Napoli costantemente competitivo, una delle pochissime società solide e sane del Calcio italiano, pur trattandosi di un club del Sud. Eppure il suo presidente divide come non mai l’opinione, così come tutti quelli che esprimono pubblicamente il loro parere sulla sua gestione. Altro problema è il personaggio, che fa ben poco per essere popolare e benvoluto.
Ne abbiamo parlato a Fuori Gara, su Radio Punto Zero, con Michele Sibilla e Fabio Tarantino.
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Napoli, Palermo e quell’inglese che le fece giocare contro all’ora del thé

Angelo Forgione – È la partita che mette di fronte le due città più grandi del Sud-Italia. Napoli contro Palermo è il manifesto del Calcio meridionale da sempre, il match che nel primissimo Novecento metteva di fronte i club più forti tra quelli non invitati al divertimento del Football del Nord, quello della “Prima categoria nazionale”, che di nazionale aveva davvero poco. La FIGC vietava alle squadre dell’Italia dimenticata di giocare con quelle dell’Italia del nuovo slancio. Le proteste non mancarono e la più accorata fu quella dei messinesi, i quali chiesero di partecipare perché il Calcio avrebbe giovato alla ripresa della città piegata dal terremoto del 1908. La “preghiera” di aiuto fu completamente ignorata. Come ho raccontato in Dov’è la Vittoria (Magenes), ci volle un magnate inglese per far “divertire” i ghettizzati. L’uomo del thé creò una competizione tra squadre di Campania e Sicilia. Così nacque il derby delle Due Sicilie.
[…] A inizio Novecento, Torino aveva delineato con Genova e Milano il cosiddetto “triangolo industriale”, dove si erano iniziate a concentrare l’offerta di lavoro e la conseguente immigrazione dalle altre zone del Paese. Proprio nella Torino dei Savoia era nata, nel 1898, la Federazione Italiana Football, antesignana della Federazione Italiana Giuoco Calcio, organizzazione di sovrintendenza per il neonato Campionato Nazionale, poggiato su un fondamento significativo: era esclusivamente settentrionale, a espressione industriale. Furono infatti invitate a disputarlo le quattro squadre di Torino e Genova. Molto presto si aggiunsero alla competizione altre squadre liguri, piemontesi e lombarde, tra cui la Juventus e il Milan. Il Calcio del “triangolo industriale” aprì poi al Nord-est e nel 1910 la Federazione, che un anno prima aveva assunto la denominazione definitiva (FIGC), accolse il Veneto e l’Emilia Romagna nel campionato “industriale” di Piemonte, Liguria e Lombardia, detto italiano. Solo squadre del Nord progressista, dunque, nonostante l’interessamento al Calcio di nuovi sodalizi di diverse latitudini. […]
[…] Relegato ai margini del progresso, il Sud non poté comunque sviluppare un movimento calcistico da allineare a quello del Nord, il quale neanche sentì l’esigenza di gareggiare con l’altra parte del territorio e di farlo crescere. I calciatori residenti tra Genova, Torino e Milano non ebbero alcuna intenzione di prendere un treno per recarsi a giocare a Napoli, Messina o Palermo. Campania e Sicilia si misuravano in competizioni declassate dalla Federazione e nella Lipton Challenge Cup, un torneo organizzato dal magnate britannico del tè Thomas Johnstone Lipton, nominato commendatore del Regno d’Italia da Casa Savoia per i suoi meriti nell’import-export sull’asse Londra-Torino. Nelle sue ricche rotte commerciali con l’Oriente attraverso Suez, individuò nelle due regioni le compagini di maggior livello tecnico meridionale e le mise in competizione. […]
La Lipton Challenge Cup, per sette edizioni dal 1909 al 1915, mise di fronte le vincenti delle eliminatorie campane e siciliane. Fu vinta per 5 volte dal Palermo, sempre in finale, e 2 dal Naples, la squadra che nel 1922 si fuse con l’Internazionale Napoli (due volte finalista del trofeo del thé) per dare vita all’Internaples, ovvero il Napoli di oggi.
Auguri SSC Napoli, ma nascondi l’età
Angelo Forgione – 1 agosto, giorno di festeggiamenti per il Napoli, l’unico club del Sud capace di misurarsi contro il ricco Nord del calcio. Una ricorrenza che però è inventata di sana pianta, perché in realtà la SSC Napoli di anni ne ha quattro in più di quelli che ci suggerisce la storia mal narrata, e se c’è un giorno di agosto da celebrare, quello è semmai il 25, non l’1. Faccio chiarezza, dopo aver già divulgato nel mio libro Dov’è la Vittoria (Magenes) e in diverse altre occasioni, anche allo stesso presidente Aurelio De Laurentiis in una mia conferenza sulla storia del caffè al Mostra Agroalimentare Napoletana M.A.G.N.A.
Inganna tutti la data del 1926, che non è la data di fondazione del club ma quella del cambio di denominazione per motivi politici. Dal nome inglese a quello italiano, dettato dall’applicazione della Carta di Viareggio, uno statuto ufficializzato proprio nell’agosto 1926 dal commissario straordinario della FIGC e presidente del CONI Lando Ferretti per mettere letteralmente il movimento calcistico italiano nelle mani del Fascismo e ricondurre il Calcio al processo di “nazionalizzazione” mussoliniana.
Il Napoli era già nato nell’ottobre del 1922, allorché si era realizzata la fusione tra Naples Foot-Ball Club e l’U.S. Internazionale Napoli, e si era costituito l’Internaples Foot-Ball Club, che aveva eletto come presidente Emilio Reale (patron anche della vecchia U.S. Internazionale) e scelto il colore azzurro. Quella squadra, il primo Napoli, militava nella Lega Sud della Prima Divisione Nazionale, divisa in due competizioni distinte del Nord e del Sud.

Dal 1898, infatti, anno di fondazione della Federazione Italiana Foot-Ball, poi FIGC, il Nord-Italia monopolizzava il campionato italiano, rendendolo espressione del “triangolo industriale” appena nato e relegando le squadre centro-meridionali al ruolo di comprimarie, prima escludendole dai tornei che assegnavano il titolo di campione d’Italia e poi fingendo, nel 1912, di ascoltarne le proteste con la concessione di una finalissima tra le squadre vincitrici di un Girone Nord (con Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia e Veneto) e di un Girone Sud (con Toscana, Lazio e Campania). Finali pro forma, perché tutti, compresa la FIGC, erano ben consci del divario creato tra i due movimenti calcistici – uno in cui i soldi delle zone industrializzate avevano condotto al semiprofessionismo e l’altro ancora fermo al totale dilettantismo – e sapevano che le finalissime non avrebbero espresso alcun significato tecnico-agonistico.
Nel 1925, la precaria situazione finanziaria dell’Internaples aveva convinto Emilio Reale a cedere il club al facoltoso commerciante Giorgio Ascarelli, più adatto a garantire sicurezza al club. Il nuovo presidente, il secondo della storia del club (non il primo come si racconta), aveva ingaggiato l’allenatore lombardo Carlo Carcano, già calciatore della Nazionale, e la giovane promessa piemontese Giovanni Ferrari. Dalle giovanili era stato promosso in prima squadra un certo Attila Sallustro. Quella compagine era poi arrivata a giocarsi, con esito infelice, la finale di Lega Sud contro l’Alba Roma, valevole per l’accesso all’inutile finalissima nazionale per lo scudetto.
