1° Maggio. Napoletane le prime vittime operaie

1° Maggio. Napoletane le prime vittime operaie

Pietrarsa 1863: Bersaglieri e Carabinieri sparano sui lavoratori

di Angelo Forgione per napoli.com

1° Maggio, festa dei diritti dei lavoratori conquistati dopo sacrosante battaglie operaie. Una ricorrenza nata negli Stati Uniti nel 1886 dopo i gravi incidenti accaduti nei primi giorni di quel Maggio a Chicago, quando la polizia locale sparò su degli operai manifestanti facendo numerose vittime.
Ma le prime vittime della storia operaia per mano governativa in realtà furono napoletane. Se scaviamo nella storia, già qualche anno prima, nell’estate del 1863, si era registrato il triste episodio di Portici, nel cortile delle officine di Pietrarsa. Una vicenda storica poco conosciuta data la copertura poliziesca della monarchia sabauda, subentrante a quella borbonica, che da poco aveva invaso il Regno delle Due Sicilie dando vita all’Italia piemontese. I documenti del “Fondo Questura” dell’Archivio di Stato di Napoli riportano ciò che accadde quel giorno. Fascio 16, inventario 78: è tutto scritto lì.
Il “Real Opificio Borbonico di Pietrarsa”, prima dell’invasione piemontese, era il più grande polo siderurgico della penisola italiana, il più prestigioso coi suoi circa 1000 operai. Voluto da Ferdinando II di Borbone per affrancare il Regno di Napoli dalle dipendenze industriali straniere, contava circa 700 operai già mezzo secolo prima della nascita della Fiat e della Breda. Un gioiello ricalcato in Russia nelle officine di Kronštadt, nei pressi di San Pietroburgo, senza dubbio un vanto tra i tanti primati dello stato napoletano. Gli operai vi lavoravano otto ore al giorno guadagnando abbastanza per sostentare le loro famiglie e, primi in Italia, godevano di una pensione statale con una minima ritenuta sugli stipendi. Con l’annessione al Piemonte, anche la florida realtà industriale napoletana subì le strategie di strozzamento a favore dell’economia settentrionale portate avanti da quel Carlo Bombrini, uomo vicino al Conte di Cavour e Governatore della Banca Nazionale, che presentando a Torino il suo piano economico-finanziario teso ad alienare tutti i beni dalle Due Sicilie, riferendosi ai meridionali, si sarebbe lasciato sfuggire la frase «Non dovranno mai essere più in grado di intraprendere». 
Bombrini era uno dei fondatori dell’Ansaldo di Genova, società alla quale furono indirizzate tutte le commesse fino a quel momento appannaggio di Pietrarsa. Prima del 1860, nata per volontà di Cavour di dar vita ad un’industria siderurgica piemontese che ammortizzasse le spese per le importazioni dalle Due Sicilie e dall’Inghilterra, l’Ansaldo contava la metà degli operai di Pietrarsa che raddoppiarono già nel 1862.
Dopo l’Unità d’Italia l’opificio partenopeo passò alla proprietà di Jacopo Bozza, un uomo con la fama dello sfruttatore. Costui, artificiosamente, prima dilatò l’orario di lavoro abbassando nello stesso tempo gli stipendi, poi tagliò in maniera progressiva il personale mettendo in ginocchio la produzione. Il 23 Giugno 1863, a seguito delle proteste del personale, promise di reimpiegare centinai di operai licenziati tra i 1050 impiegati al 1860. La tensione era palpabile come testimonia il fitto scambio di corrispondenza tra la direzione di Pietrarsa e la Questura. Sui muri dello stabilimento comparve questa scritta: “muovetevi  artefici, che questa società di ingannatori e di ladri con la sua astuzia vi porterà alla miseria”. Sulle pareti prossime ai bagni furono segnate col carbone queste parole: “Morte a Vittorio Emanuele, il suo Regno è infame, la dinastia Savoja muoja per ora e per sempre”. Gli operai avevano ormai capito da quali cattive mani erano manovrati i loro fili.
