Quando i piemontesi tolsero il panorama al Vomero

Quando i piemontesi tolsero il panorama al Vomero
Storia urbanistica del quartiere collinare

di Angelo Forgione per napoli.com

I Greci la chiamavano Bomos, da βωμός, cioè altura. I Romani, invece, Paturcium, trasformato nel medioevo in “Patruscolo” e poi, nel Rinascimento, “Patruce”, per opera del grande umanista Giovanni Pontano, uomo di corte aragonese, proprietario di un’amplissima villa che occupava tutta l’area tra Antignano e il Torrione di San Martino, proprio sotto la cinquecentesca fortezza di Sant’Elmo. Nel Seicento si diffuse il nome “Vomero”, derivazione del greco Bomos. Chiaro che si tratti del popolarissimo quartiere napoletano, un tempo colle campestre e poi, tra il secondo Ottocento e la prima metà del secolo successivo, massicciamente urbanizzato.
Nel primo Settecento, allorché divenne capitale indipendente, Carlo di Borbone non rivolse particolari attenzioni a questa collina, preferendole quella di Capodimonte, dove fece edificare una nuova reggia. Nel 1799, i repubblicani giacobini la ribattezzarono “Monte Giannone”, ma tornò a essere il Vomero con la repentina riconquista del regno da parte di Ferdinando I, che si interessò al luogo più del padre e acquistò, nel 1817, i terreni utili all’edificazione della Villa Floridiana, per se e la sua sposa morganatica Lucia Migliaccio di Floridia. La realizzò l’architetto toscano Antonio Niccolini, gran protagonista della stagione neoclassica napoletana, autore del rifacimento totale del Real Teatro di San Carlo dopo l’incendio del febbraio 1816. In quegli anni fu realizzata la salita dell’Infrascata, attuale via Salvator Rosa, per consentire non solo al Re di spostarsi il Palazzo Reale e la Floridiana ma anche all’aristocrazia della Capitale di raggiungere le case di villeggiatura in collina. Tre queste, anche l’ancora esistente villa Genzano-Majo all’Infrascata, firmata dallo stesso architetto, dove Gaetano Donizetti scrisse gran parte della gloriosa Lucia di Lammermoor, assoluto capolavoro composto a cavallo tra la primavera e l’estate del 1835, in quaranta giorni di intenso lavoro tra l’alloggio cittadino di via Corsea, l’attuale via Cervantes, e il ritiro estivo messogli a disposizione dall’editore musicologo di origine francese Guglielmo Cottrau, che ne era proprietario.
Quando, nel 1860, Garibaldi invase Napoli, fece suo un recente decreto borbonico di Francesco II di Borbone, ultimo re di Napoli, col quale decretò la costruzione “nei siti più propri allo estremo dello abitato della città e sulle colline che la circondano, di case salubri ed economiche per il popolo, e massime per gli operai”. La congestione urbana di Napoli necessitava di soluzioni importanti, e allora si cominciò a costruire in collina per rispondere alle sempre maggiori esigenze abitative. Nel 1885, sotto la spinta dell’epidemia di colera che aveva colpito la città, fu emanata la “legge per il Risanamento di Napoli”, con la quale si pianificò l’edificazione di un nuovo quartiere collinare. I territori tra San Martino e Antignano, quelli che furono del Pontano, erano stati da poco acquisiti dalla Banca Tiberina, una banca piemontese agevolata dalla monarchia sabauda che aveva spodestato quella borbonica. L’11 Maggio del 1885, Re Umberto I e la Regina Margherita presenziarono alla posa della prima pietra per la costruzione del nuovo rione Vomero, che venne formalmente inaugurato il 20 Ottobre 1889 con l’apertura della funicolare che conduceva a Chiaia. Le nuove strade furono battezzate il 19 Aprile del 1890, allorché il Comune definì i trentasette nomi di artisti vari a cui intitolarle. Nel 1891 fu la volta dell’inaugurazione della funicolare che collegava il quartiere a Montesanto.
Il tessuto viario a maglia reticolare appena nato prendeva corpo con le vie Luca Giordano, Scarlatti, Bernini e Morghen, e con la piazza Vanvitelli, nuovo luogo centrale di aggregazione attorno alla quale sorsero i quattro palazzi pressoché omologhi in stile neorinascimentale.
