le “contraddizioni” di Maroni

Polemiche leghiste sulle parole di Saviano circa gli affari delle mafie al nord (e sai la novita?). Maroni definisce lo “show” dello scrittore diffamatorio della comunità lombarda.

Ha ragione MARONI o SAVIANO? Esercizio sterile e inutile.

Meglio sfruttare lo spunto per analizzare la figura di FABIO FAZIO che nelle sue trasmissioni (di confronto) non sa rispondere ai suoi interlocutori e, come nel caso vergognoso “BOCCA CONTRO NAPOLI”, lascia che dicano ogni idiozia senza contraddittorio alcuno.

Nel video allegato (in basso) che si riferisce alla puntata di “Che tempo che fa” del 17 Gennaio 2010, il Ministro MARONI, a 00:58:10, dice: “Per me il violento è violento a prescindere. Se ci fosse un leghista preso a fare un atto di violenza ovviamente per me vale esattamente come un qualsiasi altro criminale”.

Maroni era già stato condannato per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale per aver morso il polpaccio di un agente di Polizia.
In sostanza, MARONI SI DEFINISCE CRIMINALE DA SOLO, ma Fazio non sa ravvisarglielo.

E sempre MARONI, a 00:59:10, commenta la sua dichiarazione: “Laddove in uno stadio si ascolti un coro razzista o di quel tipo, si chiude la partita”. E dice: ” si, è difficile distinguere il razzismo dallo sfottò, ma bisogna dare segnali forti in ogni caso. Appena si sente un accenno di coro dubbio, bisogna intervenire”.
Tolleranza zero per Maroni, eppure si continua a sentire in ogni stadio il coro “Vesuvio lavali col fuoco”. E nessuno dice nulla (neanche il Napoletano e Capitano del Napoli Paolo Cannavaro).

Bocca, Maroni, Marchionne… etc.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-10287402-70c3-47fc-a9a9-84d728377ec0.html?p=2

Crolli a Pompei, cosa c’è dietro? (intervista a Radio SBS Australian Network)

Crolli a Pompei, cosa c’è dietro?

intervista a Radio SBS Australian Network

6 Novembre 2010: crolla la “Schola Armatorarum” detta anche Domus dei Gladiatori. Un pezzo di patrimonio unico al mondo che l’Italia perde per sempre. Disponibile online l’intervista ad Angelo Forgione sul crollo di Pompei concessa al prestigioso network australiano “SBS Radio” in cui si tenta di fare chiarezza sulla situazione.


Pompei, crolla la Domus dei Gladiatori

Pompei, crolla la Domus dei Gladiatori

di Angelo Forgione

Crollo agli scavi di Pompei: stamane all’alba è venuta giù la Schola Armatorum, la Domus dei Gladiatori. Pare che a causare il collasso della struttura siano state delle infiltrazioni d’acqua, almeno a quanto riferito dai custodi.

Non è un fatto isolato poichè il sito archeologico di Pompei sta crollando lentamente, giorno dopo giorno. Da tempo si susseguono gli appelli al Governo Berlusconi e al Ministro Bondi che restano inascoltati e risuonano più vigorosi che mai dopo questo nuovo grave accadimento. Tra questi, quello dell’ex sindaco di Ercolano Luisa Bossa: «Sono mesi che denuncio, con interrogazioni e articoli, il degrado allarmante degli scavi di Pompei. Il gravissimo crollo di stamattina è la dimostrazione che il Governo e il ministro Bondi hanno sottovaluto la situazione e raccontano, da tempo, un bel pò di sciocchezze».

I tagli ai beni culturali stanno mettendo in ginocchio tutto il patrimonio artistico italiano, il maggiore del pianeta, e la Campania, ricca di siti, ne risente in maniera particolare. Gli insufficienti lavori che si stanno portando avanti negli scavi vesuviani prevedono l’uso di mezzi pesanti che stanno mettendo a rischio la stabilità delle fragili quanto preziosissime strutture archeologiche. Alcuni “restauri” poi si sono compiuti con l’uso di colate di cemento.

Il Ministro Bondi si è dimostrato in passato compiaciuto del lavoro dei suoi collaboratori e commissari e solo un mese fa il Sottosegretario ai Beni Culturali Francesco Giro aveva polemizzato dicendo che le polemiche sul degrado di Pompei erano solo un pretesto per gettare fango sull’immagine del Ministro Bondi.