La promessa di Bozza fu uno dei tanti bluff che l’impresario nascondeva continuando a rassicurare i lavoratori e rallentando la loro ira elargendo metà della paga concessa dal nuovo Governo, una prima forma di cassa-integrazione sulla quale si è retta la distruzione dell’economia meridionale nel corso degli anni a venire, sino a qui.
Il 31 Luglio 1863 gli operai scendono ad appena 458 mentre a salire è la tensione. Bozza da una parte promette pagamenti che non rispetterà, dall’altra minaccia nuovi licenziamenti che decreterà.
La provocazione supera il limite della pazienza e al primo pomeriggio del 6 Agosto 1863, il Capo Contabile dell’opificio di Pietrarsa, Sig. Zimmermann, chiede alla pubblica sicurezza sei uomini con immediatezza perché gli operai che avevano chiesto un aumento di stipendio incassano invece il licenziamento di altri 60 unità. Poi implora addirittura l’intervento di un Battaglione di truppa regolare dopo che gli operai si sono portati compatti nello spiazzo dell’opificio in atteggiamento minaccioso.
Convergono la Guardia Nazionale, i Bersaglieri e i Carabinieri, forze armate italiane da poco ma piemontesi da sempre, che circondano il nucleo industriale. Al cancello d’ingresso trovano l’opposizione dei lavoratori e calano le baionette. Al segnale di trombe al fuoco, sparano sulla folla, sui tanti feriti e sulle vittime. La copertura del regime poliziesco dell’epoca parlò di sole due vittime, tali Fabbricini e Marino, e sei feriti trasportati all’Ospedale dei Pellegrini. Ma sul foglio 24 del fascio citato è trascritto l’elenco completo dei morti e dei feriti: oltre a Luigi Fabbricini  e Aniello Marino, decedono successivamente anche Domenico Del Grosso e Aniello Olivieri. Sono questi i nomi accertati dei primi martiri della storia operaia italiana.
I giornali ufficiali ignorano o minimizzano vergognosamente il fatto a differenza di quelli minori. Su “Il Pensiero” si racconta tutto con dovizia di particolari, rivelando che in realtà le vittime sarebbero nove. “La Campana del Popolo” rivela quanto visto ai “Pelligrini” e parla di palle di fucile, di strage definita inumana. Tra i feriti ne decrive 7 in pericolo di vita e anche un  ragazzino di 14 anni colpito, come molti altri, alle spalle, probabilmente in fuga dal fuoco delle baionette.
Nelle carte, dai fogli 31 a 37, si legge anche di un personaggio oggi onorato nella toponomastica di una piazza napoletana, quel Nicola Amore, Questore durante i fatti descritti, solerte nell’inviare il drappello di forze armate, che definisce “fatali e irresistibili circostanze” quegli accadimenti. Lo fa in una relazione al Prefetto mentre cerca di corrompere inutilmente il funzionario Antonino Campanile, testimone loquace e scomodo, sottoposto a procedimento disciplinare e poi destituito dopo le sue dichiarazioni ai giornali. Nicola Amore, dopo i misfatti di Pietrarsa, fece carriera diventando Sindaco di Napoli.
Il 13 ottobre vengono licenziati altri 262 operai. Il personale viene ridotto lentamente a circa 100 elementi finché, dopo finti interventi, il governo riduce al lumicino le commesse di Pietrarsa, decretando la fine di un gioiello produttivo d’eccellenza mondiale. Pietrarsa viene declassata prima ad officina di riparazione per poi essere chiusa definitivamente nel 1975. Dal 1989, quella che era stata la più grande fabbrica metalmeccanica italiana, simbolo di produttività fino al 1860, è diventata un museo ferroviario che è straordinario luogo di riflessione sull’Unità d’Italia e sulla cosiddetta “questione meridionale”.
Alla memoria di Luigi Fabbricini, Aniello Marino, Aniello Olivieri e Domenico Del Grosso, napoletani, morti per difendere il proprio lavoro, ogni napoletano dedichi un pensiero oggi e in ogni festa dei lavoratori che verrà. Uomini che non sono più tornati alle loro famiglie per difendere il proprio lavoro, dimenticati da un’Italia che non dedica loro un pensiero, una piazza o un monumento, come accade invece per i loro carnefici.