Partiva intanto la costruzione del nuovo rione Arenella, che prevedeva una sua grande piazza centrale, l’attuale Medaglie d’Oro, da cui sarebbero partite a raggiera ben sette strade nuove.
La zona collinare venne così a saldarsi alla città bassa, ma in maniera disordinata, e subito si avvertì una diversità fra i due livelli cittadini ancora oggi evidente. Nacque una conurbazione sicuramente moderna ed elegante, pronto a rappresentare il nuovo riferimento residenziale in città, ma con un errore che oggi in pochi rilevano: il piano attuato dalla banca piemontese era “bidimensionale”, adatto a una città nordica, non certo a Napoli, non considerando le tre dimensioni tipiche della città obliqua, protesa verso il mare. La verticalità tra Vomero e centro fu sostanzialmente ignorata nel progetto urbanistico; un’omissione visibile, oggi come allora, nell’ostruzione della vista panoramica, in buona parte preclusa dai palazzi e sprecata da una visione imprenditoriale fatta da uomini incapaci di rispettare l’orografia del luogo. Anche il secondo tratto del corso Vittorio Emanuele, dal Suor Orsola Benincasa all’Infrascata, cioè a piazza Mazzini, fu realizzato costruendo edifici sul lato mare, diversamente dal primo tratto borbonico, dal Santuario della Madonna di Piedigrotta al complesso monastico orsolino. Il periodico d’elite Napoli Nobilissima, nel 1893, così descrisse gli interventi appena realizzati: “Le opere sono mirabili e danno alla città un aspetto ordinato, ma quanto si è guadagnato, tanto si è perduto di notevole bellezza”.
Il nuovo quartiere continuò a prendere forma nei primi decenni del Novecento con villini dotati di giardini, chiese, scuole, impianti sportivi, cinema, studi cinematografici (qui nacque la Titanus, poi trasferita a Roma), teatri, ristoranti, esercizi commerciali e anche nosocomi, facendo della zona una vera e propria città di sopra attigua a quella di sotto, maggiormente collegata col centro tramite una terza funicolare, inaugurata nel 1928 col nome di “Centrale” per la sua posizione intermedia tra quella di Chiaia e Montesanto.
Il collasso urbanistico prese il via nel secondo dopoguerra, quando l’attività edilizia subì un’impennata vertiginosa che accrebbe la densità popolativa del trecentosessanta percento circa. Si trattò di quella speculazione edilizia di proporzioni incredibili che Franco Rosi immortalò nel film Le mani sulla città. Gli interessi politici si sposarono con la crescente domanda di una casa al Vomero, possibilmente ai piani alti, là dove il mare era possibile scorgerlo, privando il quartiere anche della sua prerogativa di zona a misura d’uomo. Ai villini di pregio architettonico si sostituirono i casermoni borghesi che si espandevano dal centro del quartiere verso i nuovi rioni più alti, cambiando definitivamente i connotati alla collina e rendendola ambita ma comunque ben lontana dagli standard di vivibilità che il posto avrebbe potuto offrire.
Gli ultimi interventi al quartiere si registrarono negli anni Novanta, con l’apertura delle fermate della Metropolitana collinare che dotarono il quartiere di un ulteriore mezzo di trasporto e di nuovi arredi urbani nelle piazze a lungo interessate dai lavori.
A testimonianza di un’urbanizzazione che ha divorato la collina agreste ma anche di una storia antichissima che fa del Vomero la corona della città, nel Dicembre 2010 l’antica Vigna dei Monaci di San Martino tra la trecentesca Certosa di San Martino e il corso Vittorio Emanuele, oggi privata, divenne monumento nazionale per decreto ministeriale. Lì, in un’oasi protetta di sette ettari tra cemento e automobili, si coltivano viti autoctone, agrumi ed altre specie da frutto. È l’ultimo pezzo di Bomos, l’ultimo lembo di verde della celebre Tavola Strozzi, miracolosamente sopravvissuto al sacco edilizio.

