Cambiano gli stereotipi ma Napoli continua ad attrarre. Che città trovano i turisti?

Quelli di Napoli da Vivere mi hanno chiesto di Napoli a tutto tondo. Ecco riportata l’intervista di Marco Palmieri.

Ha il dna Napoletano, profondo conoscitore e studioso della storia e cultura Partenopea da quando i primi esseri umani arrivarono nella Baia di Napoli. Proviamo a scoprire la passione e l’amore per questa città di Angelo Forgione, giornalista, scrittore e saggista. Buona lettura!

Quali sono i ricordi della tua infanzia? Ovviamente molto vaghi, ma ho avuto la grande fortuna di essere l’ultimo di cinque figli, e di vivere quindi i primi anni della mia vita in una famiglia numerosa, il che significa che almeno i racconti non mi mancano.

Cosa sognavi di fare da grande? Ricordo che mi piaceva giocare con gli sterzi, quelli finti e quelli veri. Mi facevo realizzare plance su tavole di legno dai miei fratelli maggiori e immaginavo di essere alla guida di qualche vettura. Mio padre mi faceva sterzare sulle sue gambe nel cortile condominiale. Credo di aver sognato di diventare un autista o un pilota.

Cosa ti appassiona di più del tuo lavoro? Della scrittura mi appassiona la ricerca, l’approfondimento degli eventi del passato non vissuti, cosa che mi consente di comprenderli e di conoscere le motivazioni che li hanno originati. La storia è scienza, e necessita di continua e rigorosa indagine. A me interessa operare da ricercatore storico per chiarire il presente e stimolare il miglioramento del futuro. 

Quali sono le tue fatiche letterarie, di cosa trattano? Tre saggi, scritti in sei anni di duro lavoro, due per ognuno.

Made in Naples, pubblicato nella primavera del 2013, con sottotitolo Come Napoli ha civilizzato l’Europa (e come continua a farlo) e con prefazione dell’italianista francese Jean-Noël Schifano, che l’ha definito “la bibbia dei napoletani”. Un libro in cui sono andato ben al di là dei riconosciuti e ormai conosciuti primati storici partenopei per aggiungerne di nuovi e davvero insospettabili. Immediatamente segnalato tra i più interessanti lavori di rivisitazione della cultura napoletana, si è consolidato nel tempo sia per la validità di ricerca storica che per i dati di vendita. Nelle librerie di Napoli e provincia è di quelli immancabili negli scaffali di storia e cultura locale, e del resto basta digitare su Google “i migliori libri su Napoli” e trovarlo ormai in vista tra i classici di sempre.
Nella primavera del 2015 ho partorito Dov’è la Vittoria, sottotitolo Le due Italie nel pallone (aspetti sportivi della malaunità politico-economica), con prefazione del compianto Oliviero Beha, nel quale ho raccontato la storia del calcio italiano e inquadrato l’origine del divario delle performance sportive tra club del Nord e del Sud nella creazione della Questione meridionale. Perché il nostro calcio è specchio della situazione storico-politica, e ho voluto raccontare come il movimento sportivo del nascente “triangolo industriale” si sia appropriato di questo sport e abbia ghettizzato il resto del Paese finché non è intervenuto il nazionalismo fascista. Eloquente un passaggio della prefazione di Beha, uno che difficilmente metteva la sua firma su un lavoro altrui, e lo faceva solo quando condivideva appieno: “Ma lo ‘screanzato’ Forgione ha fatto benissimo a osare. È un libro che ha diritto di cittadinanza tra quelli che finora raramente sono stati capaci di intrecciare il Calcio con la società che lo contiene e di cui è espressione macroscopica”.
Ed eccoci all’estate 2017, con Napoli Capitale Morale, sottotitolo Dal Vesuvio a Milano – storia di un ribaltamento nazionale tra Politica, Massoneria e Chiesa, un lavoro in cui ho messo in parallelo e in relazione le storie di Napoli e di Milano dal Rinascimento a oggi, per fare luce completa sulle vicende all’origine della Questione meridionale e le ragioni delle differenti velocità tra Nord e Sud dell’Italia di oggi. Pure questo saggio, per l’attenta e dettagliata descrizione degli eventi e per i nuovi argomenti proposti, si è reso subito protagonista tra le letture di quest’estate e anche per esso vale la ricerca dei migliori libri su Google, che si digiti Napoli ma anche Milano.

Insomma, tre lavori molto apprezzati, come dimostrano le tante valutazioni, tutte a cinque stelle, dei clienti Amazon, cosa che, oltre a gratificarmi, mi stimola a continuare nel metodo di lavoro adottato sei anni fa.

Quando presenti i tuoi libri che differenze trovi tra Nord e Sud? Nessuna. Chi propone argomenti di interesse e stimoli culturali è sempre ben accolto, a prescindere da quel che può essere il punto “geografico” di vista. Chi si reca a una presentazione di un libro è già incuriosito del tema o dal titolo. L’importante è modulare la discussione in base al pubblico che si ha di fronte, ma ciò che davvero è fondamentale è coinvolgere e sorprendere. Qualche giorno fa, per esempio, a La Feltrinelli di Napoli, presentando l’ultimo mio lavoro a un pubblico evidentemente locale, ho parlato molto più di Napoli che di Milano, ma alla fine si sono avvicinati dei turisti milanesi che erano entrati casualmente in libreria e, attratti dal titolo del mio libro, avevano deciso di sottrarre tempo alla loro passeggiata per curiosare in sala. Sono rimasti fino al termine, avvicinandosi con libro alla mano per ringraziarmi e congratularsi. La cultura, se è presentata con serietà, vince sempre, anche se ha dei connotati apparentemente territoriali. Ecco perché dico che sono prevenuti tutti coloro che provano ad attaccare al meridionalismo intellettuale, che è scienza seria, l’etichetta di leghismo rovesciato.

