La qualità della vita, finché c’è vita

Angelo Forgione  –  Ogni anno sempre la stessa classifica sulla qualità della vita da parte de Il Sole 24 Ore, perché è sempre la stessa. Certo, questa provincia sale, quell’altra scende, ma si tratta di due mazzi di carte diversi che vengono mischiati separatamente. Il dato cronico è che nelle province del Nord la qualità dell’economia, più che della vita, è decisamente migliore che in quelle del Sud. E lo sappiamo. Un po’ è colpa dei meridionali, un bel po’ è colpa delle condizioni diverse che le due Italie vivono, e ormai ci siamo abituati.
Al Sud si vive peggio, senza dubbio, anzi, si sopravvive. Ma al Nord o si vive o si muore. Il Rapporto Osservasalute 2016, ad esempio, avverte: “la Provincia Autonoma di Bolzano, la Valle d’Aosta e la Sardegna presentano valori particolarmente elevati di suicidialità e di soggetti ricoverati per disturbi pscichici e per disturbi alcol-correlati; la PA di Bolzano presenta anche valori elevati di consumo di farmaci antidepressivi. All’estremo opposto la Campania e la Calabria presentano i valori più bassi per tutti gli indicatori considerati”.
Le regioni del Mezzogiorno, Sicilia compresa, vincono su quelle del Nord. È tipico delle società dove la competizione sociale è meno accentuata, di quelle tendenti all’epicureismo, e la conferma sta nei numeri dei vari rapporti sulla salute mentale, che in certe classifiche non sono considerati.
Vi è certamente una sensibile differenza tra Nord e Sud in termini di offerta occupazionale, diritti e servizi, ma certe graduatorie nascono da un’elaborazione di dati e indicatori metodici di carattere economico anche discutibili, e persuadono gli italiani che si viva bene al Settentrione e male al Meridione. Certe classifiche sono uno dei diversi modi per spingere i giovani del Sud a disprezzare le loro città, a non migliorarle (e così si alimentano le colpe dei meridionali; ndr) e ad abbandonarle, convincendoli che il distacco dalla loro terra, oltre che essere necessario, sia quanto mai giusto.
Al Sud si sopravvive. Poi si emigra al Nord, e finalmente si vive, finché si vive.

Se la classifica de Il Sole 24 Ore dice Belluno, Aosta, Bolzano, Trieste in testa, vediamo cosa si dice in queste città.

La Questione meridionale è ormai questione mediterranea

I recenti interventi sulle tivù nazionali di chi studia la Questione meridionale dimostrano che la tradizione del meridionalismo intellettuale, purtroppo, deve proseguire.

L’antidoping ad Antidoping

Angelo Forgione – Circa la trasmissione Antipoding e la trattazione dello scudetto 1988, Alessandro Antinelli, su twitter, ha sostenuto di non aver voluto portare fatti a supporto di una tesi ma di aver raccontato una storia spiegando che il Napoli di oggi è equilibrato soprattutto alla luce della sua storia passata. Ognuno può farsi un’idea, e resta la mia contestazione sull’incompleta ricostruzione delle indagini che seguirono a quello strano finale di stagione, cioè sull’omissione delle confessioni di Pietro Pugliese nel 1994, il quale parlò di inquinamento del risultato sportivo determinato da Berlusconi quale vera causa della frenata del Napoli. In tribunale, il “non poteva non sapere” è motivo di condanna.
Ad Antinelli ho contestato la validità delle dichiarazioni di Leandro Del Gaudio de Il Mattino, il quale ha dichiarato: «Io sono sicuro, e lo dico da cronista prima ancora che da cittadino, del pressing della criminalità organizzata sul Napoli del 1988, anche se non ho le prove, altrimenti ci scriverei un libro sopra». Dunque, non vi sono le prove, e nessuno ce le ha. Anche io non escludo nulla su quegli eventi, ma anche io non ho le prove sul pressing della camorra di allora, e però un libro sul dietro le quinte del calcio italiano l’ho scritto, ma ho raccontato le ipotesi e, soprattutto, le indagini, per filo e per segno. E se Del Gaudio prima dice che non vuole «minimamente intaccare l’onorabilità, la buona fede e l’eccelsa professionalità dei calciatori che scesero in campo», bisognerebbe allora spiegare come si riuscì ad accomodare il risultato sportivo sul campo, fermo restando che Maradona a casa dei Giuliano ci andava, e lo faceva sicuramente per procurarsi la droga, come accertò la Magistratura.
Contesto ad Antinelli il non aver detto che le più recenti rapine ai calciatori erano conseguenza di un decalogo voluto dal presidente De Laurentiis, il quale ha “consigliato” ai suoi calciatori di sciogliere l’abbraccio con elementi delle curve e di non partecipare più alle iniziative dei gruppi organizzati, e quindi l’aver fatto passare il messaggio che il Napoli può ri-vincere lo scudetto perché la camorra è d’accordo.
Il giornalismo di inchiesta è prezioso, e il presupposto di Antidoping è assolutamente lodevole, ma non può essere proposto senza un completo quadro dei fatti e delle relative indagini. Altrimenti si finisce con l’alzare inutilmente polvere dalla soffitta.