La strage di Portici in musica (Stormy Six)

Documentario: FENESTRELLE, LAGER DEI SAVOIA

Documentario: FENESTRELLE, LAGER DEI SAVOIA
come venivano uccisi i prigionieri napoletani (e Napoli)

È online il documentario RAI sulla fortezza di Fenestrelle, misteriosamente danneggiato il 20 Marzo dall’anticipo della messa in onda rispetto all’orario programmato e dall’oscuramento della stessa trasmissione sul territorio nazionale nei venti minuti finali che ha scatenato la protesta dei meridionali all’indirizzo della redazione della TV di Stato.
Si tratta di una delle pochissime testimonianze di una corretta lettura di certi avvenimenti “censurati” dalla propaganda risorgimentale che ha nascosto il luogo dove comincia e finisce la storia di migliaia di italiani prigionieri di altri italiani, deportati in veri e propri campi di concentramento. La storia dei prigionieri di guerra del Regno delle due Sicilie fatti morire di freddo e fame dai piemontesi. Ma anche la storia della distruzione del tessuto sociale, economico e industriale del meridione pre-unitario.

parte 1

parte 2

“Malaunità – 1861-2011, 150 anni portati male”

“MALAUNITA’, 150 ANNI PORTATI MALE”
il libro che tutti gli italiani dovrebbero leggere 

Libro + CD
Autori: Pino Aprile, Lorenzo Del Boca, Gigi Di Fiore, Ruggero Guarini, Lino Patruno e altri.

Prefazione: Jean-Noel Schifano.

Con interventi di: Felice Abbondante, Antonio Boccia, Pompeo De Chiara, Gennaro De Crescenzo, Angelo Forgione, Vincenzo Gulì, Giuseppe Picciano, Alessandro Romano, Lorenzo Terzi.
A cura di: Salvatore Lanza e Gennaro De Crescenzo.

Descrizione: Volume in 8° (cm 21 x 15); 174 pagine; alcune illustrazioni in b/n
Il cd contiene i brani: “Malaunità” (Eddy Napoli), “Suonno ‘e libertà. Fenestrelle” (Salvatore Lanza, Eddy Napoli)

Le celebrazioni dei 150 anni potevano essere l’occasione per approfondire temi ancora attuali e ricchi di implicazioni spesso negative per l’Italia stessa e soprattutto per il Sud dell’Italia, l’ex Regno delle Due Sicilie. È prevalsa, invece, la retorica dei festeggiamenti sulla serietà della ricerca. La stessa retorica che, tra luoghi comuni, mistificazioni e conformismi, ha caratterizzato in maniera unilaterale e spesso superficiale la storiografia ufficiale, con i risultati e i danni che conosciamo nella costruzione di una vera identità nazionale. Di qui la necessità di altre storie e di altre voci.

Dalle parole di “rabbia, ragione e amore” di Schifano all’analisi “nuda e cruda” di Del Boca, dalle ironie amare di Guarini alle ricerche inedite di Di Fiore sui rapporti tra origini del Paese e criminalità, dalle riflessioni tra passato e futuro di Patruno a quelle sulla “nazione duale” di Pino Aprile, “reduce” dallo strepitoso successo di Terroni; gli scenari internazionali che fecero da contesto ai fatti (Abbondante), il quadro economico pre e post- unitario (Gulì), le troppe storie sconosciute del “brigantaggio” (Romano), la battaglia contro i luoghi comuni e le falsità storiche (De Crescenzo), le 100 domande (ancora senza risposta) di Lanza e Picciano, le citazioni più significative (e non a caso meno famose) ritrovate da De Chiara e Forgione, i tanti primati pre-unitari spesso inediti (Boccia), le ricche e preziose indicazioni di fonti archivistiche e bibliografiche (Terzi), fino alla sintesi musicale e poetica di Eddy Napoli.

Ognuno con il suo stile, ognuno con le sue idee, ognuno libero di collocare un piccolo mattone nella necessaria e urgente ricostruzione della verità storica.
Tutti uniti dal rispetto e dall’amore per memorie e radici comuni. Con l’esigenza non di “rivedere” ma di scrivere ex novo la storia del cosiddetto “risorgimento”.                             

“Malaunità” è un piccolo dossier realizzato da un gruppo di affermati giornalisti e di attenti ricercatori che si sono sostituiti ai tanti intellettuali che in 150 anni di Italia unita non hanno mai avuto il coraggio di affrontare l’argomento “unificazione” in modo diverso, non si sono mai spostati di un centimetro dalle loro posizioni e che non hanno approfondito in modo oggettivo e sereno eventi risalenti ad appena 150 anni fa.