Cosa puoi dirci sull’informazione di oggi riguardo a Napoli? È guasta, perché è interessata alle sue ombre e snobba le sue luci. L’elemento principale della narrazione attuale è la criminalità organizzata, che occulta i valori positivi dietro l’immagine imposta del male. Quella del bene è sempre più oscurata dalla propaganda di insistenti filoni giornalistici, letterari e cinematografici che non propongono speranza ma solo dannazione. L’immensa cultura di Napoli non è un dato diffuso e la Città non è neanche percepita unanimemente come una capitale di Cultura quale è, eppure è uno scrigno pieno di un ricchissimo patrimonio ed è ancora oggi la città più viva sotto il profilo artistico dello Stivale. Il problema è che, come dimostra la recente Mostra del Cinema di Venezia, le qualità degli artisti napoletani sono valorizzate ed evidenziate quando si prestano a una narrazione che non valorizza davvero la città ma la inchioda all’immagine della maledizione. I protagonisti si sforzano di dire che Napoli non è solo camorra, ma poi accade che un giornalista del quotidiano britannico The Sun inserisca Napoli tra le 11 città più pericolose del mondo solo perché suggestionato dalla lettura de La Paranza dei bambini di Saviano, salvo poi depennarla dalla lista una volta rimproverato di aver usato questo elemento di giudizio. Il problema, evidentemente, è ampio e non riguarda la sola informazione, e viene da molto lontano. Nel secondo Ottocento, mentre nascevano l’espressione “Questione meridionale” e il “triangolo industriale” Milano-Torino-Genova, fu diffusa tra le masse popolari Nord-Italia una presunta diversità antropologica di Napoli e del Mezzogiorno in genere, ad opera della scuola criminale del Positivismo, che caricò l’analisi di enormi pregiudizi. La guerra, poi, ha inginocchiato la città e ha fatto incancrenire la povertà, l’emigrazione e la malavita. Ora siamo di fronte a una mutazione degli stereotipi e della retorica, passati dal più innocente “pizza e mandolino”, che peraltro ha vilipeso due simboli di grande dignità, al più eclatante “gomorra e boss delle cerimonie”. 

Perché sui social Napoli è spesso usata per fare audience? Non solo sui social. La retorica su Napoli, a base di camorra che strizza l’occhio a tutto il mondo, fa vendere libri, crea interesse su serie-tv e film, ma è anche utile per scrivere titoloni sui giornali per venderli, e per alimentare dibattiti e talk-show televisivi che fanno crescere l’auditel. Nel mondo moderno, in cui non conta la realtà ma la percezione che se ne ha, la dimensione della devianza di Napoli è amplificata dal condizionamento dei mezzi di comunicazione di massa, ed è falsata da una narrazione pregna di significati deteriori che non si riscontra per altri luoghi. L’opinione pubblica è educata a quest’immagine, ha una percezione sbagliata, e gli utenti dei social, che amano sfogare le proprie repressioni e i propri istinti bassi dietro una tastiera, alimentano il pregiudizio e l’odio di cui si nutrono. La verità è che Napoli è la città più espressiva d’Italia, nel bene e nel male, ed è quindi una sorta di brand riconosciuto di cui tutti cercano di sfruttare l’immagine senza pagarle i diritti. 

Come ti spieghi che il turismo a Napoli è in crescita? È una questione contingente derivante dallo spostamento dei flussi turistici in Europa e nel mondo dettato dal terrorismo e non dipende da chissà quale strategia napoletana. Del resto ce l’ho fatto capire qualche mese fa lo spagnolo Josep Ejarque di FourTourism, esperto di management turistico, incaricato dal Comune di Napoli di dirigere un comitato tecnico per la redazione di un piano strategico del turismodicendo pubblicamente che «San Gennaro ha mandato i turisti a Napoli anche se non è stato fatto niente per attrarli». Ora, però, bisogna seriamente darsi da fare per incrementarli, per fare in modo che tornino e che siano nostri sponsor a casa loro, e non possiamo certo riuscirci finché presenteremo una Napoli sporca, degradata, inefficiente, perennemente cantierizzata e coi monumenti e gli edifici storici che cadono a pezzi e restano pure al buio di notte. Guardate le condizioni delle facciate del Real Teatro di San Carlo e della Galleria Umberto I, una vergogna che fa arrossire, soprattutto confrontando ad esse il teatro alla Scala e la Galleria Vittorio Emanuele II di Milano. E nessuno si indigna! Oggi Napoli offre l’esperienza della napoletanità, che è un’esperienza unica e non standardizzata di vita gioiosa e buon umore, e piace tantissimo per questo, ma pesa negativamente sul buon giudizio finale la sua connotazione di città dall’aspetto decadente, dall’anarchia imperante e dall’inciviltà strisciante. Fatevi un salto su qualche scogliera di Posillipo o Mergellina e troverete di tutto. Fatevi un giro a San Martino il sabato sera, e troverete i resti del selvaggio bivacco. Oppure una passeggiata serale a via Toledo o via Chiaja, tra scatoloni e rifiuti di ogni sorta. Manca un vero governo della città. Manca un’idea di città. E mancano l’amore per la storia e per i luoghi, l’educazione e un civismo diffuso a ogni livello, e così offriamo la preziosa ma offesa Napoli ai turisti, i quali sanno misurare la distanza tra narrazione e realtà napoletana ma non per questo chiudono gli occhi come facciamo noi.

Cosa è per te la Napoletanità? È un’identità che si manifesta in molteplici forme, la più espressiva e antica che ci sia in Italia, dai tempi di Neapolis greco-romana, che già allora, col Foedus Neapolitanum, impose le sue tradizioni ellenistiche e la sua lingua greca a Roma latina. Volete che vi dimostri come tutto questo sia ancora vivo dopo duemila anni? Pensate alle corna, che i greci ci insegnarono essere simbolo di potenza, e chiedetevi perché per i napoletani una persona con una marcia in più tene ‘e ccorna!, mentre per gli italiani il cornuto è una persona senza dignità, ossia ‘o scurnacchiato napoletano. Ora capirete perché una grande vergogna, a Napoli, si definisce scuorno, l’atto di perdere le corna. Napoli si porta dietro i suoi millenni di storia stratificata, in moltissimi campi, stando a contatto con diversi popoli, ed è per questo che la canzone napoletana, la cucina napoletana, la sartoria napoletana, il teatro napoletano e altri sostantivi declinati alla napoletana sono vincenti nel mondo. Il problema è che la napoletanità è spesso confusa con la napoletaneria, che è l’esaltazione della sottocultura, della volgarità e della sciatteria di certi autocompiacenti napoletani ignoranti. È anche da questi che bisogna difendersi, perché certi napoletani, sia della città che della provincia, questa città la sporcano, la rendono plebea e randagia, a tratti invivibile.