Napoletano, lingua o dialetto?

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Angelo Forgione  Il Napoletano è un dialetto o una lingua? Cercare una differenza tra le due definizioni è davvero esercizio inutile. In realtà il dialetto è una lingua parlata con specificità territoriale, non nazionale, ma pur sempre lingua. Il Napoletano è oggi un dialetto, cioè lingua regionale romanza con proprie norme grammaticali, lessicali, fonetiche e ortografiche, e assume, nelle sue variazioni, pronunce diverse nell’alto Casertano, nel Sannio, in Irpinia, nel Cilento, fino a irradiarsi nelle zone più vicine di Lazio, Abruzzo, Basilicata, Calabria, Molise e Puglia. Ma fu anche lingua ufficiale, allorché Alfonso d’Aragona, sovrano di lingua catalana, per decreto del 1442, sostituì il Napoletano antico, diverso da quello moderno, al Latino tardo nei documenti ufficiali e nelle assemblee. Lo fece per dare impulso alla poesia vernacolare, affinché l’intera cultura napoletana respirasse il clima umanistico ormai imperante. E fu in quel momento che il Napoletano fu contaminato dai tanti spagnoli a corte con diversi termini catalani e poi castigliani, sommati alle influenze di radice greca, latina, francese e araba. I grandi umanisti napoletani, dal Panormita al Pontano e al Sannazaro, continuarono a scrivere in Latino, ma la poesia vernacolare si sviluppò enormemente, e fu Bernardino detto “il Velardiniello”, nel Cinquecento, a purificarla, portandola anche nella musica, proprio mentre Napoli era declassata a vicereame e il Castigliano spodestava il Napoletano come lingua ufficiale. Il Velardiniello fu il primo vero autore della Canzone napoletana, padre delle Villanelle napoletane, delle cantate a più voci dal sapore rinascimentale su tema amoroso che sublimavano l’espressione gergale, e figura fondamentale nella definizione dell’idioma partenopeo, che si diffuse prepotentemente grazie a una folta schiera di poeti e musici popolari in tutta Europa che preferirono il genere partenopeo al canto carnascialesco toscano e alla villotta veneta. La grande diffusione fu operata da tre compositori fiamminghi: Orlando Di Lasso, Adrian Willaert e Hubert Waelrant. Il giuglianese Giambattista Basile, nel Seicento, dedicò alle villanelle del secolo precedente un elogio scritto con cui ne decretò anche la loro morte lirica. Fine di una certa produzione musicale ma non del dialetto, che proprio il Basile, nel suo fiabesco Lo Cunto de Li Cunti, propose in forma barocca, più articolato e virtuoso quantunque rude e ostico nella lettura, capace di accelerare un processo che, anche attraverso l’indipendenza d’epoca borbonica, quando il Napoletano tornò ad essere lingua nazionale parlata del Regno al di qua del faro di Messina, portò alla definizione della lingua armoniosa di Di Giacomo, Murolo, Mario e Bovio sdoganata nel mondo con le canzoni classiche.
Da qualche anno si rimarca, con una certa insistenza, che la lingua napoletana sia patrimonio UNESCO. È in realtà una bufala virale che non ha alcun fondamento, perché non figura affatto nella lista dei Patrimoni immateriali dell’Umanità del World Heritage. L’UNESCO, semmai, riconosce lo riconosce come “lingua vulnerabile”, cioè tra quelle non a rischio di estinzione ma che vengono tramandate come uso e costume e non accademicamente. E qui spunta il vero problema del Napoletano, soggetto a trasformazione e perdita di purezza per la mancanza d’insegnamento. Certamente si tratta dell’idioma italico più esportato e conosciuto, proprio grazie alla canzone classica partenopea, una delle maggiori espressioni