«Questo libro a più voci è ammirevole, fecondo e luminoso ed era indispensabile per ritrovare la memoria della “nostra” Storia».  Jean-Noël Schifano.

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MALAUNITA’ a Marcianise

MALAUNITA’ – Forgione, De Chiara e Gulì a Marcianise
il 15 Aprile alle 18:30 al centro “Ave Maria”

L’associazione “Amici del libro” di Marcianise presenta “MALAUNITA’, 1861-2011 Centocinquant’anni portati male”, un incontro con Angelo Forgione, Pompeo De ChiaraVincenzo Gulì, tre dei tanti prestigiosi giornalisti e meridionalisti autori del libro-verità diretto alle coscienze degli italiani e capace di illuminare su nascita e sviluppo dell’Italia dall’unità ad oggi.
Gli interventi riguarderanno i risvolti sociali (Forgione), politici (De Chiara) ed economici (Gulì) di quella unità, fatta con metodi sbagliati ancora oggi “segretati”, che avviò purtroppo la questione meridionale ancora drammaticamente attuale.
Appuntamento alle ore 18:30 al centro “Ave Maria” della parrocchia SS. Annunziata di Marcianise in Via San Giovanni Bosco n.34.

info: www.amicidellibro.it

Sempre alle 18:30, “Malaunità” sarà presentato a Boscoreale da Eddy Napoli, Gennaro De Crescenzo e Salvatore Lanza, presso la Cappella di Palazzo Zurlo.

Dalle parole di “rabbia, ragione e amore” di Schifano all’analisi “nuda e cruda” di Del Boca, dalle ironie amare di Guarini alle ricerche inedite di Di Fiore sui rapporti tra origini del Paese e criminalità, dalle riflessioni tra passato e futuro di Patruno a quelle sulla “nazione duale” di Pino Aprile, “reduce” dallo strepitoso successo di Terroni; gli scenari internazionali che fecero da contesto ai fatti (Abbondante), il quadro economico pre e post- unitario (Gulì), le troppe storie sconosciute del “brigantaggio” (Romano), la battaglia contro i luoghi comuni e le falsità storiche (De Crescenzo), le 100 domande (ancora senza risposta) di Lanza e Picciano, le citazioni più significative (e non a caso meno famose) ritrovate da De Chiara e Forgione, i tanti primati pre-unitari spesso inediti (Boccia), le ricche e preziose indicazioni di fonti archivistiche e bibliografiche (Terzi), fino alla sintesi musicale e poetica di Eddy Napoli.
Ognuno con il suo stile, ognuno con le sue idee, ognuno libero di collocare un piccolo mattone nella necessaria e urgente ricostruzione della verità storica.

Tutti uniti dal rispetto e dall’amore per memorie e radici comuni. Con l’esigenza non di “rivedere” ma di scrivere ex novo la storia del cosiddetto “risorgimento”.

Malaunità è un piccolo dossier realizzato da un gruppo di affermati giornalisti e di attenti ricercatori che si sono sostituiti ai tanti intellettuali che in 150 anni di Italia unita non hanno mai avuto il coraggio di affrontare l’argomento “unificazione” in modo diverso, non si sono mai spostati di un centimetro dalle loro posizioni e che non hanno approfondito in modo oggettivo e sereno eventi risalenti ad appena 150 anni fa.

“Questo libro a più voci è ammirevole, fecondo e luminoso ed era indispensabile per ritrovare la memoria della “nostra” Storia”. (Jean-Noël Schifano)



Il Consiglio Regionale chiede la vera storia dell’unità d’Italia

Il Consiglio Regionale chiede la vera storia dell’unità
Le verità dei meridionalisti sempre più ascoltate

di Angelo Forgione per napoli.com

Non è di quelle notizie che i telegiornali danno in pompa magna, ma un significativo passo avanti verso la verità storica dei fatti che portarono all’Unità di Italia è stato fatto dal Consiglio Regionale della Campania che ha approvato all’unanimità l’ordine del giorno per far rimuovere il  “Segreto di Stato” su 150.000 documenti relativi al Mezzogiorno d’Italia pre e post unitario, ovvero nel periodo fra il 1860 e il 1870. La Giunta regionale si impegna così a fare da soggetto garante presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Parlamento affinchè si chiarisca e sia raccontato tutto ciò che realmente avvenne a danno del Sud in quel periodo su cui esistono contrastanti ricostruzioni storiche. L’annuncio è stato dato dalla consigliera regionale campana dell’Italia dei Valori Anita Sala, promotrice dell’ordine del giorno.