Pompei crolla perchè i fondi per la salvaguardia dei beni culturali sono ridotti al lumicino, mentre si favoleggia la costruzione del Ponte di Messina e si sponsorizzano le “grandi opere”. L’Italia spende un sesto di quello che spende la Germania per il patrimonio culturale, pur detenendo una ricchezza monumentale e archeologica di gran lunga superiore.
L’Italia “conserva” il 70 per cento del patrimonio artistico mondiale ma lentamente perde posizioni nelle preferenze dei turisti internazionali e pezzi importanti d’arte.

Nel 1748, un sovrano illuminato fiutò l’oro alle falde del vulcano e diede il via a quegli scavi che rappresentarono la fortuna di un Regno. Oggi l’Italia quell’oro lo ha in mano e lo butta via. Canta Federico Salvatore in “Se io fossi San Gennaro”: «é lo sforzo di cagare dell’ignobile pappone sulle perle date ai porci da Don Carlo di Borbone».

leggi su napoli.com

video-denuncia: IL PONTE SULLO STRETTO CHE AMMAZZA LA CULTURA

Brunetta e le sentenze affrettate

Brunetta e le sentenze affrettate

vai all’articolo su napoli.com

di Angelo Forgione

Ora ci si è messo anche un Ministro della Repubblica a fare il verso ai leghisti che urlano “Napoli colera” senza vergogna alcuna. Un esponente del PdL, il maggiore partito del paese, uomo del nord, ma non di quel nord dichiaratamente secessionista.

Le parole di Renato Brunetta proprio non piacciono perché appesantiscono ancora di più la brutta aria che respirano i Napoletani quando mettono il naso fuori dalla loro città. Napoli, Caserta, la Calabria, il sud sono stati messi sulla graticola da un uomo dello Stato che ha denunciato che lo Stato in quelle zone non c’è. È come se un dirigente delle Ferrovie dello Stato dicesse che un determinato treno rovina l’immagine delle Ferrovie stesse perché sopra non ci sale alcun controllore. Quel controllore chi deve garantire che ci sia? E quel treno a quale ente appartiene? Le parole di Brunetta sono quindi un autogoal, e rappresentano una sconfitta per lo Stato stesso che non garantisce una seria lotta alle mafie e una crescita del livello di sicurezza, civiltà e rispetto delle regole nelle zone messe sotto accusa.

La verità è che Napoli è un simbolo potentissimo del Sud ed è vittima di una strategia di distruzione della sua identità. Si tratta di un continuo “lavaggio del cervello” verbale partito con l’unità del paese, il cui risultato già raggiunto è quello di convincere Napoletani e Meridionali di far parte di una razza inferiore. A furia di sentirselo dire da centinaia di anni, i sudisti si sono convinti di essere “sudici”. Malcom X diceva che per dominare uno schiavo si doveva convincerlo che la sua razza non aveva mai avuto altro destino che non fosse la schiavitù.  E così si è fatto coi Napoletani e coi meridionali, gente per natura ingegnosa e laboriosa che ha inventato nuovi corsi e alla quale invece viene oggi negato e nascosto un passato decisamente migliore al solo scopo di evitare che lo si debba restituire.

Sono chiare a tutti le enormi problematiche della conurbazione Napoli-Caserta, così come quelle della Calabria e del Sud in generale; il vittimismo e l’ipocrisia non giovano a nessuno e sono note le difficoltà dello stile di vita del sud del paese. Ma non si possono ignorarne le cause che non sono tutte ascrivibili ai cittadini. Se ai meridionali non si assicurano istituzioni e quindi applicazione delle leggi, la colpa è dei meridionali o forse dello Stato che evidentemente non è presente a dovere nei territori del Sud, proprio come dice Brunetta?

Se i fondi F.A.S. destinati al Sud vengono sottratti dallo Stato centrale per risolvere problematiche del nord diverse da quelle a cui sono destinati, se il C.I.P.E. dimentica la questione meridionale programmando finanziamenti di esclusivo interesse del nord, non è corretto che ne paghi oltremisura il Sud anche in termini di denigrazione. “Cornuti e mazziati” i meridionali che di questo modo di condurre il paese sono principali vittime.

Forse Brunetta condanna i morti per camorra, ma è il caso di ricordargli che gli omicidi volontari, seppur non di matrice malavitosa, sono in numero di gran lunga superiore al nord. Forse ce l’ha con le truffe spicciole dei Napoletani, e allora, senza voler considerare i danni all’erario che la forte evasione fiscale settentrionale comporta, è il caso di ricordargli le maxi-truffe di Parmalat, Bipop-Carire e di tutte quelle grandi e meno grandi multinazionali e banche del nord che hanno rubato più di quanto abbiano fatto tutti i mariuoli napoletani insieme dal dopoguerra ad oggi. Tra i meridionali si annidano dei borseggiatori disperati, tra i settentrionali dei “bondeggiatori” organizzati che hanno ridotto sul lastrico migliaia di piccoli risparmiatori. Con la differenza che un Rolex scippato fa psicologicamente meno male della sparizione di migliaia di euro dal conto corrente di un pensionato magari ammalato o di una coppia in procinto di metter su famiglia.