Il principe naufrago che la fa sul tricolore

Il principe naufrago che la fa sul tricolore
il Savoia sull’Isola dei Famosi

Aveva cominciato con “Quelli che il calcio” come tifoso. Poi, nel corollario della sua carriera televisiva, è approdato a “Ballando con le stelle” come ballerino, al “Festival di Sanremo” addirittura come cantante, a “I Raccomandati” come presentatore… e ora eccolo a “L’Isola dei Famosi” della sabauda Ventura come “naufrago”. Garibaldi sbarcò a Marsala per conto del suo antenato Vittorio Emanuele II, lui è sbarcato in Honduras. E c’è da star certi che non finirà qui!
Quando sostenne la causa di famiglia nella richiesta di risarcimento danni all’Italia forse sapeva bene cosa avrebbe ottenuto. La richiesta fu ritirata tra mille polemiche, e chissà che non abbia avuto rassicurazione su un futuro televisivo che, in qualche modo, quella richiesta la sta appagando. Compromessi italiani di una televisione, quella italiana, sempre più priva di contenuti e di personaggi. Quelli di grande calibro prediligono le pay-tv o altri scenari, e allora nasce il bisogno di creare nuovi fenomeni. Ecco dunque che chi paga il canone finisce indirettamente per contribuire a questo “alternativo risarcimento danni” al Savoia.
E il principe, dunque, approdò sull’isola sfoggiando un vasino da notte tricolore nel quale evacuare… e un libro, il suo, da promuovere nell’operazione marketing senza doversi sacrificare più di tanto in una realtà senza agi e comfort perchè, in fondo, lui è già ben preparato, abituato com’è a fare a meno del bidet.

Emanuele Filiberto e il suo rapporto col bidet


Emanuele Filiberto fischiato dai Neoborbonici a Sanremo


a 1:40, l’orchestra di Sanremo e i Neoborbonici protestano contro E. F.

“Aprite immediatamente la Floridiana”

“Aprite immediatamente la Floridiana”
le immagini della manifestazione

Sabato 26 Marzo, al Vomero, si è svolta la protesta contro la chiusura della Floridiana. Eravamo in tanti tra cittadini, associazioni e movimenti, uniti per ribadire il dissenso per la chiusura dell’unico polmone verde del quartiere. All’ingresso della villa un comunicato del Ministero per i Beni e le Attività Culturali affermava che il Parco è stato chiuso per motivi di sicurezza e che riaprirà 15 Aprile 2011, mentre molte mamme ignare affluivano coi propri bambini.
Ma la manutenzione straordinaria non è l’unico problema. Il vero problema è che non ci sono i soldi per la gestione ordinaria. Il governo ha tagliato i fondi alla Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici e il risultato é, tra le altre cose, un parco pubblico sbarrato alla cittadinanza!

si ringrazia per le immagini napoliurbanblog.com


Piazza Dante, lavori in corso

Piazza Dante, il revisionista pulisce
il restauratore sostiene la vera storia d’Italia

di Angelo Forgione
per napoli.com

Stanno per prendere il via i lavori per il restauro e la pulizia della statua di Dante nell’omonima piazza. La Seconda Municipalità ha stipulato il contratto di sponsorizzazione dei ponteggi grazie al quale l’opera verrà realizzato a costo zero per il Comune di Napoli.
Intanto, nello stesso largo, è pronta anche la soluzione per il Convitto Vittorio Emanuele, sfregiato da una grossa scritta «viva il brigantaggio» la settimana scorsa. Per realizzare l’intervento di pulizia gratuita e immediata si è offerto un gruppo di esperti restauratori volontari guidati dall’architetto Oreste Albarano che vive e lavora a Roma e che è già al lavoro per restituire l’antico “Foro Carolino” al nitore che merita. Incredibile ma vero, il moto spontaneo e virtuoso è nato da un sussolto di rabbia dell’architetto Albarano che presta i suoi servigi per il Ministero per i Beni e le Attività culturali e che, appena appresa la notizia dello sfregio, ha subito contattato la Soprintendenza di Napoli per ottenere il permesso di operare.
L’architetto Albarano ci ha tenuto a precisare: «sono un sostenitore delle idee revisioniste sull’unità d’Italia ma questo non potrà mai giustificare un atto teppistico come quello che s’è verificato al Foro Carolino», evidenziando non a caso l’antico nome borbonico con cui fu battezzato il monumento. E con questo gesto d’amore per la città spera di dare l’esempio anche alla cittadinanza affinchè rispetti di più i monumenti e la storia, quella vera.