”A 150 anni dall’Unita’ d’Italia – dice Sala – il Sud ritiene che non possa più reggere l’impossibilita’ di conoscere quei fatti avvenuti fra gli anni 1860 e 1870. Ancora oggi in diverse realtà del Mezzogiorno, e anche della Regione Campania, è aperta una discussione culturale tesa ad una rilettura più puntuale del processo di unificazione nazionale che in particolare ha interessato il meridione. Su tale problematica appare però che non esista ancora la voglia di fare opportuna chiarezza. Pertanto, nonostante interrogazioni parlamentari e solleciti, 150.000 pagine della nostra storia rimangono ancora prive di visibilità. Al Sud si nega dunque l’occasione – conclude Sala – di poter accedere a quelle pagine che potrebbero raccontare la vera storia”.

Fonseca odia Cavani e lo attacca (video)

Fonseca odia Cavani (?) e lo attacca (video)
Ruggini nascoste tra il passato e il presente uruguaiano

Per una volta va messo in evidenza un torto che si sarebbe perpetrato ai danni non di Napoli e della Napoletanità ma di un napoletano adottivo che, quantomeno, ci ha tenuto a far nascere il figlio a Napoli e non manca mai di proclamare il suo amore per la nostra città. Si tratta di Edinson Cavani, attaccato senza motivo apparente dal suo connazionale Daniel Fonseca, gloria della nazionale uruguaiana e del Napoli degli anni ’90, oggi procuratore sportivo.
Lo scorso 23 Gennaio, Fonseca era ospite negli studi di SKY quando, convinto di essere fuori onda, è stato mandato in diretta mentre lanciava strali contro qualcuno che sembrerebbe proprio essere “el matador”.
«Fai schifo, e dopo prega Dio… ma che prega Dio? Fatti perdonare da Dio. Cioè… mi viene l’odio…», queste le parole dell’ex bomber.
A confermare che il discorso privato messo in pubblico verteva su Cavani è stato il giornalista Alessandro Bonan che ha fatto il nome dell’attuale idolo del calcio napoletano.
Ruggini riguardanti una procura sportiva non assegnata? Sicuramente una caduta di stile.

Piazza Dante, lavori in corso

Piazza Dante, il revisionista pulisce
il restauratore sostiene la vera storia d’Italia

di Angelo Forgione
per napoli.com

Stanno per prendere il via i lavori per il restauro e la pulizia della statua di Dante nell’omonima piazza. La Seconda Municipalità ha stipulato il contratto di sponsorizzazione dei ponteggi grazie al quale l’opera verrà realizzato a costo zero per il Comune di Napoli.
Intanto, nello stesso largo, è pronta anche la soluzione per il Convitto Vittorio Emanuele, sfregiato da una grossa scritta «viva il brigantaggio» la settimana scorsa. Per realizzare l’intervento di pulizia gratuita e immediata si è offerto un gruppo di esperti restauratori volontari guidati dall’architetto Oreste Albarano che vive e lavora a Roma e che è già al lavoro per restituire l’antico “Foro Carolino” al nitore che merita. Incredibile ma vero, il moto spontaneo e virtuoso è nato da un sussolto di rabbia dell’architetto Albarano che presta i suoi servigi per il Ministero per i Beni e le Attività culturali e che, appena appresa la notizia dello sfregio, ha subito contattato la Soprintendenza di Napoli per ottenere il permesso di operare.
L’architetto Albarano ci ha tenuto a precisare: «sono un sostenitore delle idee revisioniste sull’unità d’Italia ma questo non potrà mai giustificare un atto teppistico come quello che s’è verificato al Foro Carolino», evidenziando non a caso l’antico nome borbonico con cui fu battezzato il monumento. E con questo gesto d’amore per la città spera di dare l’esempio anche alla cittadinanza affinchè rispetti di più i monumenti e la storia, quella vera.

La sofferenza dell’emigrante

La sofferenza dell’emigrante
testimonianza emblematica dalla provincia di Modena

Lo scorso anno la fortunata trasmissione “Notte Azzurra” di Radio Marte andava in video con la conduzione di Carlo Alvino e del compianto Guido Palliggiano, due grandi meridionalisti, revisionisti, innamorati di Napoli oltre che del Napoli. La loro presenza rese quell’edizione ricca di spunti di discussione sulla Napoletanità e sulla questione meridionale in generale. Ci fu una puntata particolare dello scorso Maggio arricchita dalla presenza di Eddy Napoli in cui si discusse di orgoglio partenopeo nell’ottica delle incalzanti celebrazioni dell’unità d’Italia.
Nel mezzo della trasmissione irruppe in diretta telefonica un ragazzo napoletano di 33 anni, Andrea, emigrato nella provincia di Modena (Mirandola) per lavoro, che sfogò tutto il suo disagio dovuto ad una mancata integrazione nella realtà provinciale emiliana, cosa che ha purtroppo contribuito alla diagnosi di una malattia. La telefonata emozionò tutti, compreso il sottoscritto chiamato in causa durante la discussione. In questi mesi, tanto io quanto Eddy Napoli, abbiamo continuato a tener corrispondenza con Andrea al quale dimostriamo sempre la nostra vicinanza.
In questi giorni di celebrazioni d’unità d’Italia, Andrea ha liberato tutto il suo punto di vista controcelebrativo esponendo al balcone di casa, lo stesso da cui urla la sua gioia ad ogni goal del Napoli, striscioni di contestazione e bandiere dell’antico regno del sud (foto in basso), avvalendosi dell’Articolo 21 della Costituzione Italiana*. Purtroppo però, dopo qualche consenso inatteso, tale “manifestazione” gli ha procurato disgustose e spiacevoli minacce anonime ricevute nella cassetta delle lettere con le quali gli è stato intimato di rimuovere il tutto dalla sua proprietà privata.

*«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.»

Al minuto 6:04, la telefonata di Andrea a “Notte Azzurra” dello scorso Maggio

seconda parte della telefonata di Andrea a “Notte Azzurra” dello scorso Maggio



La redenzione di un neo-meridionalista juventino

Storia a lieto fine di un conflitto interiore

12 Febbraio a Gaeta per il Convegno Nazionale della “Fedelissima” a 150 anni dalla resa di Francesco II e di ciò che restava delle sue truppe alla fine dell’assedio della fortezza del 1861. Al mio tavolo per il pranzo sono con Eddy Napoli, Pino Aprile e altri sei amici, tra cui un professore di una scuola di Sciacca (PA) che ci racconta di aver scoperto la verità storica da qualche mese e di non aver resistito al richiamo dell’appuntamento di Gaeta.
Tra una cosa e l’altra finiamo a parlare anche di calcio e gli chiedo per quale squadra tifi. Ecco la risposta che crea il conflitto identitario: Juventus! Mi dice che lo è da quando era bambino. Un fresco meridionalista, pieno di sete di scoperta e verità sulle ignominie dei Savoia e ormai convinto di un’unità fittizia e non reale, che resta fedele al tifo bianconero?! All’improvviso mi prende in contropiede e mi dice: «ma anche per colpa tua sono in fase di redenzione».
Ci salutiamo il giorno dopo, ognuno alle proprie città di provenienza, e il mio saluto è un invito a completare la sua redenzione.
Il 17 Marzo, proprio il giorno della festa del 150°, ricevo una sua e-mail che ha per oggetto “REDENZIONE!!!!” La leggo e prendo atto che la strada è compiuta. Non è più juventino, ora è (finalmente) un tifoso del Palermo!
E lo annuncia così:

