Una tedesca a Napoli per scelta di vita. Linus: «E non ha cambiato idea»

Ariane, una tedesca di 49 anni che vive a Napoli da quando ne aveva 21, telefona a “Deejay chiama Italia” e spiega la sua felicissima esperienza in diretta. È una addetta alle pulizie, non una grande manager straniera, e vive di pane e amore all’ombra del Vesuvio. Linus conduce la telefona all’insegna delle dietrologia, mostrandosi sconcertato. «Avrebbe avuto tutto il tempo per cambiare idea, e invece no».
Non si comprende perché Ariane avrebbe dovuto cambiare idea. Forse è proprio Linus che dovrebbe cambiare le sue, alla luce di quanto ha già fatto intendere in tempi non sospetti circa il suo pensiero sulla cultura di Napoli e in merito alla sua conoscenza della città.

Ascolta l’audio integrale della telefonata di Ariane (minuto 2:51)

La Sun si chiamerà “Università della Campania Luigi Vanvitelli”?

Angelo Forgione La SUN, Seconda Università di Napoli, dovrebbe cambiare nome e diventare Università della Campania – Luigi Vanvitelli. La scelta di confermare l’intenzione, presa del Senato Accademico, del CdA e del rettore, non è stata una scelta accolta da tutti con favore. Il sindaco di Caserta Pio Del Gaudio, ad esempio, aveva chiesto che comparisse il nome della sua città (Università di Caserta).
Si può discutere sul riferimento regionale, ma la scelta di ribattezzare l’Ateneo nel nome di Luigi Vanvitelli appare opportuna. La SUN è infatti sorta su più poli distribuiti sulle province di Napoli e Caserta, luoghi di nascita e morte del genio dell’architettura settecentesca, colui che improntò al Neoclassicismo l’età dell’illuminismo europeo.

Paradossale Paolo Guzzanti: «il Piemonte non voleva Napoli e Roma ma se le ritrovò»

Sulle modalità con cui fu realizzata l’annessione del Regno delle Due Sicilie a quello di Sardegna ne abbiamo lette di varie correnti, ma quelle che propone Paolo Guzzanti in un’intervista su Il Fatto Quotidiano del 26 marzo le battono davvero tutte in quanto ad originalità e fantasia.
Alla domanda “Lei crede alla Trattativa Stato-mafia?”, il giornalista-politico ha risposto così:

«Certo. C’è stata. Questo è un paese mafioso che con la mafia ha sempre trattato. […]
Il Regno di Napoli fu concesso dalla camorra. I piemontesi erano sbalorditi. Non avevano nessuna intenzione di prendersi il sud di Italia e tantomeno la Roma papalina e si ritrovarono a gestire questo peso gigantesco. […]»

Vero che mafia e camorra si allearono con gli invasori, ma che tra loro non vi fosse una “trattativa” è in contraddizione con la risposta stessa, e che i malavitosi avessero imposto ai garibaldini di prendersi il Sud controvoglia è roba da farsi una bella risata.

Antonio Polito: «Al meridione piaga infetta». Ma è ferita mai curata.

Angelo Forgione Polemiche per le parole sull’emergenza lavoro al Sud pronunciate da Antonio Polito (a 1:26:11) direttore del Corriere del Mezzogiorno ed editorialista Corriere della Sera, durante la diretta tv Rai della visita del Papa a Napoli:

«Il problema è che tutto questo [la mancanza di lavoro e il lavoro nero] non è neanche più un’emergenza, cioè qualcosa di destinato a migliorare sensibilmente quando ci sarà la tanto agognata ripresa. Il problema è che neanche quando l’Italia cresce il Sud cresce più. Si tratta di una piaga infetta sul corpo della Nazione che comporta anche un enorme costo sociale per l’Italia intera».


Polito sembra addossare colpe ai meridionali (anche lui lo è) col solito refrain del “Sud palla al piede”, che non è. Il direttore non considera evidentemente le interdipendenze economiche tra Nord e Sud che fanno del Meridione una colonia interna. Non considera che la politica nazionale, da un secolo e mezzo, lascia al Nord la maggior quota della ricchezza prodotta e le migliori infrastrutture, così tagliando fuori mercato il Sud, scientificamente assistito per essere diseducato alla produttività e per strozzarne l’autonomia, lasciandogli sussidi e trasferimenti statali, più funzionali ad accuse e lamenti (cui Polito si accoda), ma non infrastrutture e fabbriche, più utili alla produzione in concorrenza. Importanti studi economici dimostrano che la differenza tra dare e avere è a vantaggio del Nord. Ma Polito mostra di non comprendere che non è il Sud a zavorrare il Nord bensì il contrario, con ripercussioni su tutta l’economia nazionale. Insomma, non piaga infetta ma ferita mai curata.

