La sanità al tempo dei Borbone

Angelo Forgione – Fino al 13 luglio, al Museo delle Arti sanitarie di Napoli, sito nel complesso di Santa Maria del Popolo degli Incurabili, è visitabile la mostra “La sanità al tempo dei Borbone”, organizzata dall’associazione culturale “Il Faro di Ippocrate” e dedicata alla storia della Scuola Medica Napoletana, allla rete assistenzialistica partenopea e alla formazione della professione del medico negli anni del Regno borbonico.
L’evento rende omaggio alla tradizione medica che diede lustro al Sud tra il 1734 e il 1860, ricostruendo l’intera pagina sanitaria nel Mezzogiorno, all’avanguardia nell’Europa dell’epoca. La prima assistenza sanitaria gratuita italiana (promossa da Ferdinando IV), la percentuale di medici per numero di abitanti più alta di tutto il resto d’Italia (9.500 tra medici e chirurghi per 9 milioni di abitanti, rispetto ai circa 7.000 professionisti della sanità per i 13 milioni di cittadini della restante Italia) e la più bassa mortalità infantile del territorio italiano la dicono lunga sul sistema sanitario borbonico. Due esempi storici di eccellenza: nel 1777 il Regno delle Due Sicilie sostenne una campagna vaccini contro il vaiolo per due milioni di persone; nel 1813 Aversa fu sede del primo ospedale psichiatrico italiano. Nonostante questa grande tradizione meridionale, peraltro risalente alla Scuola Medica Salernitana del XII secolo, con l’avvento dei Savoia e l’unificazione italiana i medici dell’ex Regno delle Due Sicilie furono obbligati a ripetere l’esame di idoneità alla professione medica. Gli atti che testimoniano questa pagina nera dell’Unità sono riuniti nella “bacheca della vergogna”.
Il campionario di curiosità è enorme: strumenti medici del tempo (apparati per lavande gastriche e clisteri, cassette chirurgiche militari, armadietti con boccette di farmaci del tempo, ecc.), busti dei medici illustri (Cirillo e Cotugno su tutti) e diverse curiosità, come il kit di pronto soccorso da passeggio per fronteggiare le emergenze in strada, il bastone corredato di siringhe, medicazioni e bisturi. In mostra anche alcuni modelli anatomici usati dagli studenti di medicina dell’epoca, e poi documenti, testimonianze e trattati di ogni genere. Sei le tappe tematiche: dai luoghi della sanità napoletana alla formazione professionale nelle province del Regno, dai singolarissimi cimiteri antichi ai tanti reclusori, per concludere con le prime “Case dei pazzi”, L’Ostretricia e la Medicina sociale. Una sezione a parte è dedicata al capitolo della peste.
Non va dimenticato che la buona tradizione sanitaria napoletana è proseguita anche dopo l’Unità d’Italia. Emblematici i casi di Vincenzo Tiberio e Arnaldo Cantani, veri padri dell’antibiosi nella Napoli post-unitaria ben prima di Fleming, i primi a condurre validissimi studi che condussero alla scoperta della penicillina (maggiori informazioni su Made in Naples – Magenes 2013).

info: 081 440647
lunedì – venerdì / 9.30 – 13.30 / ingresso gratuito
info@ilfarodippocrate.it
http://www.museoartisanitarie.it

La “liberazione”, insorgenza europea che partì da Napoli

La “liberazione”, insorgenza che partì da Napoli

le “quattro giornate” movimento di un popolo mai veramente libero

La festa della liberazione d’Italia, celebrazione della “Resistenza”, è anche detta “Secondo Risorgimento”. Non per caso, visto che la data del 25 Aprile corrisponde alla fine dell’occupazione nazifascista di Torino e Milano nel 1945. E così come il 17 Marzo viene identificato come data dell’Unità d’Italia (1861) perchè proclamata a Torino quando in realtà mancavano Roma (la Capitale!) coi suoi territori pontifici e tutto il Veneto, anche il 25 Aprile è data simbolica riferita al Nord poiché altre città furono liberate dopo e la liberazione completa è databile solo al 1° Maggio ’45.
Fu vera liberazione o si passò da un’occupazione militare tedesca ad un’altra coloniale americana? Revisionismo a parte, di fatto l’insurrezione europea contro il nazismo vide nel Meridione d’Italia la sua origine nel Settembre del 1943 e fu Napoli la prima grande città del vecchio continente ad insorgere e a cacciare i feroci invasori con un movimento di popolo senza supporto militare che vale per la città partenopea il grande onore della decorazione al “Valor Militare”, ma sarebbe più giusto definirlo “Civile”, con la seguente motivazione: «Con superbo slancio patriottico sapeva ritrovare, in mezzo al lutto ed alle rovine, la forza per cacciare dal suolo partenopeo le soldatesche germaniche sfidandone la feroce disumana rappresaglia. Impegnata un’impari lotta col secolare nemico offriva alla Patria, nelle “Quattro Giornate” di fine Settembre 1943, numerosi eletti figli. Col suo glorioso esempio additava a tutti gli Italiani, la via verso la libertà, la giustizia, la salvezza della Patria».
Memorabili le strategie di guerriglia dei furbi napoletani, arroccatisi nelle loro case a tirare dai balconi ogni tipo di arredo e suppellettile per colpire dall’alto i soldati tedeschi intenti a raggiungere la zona collinare (guarda il video).
Il politico comunista Luigi Luongo, nel suo libro “Un popolo alla macchia”, scrisse nel 1947 che “dopo Napoli la parola d’ordine dell’insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu allora la direttiva di marcia per la parte più audace della Resistenza italiana”.
Una settimana prima di Napoli insorse Matera e il movimento risalì l’Italia ingrossandosi di aiuti militari fino a concludersi completamente nel Maggio di due anni più tardi.
Da poco Vittorio Emanuele III di Savoia, dopo la caduta di Mussolini, era fuggito vilmente da Roma alla volta di Brindisi lasciando disorientato l’esercito e scoprendo lo stesso Stato.
Certo, gli Alleati angloamericani erano rassicuranti alle porte, dopo aver bombardato violentemente la città, le sue fabbriche e i suoi monumenti, per sollevare il popolo partenopeo, ma i napoletani esasperati dettarono la via all’Italia e all’Europa liberandosi della ferocia nazista, la più grande che l’umanità abbia mai conosciuto. Non sarebbero però mai riusciti a liberarsi della subdola colonizzazione italiana e conseguenti povertà e disoccupazione; e mai sono riusciti a liberarsi della camorra, così come il Sud intero delle mafie, che proprio in quel periodo rialzarono la testa dopo che la repressione fascista mussoliniana pure era riuscita a mettervi qualche argine; con la complicità degli Alleati i quali, sbarcati in Sicilia (sempre lì) nel Luglio del 1943, misero a capo delle amministrazioni locali dei dichiarati mafiosi in quanto antifascisti per ovvie ragioni. Nè più e nè meno ciò che accadde nel “primo” Risorgimento con mafiosi e camorristi assoldati da Garibaldi.