A quel punto irruppe il regime fascista, impegnato nel processo di “nazionalizzazione” del Regno d’Italia. Mussolini, non consentendo che il Calcio italiano restasse spaccato tra Nord e Sud e mostrasse disgregazione sociale, impose d’ufficio alla FIGC, tramite il CONI, l’unificazione delle due leghe territoriali in un’unica ‘Divisione Nazionale’, articolata in 20 squadre, di cui 17 sarebbero state del Nord e 3 del Sud, e più precisamente: le prime 16 squadre della Lega Nord; la diciassettesima dello stesso campionato da designare con un torneo tra le retrocesse (vinse l’Alessandria, ndr); le restanti tre dalla ex Lega Sud, ossia le due finaliste dell’ultimo torneo, Alba Roma e Internaples, più la Fortitudo Roma, quest’ultima ammessa perché presieduta da Italo Foschi, uno degli ideatori della riforma fascista del Calcio. I sodalizi del Nord protestarono per le decisioni superiori, riunendosi più volte a Genova, Torino e Milano, ritenendo le tre squadre di Napoli e Roma inadeguate alla competizione e usurpatrici di posti spettanti al Calcio settentrionale. L’ostracismo, però, dovette piegarsi alla volontà politica. A Napoli, a quel punto, si pose un problema serio. Mussolini detestava gli inglesismi, e pur italianizzando il nome Internaples ne veniva fuori la “Internazionale”, che ricordava l’Internazionale comunista, avversaria politica del Fascismo. Il presidente Ascarelli, di origine ebraica, suggerì allora la più opportuna adozione del semplice nome italiano della città. Un articolo de Il Mezzogiorno del 12-13 agosto annunciò che una riunione sociale presso la sede di piazza della Carità avrebbe probabilmente stabilito il “nome migliore da dare alla Società”.
Una nuova assemblea dei soci si tenne il 25 agosto, riportata da Il Mezzogiorno del 25-26 agosto, per formalizzare il cambio di denominazione di una società che era stata fondata nel 1922: da Internaples Foot-Ball Club ad Associazione Calcio Napoli.

Una data, quella del 25 agosto, erroneamente tradotta dalle cronache successive come 1 agosto, giorno in cui non accade di fatto nulla. Il giorno 2 agosto, la Commissione di Riforma dell’Ordinamento della Federazione aveva emanato ufficialmente la Carta di Viareggio, con cui era nato finalmente il campionato unito. Il 3 agosto l’Internaples aveva ottenuto l’affiliazione alla nuova Lega Nazionale.
L’8 agosto, il settimanale Tutti gli Sport aveva pubblicato un articolo in cui si leggeva di “interessamento benevolo del Governo nella questione che non si sarebbe risolta se non fra molti anni di umiliazioni, di abile politica del Sud verso i papaveri del Nord“, di “eguaglianza dei diritti e dei doveri di tutte le società italiane”, di “sacrificio iniziale” delle “società di testa in favore di quelle finora ingiustamente trascurate”, di “legittima aspirazione a progredire” della squadre e dei calciatori del Sud.
L’A.C. Napoli si presentò con un nuovo stemma: il Corsiero del Sole, un cavallo sfrenato, emblema della città capitale dal XIII secolo, simbolo dell’indomito popolo partenopeo. A conferma che non si trattò di fondazione ma di semplice cambio di denominazione, nella nuova rosa figurarono otto elementi della stagione precedente, compreso quell’Attila Sallustro che sarebbe diventato in seguito l’idolo dei tifosi. I risultati della stagione (solo 1 punto in classifica), disastrosi nell’impatto col “Calcio industriale”, trasformarono, per tradizione orale, il cavallo rampante in un ciuccio malandato. Il Regime non si arrese e ripescò più volte le retrocesse pur di supportare il processo di unificazione tra Nord e Sud del Calcio italiano. Anzi, nel 1927 si verificò la fusione delle due squadre romane, anch’esse a fondo classifica, e nacque l’attuale AS Roma, ammessa alla Prima Divisione.
L’A.C. Napoli cessò le attività nel 1943 a causa delle difficoltà incontrate durante lo svolgersi della guerra. A tenere vivo il calcio napoletano fu la neonata Associazione Polisportiva Napoli, che nel 1947 assunse la storica denominazione di Associazione Calcio Napoli. Il 25 giugno del 1964, tra sali e scendi dalla A alla B, la società, soffocata dai debiti, cambiò ancora denominazione in Società Sportiva Calcio Napoli, sodalizio decretato fallito il 2 agosto 2004 e poi rilevato il successivo 6 settembre, attraverso l’acquisto del titolo sportivo da parte di Aurelio De Laurentiis, che scelse la provvisoria denominazione Napoli Soccer. La precedente denominazione fu ripristinata il 24 maggio 2006, con l’acquisizione del marchio e dei trofei più importanti della storia azzurra. Insomma, si tratta di una società nata nel 1922 e rinominata cinque volte nel corso degli anni (1926, 1945, 1964, 2004, 2006). E non é perché nei suoi primi quattro anni di attività non le era consentito misurarsi direttamente con i club del Nord che bisogna considerarla più giovane di quanto non sia. Così le si sottraggono quattro anni di discriminazione settentrionale e il primissimo periodo di vita.
contributo video concesso da Giammarino Editore

Cresce il Sud in Serie A: 7 club, ma non è record
Angelo Forgione – Esiti meridionali per la Serie B che si è appena conclusa con la promozione storica del Crotone e quelle di Cagliari e Pescara. Tre squadre del Calcio del Sud che vanno ad arricchire la geografia della prossima Serie A, dopo la retrocessione di una meridionale (Frosinone) e due settentrionali (Verona e Carpi). Con la divisione geografica storica del Calcio italiano, il movimento settentrionale sarà rappresentato in Massima Serie da 13 squadre e 9 province; quello meridionale da 7 club e 6 province.
Non sarà un record, anche se poco ci manca. Il picco numerico appartiene alle stagioni 2008/09 e 2010/11, con 8 squadre meridionali su 20 (40%). Il picco percentuale è invece della stagione 1979/80, col 43,75% della stagione 1979/80, quando il campionato a 16 squadre ne accoglieva 7 del Sud (Avellino, Cagliari, Catanzaro, Lazio, Napoli, Roma e Pescara). Insomma, miglioramenti sensibili ma ancora squilibrio e situazione che si rispecchia nella realtà del Paese. Non è una casualità che la presenza del Sud nella storia della Serie A non superi il 20%, a fronte di una percentuale demografica della popolazione meridionale sul totale nazionale sempre bilanciata a quella del resto del Paese. Al Milan e l’Inter in affanno segue una diminuzione di squadre del Nord, vero, ma i numeri e dati dicono che il campionato italiano si gioca a Nord e che i competitors del Sud sono degli invitati a una competizione sovranazionale.
In serie A, semplicemente, il Sud si è affacciato poco. Non si tratta di scudetti delle squadre del Mezzogiorno, che – com’è ormai noto – non completano neanche tutte le dita delle due mani. Il fatto è che le squadre meridionali hanno storicamente difficoltà ad approdare in Massima Serie, e quando ci riescono non garantiscono su qualcosa di diverso dalla comparsata. L’eccezione riguarda solo le grandi città, Roma e Napoli, che restano ad alti livelli ma riescono a vincere sporadicamente. Il club partenopeo detiene il record di partecipazioni europee consecutive in fieri (7). Un risultato del genere, che viene dal territorio più depresso d’Europa, non è da sottovalutare.
C’è una gran divario tra la presenza storica delle squadre di Roma e Napoli e le altre meridionali. Dal primo campionato con squadre del Nord e del Sud riunite in un unico torneo della stagione 1926/27 a quello della stagione 2016/17, 43 comuni settentrionali e 16 meridionali si sono guadagnati il proscenio della prima categoria nazionale (rapporto approssimativo: 3 a 1. Tra i centri del Sud, in testa per presenze figura la “ministeriale e vaticana” Roma (88), sempre partecipe in Serie A con almeno una squadra, cui seguono Napoli (74), Cagliari (37), Bari (31), Palermo (29), Catania (17), Lecce (15), Foggia (11), Avellino (10), Reggina (9), Catanzaro (7), Pescara (7), Messina (5), Salerno (2), Frosinone e Crotone (1). Si tratta di capoluoghi di regione o provincia, e manca all’appello persino Taranto, sesta città meridionale e sedicesima d’Italia, che non ha mai assaporato il gusto del grandissimo Calcio, così come anche capoluoghi di regione come L’Aquila, Campobasso e Potenza. Tra le città del Nord, primatiste di presenze sono Milano e Torino (88), anch’esse onnipresenti nella massima categoria con almeno una squadra, seguite da Genova e Firenze (80), poi Bologna (73), Bergamo (57), Udine (44) e gli altri 36 centri, tra cui figurano piccole espressioni della grandezza di Cesena, Legnano, Busto Arsizio, Lecco, Empoli, Carpi, Chievo e Sassuolo. Già, Sassuolo, 40.000 abitanti, di cui la metà capaci di gremire lo stadio di proprietà acquistato nel comune di Reggio Emilia; un club con uno stemma mutuato in tutta fretta dal Barcellona, come si fa nel Fantacalcio, ma sostenuto da una realtà industriale importante (Mapei) che garantisce le risorse economiche necessarie e ricalca la programmazione aziendale interna, rappresentando esattamente le differenze territoriali sempre evidenti e croniche; un piccolo club del Nord che si appresta a sbarcare in Europa; un piccolo club il cui proprietario, anche presidente di Confindustria, si consente il lusso di pronunciare la parola «Scudetto».
approfondimenti nel libro Dov’è la Vittoria (Magenes, 2015)
‘Dov’è la Vittoria’ a Marcianise (Caserta)
L’associazione Myricae di Marcianise (CE) presenta Dov’è la Vittoria. Appuntamento con Angelo Forgione fissato per venerdì 13 maggio, ore 18.30, alla bibioteca comunale in via Vespucci, 7.
Solita storia, lo Scudetto resta al Nord. È il n. 104!
Angelo Forgione – Scudetto numero 32 per la Juventus. E la ripartizione dei diritti televisivi del Calcio (tabella a lato), primaria fonte dei bilanci dei club italiani, continua a rappresentare un grande limite alla competitività della Serie A. Finché sarà assegnata in base ai bacini d’utenza, cioè al numero dei tifosi, il club bianconero, più di Milan e Inter, otterrà la fetta più grossa e beneficerà del grande seguito dell’Italia bianconera, Sud compreso. Qualcuno, per cambiare la storia, studia la modifica del sistema, proponendo il parametro della densità popolativa delle città al posto dei bacini d’utenza (frutto di sondaggi e non di censimenti), e l’aumento della percentuale da dividere in parti uguali (oggi il 40% della torta).
Tratto dal ‘Brigantiggì’, il mio commento all’epilogo del campionato italiano di Calcio, vinto ancora una volta dalla Juventus, tra limiti strutturali e caratteriali di Napoli e Roma ed errori arbitrali.
► Clicca qui per vedere l’intera puntata del Brigantiggì
Lo scultore Domenico Sepe intervista Angelo Forgione
Angelo Forgione, scrittore napoletano, giornalista e grafico pubblicitario, opinionista, storicista, meridionalista e culturalmente unitarista. Curatore del blog sulla Valorizzazione Autentica Napoletanità a Tutela dell’Orgoglio (V.A.N.T.O.), su cui si legge il suo aforisma più noto: “Baciata da Dio, stuprata dall’uomo. È Napoli, sulla cui vita indago per parlare del mondo.”
Angelo, cosa rappresenta per te questa frase e qual è il suo significato? Raccontaci come nascono V.A.N.T.O. e il tuo blog.
V.A.N.T.O. era qualcosa già dentro di me negli anni dell’adolescenza, ed è venuto fuori spontaneamente. Napoli è una città di difficilissima decifrazione e per capirla bisogna sperimentarla. È un esercizio mentale e culturale non adatto a tutti, ma solo a chi ama la cultura e la storia, ed ha un approccio corretto nei confronti di una città unica, ma unica davvero. Lo dice l’ICOMOS, il cui scopo è promuovere la conservazione e la valorizzazione dei monumenti e dei siti di interesse culturale nel mondo, attraverso il contributo di oltre settemila tra architetti, archeologi, storici dell’arte, antropologi, urbanisti, geografi e storici di diversi paesi. Questa folta equipe studia le caratteristiche dei luoghi e presenta delle accurate relazioni all’UNESCO affinché ne decida l’eventuale inclusione nella lista dei patrimoni dell’umanità. Ebbene, la valutazione ICOMOS del centro storico di Napoli le assegna il valore dell’unicità, e la distingue per bellezza e cultura pure dalle più somiglianti Barcellona e Marsiglia. Purtroppo questo cuore pulsante di cultura occidentale è stato umiliato dalla storia e continua ad esserlo nel presente, stuprato come una bella donna assediata, dai una parte di napoletani e da una parte degli italiani. Io mi impegno sotto il profilo culturale per recuperare storie ed eccellenze nascoste, per raccontare una storia diversa e per fornire degli strumenti di conoscenza che possano ridestare un orgoglio di testa e non di pancia, pur non evitando mai di denunciare i guasti della città stuprata.
Come vedi la Napoli contemporanea e quale scenario prevedi per il suo futuro immediato.
La vedo meglio di qualche anno fa. Abbiamo attraversato periodi disastrosi, e i danni sono stati fatti. Ora si tratta di ricostruire, e la cosa più semplice è quella di partire dall’immagine, che è comunque distorta ed è la cosa più danneggiata. Chi si reca a Napoli scopre qualcosa di completamente diverso da ciò che immaginava alla vigilia, e scopre l’universalità e l’unicità di cui parlavo. Ma molto c’è da fare anche sotto questo aspetto per ottimizzare i flussi turistici e accoglierli al meglio. Poi ci sono questioni annose cui bisogna mettere mano con urgenza e risolutezza, una volta e per sempre. Ad esempio, non possiamo più consentirci di lasciare Bagnoli in certe condizioni, senza operare. Per circa 25 anni sono state fatte solo chiacchiere e sprecati soldi inutilmente. Quello è un paradiso che nessuna città può vantare, ma oggi come oggi non può vantarlo neanche Napoli. È la scommessa su cui si gioca la partita per il futuro turistico di Napoli.
Perché hai voluto scrivere “Made In Naples – come Napoli ha civilizzato l’Europa”?
Perché l’UNESCO ne protegge la storia millenaria, e ne protegge il centro storico, che conserva tracce di preziose tradizioni e di incomparabili fermenti artistici che hanno sviluppato una cultura unica… e ci risiamo… che ha influenzato e plasmato l’Europa e oltre. Tutti sanno che Napoli è nella lista dei patrimoni dell’umanità, ma nessuno sa perché. Capire Napoli, ripeto, è difficile. Conoscere la sua cultura per intero, è ancor più difficile. Io ho esplorato, e ho voluto condividere quello che ho studiato e scoperto, spiegandolo con chiarezza e nel dettaglio.
Made in Naples vuole essere una risposta a “Gomorra”?
In qualche modo, lo è automaticamente. Di libri che diffondono le ombre di Napoli ce ne sono tanti e fanno il giro del mondo, deformando i connotati della città. Io mi sono occupato della Napoli luminosa, culla della cultura d’occidente, pur non evitando di analizzare i suoi problemi di oggi, ma trovandovi delle cause e proponendo delle soluzioni. È un libro che tutti i napoletani dovrebbero leggere, perché ridefinisce tutto il pianeta partenopeo, e non si concentra solo su un problema che tanto fa presa sull’immaginario collettivo.
“Dov’è la vittoria” – le due Italie nel pallone (aspetti sportivi della malaunità politico-economica)”. Ci racconti il tuo ultimo libro?
È anche questo un libro mai scritto prima, ma diverso per impostazione. Dov’è la Vittoria è una fotografia del Calcio italiano che illustra con completezza un aspetto poco dibattuto dell’annosa “Questione meridionale”: quello sportivo. È un’indagine che spiega le cause delle differenti performance sportive delle squadre del Nord e del Sud Italia. Sono partito dai freddi numeri, dai soli 8 scudetti delle squadre del Sud contro i 103 delle squadre del nord, e con questo lavoro spiego questo divario che è figlio diretto di quello creato con l’Unità d’Italia. Del resto è impensabile che il fenomeno Calcio, che investe la finanza e la politica, sia slegato da ciò che è la società. Inoltre c’è tutta una parte che riguarda la sociologia, tra scelte di fede dei tifosi e discriminazione territoriale, e pure una corposa parte del libro in cui descrivo e analizzo accuratamente tutti gli scandali del nostro campionato. Insomma, veramente uno dei pochi libri che ci fanno conoscere l’Italia e il Calcio italiano, l’una attraverso l’altro. Del resto, Oliviero Beha, non uno qualsiasi, scrive nella prefazione che “è un libro che ha diritto di cittadinanza tra quelli che finora raramente sono stati capaci di intrecciare il Calcio con la società che lo contiene e di cui è espressione macroscopica”. Meglio di così non potrei presentare il mio lavoro.