artistiche della cultura occidentale, che da più di un secolo diffonde in tutto il globo la bellezza della parlata partenopea. Enrico Caruso, Beniamino Gigli, Tito Schipa, Luciano Pavarotti, Placido Domingo, José Carreras e Andrea Bocelli l’hanno portata in giro per il mondo, calcando i più importanti ed entusiasti palcoscenici del pianeta; nomi altisonanti che fanno ben comprendere quale diffusione siano stati capaci di garantire, continuando a cantare in Napoletano anche oltre gli anni Settanta del Novecento, quelli in cui il mercato discografico impattò con la musica straniera, iniziando a snobbare la produzione partenopea. Se fino ad allora i cantanti italiani di musica leggera o lirica avevano dovuto imparare a cantare in Napoletano, divenne da quel momento necessario farlo in Inglese e in Spagnolo per aggredire i mercati discografici internazionali.
Lingua “vulnerabile”, dunque, perché dal 1860 in poi è andata sempre più degradando, considerata erroneamente retriva e volgare, e oggi va trasformandosi per molteplici cause che ne oltraggiano la scrittura e la meravigliosa pronuncia. Forte è l’aggressione delle contaminazioni moderne fatte di uno sguaiato slang giovanile e di vocaboli stravolti nel significato. Un esempio? Il vocabolo «vrenzola», ossia cosa da poco, è tristemente trasformato in indicazione di donna dalla spiccata villania. «Sta ascénno na vrenzola ‘e sole» si direbbe per indicare il sereno dopo la tempesta. Provate poi a chiedere a un napoletano di aferesi e apocope, e che differenza passi tra l’una e l’altra. Non è cosa da poco, perché si tratta di segni diacratici fondamentali della scrittura partenopea, deputati a precedere e seguire un articolo determinativo. E qui si apre la discussione sul più frequente, e ormai comunissimo, tra gli inguardabili errori di scrittura oggi ravvisabili sulle tante insegne commerciali della città e sui manifesti pubblicitari in dialetto. L’articolo “il”, che si traduce in “lo”, diviene tronco (‘o) ponendovi un’aferesi, che ne cancella la consonante iniziale e la sua pronuncia. Ma è diventato ormai massivo l’errore di scriverlo con un’errata apocope dopo la vocale che segnala un’elisione inesistente. Cioè, «’o nnapulitano» è diventato «o’ nnapulitano». Più vulnerato di così…
Prima fra tutte le cause di certe derive è proprio l’assenza d’insegnamento, in un territorio in cui è già deficitario l’apprendimento delle lingue internazionali. Fanno però riflettere esempi come quello di Barcellona e di tutta la comunità autonoma della Catalogna, dove il Catalano si apprende nelle scuole, ma anche nelle università napoletane, quantunque sia stata proprio Napoli la capitale del Regno Catalano-Aragonese nella sua massima estensione, e non Barcellona.
Iniziative private provano oggi a rimettere i napoletani sulla retta via, ma non basta. Timidi interessamenti al problema sono venuti negli anni passati dalle istituzioni locali, ma mai portati a compimento. Nella seduta del 14 Ottobre 2008, il Consiglio Regionale della Regione Campania approvò un disegno di legge d’iniziativa provinciale sotto il titolo di “Tutela e valorizzazione della lingua napoletana”, ma la legge mai arrivò.
Ai meno superficiali non resta che recarsi in libreria e dotarsi di testi di grammatica napoletana, o spulciare in internet, dove è possibile recuperare utilissimi saggi. In fondo, Lucio Dalla da Bologna, pur di poter parlare correttamente in Napoletano, disse di volerselo iniettare nelle vene: «Se ci fosse una puntura intramuscolo con dentro tutto il Napoletano me la farei, anche se costasse duecentomila euro».

Clicca qui per scaricare vademecum e dizionario per la corretta scrittura napoletana.

La Musica tedesca e la critica italiana che cancellarono la Scuola napoletana

Angelo Forgione Riccardo Muti cerca oggi di riaffermare l’importanza di un fondamentale momento della Musica europea volutamente cancellato, quello della Scuola Musicale Napoletana del Settecento. Preziosa opera, poiché essa fu delittuosamente eclissata nell’Ottocento dalla Musica tedesca, poi tramandata come fenomeno del tutto casuale dalla nuova critica dell’Italia unita, che si oppose con forza al tentativo di affermarne il ruolo fondamentale nella trasformazione musicale illuministica, prodotto dai più onesti e liberi musicologi, ai quali venne imputato di sostenere un’astrazione storiografica. I grandi Maestri napoletani che avevano insegnato all’Europa intera nel Settecento, ma in generale tutti gli italiani (Beethoven fu allievo di Salieri e Luchesi, Haydn di Porpora), furono relegati all’oblio e cancellati dalla nuova Musica Classica germanofona. I Mozart, padre e figlio, con la loro invidia, ci aiutano a capire il perché.
Leopold Mozart, modesto musicista, accompagnò più volte il figlio Wolfgang Amadeus alla volta dell’Italia, tra il 1770 e il 1772. L’obiettivo era quello di far crescere il ragazzo artisticamente e di strappare per lui una scrittura per una corte importante, in un teatro importante. La tappa più importante fu Napoli, luogo di scuola musicale di rilevanza internazionale, ma molto tempo fu trascorso a Milano. E però, nonostante le ottime conoscenze e le relative raccomandazioni, i vari sovrani italiani snobbarono i due per un motivo ben preciso: Mozart padre si era legato alla Massoneria, assistito nella cerimonia proprio dal rampollo, e questo significò ostracismo da parte della cattolica Maria Teresa d’Asburgo, la quale raccomandò il figlio Ferdinando, arciduca di Milano, di non dar retta a quei due “mendicanti”, e mise anche in guardia la figlia Maria Carolina, regina di Napoli. I due fratelli asburgici furono molto disponibili verso i Mozart ma non gli concessero mai l’opportunità di esibirsi a corte.
Leopold Mozart si riempì di invidia per i musicisti italiani, soprattutto i napoletani, e nel 1778 dissuase Amadeus dal provare ancora la via dell’Italia, “dove solo a Napoli ci sono sicuramente 300 Maestri”. Il ragazzo si arrese e dovette ereditarne la rabbia, visto che nel 1782, ormai cresciuto, dopo un “duello” musicale finito in parità con il romano Muzio Clementi, voluto dall’imperatore Giuseppe II d’Asburgo, scrisse al genitore: “Clementi è un ciarlatano, come tutti gli italiani”. Eppure aveva imparato tantissimo da loro, in particolar modo da Jommelli, Paisiello, Traetta, “Ciccio” De Majo e Anfossi.

maggiori particolari sulle vicende in Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017)

clip tratta da Mozart di Marcel Bluwal (1982)

La stantia narrazione attorno al Napoli che profuma di scudetto

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Angelo Forgione Il Napoli profuma di scudetto ed ecco che torna una certa narrazione invece un po’ rancida. Ci casca Antidoping, rubrica Rai di Alessandro Antinelli, che nella puntata dedicata a “il Regno di Napoli” mette le mani nei gangli tra malavita e calcio cittadino con eccessiva retorica gomorresca, e si scotta.

Clicca qui per vedere Antidoping “Il Regno di Napoli”

Parlare di incursioni malavitose nel pianeta calcio ci sta tutto, certo che sì; anche a Torino lo sanno. Vero anche che vincere a Napoli è molto più difficile che altrove, e mai sapremo se la frenata scudetto del 1988 fu conseguenza di crollo atletico e rottura di “spogliatoio” o di un’operazione occulta diretta dalla camorra o da qualcos’altro. Vicenda degna di narrazione, ma perché riferirsi solo all’inchiodata per salvare gli allibratori della malavita dalla perdita di centinaia di miliardi di vecchie lire e omettere ancora una volta l’altra versione del misfatto? Perché non raccontare che per alcuni testimoni quel tricolore fu comprato dal rampante Silvio Berlusconi? Nel 1994, il pentito Pietro Pugliese raccontò di un accordo politico occulto per agevolare il Milan. Secondo la sua versione, Salvatore Lo Russo, capo dell’omonimo clan, gli aveva confidato che il presidente dei rossoneri, bramoso di vincere il suo primo tricolore per motivi di immagine e consenso, si era rivolto al suo amico Bettino Craxi, che a sua volta aveva attivato l’influente avanguardia della politica campana dell’epoca (Antonio Gava, Paolo Cirino Pomicino e Giulio Di Donato) per trovare il modo di fermare il Napoli attraverso i legami con l’entroterra. La Magistratura mai trovò conferme a questa silenziata versione, così come non le trovò a quella sempre raccontata del Totonero. Accertò solo che Maradona frequentava certi ambienti perché lì si procurava la droga – una dipendenza è pur sempre una dipendenza – ma lo scagionò dall’accusa di traffico internazionale di stupefacenti.
E poi, per spiegare la lunga sequela di rapine ai calciatori azzurri e alle loro compagne in tempi più recenti sarebbe bastato chiedere all’Antimafia, consapevole per deposizioni accolte che furono messaggi ai calciatori che prendevano le distanze dal tifo organizzato e che non partecipavano più alle iniziative dei gruppi, rispettando un decalogo interno voluto dal presidente De Laurentiis.
Vero, vincere a Napoli è molto più difficile che altrove, e magari si raccontasse che è per localizzazione geografica, perché è Sud, e la camorra è solo una delle tante conseguenze della malaunità ad incidere sulle possibilità di chi opera nel Mezzogiorno.
Magari si raccontasse una Napoli più completa, non solo quella popolare e delle percepite miserie. A Chiaia, al Vomero e a Posillipo si tifa per gli azzurri esattamente come nei quartieri più difficili, ma non interessa perché non sarebbe l’unica Napoli che conviene raccontare.

La Scala brilla, il San Carlo crolla e i marchi meridionali preferiscono le eccellenze settentrionali

Angelo Forgione Interessante inchiesta di Marco Esposito per Il Mattino sugli esiti dell’Art Bonus, uno strumento del MiBACT per agevolare il mecenatismo a sostegno del patrimonio culturale pubblico italiano. Sta funzionando al Nord ma al Sud non decolla. Un esempio: 53,6 milioni sono stati donati al Teatro alla Scala e solo 0,9 milioni Real Teatro di San Carlo.
Non è difficile riflettere sul dato. Proprio in Napoli Capitale Morale ho scritto che l’unica fondazione lirico-sinfonica che non soffre è quella della Scala di Milano, “che beneficia annualmente di una quantità di fondi per lo spettacolo decisamente superiore a quanto destinato agli altri lirici, riuscendo ad attrarre anche corpose sponsorizzazioni e donazioni private, pure da imprenditori meridionali. Così il Massimo milanese può alimentare i propri bagliori […]”. Alla Scala, e non al Real Teatro di San Carlo, si è legato il più noto marchio napoletano del caffè, ma anche uno storico brand di acque minerali di proprietà napoletana. Finché per le aziende meridionali sarà assai più conveniente investire al Nord, anche le donazioni dell’Art Bonus, che consentono un credito di imposta pari al 65% dell’importo donato, saranno una chimera.
Donare al Sud, in un territorio in via di desertificazione di beni e servizi, sembra proprio non interessare. Questo non è mecenatismo vero, e un esempio arriva proprio dal San Carlo, il cui palco reale necessita di restauro delle poltrone reali, ora surrogate da inappropriate sedute in policarbonato trasparente di Kartell. Ebbene, è in corso la raccolta con Meridonare, piattaforma di crowdfunding sociale meridionale figlia della Fondazione Banco Napoli. L’obiettivo è abbordabilissimo: 16.000 euro. Dopo un anno a che punto siamo? Solo a 606 euro, il 3% della somma necessaria. Se poi guardiamo come stanno messe le facciate esterne del Real Teatro…

Nel video tratto da FuoriTG (TG3), le considerazioni di Onofro Cutaia, direttore generale del MiBACT, e lo “sfogo” di Rosanna Purchia, sovrintendente del San Carlo.

Italia, ammore e malavita

 

Angelo Forgione Discutibili riflessioni su Napoli, Sicilia e Calabria di Daniele Piervincenzi dopo il pestaggio subito a Roma, anch’egli spiazzato dal fatto che la protervia mafiosa non appartenga solo al Mezzogiorno. La vicenda ha fatto emergere un problema di ignoranza e pregiudizio che ha profonde radici storiche. Il filtro distorto del Positivismo di fine Ottocento ha fatto supporre che solo al Sud sarebbero potute nascere e pascere le mafie, e dove se no? Se però riavvolgiamo il nastro del tempo scopriamo che il fare delinquenziale in Italia esplode enormemente nella stagione spagnola del Cinquecento, capace di lasciare evidenti segni nei territori italici conquistati, a Sud come a Nord, a Napoli come a Milano, accomunate da un vincolo di sottomissione alla corona di Spagna, tra controllo delle masse da parte dei governi ispanici, imposizione di pagamenti di gabelle inique e crescita di movimenti popolari protestanti. Basta leggere ‘I Promessi Sposi’ di Alessandro Manzoni per capire che quella Milano era violenta, molto violenta. Quella Milano sostituì il diritto con i Don Rodrigo e gli Azzecca-garbugli, e ai soprusi dei suoi nobili si trovava soluzione solo facendo ricorso alla protezione di altri nobili più potenti, che sguinzagliavano i Bravi, il loro braccio armato e prepotente. Contestualmente, a Napoli prese piede l’Organizzazione Segreta dell’Ordine per la tutela degli interessi della plebe, manovrata dai Compagnoni, arroganti malavitosi che replicavano i modi dei soldati e dei nobili spagnoli, secondo le regole della Garduña española, una confraternita criminale di cavalieri fondata a Siviglia e completamente votata al crimine. Insomma, niente Stato a Sud e niente Stato a Nord, e tutti iniziarono ad arrangiarsi come potevano. Non che nei territori pontifici andasse tanto meglio. A Roma, Caravaggio, già rissoso giovane a Milano, uccise il ternano Ranuccio Tommasoni, prepotente capo di una banda malavitosa di Campo Marzio.
Le cose, evidentemente, procedevano di pari passo, ma poi, nella prima metà dell’Ottocento, nacquero le mafie meridionali, in due città ricche come Napoli e Palermo, in piena degenerazione carbonara, come società segrete paramassoniche dedite al crimine e rispondenti alle logge inglesi, interessate a destabilizzare il Regno delle Due Sicilie. Queste, dopo aver contribuito a cancellare il pericoloso e nemico regno borbonico, si imposero nel sud del Regno dell’Italia unita, là dove lo Stato era meno presente, e dove la povertà iniziava ad essere maggiore che al Nord. Fu lasciata ad esse la gestione dell’economia di quei territori depressi, per i quali iniziarono a rappresentare veri e propri ammortizzatori sociali, ancor più nel dopoguerra, quando rialzarono la testa dopo la repressione fascista. Ma un cancro è un cancro, e non conosce confini. Un cancro si allarga, crea metastasi, e si estende oltre. Negli anni Sessanta le mafie sono approdate al Nord, nel territorio più ricco, alla ricerca di affari più remunerativi. Ora che la situazione è completamente sfuggita di mano, con chi ce la vogliamo prendere?