La sofferenza dell’emigrante

La sofferenza dell’emigrante
testimonianza emblematica dalla provincia di Modena

Lo scorso anno la fortunata trasmissione “Notte Azzurra” di Radio Marte andava in video con la conduzione di Carlo Alvino e del compianto Guido Palliggiano, due grandi meridionalisti, revisionisti, innamorati di Napoli oltre che del Napoli. La loro presenza rese quell’edizione ricca di spunti di discussione sulla Napoletanità e sulla questione meridionale in generale. Ci fu una puntata particolare dello scorso Maggio arricchita dalla presenza di Eddy Napoli in cui si discusse di orgoglio partenopeo nell’ottica delle incalzanti celebrazioni dell’unità d’Italia.
Nel mezzo della trasmissione irruppe in diretta telefonica un ragazzo napoletano di 33 anni, Andrea, emigrato nella provincia di Modena (Mirandola) per lavoro, che sfogò tutto il suo disagio dovuto ad una mancata integrazione nella realtà provinciale emiliana, cosa che ha purtroppo contribuito alla diagnosi di una malattia. La telefonata emozionò tutti, compreso il sottoscritto chiamato in causa durante la discussione. In questi mesi, tanto io quanto Eddy Napoli, abbiamo continuato a tener corrispondenza con Andrea al quale dimostriamo sempre la nostra vicinanza.
In questi giorni di celebrazioni d’unità d’Italia, Andrea ha liberato tutto il suo punto di vista controcelebrativo esponendo al balcone di casa, lo stesso da cui urla la sua gioia ad ogni goal del Napoli, striscioni di contestazione e bandiere dell’antico regno del sud (foto in basso), avvalendosi dell’Articolo 21 della Costituzione Italiana*. Purtroppo però, dopo qualche consenso inatteso, tale “manifestazione” gli ha procurato disgustose e spiacevoli minacce anonime ricevute nella cassetta delle lettere con le quali gli è stato intimato di rimuovere il tutto dalla sua proprietà privata.

*«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.»

Al minuto 6:04, la telefonata di Andrea a “Notte Azzurra” dello scorso Maggio

seconda parte della telefonata di Andrea a “Notte Azzurra” dello scorso Maggio



intervista post-controcelebrazioni

Riflessioni post-controcelebrazioni
a Radio Incontro Roma

A “Napoli nel cuore” su Radio Incontro Roma, le mie riflessioni sugli eventi organizzati per controcelebrare l’unità d’Italia svoltisi a Napoli il 15, 16 e 17 Marzo 2011 e per protestare contro la colonizzazione del meridione e la retorica sui racconti del Risorgimento.
E alla fine, una “divertita” promessa in caso di scudetto del Napoli!

Angelo Forgione

Sit-in per la riapertura della “Floridiana”

Sit-in per la riapertura della Villa Floridiana
Sabato 26 Marzo, ore 12:00 – Via Cimarosa

Monta la protesta al Vomero per la chiusura della villa Floridiana. Cittadini arrabbiati per un evento inaspettato nel primo giorno di primavera, con motivazioni che destano non poche perplessità.
Si parla infatti di presunti rami o alberi pericolanti ma nel comunicato affisso all’ingresso del parco su via Cimarosa si legge testualmente: “Per motivi di sicurezza e di igiene il parco è chiuso al pubblico “.

Molte le associazioni, i comitati e i movimenti che aderiscono al sit-in promosso per sabato 26 marzo prossimo, con appuntamento alle ore 12:00 dinanzi all’ingresso del parco in via Cimarosa, 77, al Vomero.

Aderisce tra gli altri Insieme per la Rinascita che fa sapere, tramite la coordinatrice Germana De Angelis:
“È una vergogna, prima ci hanno sottratto il Parco Mascagna e poi ci privano dell’unico polmone verde restante al Vomero; faremo la nostra parte e porteremo tanti ragazzi sabato! “.

Si aggiunge al coro di proteste anche Mariano Peluso del Movimento 5 Stelle, che aggiunge:
“In un periodo nero da un punto di vista ambientale, economico e internazionale è importante avere un luogo delizioso, quale la Floridiana, ove poter sfogare lo stress emotivo che la quotidianità ci propone: sabato faremo tremare la casta dopo quest’ultima ingiustizia! “.

Conclude Angelo Forgione del Movimento V.A.N.T.O. che tuona:
“La chiusura del parco borbonico che ospita anche il Museo della ceramica, anche se accessibile, è solo l’ultima spallata al patrimonio e alla storia della città nel silenzio delle istituzioni. Il parco è, per la zona collinare, riferimento dei tanti genitori ma ne subiscono le conseguenze i più piccoli su cui si carica tutto il peso di una città sempre meno a misura di bambino“.