Made in Naples a Calvizzano (Napoli)

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San Giorgio a Cremano, una via intitolata ai Martiri di Pietrarsa

Angelo Forgione – La Giunta Comunale di San Giorgio a Cremano ha deliberato nei giorni scorsi all’unanimità il cambio di nome di via Ferrovia in via Martiri di Pietrarsa. La nuova denominazione, proposta dall’assessore Pietro De Martino, è in attesa del via libera della Prefettura di Napoli. Dopo le numerose manifestazioni nel Museo ferroviario di Pietrarsa svoltesi negli ultimi anni con lo scopo di divulgare la storia dimenticata dell’eccidio di Pietrarsa, giungono finalmente i primi onori per le vittime di uno degli episodi più significativi dell’unificazione italiana.
I Martiri di Pietrarsa sono Luigi Fabbricini, Aniello Marino,  Aniello Olivieri e Domenico Del Grosso, quattro operai (ma forse furono di più, NdR) che il 6 agosto 1863 furono uccisi da Bersaglieri, Carabinieri e Guardia Nazionale alle spalle durante uno sciopero di protesta contro i licenziamenti e le condizioni disumane di lavoro a cui erano stati costretti dai nuovi proprietari della fabbrica. Il Real Opificio di Pietrarsa, uno dei vanti dello Stato borbonico, che su un’area adiacente alla prima tratta ferrata, la Napoli-Portici, aveva sfornato le prime locomotive italiane, fu destinato allo smantellamento e al declino per decisione delle nuove classi dirigenti dell’Italia appena unita.
La delibera giunge proprio a pochi giorni dal 1 maggio, festa del lavoro, che il mondo del meridionalismo dedica ogni anno alla memoria dei Martiri di Pietrarsa.

‘O surdato nnammurato, canto (anti-Juve) nato nel ’75

surdato_losportAngelo Forgione – Domenica 7 Dicembre 1975, ottava giornata di campionato: il Napoli di Vinicio, secondo in classifica a un punto dalla capolista Juventus, sale a Roma per affrontare la Lazio. Il precedente campionato si è concluso con lo scudetto dei bianconeri, e il Napoli subito dietro, a due punti. La voglia di primato e rivalsa è tanta. Contemporaneamente si gioca il derby di Torino. Solita migrazione di massa dei napoletani all’Olimpico: 25mila tifosi riempiono una curva d’azzurro.
Il Napoli passa in vantaggio al 12′, con un goal su punizione del centrocampista Boccolini, e poi controlla la partita. A un quarto d’ora dalla fine appare sul tabellone il cambio di risultato a surdato_mattinoTorino: i granata sono passati in vantaggio. Napoli primo in classifica! L’Olimpico si infiamma, ma sono i napoletani. Qualcuno inizia ad accennare ‘Oj vita, oj vita mia…’. È una canzone che, per chiari motivi, tutti conoscono e il contagio è immediato e travolgente. Nessun accordo, nessun passaparola; è un incantesimo napoletano, e in pochi secondi è tutta la curva partenopea a cantare la classica canzone. Il settimanale Lo Sport del Mezzogiorno diretto da Riccardo Cassero avrebbe titolato a nove colonne, in prima pagina, “Oj vita, oj vita mia…” consacrando e divulgando l’evento all’intera tifoseria azzurra. Il Mattino, invece, titolò “Canta Napoli”.
Il Napoli non sarebbe riuscito a mantenere la posizione ma lo scudetto non sarebbe andato ai rivali juventini bensì al Torino, e gli azzurri si sarebbero consolati con la seconda Coppa Italia, vinta a Roma, nello stadio dove era nato l’inno delle vittorie.

Alfonso d’Aragona perde anche l’anulare. