L’orologio alla francese del ‘San Carlo’

[…] Sull’arco fra le colonne del proscenio, colossale bassorilievo in argento. In mezzo, il tempo segna col dito l’ora su un quadrante mobile. Cosa strana, con tutta la fobia ufficiale per ciò che è francese, quest’orologio, unico in tutta la città, segna l’ora come in Francia. Che ne dirà, il patriottismo italiano? […]

Così Stendhal nel suo Roma, Napoli e Firenze – Viaggio in Italia da Milano a Reggio Calabria, per la dettagliata descrizione della nuova abbagliante sala neoclassica del Real Teatro di San Carlo (con stucchi in argento), inaugurata il 12 gennaio 1817 dopo l’incendio dell’anno precedente che aveva cancellato la sala barocca di Giovanni Antonio Medrano. Ardita la soluzione adottata dall’architetto Antonio Niccolini, e chissà cosa ne pensò Ferdinando di Borbone, appena ritornato sul trono dopo il crollo di Napoleone, a chiusura del turbolento ventennio dei giacobini e dei napoleonidi.

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Dalla Germania, il re della birra nel tempio del caffè

Angelo Forgione Ursula Stumpe Lockheimer è una donna di Leimen, sud della Germania. Un tempo, la sua famiglia gestiva una birreria e qualcosa da smaltire di quegli arredi ancora le è rimasta in magazzino. Un pezzo ha voluto portarlo a Napoli, città che ama e sul cui sviluppo urbanistico ha incentrato, anni fa, la sua tesi di laurea. Ha caricato sulla sua auto una statua di Gambrinus, il mitologico Giovanni di Borgogna, il “senza paura”, Re della Fiandre e patrono della birra, ha acceso il motore ed è partita in direzione del Vesuvio. La sua meta era il Gran Caffè Gambrinus, in pieno centro. Quando è arrivata, dopo 1200 chilometri e 15 ore di viaggio, ha consegnato la scultura ai gestori dello storico caffè napoletano (foto F. Borrelli). La sua testimonianza appassionata è stata raccolta dal consigliere regionale Francesco Borrelli (clicca qui per il video).
Ma perché il Re della birra ha dato il nome al locale simbolo del caffè di Napoli? La storia inizia nel 1860, quando, al piano terra del lato di piazza San Ferdinando del palazzo della Foresteria, l’elegante edificio costruito nel 1816 che oggi ospita la Prefettura, l’impreditore Vincenzo Apuzzo apre il Gran Caffè. Diviene in breve tempo il salotto del bel mondo cittadino, tanto da ottenere il raro e prestigioso riconoscimento di “Fornitore della Real Casa” per la bontà dei suoi prodotti. Nel 1890, in piena Belle Èpoque, il Gran Caffè viene ristrutturato in stile liberty dall’architetto Antonio Curri, da poco reduce dalle decorazioni della nuovissima Galleria Umberto I, con il prezioso lavoro di quaranta tra artigiani e artisti, e ribattezzato Gran Caffè Gambrinus in nome del leggendario Re delle Fiandre e della birra, colui che, secondo il poeta tedesco del Cinquecento Burkart Waldis, apprese l’arte della birra da Iside. Chiaro il riferimento esoterico, visto che la birra è da sempre figlia di un processo alchemico capace di esaltare l’umore, di ridurre i freni inibitori e di rendere impavidi, cioè “senza paura”; da sempre, simbolo del sacro fuoco anche nel nome (dal greco pyros: fuoco). Ma perché, mentre in tutta Europa il Re senza paura dà il nome a diverse birrerie, a Napoli veniva associato a un Caffé? In piena Unità d’Italia, l’intenzione è quella di mettere insieme, nell’immaginario, la classica bevanda fredda e chiara del nord con quella bollente e scura ormai tipicamente napoletana. Un respiro internazionale per il nuovo Gambrinus, che si consacra come tempio dell’élite intellettuale napoletana, europea ed oltre, dove ritrovarsi per fare politica, letteratura e arte, rendendosi uno dei più riusciti esempi in Italia di caffè letterario di ispirazione europea. Nell’agosto 1938, in pieno Fascismo, il Gran Caffè Gambrinus viene chiuso perché accusato di essere luogo di ritrovo antifascista, mentre è in realtà un affollato e chiassoso ritrovo proprio sotto l’abitazione del Prefetto e Signora. I locali vengono assegnati a un’agenzia del Banco di Napoli fino al 1952, quando l’ala su Via Chiaia viene restituita alla precedente funzione e gestita dall’imprenditore Michele Sergio, i cui figli, dopo una battaglia con il Banco, riescono a riappropriarsi anche del resto degli sfarzosi saloni. Oggi, in nome della birra, una tedesca è scesa a Napoli per stringere la mano ai figli di Sergio, signori del caffè.

Un caffè con Aurelio De Laurentiis al MAGNA

Domenica mattina all’insegna della cultura gastronomica napoletana per il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis. Mentre la squadra di calcio si preparava per la sfida con il Genova, il patron azzurro e la moglie Jacqueline Baudit hanno visitato “Magna – Mostra Agroalimentare Napoletana”, ideata e curata da Marco Capasso ed organizzata dall’associazione “Guviden – i semi dell’amore” in collaborazione con il Comune di Napoli, che narra la storia e le caratteristiche scientifiche e sociali di una delle cucine più famose al mondo. A far gli onori di casa il presidente di Guviden Vincenzo de Notaris. Presente anche lo scultore Lello Esposito.
De Laurentiis è arrivato durante il focus sulla storia del caffè a Napoli con lo scrittore Angelo Forgione, che gli ha donato i suoi libri. Il presidente azzurro ha assaggiato e gradito il caffè preparato da Paola Campana della torrefazione Campana Caffè e ha poi visitato la mostra interattiva nelle sale del Complesso di San Domenico Maggiore.
«Quello della storia della cucina napoletana è un argomento che mi ha sempre affascinato. Ritornerò certamente per visitare Magna e passarci qualche ora in più», ha detto De Laurentiis mentre osservava divertito i led interattivi. «Siamo molto orgogliosi di questa visita – ha detto Vincenzo de Notaris – soprattutto perché il presidente è andato via molto incuriosito. Ed è proprio questo il nostro obiettivo. Riportare attenzione sulle tradizioni culturali, sociali e culinarie della storia della cucina napoletana. Magna è una mostra per tutti».

Al MAGNA educazione all’alimentazione napoletana, radice della dieta mediterranea. Domenica col caffè.

Angelo Forgione – Quando si parla di Dieta Mediterranea, la più salutare al mondo, l’associazione spontanea è con il Cilento. È infatti nella località di Pioppi che il fisiologo statunitense Ancel Keys acquistò una casa per indagare sulle diete di vari paesi con culture e stili di vita differenti, giungendo dopo circa un ventennio alla definizione della miglior dieta contro l’infarto, ispirata alle usanze di Italia, Grecia, Spagna e Marocco. In realtà la scintilla nacque a Napoli, dove lo statunitense si recò nel 1952 una volta appreso dal collega napoletano Gino Bergami della ridottissima incidenza delle patologie cardiovascolari in Campania. E iniziò a studiare l’alimentazione dei napoletani, conducendo le ricerche nei laboratori del Vecchio Policlinico, sulla scorta degli esperimenti condotti sui Vigili del Fuoco e sugli impiegati comunali. Il basso consumo di carne e le sane abitudini alla pasta ricca di carboidrati, alle verdure, all’olio d’oliva, al pane, ai legumi e al pesce, lo convinsero che la riduzione dei grassi animali era alla base della buona salute dei napoletani.
Bastarono pochi mesi per stabilire che il “il regime alimentare a Napoli era povero di grassi e che soltanto le persone ricche subivano attacchi cardiaci”. Nella città partenopea, Keys scoprì un tipo di alimentazione che non conosceva: “Pasta variamente condita, insalate con una spruzzata di olio d’oliva, tutti i tipi di verdura di stagione e spesso formaggio, il tutto completato da frutta e in molti casi accompagnato da un bicchiere di vino”. Lo studioso appurò che a Napoli gli infarti erano effettivamente rari, “fatta eccezione per la ristretta cerchia delle classi più ricche, la cui alimentazione era diversa rispetto a quella del resto della popolazione: mangiavano carne ogni giorno anziché ogni una o due settimane.
Oggi, il popolo che a metà del Novecento stupì Ancel Keys per la sua alimentazione è il più affetto da obesità d’Italia. Cosa è successo? È successo che i napoletani hanno spalmato lungo l’arco della settimana quello che un tempo era il pranzo festivo della domenica, e hanno consentito alle multinazionali dell’alimentazione di imporre alcune abitudini malsane.
Alla rassegna MAGNA – mostra agroalimentare napoletana, in corso nei week-end fino al 10 gennaio al Complesso Monumentale di San Domenico Maggiore in Napoli, si affronta il problema cercando di rieducare e sensibilizzare i napoletani alla tema dell’agricoltura e della gastronomia napoletana con discussioni e mostre a carattere storico, scientifico e sociale.
Nel calendario della rassegna, per Domenica 1 novembre è previsto un interessante incontro pubblico a tema su origini, storia e caratteristiche di preparazione del caffè di Napoli. Dove nasce il caffé? Come e quando arriva a Napoli? Perché diventa un’eccellenza della gastronomia partenopea? Qual è la storia dei caffè storici di Napoli? Quali sono le caratteristiche delle diverse miscele? E perché è particolare la torrefazione napoletana? Spiegherò tutto, in compagnia di Paola Campana della torrefazione Campana Caffè.
Appuntamento alle ore 11 nel Complesso Monumentale di San Domenico Maggiore, in vico San Domenico Maggiore 18, con accesso libero e degustazione di caffè nel corso dell’evento.

Il caffè protagonista alla rassegna MAGNA

Domenica 1 novembre, nell’ambito della rassegna MAGNA – mostra agroalimentare napoletana, che affronta il tema dell’agricoltura e della gastronomia napoletana dal punto di vista storico, scientifico e sociale, svelandone tutti i segreti dall’origine al piatto finito, si terrà un interessante incontro pubblico a tema su origini, storia e caratteristiche di preparazione del caffè di Napoli. Dove nasce il caffé? Come e quando arriva a Napoli? Perché diventa un’eccellenza della gastronomia partenopea? Quali sono le caratteristiche delle diverse miscele? E perché è particolare la torrefazione napoletana? Spiegheranno tutto Angelo Forgione, scrittore storico e giornalista, autore del libro Made in Naples ‐ come Napoli ha civilizzato l’Europa (e come continua a farlo) e Paola Campana della torrefazione Campana Caffè.
Appuntamento alle ore 11 nel Complesso Monumentale di San Domenico Maggiore, in vico San Domenico Maggiore 18, con accesso libero e degustazione di caffè nel corso dell’evento. Possibilità di visitare la speciale mostra interattiva (a pagamento) che si avvale della tecnologia per condurre il visitatore attraverso un percorso articolato in sala multimediali che ripercorre le tappe che il prodotto agricolo compie dall’orto alla pentola, dove poi prendono forma e sostanza gusto e sapori.

pagina facebook della rassegna

Napoli e Verona si incontrano al Vomero

Angelo Forgione – Fabio Pozzerle è veronese ma vorrebbe vivere a Napoli. È convinto che non possa esistere rinascita dell’Italia Mediterranea – come la definisce lui – senza una rinascita del Mezzogiorno. «Napoli – spiega – è una città che può fare da traino per la “ripartenza” del Sud».
Giovedì 22 ottobre sarò con lui alla libreria Iocisto di Napoli (Vomero), per la presentazione del suo libro, con cui propone una terapia per tutto l’insieme italico. Sarà un bell’incontro Sud-Nord, non solo parlato. Sarà un’occasione per analizzare gli errori del 1860 e indicare, se c’è, un modo per resettare.

Clicca qui per ascoltare l’intervento di Fabio Pozzerle a La Radiazza (Radio Marte)

Save Rummo, eccellenza produttiva del Meridione che intercettò il Saragolla

Angelo Forgione Agrisemi Minicozzi, Metalplex e Rummo. Tre ta le aziende messe in ginocchio dal nubifragio che ha colpito Benevento nella notte fra mercoledì 14 e giovedì 15 ottobre. Subito partita la “campagna social” #saverummo per il più famoso tra i marchi, il pastificio Rummo, una delle più note realtà del beneventano, legata alla storia della pasta di grano duro e dell’industria meridionale. Non solo produttrice della prestigiosa linea propria ma anche fornitore di Coop Italia, Conad, Auchan SMA, Despar, Selex e altri gruppi internazionali della grande distribuzione.
Era il 1846 quando l’azienda familiare, con Antonio Rummo, iniziò a produrre la pasta, che si affermava come eccellenza industriale del Regno delle Due Sicilie. Il primo pastificio industriale era stato inaugurato da Ferdinando II di Borbone nel 1833, e la produzione della pasta si era ormai radicata a Portici, Torre del Greco, Torre Annunziata e Gragnano, zone dove il clima favoriva l’essiccazione naturale. L’impulso era dato dalle forniture di pregiato grano duro Taganrog che giungevano a Napoli dalle zone cerealicole del Mar Nero, nell’ambito degli scambi commerciali tra il Regno delle Due Sicilie e l’Impero Russo, sanciti proprio da Ferdinando II e dallo zar Nicola I. Il Taganrog veniva miscelato col grano Saragolla delle Puglie per ottenere durezza, sapore e colore. Le forniture pugliesi partivano dalla Capitanata, l’odierna provincia di Foggia, e transitavano per il Principato Ultra, ossia il Beneventano, zona strategica per i commercianti dell’epoca ma anche per i nuovi pastai locali, che ne approfittavano dell’abbondante presenza d’acqua per trasformarlo in semola di altissima qualità. Così iniziò la storia di Rummo, uno dei marchi che continuano a fare la storia dell’eccellenza produttiva del Meridione, il più famoso della valle del Sannio. Un marchio che ha ora bisogno di aiuto.

Illuminazione notturna per il Parco Vanvitelliano del Fusaro

Finalmente luce notturna su quello splendido gioiellino d’epoca borbonica che è la Casina Vanvitelliana del Fusaro. Lo annuncia il sindaco di Bacoli Josi Gerardo Della Ragione sul suo profilo facebook:

“È una meraviglia il Parco Vanvitelliano. Dopo settimane di lavori siamo riusciti ad illuminare, di notte, il sito borbonico. Brilla la Casina Vanvitelliana. Uno spettacolo, che impreziosisce il patrimonio culturale flegreo, da anni lasciato incupire tra buio e degrado. Da oggi, grazie all’impegno dei dipendenti comunali di Bacoli, è tornata la normalità. Senza perdere tempo, senza lavori affidati a privati, in somma urgenza. Alla faccia di chi dice che il settore pubblico, non funziona.”

Il Parco Vanvitelliano del Fusaro, oltre alla Casina, comprende anche il giardino e il fabbricato ottocentesco dell’Ostrichina (al Fusaro Ferdinando IV fece giungere le ostriche da Taranto e creò un allevamento che divenne famoso in Europa). Per leggere la storia dell’edificio clicca qui.

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Il mito di Milano “capitale morale”? Lo creò un napoletano… contro Torino

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Angelo Forgione Milano, la “capitale morale” del Paese lo è dal 1881, allorché si mise in vetrina organizzando l’Esposizione Industriale, mostrando di essersi consapevolmente posta alla testa dello sviluppo della Nazione e dando uno smacco alla sabauda  Torino. Fu in quell’occasione che il napoletano Ruggero Bonghi, già direttore del quotidiano milanese La Perseveranza, tirò fuori la definizione “capitale morale”, che per il capoluogo lombardo divenne un’etichetta lusinghiera agli occhi dell’Europa.

Milano si sentiva ormai città guida del Paese non soltanto per il fatto che Roma fosse lontanissima dallo slancio industriale del Nord-est, non soltanto perché Napoli fosse luogo di divisione politico-sociale circa l’Unità, ma soprattutto perché c’era da colpire l’orgoglio di Torino, città dei Savoia e vera rivale in tema di sviluppo. In termini politici, Milano era la città che aveva tenuto fede all’idea radicale e democratica del movimento nazionale di cui non avevano dato prova né Napoli, città borbonica occupata, né Torino, città sabauda occupante. Il capoluogo piemontese, e non Roma, era l’autentico riferimento occulto della Milano “capitale morale”.

In verità, Milano e Torino si erano alleate per convenienza nel 1859, e avevano invaso Napoli. Camillo Benso di Cavour, con formidabile opportunismo diplomatico, aveva garantito al nobile milanese Cesare Giulini della Porta di rispettare la macchina amministrativa lombarda e di tenerla in piedi in caso di annessione della Lombardia al Regno di Sardegna. Gli accordi tra Cavour e Giulini erano stati cancellati immediatamente da un decreto del ministro dell’Interno del regno sabaudo, Urbano Rattazzi, con cui era stata imposta l’estensione dell’ordinamento sardo a tutti i territori conquistati da Vittorio Emanuele II, Milano compresa. Il ministro dell’Istruzione Gabrio Casati, milanese, simbolo della Lombardia nel governo del Regno di Sardegna, si era dimesso polemicamente, rappresentando il profondo malcontento per una Milano che nel gennaio 1860 era stata affidata a un governatore torinese, Massimo d’Azeglio, ritenendosi intollerabilmente piemontesizzata. Le due città, sotto la corona dei Savoia, avevano preso immediatamente a rivaleggiare in un clima di diffidenza reciproca, nonostante la componente radicale milanese avesse compartecipato alle mire espansionistiche del Piemonte, e non non sarebbero mai state amiche nella storia unitaria, anzi.

A Regno d’Italia appena fatto, i Savoia venivano sbeffeggiati in ogni modo dai milanesim che avevano trovato un modo simbolico per farlo nella nuova Galleria Vittorio Emanuele II, intitolata al Re piemontese per conseguire i permessi di espropriazione dei caseggiati della zona, allora ottenibili tramite decreto reale. Dopo la prima inaugurazione del 1867, i meneghini avevano preso immediatamente di mira il simbolo di Torino raffigurato al centro della mosaico pavimentale, sfregando gli “attributi” del toro con i piedi. Quando le guardie si avvicinavano, ci si giustificava adducendo il gesto portafortuna, ridendo sotto i baffi per il risentimento nei confronti della dinastia regnante.
Ecco perché al posto dei “gioielli” taurini fu apposta col tempo una piccola cavità per apporre il tallone e compiere la rotazione ad occhi chiusi. Chi non conosce l’origine di quel gesto crede che porti fortuna, ingannato anche dalle spiegazioni improbabili di alcuni libracci. È di fatto il retaggio del risentimento milanese nei confronti della dinastia sabauda e della città rivale.

Risentimento placato dal 1881 in poi, quando l’Esposizione Industriale portò in dote a Milano l’etichetta di “capitale morale”. Non che la definizione non sia stata mai contestata, e non solo dai romani. Lo storico Renzo De Felice, negli anni Novanta, pur riconoscendo la grande dinamicità meneghina, contestò il mito milanese come pure quello romano: “se c’è un mito della capitale morale, c’è un mito anche di quella reale. L’Italia ha solo due capitali: Napoli e Palermo, le uniche che ricordano Parigi, Madrid, Vienna.” Erano gli anni del mito offuscato da Tangentopoli. Sembrano lontani, eppure le tangenti per l’Expo 2015 non fanno, oggi come allora, rima con moralità, in senso etico.

A Ruggero Bonghi, padre del termine “capitale morale, è dedicata una piazzetta nei pressi dell’Università Federico II di Napoli, all’imbocco di via Mezzocannone, con tanto di statua che lo raffigura.

per approfondimenti: Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017)

 

La prima stazione ferroviaria simbolo del passato cancellato

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Angelo Forgione La mattina del 3 ottobre 1839, alla presenza del Re Ferdinando II e delle più alte cariche del Regno delle Due Sicilie, da Napoli partiva il primo treno d’Italia. Si trattava di una locomotiva a vapore costruita nelle officine ‘Londridge e Starbuk’ di Newcastle, mentre le carrozze e il resto dei materiali rotabili erano costruito nel Regno (le rotaie dal Polo siderurgico di Mongiana, in Calabria). C’è da chiedersi perchè la prima stazione ferroviaria della Penisola, quella da cui il convoglio partì per percorrere la prima strada ferrata italiana che conduceva a Portici, sia abbandonata nel degrado più assoluto. È una delle domande più frequenti dei napoletani consapevoli, senza risposta dalle istituzioni. I non consapevoli, invece, non sanno neanche dove si trovi, e quando passano davanti la stazione della Circumvesuviana al Corso Garibaldi non immaginano cosa ci sia nei pressi e cosa sia accaduto in quel posto quel 3 Ottobre di 176 anni fa. La stazione della società Bayard, con la sua prima strada in ferro che passa davanti la storica Villa d’Elboeuf – anch’essa in pietoso stato – per culminare a Pietrarsa, monumento allo sviluppo interrotto, meriterebbe lustro e percorsi turistici. La prima stazione del Paese dovrebbe essere meta di turismo e pellegrinaggio di appassionati. E invece…

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Il 28 Novembre del 2011 fu inaugurata a Roma la nuova stazione Tiburtina dell’Alta Velocità, intitolata a Cavour. Quella stessa sera un servizio del TG1 di Marco Bariletti diffuse le seguenti parole: “la stazione è intitolata al Conte Camillo Benso di Cavour, il primo che pensò alle strade ferrate”. Falso, perchè la prima ferrovia piemontese, la Torino-Moncalieri, fu inaugurata nel 1848. Vi circolavano decine di 
locomotive napoletane che il Piemonte aveva acquistato da Pietrarsa, il cui reparto di produzione locomotive a vapore fu inaugurato nel 1845. Gli acquisti cessarono solo con la fondazione dell’Ansaldo, che poi avrebbe beneficiato, dopo l’Unità, delle commesse della stessa Pietrarsa mandata a chiusura e relegata prima a officina di riparazione e poi a museo. E se è vero che nel 1861 le Due Sicilie contavano circa 130 km di strade ferrate mentre il Piemonte ben 850 circa, è anche vero che altri 130 erano in costruzione o in preparazione al Sud in modalità “sostenibile”, cioè lentamente e senza pesare troppo sulle finanze statali, contando anche sulle sviluppatissime vie del mare che da sempre servivano il trasporto delle merci delle Due Sicilie, mentre Cavour e Vittorio Emanuele II, che non disponevano di trasporti marittimi, si erano indebitati a tal punto per costruire rotaie che neanche i ducati delle Due Sicilie furono sufficienti a ripianare il debito pubblico poi trasformato in “nazionale”. La stessa Napoli-Portici-Nocera fu costruita a spese dell’ingegnere francese Armando Bayard de la Vingtrie in cambio della gestione della linea per 80 anni, una sorta di “project financing” d’avanguardia. Il ruolo di primo grande modernizzatore italiano non spetta a Cavour bensì, di diritto e di fatto, a Ferdinando II. Dopo l’Unità, il piano di sviluppo ferroviario borbonico fu cancellato in corsa e fra i primi provvedimenti del parlamento di Torino ci fu la sospensione dei lavori della ferrovia Tirreno-Adriatica tra Napoli e Brindisi, iniziata nel 1855. Eppure, le gallerie e i ponti erano già stati realizzati, ma a nulla valsero le proteste degli ingegneri convenzionati. Le ferrovie meridionali furono poi cedute dal governo di Torino alla compagnia finanziaria privata torinese di Pietro Bastogi, che le subappaltò vantaggiosamente e clandestinamente, sostituendosi al governo nell’approvare un contratto con destinatari diversi da quelli indicati dal ministero, per una speculazione sulla costruzione della rete ferroviaria al Sud che coinvolse diversi governi del Regno d’Italia. Il capitale fu ripartito tra le banche del Nord, con Torino, Milano e Livorno che presero la fetta più grande. Nel 1864, una commissione d’inchiesta indagò sulle grosse speculazioni attorno alla costruzione e all’esercizio delle reti ferroviarie meridionali. I giudici denunciarono la sparizione di importanti documenti comprovanti la colpevolezza degli imputati, e sparirono anche i progetti di collegamento orizzontale tra Tirreno e Adriatico (maggiori dettagli su Made in Naples – Magenes, 2013).
Prima i bombardamenti della guerra e poi il terremoto hanno ridotto la stazione “Bayard” a rudere di cui nessuno si è mai interessato in settant’anni. Eppure nel 1998 il Consiglio Comunale di Napoli discusse l’opportunità di un’integrazione culturale che accogliesse una più ampia valutazione storica nel corso delle celebrazioni del bicentenario del 1799. In sostanza la città decise la rivalutazione di ogni periodo storico, a prescindere che si trattasse di vinti o vincitori, ma ben poco è stato fatto. Nel 2008 Erminio Di Biase, già autore del libro L’Inghilterra contro il Regno delle Due Sicilie, portò sul posto le telecamere di Rai Tre Regione per denunciare le condizioni della struttura. Ovviamente, dopo sette anni e tante parole, nulla è cambiato.