L’orgoglio di essere Napoletano che vuol dire per te? Conoscere davvero quello che Napoli ha rappresentato e rappresenta per la Cultura occidentale, ovvero un faro, una volta abbagliante e oggi meno vistoso ma sempre acceso.

Come reagisci agli stereotipi su Napoli? Non mi scompongo. Ho gli strumenti e la conoscenza per azzittire gli ignoranti. Perché tali sono coloro che giudicano senza sapere.

Come dovrebbe reagire un Napoletano? Con la conoscenza, appunto, e quindi leggendo e approfondendo. Purtroppo non sono abbastanza quelli che lo fanno. I napoletani leggono poco, purtroppo, e c’è una grande ignoranza di fondo in giro. Non è certo per caso che i monumenti vengano imbrattati e le strade sporcate. 

Quali errori non deve commettere Napoli? Chiudersi e considerarsi portatrice di una cultura che non ha bisogno di confronto. Dico sempre a tutti che Napoli è stata faro abbagliante quando si è aperta al mondo e ha allacciato rapporti culturali e diplomatici con le maggiori città d’Europa e anche oltre. Una città chiusa in se stessa è una città che non cresce, e oggi Napoli non cresce. Quantomeno, se i napoletani riuscissero a capire le altre realtà, capirebbero anche in cosa sbagliano. Purtroppo siamo calati in un nuovo “rinascimento napoletano” che non tarderà a lasciare tutti nuovamente delusi.

Come si può esportare la “Napoli da Vivere” nel mondo? Bisogna raggiungere il mondo con informazioni della “Napoli da Vivere”. I social stanno dando una grande mano, ma bisogna attivare le strategie di marketing territoriale e andarsi a prendere la fiducia della gente. Vi faccio un esempio: a Napoli vediamo manifesti pubblicitari della Reggia di Venaria Reale con la campagna pubblicitaria “Fatevi la Corte”. Esiste una campagna pubblicitaria della Reggia di Caserta a Torino? Abbiamo sempre bisogno di dire al mondo quanto siamo belli.

Fatti una domanda e datti una risposta… Al netto delle difficoltà economiche e territoriali che vive, Napoli sta facendo quel che può per rilanciare l’immagine del suo centro storico? La risposta è no! 

Chi ci ha guadagnato dalla cessione di Higuain e perché? Certamente il Napoli, mettendo in cassa 90 milioni e trovando in casa un Mertens altrettanto efficace in area di rigore.

Ultima domanda, quale suggerimento daresti a De Laurentiis? Aurelio, datti da fare per uno stadio di proprietà. Senza quello, la crescita ha pochi e insufficienti margini.

Agnelli e De Laurentiis, esempi opposti di approccio al tifo deviato

Angelo Forgione Giunge la sentenza del Tribunale nazionale della Federcalcio nel processo ad Andrea Agnelli per i rapporti non consentiti con gli ultrà: un anno di inibizione per il presidente della Juventus e ammenda di 300 mila euro per il club bianconero. Solo parzialmente accolte le richieste del procuratore della FIGC Pecoraro, in quanto il Tribunale ha ritenuto che il patron bianconero era inconsapevole del presunto ruolo malavitoso dei soggetti incontrati. Strano, però, visto che in un’intercettazione telefonica del marzo 2014 qualcuno disse ad Alessandro D’Angelo, addetto alla sicurezza allo Juventus Stadium, «Il problema è che questo ha ucciso gente», riferendosi al milanese Loris Grancini, capo dei Viking, personaggio vicino ai clan siciliani e calabresi. Gli inquirenti informarono che quel qualcuno era Andrea Agnelli, ma poi si è fatto complicato capire se si trattasse del presidente o di Francesco Calvo, ex responsabile del marketing bianconero. In ogni caso, di dirigenti della Juventus si trattava.
Intanto sappiamo che le risorse derivanti dal bagarinaggio favorito da Agnelli e Calvo sono andate alla criminalità organizzata. Chissà se un giorno riusciremo a sapere anche perché Raffaello Bucci, capo del gruppo ultras bianconero dei Drughi, assunto dalla Juventus come consulente esterno ufficiale di collegamento tra la tifoseria e il club, in contatto con la Digos e servizi segreti, si suicidò dopo l’interrogatorio dei piemme che indagavano sulla ‘ndrangheta allo Stadium.
Atteniamoci però alla sentenza del Tribunale federale. Agnelli sapeva che erano ultras ma non sapeva che erano mafiosi. Ma la Juventus, in ogni caso, si segnala ancora una volta per violazione delle norme federali, stavolta quelle che vietano ai dirigenti delle società sportive di intrattenere rapporti con gli ultrà. E prosegue la non edificante tradizione della famiglia Agnelli, soprattutto quella del ramo di Umberto, il padre di Andrea, che avviò nel 1994, non appena conquistata la presidenza del club e dopo 8 anni di digiuno del club, l’era più macchiata della storia juventina, tra scandalo doping (prescrizione) e calciopoli.
Alla luce delle certezze fornite dalla sentenza, vale la pena ricordare quel che accadde più a sud nel 2004, quando Aurelio De Laurentiis si mise alla guida della SSC Napoli e tagliò ogni laccio con i rappresentanti degli ultrà delle curve dello stadio San Paolo. Dopo poco più di due anni, nel dicembre 2006, la prima ritorsione eclatante. Campionato di serie B: nel bel mezzo di Napoli-Frosinone improvvisa pioggia in campo di potentissimi petardi “cobra”, lanciati dal settore Distinti. Le intemperanze durarono diversi minuti e costrinsero l’arbitro Orsato a sospendere più volte la gara. La giustizia sportiva inflisse poi una giornata di squalifica al San Paolo. Le indagini scoperchiarono un fenomeno estorsivo ai danni del Napoli e appurarono che il club di De Laurentiis aveva tagliato la fornitura di biglietti alle sigle ultras capeggiate da pregiudicati. Per tutta risposta, gli “esagitati” avevano deciso di intervenire in maniera coatta, prima dando fuoco al “dirigibile” dello stadio destinato alla stampa e poi “manifestando” nella gara contro i ciociari. Uno dei responsabili così aveva minacciato un dirigente partenopeo: «Ho campato con il Napoli [di Ferlaino] per 50 anni, anche tu e Pierpaolo Marino (ex Dg) tenete i figli. Mi sono fatto quattro anni di galera, se ne faccio altri quattro non succede niente». Gli arrestati finirono a processo e condannati per associazione a delinquere, incendio doloso, lancio di esplosivi, minacce e tentata estorsione. E pagarono anche i danni al Napoli, che li chiese costituendosi parte civile. Tutto finito? Neanche per idea. Col Napoli in crescita, iniziarono a verificarsi strane rapine ai suoi calciatori e alle loro compagne. Un collaboratore di giustizia rivelò che le incursioni avevano un’unica matrice: gruppi di ultrà intenzionati a punire i giocatori che non partecipavano alle manifestazioni organizzate dai tifosi.
L’Antimafia, chiaramente, ha interrogato anche De Laurentiis nel corso delle indagini a tappeto sull’intero movimento calcistico italiano, contestandogli la presenza a bordo campo del rampollo del boss della camorra Lo Russo, ma esponendosi a una figuraccia con l’interrogato, che gli ha puntualmente ricordato che il sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli aveva già chiarito illo tempore che quell’uomo non era un latitante al momento dei fatti, che accedeva regolarmente sul rettangolo di gioco con pass da giardiniere procuratogli dalla ditta che curava il prato, e che la SSC Napoli aveva offerto la massima collaborazione alla Direzione Investigativa Antimafia, dimostrando la sua totale estraneità.
E poi la querelle tra De Laurentiis e Reina, col presidente che, alla cena sociale dello scorso maggio, invitò pubblicamente la moglie del portiere a controllarne “le distrazioni”, e pochi giorni dopo furono arrestati tre fratelli imprenditori in odor di camorra, amichevolmente disponibili nei confronti di Pepe.
Racconto tutto questo perché i buontemponi del tifo cieco continuano ancora oggi a citare a sproposito fatti di cui il Napoli è stato esempio e di cui Napoli è stata vittima in ambito mediatico.