Gennaro Capodanno del Comitato Valori Collinari chiosa:
“Non vorremmo che dietro questa improvvisa chiusura si nasconda la vecchia tentazione d’imporre un ticket per i visitatori del parco. Peraltro non si comprendono i motivi per i quali ha smesso di operare la ditta che era stata incaricata della manutenzione dal Comune di Napoli in base al protocollo d’intesa siglato con la sovrintendenza negli anni scorsi“.

Coordinamento:
Comitato Valori Collinari
Insieme per la Rinascita
Movimento V.A.N.T.O.
Movimento 5 stelle

Adesioni:
Assoutenti
Centro studi Erich Formm di Napoli
Comitato Civico di Portosalvo
Federazione dei Verdi
Napoli punto a capo
Noi consumatoriTelefono blu Campania
Verdecologista


Benigni “Pinocchio” e la coerenza

Benigni “Pinocchio” e la coerenza

Il controverso show di Roberto Benigni al festival di Sanremo 2011 dedicato ai 150 anni d’unità d’Italia trova delle contraddizioni nello show dello stesso grande artista in occasione della recitazione della “Divina Commedia” del 2007. Guardare per credere.

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LE TRE GIORNATE DI NAPOLI – Controcelebrazioni 150 anni d’unità d’Italia

LE TRE GIORNATE DI NAPOLI
Il video e la cronaca delle controcelebrazioni del 150°

Dal nostro punto di vista, con un pizzico di presunzione, abbiamo onorato Napoli. Abbiamo visto tanta gente e pochi giovani assembrarsi a Piazza del Plebiscito il 17 Marzo per le celebrazioni dell’unità d’Italia, molti dei quali probabilmente hanno dimenticato che questa città è passata in 150 anni dall’essere Capitale europea a capitale della “munnezza”, del crollo monumentale, della disoccupazione e della criminalità. No, non c’era proprio nulla da festeggiare e chi l’ha fatto magari ha preferito non pensarci. Noi non l’abbiamo dimenticato e anzi questo pensiero ci ha assillato e continuerà a farlo costantemente per chissà quanto tempo ancora.
I giovani erano invece tutti a Piazza dei Martiri, dimostrando voglia di riscatto e quell’ideale di speranza che in questa terra sembrava essere ormai svanito. Così non è! Vederli tutti insieme (bambini compresi) con le bandiere bianche della nostra storia, non certo per invocare monarchie o il passato ma per ostentare identità e chiedere un futuro di pari dignità, opportunità e di orgoglio, è stata una gioia immensa. I ragazzi hanno bisogno di questo, di una luce, di una speranza per la terra che amano che questo stato ha sottratto e negato. Hanno bisogno di classi dirigenti meridionali fiere, laboriose ed efficaci che il Sud non ha mai prodotto. Ecco perchè noi eravamo in piazza, per far sentire la nostra voce e per far capire alla politica locale e nazionale che i Napoletani sono stanchi di assistere alla deriva e starsene con le mani in mano, per far capire che gli staranno col fiato sul collo, a cominciare dalle prossime elezioni amministrative.
Circa 300 persone con più di 200 bandiere distribuite hanno urlato forte “Malaunità”V.A.N.T.O., Neoborbonici, Insieme per la Rinascita e R.D.S. insieme, con la presenza del cantautore Eddy Napoli e di Enrico Durazzo patron di Napolimania. Tutti ad ostentare orgoglio e ad urlare verità!
Il resto è il rifiuto di una retorica che ha caratterizzato queste celebrazioni che con l’unità non avevano nulla a che fare. La stragrande maggioranza degli italiani non conosce la storia e non si è accorta che si è festeggiata la dinastia dei Savoia, la loro conquista del Sud e non l’unione del paese avvenuta nel 1870, non certo nel 1861. Il 17 Marzo di quell’anno si verificò al Parlamento di Torino l’autoproclamazione di Vittorio Emanuele II Re d’Italia, invasore senza dichiarazione di guerra dei territori meridionali ai quali regalò morti e devastazioni in ogni campo del tessuto sociale. Il Capo dello Stato Giorgio Napolitano gli ha purtroppo reso omaggio al Pantheon mentre uno striscione che ne denunciava i genocidi veniva fatto rimuovere senza che il protagonista avesse vilipeso la bandiera italiana e si fosse avvalso di qualcosa di diverso dall’articolo 21 della Costituzione che riguarda la libertà di espressione.
Per le vittime del sud di quella casata piemontese nessuna memoria se non la nostra, la sera prima della “festa” e proprio in quel luogo dove questa si sarebbe svolta. Nella chiesa di San Ferdinando la nostra celebrazione (non del sacerdote che ha assistito felice) è stata veramente toccante: 200 nomi tra le centinaia di migliaia dei meridionali che perirono in quel momento storico per decisione di Vittorio Emanuele II di Savoia hanno riecheggiato nella chiesa borbonica. Alla fine un lunghissimo applauso ha accompagnato la viva commozione dei presenti. Poi una deposizione di fiori con lumini accesi e bandiere listate a lutto al Plebiscito. Dopo 150 anni qualcuno ha finalmente ricordato quegli sfortunati uomini che parlavano la nostra lingua, il napoletano, ma anche il dialetto calabrese, lucano, pugliese, abruzzese e siciliano.
E ancora prima avevamo presentato il libro-verità “Malaunità” in una Sala della Loggia del Maschio Angioino piena di gente appassionata e curiosa che da oggi ha una nuovo potente strumento per scavare nel proprio passato identitario.
Tre eventi riuscitissimi che chiaramente non potevano godere del risalto informativo ma che hanno fortemente espresso protesta, memoria e cultura, riassunti in un videoclip in cui l’orgoglio e la voglia di verità e vera unità sono visibili sui volti dei giovani e dei meno giovani che alla retorica hanno dato un calcio ben assestato.
Il resto sono solo polemiche di chi può vedere in tutto questo della sterile nostalgia o un tentativo di creare divisioni e polemiche. No, noi non siamo secessionisti ma abbiamo “solo” onorato il nostro amore per Napoli che ci da la forza di combattere ogni giorno in strada per il suo riscatto, guardando al futuro senza perdere di vista il nostro passato. Chi ci accusa lo fa da dietro una scrivania, contribuendo allo “demolizione” della dignità collettiva di un popolo che si vuol tenere in stato di dormiveglia. E dunque, se contribuire proattivamente al risveglio dei giovani della nostra città significa essere nostalgici, allora noi siamo fieramente nostalgici. E anche fieri di come abbiamo “diversamente” celebrato l’unità d’Italia.
Noi non possiamo restituire ai Napoletani il lavoro che manca o la sicurezza del futuro. Ma almeno un merito ce l’abbiamo, ed è quello di lavorare per la restituzione dell’orgoglio, da cui poi nasce la corretta convivenza, il senso civico e l’amore per il bene condiviso. Le “tre giornate di Napoli” ci hanno detto che siamo sulla strada giusta. Andiamo avanti!