L’emergenza rifiuti, il maggior danno all’immagine di Napoli, è certamente anche figlia dell’incapacità degli amministratori locali, ma Impregilo e rifiuti tossici sotterrati in Campania sono il segno di una grossa speculazione tutta settentrionale.

Brunetta dice che Napoli e Caserta sono un cancro e che senza di esse l’Italia sarebbe il primo paese d’Europa? Senza voler tirare in ballo i tanti primati storici di Napoli fini a se stessi nell’ottica di un dibattito economico attuale, si ricordi a Brunetta che la cultura dell’Europa moderna è figlia anche e soprattutto della cultura profusa da Napoli e Caserta nel sette e ottocento, con una capacità incredibile di influenzare il mondo intero, non solo il continente.

A Napoli è nata l’opera lirica, in quel teatro di San Carlo che fu il centro del mondo nel settecento. Il “settecento musicale Napoletano”, appunto, fu il fondamento del mondo dell’opera di Mozart e di tutto l’ottocento.

Dalla conurbazione Napoli-Caserta sono fioriti nuovi stili architettonici che hanno cambiato il gusto dell’Europa. Dalla scoperta di Pompei, Ercolano e Oplonti, Vanvitelli trasse quegli spunti che mandarono in soffitta il rococò francese dando il la alla creazione dello stile “neoclassico” che è diventato poi a Parigi il “Luigi XVI”. E ancora, lo stile “impero”, derivante dalle immagini dei templi di Paestum, che ha fatto il giro d’Europa per diventare lo stile preferito di Napoleone che finì col riportarlo proprio a Napoli. E infine, lo stile “eclettico”, il cui primo esperimento nacque a Palermo con la “Palazzina Cinese” per volontà della corte Napoletana in esilio durante la rivoluzione del 1799, e solo una ventina di anni dopo questo stile influenzò il “Carlo X” in Francia e il grande “eclettismo britannico”.

Sempre nel ‘700, tra Napoli e Caserta nacque la cultura operaia specializzata, con le fabbriche di porcellana di Capodimonte e le seterie di San Leucio che ancora oggi rappresentano un vanto per l’Italia all’estero.

E ancora nel ‘700, a Caserta è attribuito uno dei massimi segni della civiltà: l’introduzione dell’igiene intima. A partire dal primo bidet della penisola, nella reggia di Caserta, che i Savoia definirono poi “oggetto sconosciuto a forma di chitarra”. Qui se ne fece uso, a differenza di quanto accadeva in Francia laddove il bidet fu inventato ma non utilizzato, finendo per scomparire in una decina d’anni persino da Versailles in cui ve ne erano un centinaio. Oltre al bidet, alla reggia di Caserta apparve anche il gabinetto con tanto di sifone e acqua corrente per la ripulitura.

Sempre a Caserta, la corte Napoletana introdusse la privacy come la conosciamo oggi: il diritto alla riservatezza e alla discrezione. E le abitudini francesi della vita intima sempre pubblica tipiche di Luigi XIV furono soppiantate per sempre.

Attorno a Caserta, manco a dirlo nel ‘700, si sviluppò una rivoluzione agricola senza precedenti che segnò i gusti dell’intero continente fin qui. Qui vi fu la scoperta del pomodoro “San Marzano” e nacque una meraviglia: la mozzarella di bufala. A Napoli tutto questo si tradusse nella nascita dei due fiori all’occhiello della cultura culinaria mediterranea: la pizza e gli spaghetti. Grazie a Napoli entrò nella cultura italiana il caffè che arrivò in Europa dalla Turchia e penetrò passando per Vienna, di cui la Regina di Napoli Maria Carolina era figlia. Da quest’incrocio, Napoli divenne terminale del percorso e capitale nazionale del caffè.

Napoletani e Casertani conoscono bene le grandi difficoltà che vivono quotidianamente. La situazione è grave, non c’è dubbio, ma siano dunque anche orgogliosi di ciò che hanno donato al mondo e consapevoli di ciò che da troppo tempo si cerca di nascondere, fieri del fatto che la musica che si sente nei migliori teatri del mondo, i monumenti di San Pietroburgo come quelli di Parigi, il modo di curare la propria igiene intima, la privacy, l’intimità e il cibo stesso siano frutti della Napoletanità nella misura in cui sono patrimonio europeo, anzi mondiale. Che piaccia o no, così è, caro Brunetta!