Roma Capat Mundi, capitale mafiosa di un paese mafioso

Angelo Forgione Roma si scopre nuovamente capitale mafiosa. Tra il matrimonio dei Casamonica e la testata di Roberto Spada la finzione di Suburra e poca narrazione di un problema concreto della capitale d’Italia, una città di attività terziarie in cui gli affari più lucrosi si fanno attraverso l’acquisizione e il controllo dei servizi e l’infiltrazione sistematica nei settori economici e commerciali, nei servizi pubblici, e dunque negli appalti pubblici. Ostia, nello specifico, è inquinata dal traffico di stupefacenti, dalle attività di usura ed estorsione, e soprattutto dal controllo di numerose attività commerciali e dalla gestione degli stabilimenti balneari sul litorale, dove i muri abusivi impediscono l’accesso alle spiagge pubbliche. Le organizzazioni criminali della Capitale si avvalgono del legame con alcuni personaggi dell’estrema destra romana, capaci di sfoderare inaudita violenza. Le vittime si aspettano il peggio in Sicilia, in Calabria, in Campania, e invece finiscono per scoprirlo dove non se l’aspettano. Più della testa di Roberto Spada, a colpire è la protervia esibita dallo stesso davanti le telecamere, dopo aver dissimulato con apparente tranquillità. Ed è proprio questa l’immagine simbolo del potere che comanda il Paese. Quantunque il ministro Minniti, dopo l’arresto di Spada, si sia affrettato a dire che lo Stato c’è, da Cosa Nostra alla Ndrangheta, dalla Sacra Corona Unita alle mafie foggiane, dalla Camorra a Mafia Capitale, il fenomeno mafioso si estende da Sud a Nord, dalla Sicilia a Milano, Torino, Genova e Bologna, con infiltrazioni nel mondo della politica e degli affari. Al Nord il fenomeno sembra meno gravoso semplicemente perché è più silenzioso. Lì, diversamente che al Sud, gli strumenti utilizzati sono prevalentemente la corruzione, il condizionamento delle istituzioni e lo scambio elettorale.
E casomai sfugga, visto che sfugge che le mafie sono ben oltre il Garigliano, sono roba concreta i collegamenti tra le organizzazioni autoctone e i terroristi, che dalla camorra ricevono documenti falsi per entrare in Europa e che con Cosa Nostra organizzano il contrabbando di petrolio nel Continente per finanziarsi; e poi con la criminalità cinese, con quella rumena e coi gruppi criminali di matrice nigeriana.
Questa è la fotografia di un Paese nato sul patto scellerato tra i padri della patria e i malavitosi meridionali per conquistare il Sud e farne colonia interna, e repubblicanizzato sul patto con le mafie, sdoganando definitivamente la malavita organizzata. Forse qualcuno credeva che il cancro sarebbe rimasto circoscritto alla colonia, e ha fatto male i calcoli.

Il Rapporto Svimez 2017 conferma: il Sud non è palla al piede

Angelo Forgione Un mese fa, a Quinta Colonna, dati alla mano, dissi che il Sud non è affatto palla al piede del Nord, parlando di interdipendenze tra le due parti del Paese che finiscono per favorire l’economia settentrionale, nonostante il passivo nordico dei trasferimenti statali e dai residui fiscali.
Il Rapporto SVIMEZ 2017, oggi presentato a Roma, conferma e rafforza la realtà nascosta. La stretta interdipendenza tra Sud e Nord sta generando una crescita dei vantaggi settentrionali.
Nel rapporto si legge appunto che “la visione che identifica semplicisticamente i residui fiscali negativi delle regioni meridionali con lo spreco di risorse pubbliche indebitamente sottratte al Nord, infatti, non solo non è dimostrata dalle evidenze empiriche ma è parziale. L’interdipendenza tra le economie del Nord e del Sud implica anche corposi vantaggi al Nord nella forma di flussi commerciali, essendo ancora il Mezzogiorno un importante mercato di sbocco della produzione settentrionale: la domanda interna del Sud, data dalla somma di consumi e investimenti, attiva circa il 14% del PIL del Contro-Nord”. Inoltre, i trasferimenti statali si sono ridotti del 10% tra il 2012 e il 2014, e quasi la metà ritornano al Settentrione. Mettiamoci pure che con la raccolta del risparmio negli sportelli bancari del Sud si coprono i finanziamenti fatti alle aziende del Nord. Infine, 200mila laureati del Sud vanno via, per un vantaggio del Centro-Nord stimato in 30 miliardi. Senza dimenticare la spesa per migrazione sanitaria.
Nessuna novità, solo conferme.

Il mio intervento a ‘Quinta Colonna’:
https://www.facebook.com/AngeloForgioneOfficial/videos/10154874884335423/

Rapporto SVIMEZ 2017:
http://www.svimez.info/images/RAPPORTO/materiali2017/2017_11_07_linee_app_stat.pdf