Angelo Forgione

Il video de “le tre giornate di Napoli”

vai alla fotogallery di Repubblica.it

da NapoliUrbanBlog, un video significativo:
Al Plebiscito, una signora nel suo analfabetismo si dimostra più sveglia dei napoletani presenti che hanno festeggiato il loro funerale


Ciao Enzo

Ciao Enzo
Ci lascia un altro pezzo della grande Napoli

È morto a Napoli l’attore Enzo Cannavale. Avrebbe compiuto 83 anni il 5 aprile. Istrionico caratterista cresciuto alla scuola teatrale di Eduardo De Filippo, che lo scoprì quando era un impiegato delle poste, fu tra i protagonisti del film premio Oscar di Tornatore “Nuovo Cinema Paradiso”. Ha recitato con Troisi, De Crescenzo, Salemme ma anche con Nanny Loy, Marco Ferreri e la Wertmuller. Ha fatto da spalla in tanti film comici degli anni ’70 e ’80 ed è stato un grande attore del teatro napoletano lavorando con Eduardo De Filippo e Aldo Giuffrè. I funerali domenica mattina alle 11, nella chiesa degli artisti a San Ferdinando, in piazza Trieste a Napoli.
Di lui ricorderò sempre le passeggiate che fino a qualche anno fa faceva col suo inseparabile pastore tedesco a Piazza Plebiscito, non lontano dalla sua abitazione di Piazza Carolina.

Angelo Forgione

una scena tratta da “Le quattro giornate di Napoli” con Enzo Cannavale nella ricostruzione della grande resistenza dei Napoletani contro i tedeschi nazisti