Loris Grancini parla ai microfoni di Fanpage nel marzo 2017

Antonella Leardi chiede giustizia a Mattarella

“Signor Presidente, se non dovessi avere neanche da Lei un segno di maggiore giustizia, quando scatterete ritti dinanzi al tricolore o per l’inno nazionale, non si sorprenda se io mi girerò di spalle”, scrive Antonella Leardi, madre di Ciro Esposito, a Sergio Mattarella. E io sarò al suo fianco, orientato verso la sua stessa direzione.
Ho sottoscritto senza esitare il suo appello al Presidente della Repubblica e guida del CSM, figura istituzionale di uno Stato la cui Magistratura reputa una “bravata” quella di un uomo uscito di casa con una pistola con matricola abrasa e carica di proiettili artigianali, che attenua la pena a un assassino che, con “una scomposta azione dimostrativa”, voleva affermare la sua presunta superiorità di razza ai napoletani, “insofferente alla presenza di tanti tifosi napoletani”, verso i quali ha prima lanciato “gioiosamente” alcuni petardi e poi, una volta ostacolato, ha sparato mortali colpi di pistola, favorito dall’assenza di forze dell’ordine.
Vicino ad Antonella, a Giovanni, a tutta la famiglia Esposito e alle splendide persone che guidano l’associazione “Ciro Vive”, ho letto e condiviso insieme alla Giunta del Comune di Napoli, all’On.le Gianni Pittella, al Prof. Gennaro De Crescenzo, a Pino Aprile, a Maurizio De Giovanni, e ad altre personalità istituzionali e artistiche non solo di Napoli. Può farlo chiunque lo voglia presso la sede dell’associazione a Scampia.
Per contatti: 3455826473 – 3316768080

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Spot D&G folk? A Napoli va bene così!

dolceegabbana_napoliAngelo Forgione Polemiche e pareri contrastanti circa gli spot di D&G girati nel Centro Storico Unesco di Napoli, e precisamente a piazza Sisto Riario Sforza, a ridosso della Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro. La firma è di Matteo Garrone, che ha riprodotto un mercatino rionale invaso dalla musica a ridosso del Duomo, nel quale si inoltrano Kit Harington nello spot uomo ed Emilia Clarke in quello per donna, attorniati da fan in delirio ad ogni passo che li accolgono con proverbiale calore partenopeo. E qui si tratta di scelta, di quale delle due anime di Napoli rappresentare. C’è chi sceglie quella nobile, come ha fatto il regista Ago Panini per la campagna del Ferrero Rocher, e chi quella plebea.
A qualcuno piace. Qualcuno storce il naso, e lo faccio anch’io. Qualcun altro grida allo scandalo e al dramma (ma quanta maleducazione contro Stefano e Domenico). Uno spot è pur sempre uno spot, e calca la mano su determinati concetti pur di colpire lo spettatore. Quello per Dolce&Gabbana va evidentemente nella direzione opposta a quello che ci si aspetterebbe dai due stilisti, cavalcando stereotipi e folclore che è la stessa Napoli, in qualche modo, ad offrire. I soggetti di certi spot, di prassi, vanno preventivamente sottoposti al vaglio delle amministrazioni che concedono i suoli cittadini per girarli. Il fatto è che nulla si intende fare per invertire una tendenza comunicativa su Napoli, e poco si fa per ri-affermare la sua realtà culturale, artistica e monumentale. Lo scorso anno, ad esempio, è stato approntato un Piano Strategico del Turismo, un documento programmatico del Comune con Aeroporto, Federalberghi, Unione degli Industriali e mondo universitario per provare a riprendersi il posto avuto fino a inizio Novecento tra le maggiori città d’arte, per rendere la città vesuviana una delle principali attrazioni europee, sfruttando il flusso turistico che la provvidenza ha iniziato a re-indirizzarle. Si chiama Napoli 2020, e ha una precisa strategia: non guarda all’aspetto più profondamente culturale, come auspicato dal ministro Franceschini nelle sue recenti previsioni per Napoli, ma punterà a sviluppare esclusivamente l’immagine folcloristica. Sì, proprio così. «Napoli non è percepita come città d’arte ma come città peculiare per personalità. I visitatori italiani la considerano una città affascinante e pittoresca, una destinazione unica. Noi rispondiamo a ciò che il mercato turistico sta cercando», disse lo spagnolo Josep Ejarque (FourTourism) in occasione della presentazione del Piano. «Dobbiamo convincere tutti che sia una città che bisogna visitare almeno una volta della vita», aggiunse il manager. Evidentemente si spera di farlo puntando sulla napoletaneria, che è più impattante e attraente, non sulla napoletanità, e lo spot di D&G/Garrone si inserisce perfettamente nel sentiero tracciato, offrendo ciò che i turisti cercano da Napoli, che piaccia o no.
Una curiosità: il protagonista maschile dello spot, Kit Harington, è lontano discendente di Sir John Harington, l’inventore del wc. Significati subliminali.

Parte della tifoseria contesta De Laurentiis, l’uomo che ha portato il Napoli al top

 

Angelo Forgione Finisce (finalmente) il calciomercato e piovono voti alti all’operato del Napoli da parte di direttori sportivi e addetti ai lavori. Mugugna invece una fetta di tifoseria partenopea, e spunta anche un vistoso striscione in città: “non si era mai visto… fai passare un rinnovo per un grande acquisto… ADL buffone”. Dove sta la verità? In questo caso non nel mezzo, perché l’ottica degli esperti di finanza calcistica non è la stessa dei tifosi, che vogliono vincere, non vogliono vedere le sfumature gestionali se non per fare i conti in tasca al conducente, e non vogliono entrare nei dettagli vivi… e più la loro squadra del cuore va vicino al grande traguardo più pretendono che lo faccia. Guai se l’attesa dura troppo.
La verità, dunque, è che la SSC Napoli ha raggiunto davvero l’apice delle sue potenzialità economiche e sta spremendo tutte le proprie risorse. È un club, uno dei pochi in Italia, che fa affidamento sulle sue energie economiche e non si indebita con banche e fondi internazionali, garantendosi il futuro. Insomma, ciò che il Napoli incassa il Napoli spende. Il club si è attestato a 130 milioni di fatturato strutturale da qualche anno, e il problema, ora, è aumentare le entrate per alzare l’asticella. Questo può passare solo attraverso uno stadio di proprietà con strutture ricettive, che ad oggi, ahimè, in una città difficile di teatrini, è solo una chimera. Bisogna dunque abituarsi a questo standard continuo raggiunto, che poco non è, visto che si tratta di uno dei club mai così assiduamente al vertice, un club tra i più in vista in Europa anche grazie al suo progetto tecnico. Ma non ci si può attendere di più.
I rinnovi? Certo che sono cosa grossa, anzi grossissima, quelli di Mertens e Insigne, i cui ingaggi pesano per circa un settimo del bilancio del club, ed è davvero tantissimo! Gli sforzi economici, il Napoli, li sta facendo, certamente commisurati alle proprie possibilità, e quest’estate li ha fatti anche rischiando qualcosa, perché non aveva la certezza ma solo la convinzione di passare il preliminare di Champions League. I diritti tivù e quelli della Champions sono proprio la linfa vitale del Napoli ad alti livelli, e l’alto standard è subordinato al raggiungimento della massima competizione continentale. Ad esempio, se il club non dovesse raggiungerla il prossimo anno dovrebbe certamente rinunciare a parte del patrimonio tecnico. Si può allora discutere di scelte tecniche, non di scelte economiche. Si può discutere di mancanza di una vera alternativa a giocatori fondamentali come Callejon, o di un ricambio in porta che faccia riposare Reina, ma qui entra in gioco la volontà di Sarri, che non ha voluto alterare l’equilibrio perfetto raggiunto lo scorso gennaio, ovvero da quando il Napoli è diventato un meccanismo svizzero. Il resto sono chiacchiere da bar, ma la gestione di un club è una cosa complessa, che va ben al di là del carattere di un presidente e coinvolge anche la realtà territoriale. Ecco, appunto, ve lo ricordo sempre, stiamo parlando del Napoli, Sud Italia, Mezzogiorno, Meridione o che dir si voglia.

‘Napoli Capitale Morale’ protagonista sulle spiagge italiane

TG1 Economia di Ferragosto si è occupato dei libri cartacei che tornano in auge e della campagna sociale di liberiamo.it per comunicare la loro presenza nelle nostre vacanze estive, soprattutto sulle spiagge con un hastag per suggerire i libri di maggior interesse su Instagram, e per stimolarne la lettura. E Napoli Capitale Morale, dopo essere risultato la migliore novità di luglio della categoria “Storia sociale e culturale” e aver scalato immediatamente le classifiche di vendita, si è fatto trovare puntuale all’appuntamento con le telecamere Rai sulle spiagge italiane.
Non vi resta che scattare una foto del libro e caricarla su Instagram, associandola all’hastag #BooksontheBeach.

Antonio e Sabina tornano al Sud!

È una delle testimonianze più belle mai ricevute da quando ho iniziato a lavorare per tirare fuori l’anima di Napoli e le cause della depressione meridionale. Sapere che due ragazzi dalla faccia pulita tornano al Sud è il più grande dei successi. Me l’hanno comunicato con gioia, con tanto di foto dei miei libri, e io non vedo l’ora di accoglierli.

antonio_sabina

Siamo due ragazzi fidanzati da 12 anni, io napoletano emigrato 10 anni fa a Rimini, lei bolognese con origini pugliesi innamorata di Napoli. Faccio il pasticcere e mi sono appena licenziato. Sai perché? Perché tra 15 giorni ci trasferiremo insieme a Napoli, dopo averlo sognato per tutti questi anni.
Tu sei stato cruciale nella nostra formazione e nel nostro “risveglio”, a partire dai tuoi videoclip, in particolar modo quello sui rifiuti tossici tra la Somalia e la Campania. Abbiamo cercato di divulgare qui al Nord la verità, con conferenze nelle scuole, negli stadi e nei comuni.
Ora finalmente veniamo a goderci la Regina delle città, unendoci alle persone come te, per metterci la faccia, orgogliosi di riuscire a tornare solo per amore della Verità!
Abbiamo sempre pensato alla tenacia di chi, come te, resta al Sud e combatte. Speriamo di avere l’onore di conoscerti di persona! GRAZIE!!!

Antonio e Sabina

Esclusiva DailyNews24 – Angelo Forgione: «Sui roghi c’è una spirale criminale perversa, il Sun si è qualificato per il giornale che è»

intervista di Raffaele Zanfardino per DailyNers24.it

Abbiamo avuto il piacere di intervistare in esclusiva Angelo Forgione, scrittore e giornalista napoletano che è molto attento alle vicende partenopee. Autore di diversi libri, ha contributo a fornire un nuovo punto di vista sull’Unità d’Italia e sul ruolo che ha avuto Napoli nella storia.

Partiamo dal tema più strettamente d’attualità: ci dica il Suo punto di vista sui roghi che stanno devastando la Campania.
Credo che si sia trattato di una spirale perversa, ovviamente criminale, in cui sono confluite varie concause. Da chi ha interesse al rimboschimento a chi vuole bruciare rifiuti tossici. Da chi teme la valorizzazione di un modello di sviluppo virtuoso del Parco Nazionale del Vesuvio fino ai semplici piromani, che hanno approfittato del caos. Tutti ne hanno approfittato, se vogliamo. Specialmente sul Vesuvio, l’economia legata al turismo e all’agricoltura sta togliendo spazio all’illegalità, e perciò si è trattato di vero e proprio attentato criminale, un attacco che andava contrastato con forze maggiori. In Italia siamo vulnerabilissimi a questi fenomeni, e laddove si attiva la criminalità è facile che si verifichino certi disastri. Abbiamo perso migliaia di ettari di bosco ma anche coltivazioni autoctone. Il danno è davvero enorme.

Lei ha parlato anche di possibili frane in autunno: può spiegarsi meglio?
È naturale. Il disboscamento è una delle principali cause dell’amplificazione dei danni da alluvioni. Le radici compattano il terreno rendendolo più forte e, una volta recise, cedono alla violenza degli eventi atmosferici, provocando frane e allagamenti. In Campania abbiamo già il monito del 1988, quando il monte Pizzo d’Alvano, vittima di disboscamento contino negli anni, vomitò fango su Sarno, Episcopio, Quindici e Bracigliano, provocando 160 morti e migliaia di feriti. Tutto questo scempio è frutto dei tempi moderni. Mi preme ricordare che il governo del territorio, nel Sud Italia, era una priorità prima dell’Unità d’Italia, cioè prima dell’estensione a tutto il territorio della legislazione piemontese che non prevedeva adeguate misure di contrasto alle calamità naturali. Sul Vesuvio, per esempio, a inizio Ottocento, fu creato un ingegnoso sistema basato su alvei e vasche, ma anche di reticoli in pietra lavica per il contenimento delle acque piovane, le cosiddette “briglie borboniche”, che ancora oggi sono modello cui si ispirano le “grate vesuviane” in legno, disseminate sulle pareti montuose del Parco Nazionale. Magari sono andate in fiamme anche queste, chissà. Ora si dovrà stare attenti alle forti piogge autunnali che verranno, perché le conseguenze di questi incendi potrebbero essere di particolare gravità.

Cosa ne pensa, invece, della Terra dei Fuochi?
Ogni parola, ormai, è superflua. Tra spietati imprenditori di ogni zona d’Italia, criminalità organizzata e massoneria deviata, il cocktail esplosivo ha prodotto aria malsana nelle campagne tra Napoli e Caserta. Il paradosso è che si respiri aria meno pericolosa a Napoli, cioè in città, piuttosto che nei paesi dell’hinterland. Il problema è l’aria, certamente, e con questo vorrei paradossalmente invitare a moderare gli allarmismi sull’agricoltura locale. Non sono un agronomo, ma mi sono informato presso gli esperti. Il fatto è che una pianta non assorbe tutto quello che si trova nel terreno e possiede un’azione autodepurativa. Cioè, i frutti della terra assorbono in modo selettivo e tendono a rifiutare sostanze inquinanti. Una prodotto della terra, se è inquinato, non cresce e non matura, e quindi se vediamo un prodotto della terra finito vuol dire che quel prodotto è sano. Possiamo mangiare senza fobie. Il problema può semmai esserci nelle acque, o nella filiera del latte, ma i controlli nel settore sono tanti. Ad ogni modo, quello che si sta facendo a questa terra è un delitto, e la terra domina sull’uomo, non il contrario. Siamo e saremo noi a pagarne le conseguenze, e questo per l’arricchimento di “pochi” criminali spietati.

Cosa pensa del quotidiano The Sun che ha tolto Napoli tra le città più pericolose?
Si è qualificato per la reputazione di cui gode, cioè giornale per nulla autorevole. Quell’articolo è stato scritto per “sensazione”, sull’eco dei racconti delle più tetre fiction recenti. Bastava leggere il fantasioso detto “va fa Napoli” che si direbbe in Italia per dire “va all’inferno” per capire che Guy Birchall aveva lavorato di immaginazione. Napoli è una città problematica, molto problematica, forse la più problematica d’Europa, ma la problematicità non corrisponde necessariamente alla pericolosità. A Napoli c’è la camorra che spara nei quartieri popolari, e il numero di morti per omicidio è costantemente alto, più alto che altrove, e però si tratta di guerra tra clan che bersagli selezionati, anche se qualche volta capita che ci vadano di mezzo persone innocenti. Poi, se controllassimo anche le statistiche delle morti per incidenti stradali e quelle per suicidio ci accorgeremmo che Napoli è ben al di sotto delle medie in queste voci, che contribuiscono a dare un quadro esatto della pericolosità di un luogo. In definitiva, Napoli non può dirsi città sicura ma neanche tra le 11 più pericolose del mondo. Descriverla come un far-west è decisamente troppo. Napoli è piena di vita, di giorno e di notte, e questo significa che i napoletani non percepiscono alcun tipo di problema particolare.

Da qualche anno, la narrazione di Napoli (e dell’unità d’Italia) sembra cambiata: a cosa è dovuto?
Non credo che sia cambiata. Napoli continua ad essere considerata per ciò che è, una città bellissima e malata. È cambiata semmai in una parte di opinione pubblica una certa visione delle cause della sua malattia. C’è ancora chi continua a considerarla causa dei suoi mali, e c’è chi invece ha capito che la radice dei suoi problemi sta nella malfatta unità d’Italia, di cui Napoli fu protagonista con Torino e Milano. C’è chi ha capito che non era solo il Sud ad essere arretrato rispetto alle più importanti economie europee ma anche il Nord, che il Settentrione è poi cresciuto in rapporto diretto con l’impoverimento meridionale, e che l’Unità fu imposta per affermare l’egemonia colonialistica del Nord sul Sud. Così è nato il “triangolo industriale” e così è decaduta Napoli, con tutta la sua reputazione, demolita prima dai liberali e dagli stessi esuli napoletani durante il Risorgimento e poi dall’antropologia positivista, che sostenne una genetica inferiorità meridionale. Napoli è crollata definitivamente dopo la Guerra, uscendone distrutta nel tessuto urbano, industriale e nello spirito. Oggi tutto quest’ottica sta diventando più nitida, e sempre più persone si appassionano alla lettura di libri come quelli che scrivo io e altri appassionati indagatori della questione meridionale per restituire consapevolezza e per drenare gli annacquati racconti patriottici. Attenzione però ad addossare solo agli altri e al passato le responsabilità dei problemi che Napoli vive. C’è oggi una gran quantità di napoletani privi di senso civico e ai quali fa piacere sguazzare nelle permissive condizioni in cui vivono.

Lei ha appunto pubblicato recentemente il suo ultimo libro, dal titolo “Napoli capitale morale. Dal Vesuvio a Milano. Storia di un ribaltamento nazionale tra politica, massoneria e Chiesa”: ci può illustrare nel dettaglio di cosa parla?
Parla proprio del percorso parallelo delle due città-faro del Sud e del Nord, delle due capitali morali d’Italia, quella pre-unitaria e quella post-unitaria. Napoli era indubbiamente la città più importante d’Italia al 1860, la vera capitale dello Stivale frammentato, l’unica di rango davvero europeo della Penisola, cioè quello che è oggi Milano. Dialogava con Vienna e San Pietroburgo, e con Parigi e Londra almeno fino al 1856, quando si concluse la Guerra di Crimea. Il gran fulgore della capitale borbonica rendeva persino più ampia che altrove la differenza tra l’elevata qualità di vita urbana e il basso tenore nell’entroterra delle campagne, impoverite al Sud esattamente come i contadi settentrionali. Milano aveva la metà degli abitanti di Napoli, e il suo sviluppo era partito lentamente nel secondo Settecento con Maria Teresa d’Asburgo, che portò la cultura viennese e quella napoletana nella città lombarda. Nel mio libro si legge dei rapporti culturali tra Napoli e Vienna di cui beneficiò anche Milano, dei rapporti tra Luigi Vanvitelli e il suo allievo Giuseppe Piermarini, ovvero l’architetto che tirò su il Teatro alla Scala e un po’ tutta la Milano neoclassica che guardava a Napoli. Si legge di storia e di storie, dal Rinascimento a oggi. Si legge di come, dall’Unità in poi, siano stati interrotti i rapporti tra le due città, di come Napoli sia decaduta in rapporto diretto alla crescita di Milano, fino a collassare completamente con la Seconda guerra mondiale. Si legge si cosa è accaduto con la seconda Italia, quella repubblicana, praticamente fallace come la prima monarchica, fino ad arrivare ai giorni nostri, analizzando il momento e provando a proiettarsi nel futuro. Si legge di influenza della Massoneria in questo ribaltamento italiano, senza mai dimenticare che le forze che l’hanno realizzato sono anche napoletane.

Ultima domanda, passiamo al calcio: è l’anno buono per lo Scudetto del Napoli?
Non lo si può prevedere. Certamente la squadra è motivata e concentrata sul preliminare di Champions League, per il quale anche i nazionali hanno rinunciato alle ferie, recandosi subito all’appuntamento di Dimaro. La Champions è vitale per il bilancio societario. Poi, certo, la squadra, col suo allenatore, vuole provare a fare due gironi di fila in campionato come quello di ritorno dello scorso anno, per poi vedere cosa avrà raccolto. Certamente questo Napoli ha grandi potenzialità ma, come ha avvisato Sarri, pochi margini di miglioramento. Ritengo che la squadra possa e debba migliorare in tre fasi. Il vero problema sarà riuscire a trovare la maniera di vincere le partite contro le squadre arroccate in difesa, quelle che mandano in tilt il gioco in velocità negli spazi degli azzurri. Poi bisognerà chiudere la porta, perché i campionati si vincono con la difesa più che con l’attacco, e bisognerà ridurre al minimo i delittuosi errori difensivi che lo scorso anno sono stati pagati in termini di classifica. Infine, bisogna migliorare in fase di palla inattiva, tanto difensivamente che offensivamente. Troppi goal sono stati presi in questo modo e pochissimi se ne sono realizzati. Se il Napoli progredirà in questi tre ambiti allora sì che potrà davvero ritrovarsi molto alto in classifica.