«…Al di là dell’aspetto scherzoso della cosa e dando per scontato che cultura storica e politica sono cosa ben diversa dalle passioni sportive, spiego le ragioni di questa decisione.
Certo, tifare per una squadra o per un’altra, quando si ama lo sport (nello specifico il calcio) e magari lo si pratica anche (o lo si è praticato, a qualsiasi livello), non cambia la vita.  Tifare è però cosa bella (e quindi utile) perché c’è gusto a disquisire con avversari e compagni di tifo sulle virtù o sulla forza della tua squadra, sui difetti delle altre, a litigare bonariamente e scherzosamente, a prendersi in giro reciprocamente, a esultare, a emozionarsi davanti un gesto atletico di pregio e spettacolare. Come non ricordare con emozione le più spettacolari parate del tuo portiere preferito o quel goal in acrobazia che ha chiuso la partita ed è entrato negli annali del calcio?
Detto questo, che vale, mutatis mutandis, per ogni altro sport è chiaro che tifare per l’una o l’altra squadra non cambia molto la vita (sportiva e non). La squadra che si sceglie di seguire con passione dipende un po’ dalle circostanze casuali della vita (magari la squadra per cui tifava papà o mamma o gli amici dell’infanzia, per fare un esempio) o dalla presenza, nel momento in cui ci si comincia a interessare di calcio, di questo o quel campione che poi potresti ritrovarti già dalla stagione successiva a militare nella squadra “nemica”.
Perciò non possiamo attribuire una importanza eccessiva (o meglio, significativa) al tifo nella scala di valori della nostra vita anche se apparentemente così non è data l’apparente (perché giocosa, scherzosa) animosità con cui poi ci capita di accapigliarci con l’avversario di tifo.
Detto questo, però, dobbiamo riflettere sull’aspetto economico della questione.  Il calcio genera businnes. Biglietti, diritti TV e merchandising generano per le società di serie A un volume d’affari ingente attraverso cui possono permettersi, tra l’altro, i favolosi ingaggi dei campioni più bravi.  Intorno alle società e grazie alle società calcistiche si sviluppa, poi, una certa attività formativa che offre ai ragazzi della città (e non solo) la possibilità di imparare e di diventare, se dotati, i campioni di domani. Ebbene, se analizziamo la questione da questa nuova prospettiva, dobbiamo interrogarci sul perché danneggiare le società meridionali acquistando prodotti, partite in TV e dichiarandoci tifosi (il che conta nelle indagini di mercato) di squadre non del territorio, inserite in contesti economici sviluppatisi storicamente a danno del meridione, in contesti geografici in cui fermenti razzisti (se non apertamente secessionisti) si sono radicati in danno ancora, del meridione d’Italia. Non abbiamo noi forse le nostre squadre meridionali in seria A, ad iniziare dal Palermo, con i suoi bilanci, i suoi diritti televisivi, il suo merchandising e le sue scuole calcio certamente più vicine di quelle del nord ai ragazzi siciliani?
Perché contribuire a far arricchire le squadre milanesi o torinesi mentre Palermo o Napoli possono essere valide alternative per noi meridionali e un modo per riscoprire che Sud è bello, nonostante ci abbiano educato ad una presunta minorità, tanto per volere ancora una volta citare l’arcinoto recente saggio di P. Aprile “Terroni”?
Riflettiamoci, gente. Forza Palermo!!!!!»

Gira e rigira, il suo incipit è contraddetto perchè leggendo la valida motivazione della redenzione c’è, ed è forte, il nesso tra cultura storica e passioni sportive. E comunque, il meridionalista-revisionista ha dovuto fare i conti non con le pay-tv ma con se stesso. Al sud, se si cresce juventini, milanisti o interisti è perchè sono le squadre più vincenti ed è lo stesso motivo per cui i meridionali devono andare al nord a lavorare perchè li c’è più lavoro.
Al nord sono finiti 98 scudetti e al sud solo 8, Roma compresa. Ma se ad inizio 900 il divario nord-sud non fosse stato già realtà (anche nel calcio), oggi i bambini crescerebbero col mito delle squadre blasonate del settentrione?
Un solo appunto al mio amico di Sciacca: Palermo e Napoli non sono “valide alternative” per un meridionale ma ben altro.

Angelo Forgione

intervista post-controcelebrazioni

Riflessioni post-controcelebrazioni
a Radio Incontro Roma

A “Napoli nel cuore” su Radio Incontro Roma, le mie riflessioni sugli eventi organizzati per controcelebrare l’unità d’Italia svoltisi a Napoli il 15, 16 e 17 Marzo 2011 e per protestare contro la colonizzazione del meridione e la retorica sui racconti del Risorgimento.
E alla fine, una “divertita” promessa in caso di scudetto del Napoli!

Angelo Forgione