Il Bello dell’Italia: Maarten van Aalderen, amore per l’Italia e verità per Napoli

Angelo Forgione Il Bello dell’Italia (Albeggi Edizioni) è una vera e propria dichiarazione d’amore per lo Stivale da parte del giornalista olandese Maarten van Aalderen, presidente dell’Associazione della Stampa Estera in Italia, residente a Roma, che ha chiesto a 25 colleghi corrispondenti stranieri quali cose preferiscono del Paese che li ospita. In copertina un Icaro dolorante e a terra, chiamato a rialzarsi.
C’è spazio per tutte le bellezze della Penisola, compresa Napoli, che per van Aalderen è “è una città che è stata schiacciata dall’immagine della camorra e della delinquenza, invece è meravigliosa e deve essere conosciuta e visitata per i suoi inestimabili gioielli d’arte e architettura”.
Due anni fa, prima che van Aalderen scrivesse il libro, lo accompagnai in giro per Napoli, parlandogli dell’anima della Città, della sua Storia e della sua Cultura, donandogli anche il mio libro Made in Naples. Ed è stato un gran piacere scoprire di essergli stato utile per decifrare Napoli, attraverso quanto mi ha indirettamente riconosciuto nella lusinghiera e gratificante citazione inserita nella sua introduzione:

In Italia si critica spesso una città in particolare: Napoli. Napoli rappresenta per me l’Italia al quadrato. Si parla frequentemente dei suoi aspetti negativi, come la corruzione e la criminalità organizzata. Per questi motivi, c’è perfino chi si rifiuta di andarci. Eppure, Napoli è una città con una fortissima identità, con una storia di cui può andare fiera e che la vede protagonista da secoli, dotata come è di una cultura unica e di una bellezza infinita. La bellezza di Roma, Firenze e Venezia è scontata, quella di Napoli invece è assolutamente sottovalutata. E quanto spesso ho incontrato dei napoletani impegnati per la loro città, come il blogger e scrittore Angelo Forgione, che ne conosce a fondo i problemi, ma continua ad amarla appassionatamente e a difenderne la bellezza contro ogni degrado e illegalità. Io a Napoli mi sono in ogni caso sempre sentito a casa.

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“Napoli inventò le zeppole, tutta Italia se ne leccò le dita.”

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Angelo Forgione – Festa di San Giuseppe, e si conclude la Quaresima, con la Pasqua alle porte. Una ricorrenza davvero molto sentita a Napoli almeno fino al secondo conflitto mondiale. Portava anticamente la fiera degli uccelli e quella dei giocattoli, che avevano luogo vicino alla chiesa cinquecentesca di San Giuseppe, da cui prendeva il nome l’intero rione di Monteoliveto, finché questa non fu demolita per il Risanamento, e allora la fiera fu spostata in via Medina. Oltre i volatili, si potevano trovare cuccioli di cani di tutte le razze, di gatti e di conigli. Di balocchi se ne regalavano più o meno come oggi a Natale e come, a quel tempo, all’Epifania. Non erano i figli a fare regali ai padri quando il 19 Marzo non era ancora la Festa del Papà ma una data particolare per i napoletani, perché segnava il cambio di stagione. Tutti gli uomini riponevano la bombetta nell’armadio per indossare la paglietta e i pantaloni bianchi di flanella. Anche le donne si alleggerivano un bel po’.
Il giorno del Santo, di fronte alla chiesa di San Giuseppe si disponevano le bancarelle con le zeppole, dolci fritti a forma di serpe avvitata su se stessa, una serpula, dal latino serpens. Qualcuno dice che furono inventate da un cuoco dei Borbone, cui sarebbe stato chiesto di preparare un dolce per la Quaresima privo di uova e di grassi animali, allora proibiti. Qualcun altro, invece, sostiene che la maternità sia tutta da attribuire, in tempi più antichi, alle monache dei decumani. Sulla zeppola la confusione regna sovrana, anche sulle sue diverse versioni. Mettiamo un po’ d’ordine.

Si è incompleti nell’indicare per “zeppola” il dolce napoletano fatto con pasta a bignè e guarnito sopra con della crema pasticcera e un tocco di amarena. Attenzione: si tratta più precisamente di “Zeppola di san Giuseppe“, un’invenzione del 1840 firmata dal pasticcere Pasquale Pintauro sulla strada di Toledo, che prese spunto dalla tradizione locale delle antiche “zeppole napoletane“, semplici frittelle dolci partenopee. Secondo la prima ricetta, scritta nel ricettario in dialetto napoletano di Ippolito Cavalcanti del 1837, erano di farina buttata nell’acqua bollente arricchita da un po’ di vino bianco, e poi fritte con l’olio o con la sugna per averne un bigné da guarnire con zucchero o miele. Il grande cuoco-letterato usò il termine “tortanielli” per descrivere la forma a serpentelli avvitati su se stessi. Dopo qualche anno, la ricetta fu tradotta anche in italiano.

Le “zeppole napoletane” si preparavano in tutti i periodi dell’anno. A Carnevale, alla farina si aggiungevano delle patate lessate per dare una sensazione di straordinaria morbidezza al palato. Avrete capito che si tratta della tipica “graffa napoletana“, il cui nome è una napoletanizzazione del “krapfen” austriaco, a evidenziare il dialogo storico Napoli-Vienna anche in termini di leccornie.

Di “zeppole napoletane” se ne trovavano con maggior facilità per strada il 19 marzo, giorno in cui gli zeppolajuoli allestivano dei banchetti nel giorno del tradizionale struscio di primavera sulla centralissima strada di Toledo, quando i napoletani iniziavano a indossare abiti più leggeri. Finivano tutti per deliziarsi con una zeppola tradizionale a ciambelletta, e dal 1840 in poi, anche con una “tonda” o “del pasticciere”, come definì la nuova zeppola di Pintauro il filologo Emmanuele Rocco, che nel 1866, fantasiosamente, avrebbe voluto addirittura un monumento cittadino con la seguente epigrafe: “Napoli inventò le zeppole, tutta Italia se ne leccò le dita”. Doveva esserne ghiotto visto che le riteneva uno dei tanti privilegi che gli italiani avevano avuto in dono dai napoletani.

Pasquale Pintauro, che su Toledo stava (e ancora sta), aveva arricchito l’impasto di uova e ne aveva fatto un bignè corposo, in modo da poterlo guarnire come la sfogliatella Santa Rosa, con crema pasticciera e amarena. Aveva fatto la rivoluzione della zeppola, e inventato la più elaborata “zeppola di san Giuseppe”. E siccome, proverbialmente, “tene ‘a folla Pintauro”, è facile immaginare l’esito dell’operazione.

Il Rocco, da studioso di cose partenopee, aveva individuato anche una variante rettangolare destinata ai più poveri, detta “dello zeppolajuolo”, che vale a dire ‘o scajuozzolo, fatta con farina di granturco, fritta e priva di qualsiasi guarnizione, da cui l’uso contemporaneo del termine “zeppola” per definire anche la semplice pasta cresciuta, pastella lievitata, talvolta con alghe di mare, fritte e salate.
Dunque, la zeppola, comunque sia, dolce o salata, è pastella rigorosamente fritta, non al forno. Del resto, san Giuseppe è anche il protettore di chi frigge, “i frittaruoli”, come si definivano nel Settecento napoletano. Li citò Goethe, curioso di termini partenopei, raccontandone le gesta vedendo le frittelle napoletane, cioè le zeppole antiche pre-Pintauro, nella strada di Toledo il 19 marzo 1787:

(traduzione)
“Oggi poi ricorreva la festa di S. Giuseppe, patrono dei friggitoria, o «frittaruoli»; e siccome l’arte di questi richiede di continuo fuoco vivo, ed olio bollente, ogni tormento per mezzo del fuoco entra nella competenza del santo; epperciò, fin di ieri sera le case, le botteghe dei friggitori, erano ornate di quadri, di pitture, le quali rappresentavano il purgatorio, il giudizio universale, colle anime sottoposte alla pena delle fiamme. Ampie padelle stavano davanti alle porte, sopra focolari leggieri e portatili; un giovane porgeva il piatto dove stava la farina, un altro formava le frittelle (zeppole, ndr), e le gittava nella padella dove bolliva l’olio, ed ivi un terzo giovane, muoveva con un asta in ferro le fritelle, le traeva fuori quando erano cotte a dovere, porgendole ad un quarto giovane, il quale le infilava in uno spiedo più leggiero, e le offeriva agli astanti. […] Il popolo si affollava attorno alle padelle, imperocchè in quella sera le frittelle (zeppole, ndr) si vendono a minor prezzo, ed anzi una parte n’è riservata per i poveri. […]”

Quando, nel 1968, il giorno di san Giuseppe fu reso Festa del Papà, la fiera era già in via Medina e la zeppola era ormai famosa in tutt’Italia, conosciuta anche oltreoceano grazie agli emigranti. Da allora i ruoli si invertirono e iniziarono i figli a fare regali al proprio padre. Il Santo non proteggeva solo ogni papà ma anche, in modo specifico, tutti i falegnami, e di legno era il suo bastone, Un avanzo di questo legno, autentico o fasullo che fosse, finì a Napoli nel primo Settecento per essere custodito in una nicchia del palazzo di Chiaia del tenore Nicola Grimaldi, controllato a vista da un servitore il cui compito era quello di evitare che fosse toccato. “Nun sfruculia’ ‘a mazzarella ‘e San Giuseppe” era, in napoletano, l’esortazione a non usurare il sacro bastone, poi divenuta un diffuso e tipico modo di dire del popolo per invitare a non infastidire, mentre la famosa mazzarella finiva per essere tradotta nella congregazione di San Giuseppe dei Nudi a San Potito, in via Giuseppe Mancinelli, dove oggi è gelosamente conservata.

Napoli, Fiera di San Giuseppe in via Medina (Ph: Archivio Parisio – Renato Bevilacqua)

A Napoli e Capri i due parchi più belli d’Italia 2014

Ufficiali i nomi dei vincitori della XII edizione del concorso che premia le bellezze verdi italiane. Un inizio di stagione davvero invidiabile per i due Parchi “vicini di casa” vincitori del concorso “Il Parco più Bello d’Italia”, che da oltre dieci anni è promotore di un turismo verde alla scoperta dei gioielli del patrimonio paesaggistico e botanico italiano.
Quest’anno il Comitato Scientifico ha voluto premiare due gioielli naturalistici di ineguagliabile bellezza con l’intento che possano fare da volano alla rivalutazione di tutto il comprensorio. Si tratta del Real Bosco di Capodimonte a Napoli (categoria Parchi Pubblici) e la Villa San Michele a Capri (categoria Parchi Privati). Due parchi che distano solo quaranta chilometri uno dall’altro ed impreziosiscono la città di Napoli dai due poli opposti, in un abbraccio verde di invidiabile bellezza: il Real Bosco di Capodimonte, adagiato su una collina ai margini della città, un parco storico e botanico di grandissimo interesse gestito dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo; Villa San Michele, piccolo gioiello botanico, architettonico ed artistico, eclettico e rigoglioso, affacciato sul Golfo e amministrato dalla Fondazione Axel Munthe.
Per la selezione dei vincitori il Comitato Scientifico ha valutato i seguenti parametri: l’interesse botanico e storico-artistico, lo stato di conservazione, gli aspetti connessi con la gestione e la manutenzione, l’accessibilità, la presenza di servizi, le relazioni con il pubblico e la promozione turistica.

Made in Naples a ‘Studio Mattina’ (Canale 9)

madeinnaples_mercurioClaudia Mercurio e Salvatore Turco ospitano Angelo Forgione a ‘Studio Mattina’, in onda sull’emittente napoletana Canale 9, per parlare del libro Made in Naples.

Tratto dalla trasmissione del 16 marzo ’15.

Verona contro Napoli, in principio fu Dirceu

verona_0Angelo Forgione Verona-Napoli, incrocio timbrato da squallide storie di intolleranza all’italiana. I primi conati razzisti del ‘Bentegodi’ affiorarono il 20 novembre 1983 (Verona-Napoli 1-1). In quegli anni il Veneto non era il Nord-Est di oggi ma una terra molto chiusa nel suo provincialismo. La curva scaligera, la prima ad appellarsi al Vesuvio, salutò il brasiliano del Napoli José Dirceu, ex gialloblu, con un messaggio di “integrazione territoriale”: “ORA NON SEI PIU’ STRANIERO, NAPOLI TI HA ACCOLTO NEL CONTINENTE NERO”. E ancora, “DIRCEU CI HAI TRADITO, NELLA M…A SEI FINITO”.
Maradona, dieci mesi più tardi, al suo esordio in Serie A, ne avrebbe letto un altro di striscione: “BENVENUTI IN ITALIA”. Benvenuto anche a Diego nel Calcio del Nord contro il Sud, dei ricchi contro i poveri. Tutto subito chiaro, bastò tanto a fargli intendere che la missione non poteva essere solo sportiva. Il fuoriclasse argentino ci mise poco a capire che i napoletani erano per i settentrionali ciò che gli argentini erano per gli spagnoli, e si fece interprete di un’istintiva rivalsa sportiva.
Buon sangue l’hanno fatto invece alcuni striscioni divertenti passati alla storia alla storia del tifo d’autore, come lo straordinario “GIULIETTA È ‘NA ZOCCOLA” srotolato negli anni Ottanta proprio dai tifosi napoletani per rispondere al “Vesuvio facci sognare” degli ostilissimi veronesi. Evidente differenza di utilizzo dello strumento comunicativo e sublime finezza, consacrata come la più ironica delle frasi mai esposte negli stadi. Forse avrebbe sorriso anche Shakespeare, e non avrebbe avuto troppi dilemmi alla lettura della postuma integrazione con la quale i tifosi azzurri pennellarono lo spasimante della Capuleti: “ROMEO CORNUTO”… colpiti e affondati anche i Montecchi. Venti gli anni necessari per ricevere una risposta dagli scaligeri: “NAPOLETANI FIGLI DI GIULIETTA”. Tentativo di ricalcare l’ironia partenopea fallito e chiaro autogol con un’ammissione sui cattivi costumi del simbolo femminile di Verona.