Napoli sparisce dalla cartina delle città più pericolose al mondo del ‘The Sun’

Dopo il polverone alzato dal tabloid inglese, contestato anche dall’ambasciata italiana, ho scritto all’autore del pezzo Guy Birchall, mandandogli il mio videoclip, e rimproverandolo di aver menzionato Napoli semplicemente perché suggestionato da La Paranza dei bambini di Roberto Saviano, quindi anche da Gomorra. Lui, infatti, ha scritto “per sensazione”.
Anche Gennaro De Crescenzo (presidente Movimento Neoborbonico) mi comunica di aver scritto al caporedattore del The Sun, Will Payne, chiedendo una replica, e scambiando col suo interlocutore due opinioni private nelle quali pure il responsabile ha confermato che quell’articolo era stato scritto sulla base di “sensazioni”. Payne non ha accettato di pubblicare la replica ma ha però promesso di rettificare.
Risultato: a danno fatto, Napoli è almeno sparita dall’articolo e dalla cartina del The Sun.
Riflessione: linguaggio di Gomorra su un quotidiano edito da Murdoch, lo stesso riferimento di Sky. A pensar male…

guarda qui la cartina e l’articolo modificati

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Napoli pericolosa? Sì, perché fa innamorare.

Angelo Forgione Il The Sun di Londra bolla Napoli come una delle undici città più pericolose al mondo. Esagerazione!
Non siamo di fronte a un problema nuovo. Gli inglesi, nel solco della loro storica ambiguità, hanno sempre raccontato tutto il bello e tutto il brutto di Napoli. Siamo semmai di fronte a un sensazionalismo più spinto, a una narrazione della realtà che non corrisponde alla realtà, e che ne amplifica ancora di più la percezione, dettata da una narrazione cinematografica del Male napoletano di grande successo. Qui non si tratta di un reportage confezionato da un bravo giornalista che ha girato il mondo ma di un cimento estemporaneo, tipico del The Sun, di tale Guy Birchall, che certamente si è spostato dal divano del suo salotto alla scrivania prima di sentenziare.
Il problema ha chiaramente una radice interna. Gli stereotipi su Napoli hanno un’origine toscana. Già nel Quattrocento, il sacerdote fiorentino Piovano Arlotto scrisse nei suoi Motti e Facezie che “L’aria di Napoli opera bene in tutte le cose e male negli uomini che nascono di poco ingegno, maligni, cattivi e pieni di tradimenti. E senza dei quali Napoli sarebbe un paradiso”. Eppure allora si parlava di “Napoli gentile”, e non c’era ancora la camorra, e non tutti i mali italiani di cui è afflitta oggi la metropoli. Penso proprio si trattasse di rivalità tra Firenze e Napoli (non tra le due corti medicea e aragonese, in stretti rapporti), due grandi realtà rinascimentali d’Europa in un’Italia totalmente conflittuale e in un’epoca in cui i mercanti fiorentini, già dal Trecento, trafficarono nella Napoli angioina.
Dal momento che il male fa da sempre più sensazione del bene, certe metafore hanno evidentemente esercitato nei secoli la loro energia negativa in misura ben maggiore di quella positiva. Da lì si arriva al famoso “paradiso abitato da diavoli”, che poi trova terreno fertile nel Positivismo tardo ottocentesco, il vero propagatore degli stereotipi su Napoli in Italia e poi in ogni angolo del mondo. Del resto, anche i napoletani ripetono spesso il detto «‘O presebbio è bello ma ‘e pasturi nun so’ bbuoni». Ora, però, la notizia diffusa dal The Sun fa riflettere sul ruolo del giornalismo che si affida alle fiction che raccontano la cattiveria di certi napoletani, non alle fonti statistiche, e tantomeno all’esperienza diretta.
Napoli è malata, molto, non c’è dubbio, ma certamente non infettiva. Anzi.

Scrivo in Napoli Capitale Morale:

“Gli stereotipi italiani abbondano, e sono diventati anche i luoghi comuni degli stranieri circa l’Italia intera, nazione che si affanna a emanare di Milano un’immagine limitata alla sua benedetta modernità e di Napoli il racconto di un regno folcloristico e maledetto. Ad essere più penalizzata è certamente la capitale meridionale, capace di meravigliare il tradizionale turismo culturale ma snobbata dai nuovi flussi, quelli meno sapienti, che antepongono il lusso all’arte […] che puntano sul centro lombardo non principalmente per ammirarne le meraviglie artistiche e le testimonianze della storia ma attratti dal Quadrilatero della moda, smaniosi di andar per negozi nelle vie dalla capitale dello shopping, e di portare a casa il più costoso made in Italy da ostentare. Gli altri, i viaggiatori con conti in banca più asciutti, desiderosi di scoprire l’Italia, approdano a Napoli cercando la napoletanità e l’autenticità, vogliosi di immergersi nell’humus locale, protesi ai sapori e ai colori della tradizione, spesso ignorando la più nobile ricchezza partenopea. Da qui sorge l’effetto sorpresa, il classico stupore che ci si porta via concludendo l’esperienza sensoriale e inaspettatamente intellettuale all’ombra del Vesuvio. Napoli finisce per piacere in maniera imprevista, pur con tutte le sue criticità moderne, e con l’essere considerata una destinazione irripetibile, non globalizzata, una città con un patrimonio materiale ed immateriale che la rende unica. Solo allora svaniscono pregiudizi e paure di ritrovarsi in un far west del Duemila, e prendono il sopravvento percezioni diverse sui reali valori della città vesuviana.
[…]
Dal dopoguerra in poi, gli elementi dominanti della narrazione di Napoli e di Milano sono diventati la criminalità organizzata napoletana, autorizzata a sostituirsi allo Stato sul territorio, e la finanza milanese, che ambisce a prendere il posto di quella londinese nel dopo Brexit. Il paradosso […] di Napoli, assai pernicioso, è l’occultamento dei suoi enormi e positivi valori dietro l’immagine imposta del Male […].