Angelo, condividiamo un bellissimo ricordo nella mia bottega d’arte, dove abbiamo raccontato Angelo Forgione. Ci racconti brevemente quali sono state le sensazioni e le atmosfere di quella serata?
Sì, davvero un ricordo bellissimo. Un’atmosfera particolare, dove ho respirato arte e dove tutti erano catturati dalle mie parole sulla cultura napoletana. La protagonista era lei, non io. C’è bisogno di più luoghi e più appuntamenti del genere sul nostro territorio. Complimenti!
Un saluto e un augurio in vista delle festività natalizie.
Auguro a tutti i lettori quattro cose: salute, sicurezza economica, sicurezza affettiva e cultura. La ricetta della felicità è tutta qui. Per i primi tre ingredienti ci pensa Dio, e l’augurio è doveroso per questo. Per il quarto ci dovete pensare voi. Magari regalandovi e regalando buoni libri. Magari i miei. Ve li consiglio.
‘Dov’è la Vittoria’ a Bacoli (NA)
Lunedì 7 dicembre – DOV’È LA VITTORIA
Presentazione a Bacoli (NA)
Con il patrocinio del Comune di Bacoli, la bellissima cornice di Villa Cerillo aprirà le porte al pubblico per la presentazione dell’ultimo libro di Angelo Forgione. Con l’autore, il sindaco Josi Gerardo Della Ragione e il giornalista della Gazzetta dello Sport Rosario Pastore, si osserverà la “questione meridionale” attraverso il Calcio nazionale. Moderà il dibattito Mauro Cucco, giornalista de Il Mio Napoli.
Villa Cerillo (via Cerillo 57, Bacoli)
ore 18:00
Dov’è la Vittoria, il libro della settimana (Canale 21)
Tratto dalla rubrica Il libro della settimana (Canale 21 Napoli), l’intervista a cura di Federica Flocco su Dov’è la Vittoria (Magenes, 2015).
Il Napoli col vento in poppa, sulla rotta dalla rivoluzione
Angelo Forgione – Era lunedì 14 settembre quando il Messia del Calcio, il Re di Napoli, bocciava Sarri Maurizio, il nostromo della panchina che cercava di sfruttare la grande opportunità, dopo tanta gavetta, alla guida del primo grande club, il quarto d’Italia, quello famoso nel mondo per essere marchiato a fuoco proprio dall’effigie riccioluta del fuoriclasse dei fuoriclasse. Napoli reduce dal deludente pareggio di Empoli, dopo la sconfitta di Reggio Emilia col Sassuolo e il mezzo inciampo domestico sulla Sampdoria. «No, il signor Sarri non è da Napoli… gli hanno fatto un regalo di compleanno enorme», disse don Diego, sonnacchioso dalla sua casa di Dubai, e per lui non c’era da attenderne frutti, come aveva fatto il Milan con Sacchi ai tempi d’oro del Napoli, che erano proprio quelli del vero rivolucionario del football, privato di qualche scudetto in più dal tecnico di Fusignano e, soprattutto, dal suo preparatore atletico. E in effetti per Maurizio Sarri si era messa male perchè all’orizzonte incombevano i nuvoloni neri di Lazio, Juventus, Milan e Fiorentina, oltre Carpi e le tre avversarie di Europa League, mare sconosciuto per il marinaio che veniva dalla provincia. Tutti a chiederne la testa, ma il presidente De Laurentiis non preparava alcun patibolo. Aveva trovato una nuova guida, si era avveduto che la squadra lo seguiva, memore del fallimento di Benitez, troppo ingombrante per la reale dimensione del club, e della propria convinzione, sbagliata, che vi si adattasse. Benitez aveva mollato, guardando agli orizzonti più assolati. La squadra aveva mollato, avvertendo l’assenza del capitano sulla nave. Ora un capitano c’era, la sua autorità era riconosciuta dall’intero equipaggio e non era il caso di metterlo in discussione con tanta impazienza alla prima tempesta in mare aperto. Già poteva dimostrarsi devastante il fulmine degli Dei, anzi del Dio indiscusso del Calcio, parato dal nostromo con un’arguta licenza di giudizio consegnata di persona: “Maradona può dire ciò che vuole, è il mio idolo fin da piccolo e può dire qualsiasi cosa”. E intanto, tutti a remare a testa bassa, come colpiti nell’orgoglio anch’essi dalla divina bocciatura. Era, il Napoli, già allora un equipaggio compatto, evidentemente capace di affrontare le insidie della navigazione.
A chiedere a Diego se approvasse la scelta estiva di De Laurentiis fu Xavier Jacobelli, colui che trentotto giorni dopo avrebbe detto e scritto che “lo stato di grazia del Napoli rende oggi come oggi la squadra di Sarri imbattibile”. Cosa è successo tra il 14 settembre e il 22 ottobre? È successo che il Napoli di Sarri ha preso il vento in poppa. È successo che ha battuto Bruges (5-0), Lazio (5-0), Juventus (2-1), Legia Varsavia (0-2), Milan (0-4), Fiorentina (2-1) e Midtjylland (1-4). È successo che si è issato dal quindicesimo al quarto posto in classifica. È successo che ha segnato 24 reti senza alcun rigore (media: 3,00/partita) e ne ha subite solo 3 (media: 0,37/partita). È successo che, dei 24 goal, ne ha siglati 22 su azione manovrata e soli 2 su calcio da fermo, fatto specifico per una squadra guidata da un tecnico che prepara meticolosamente i calci piazzati (verranno, visto che il suo Empoli realizzò il 50% circa dei goal da palla inattiva; ndr). È successo che sono andati a marcare 7 calciatori diversi (6 Higuain – 5 Insigne – 3 Mertens, Callejon e Gabbiadini – 2 Allan – 1 Hamsik). È successo che il Napoli si è divertito in campo, mostrando sorrisi e voglia di lottare insieme. È successo che Higuain ha strizzato l’occhio e abbracciato Sarri, l’antidivo per eccellenza che ha messo il suo idolo, l’altro argentino, in condizione di cospargersi il capo di cenere: “Il Napoli è più forte di qualsiasi giocatore o dirigente”, scrisse el Diez sulla sua fanpage di Facebook dopo la speciale vittoria contro la Juventus: un modo criptico per ammettere che il Napoli di Sarri aveva prontamente smentito anche il più rappresentativo alfiere della sua prestigiosa storia. È successo che anche i più feroci contestatori di squadra e, soprattutto, società sono scomparsi, mimetizzandosi tra i Righeira delle gradinate. È successo che la “banda Sarri” ha ribaltato la natura del Napoli stesso, squadra mai capace di dare certezze, abituata a soffrire e a far soffrire i suoi tifosi. È successo che, per incantesimo, i goal sono fioccati e le partite hanno donato il piacere dello spettacolo, sollevando il popolo azzurro dall’eterna tensione di sempre. Accadeva solo ai tempi di Maradona, appunto, ed erano tempi d’oro. È successo che il fromboliere Cavani, altro gran rappresentante di storia azzurra, ha lanciato messaggi di amore e nostalgia, perché Parigi non è Napoli, figurarsi se poteva esserlo Monaco di Baviera.
È successo tutto questo in 38 giorni, e sarebbe una rivoluzione vera se continuasse a succedere. Prepararsi a gestire le onde alte che verrano è il miglior atteggiamento che si possa programmare ora che tutto ciò che viene fuori dalle giocate degli azzurri si trasforma in oro di Napoli. È questa la prova del fuoco che attende il nostromo tosco-napoletano di Bagnoli. La rotta è tracciata, la rivoluzione è a un passo, ma Napoli sa anche ammazzare i suoi condottieri. Alla prova non è solo Sarri ma tutta la piazza.






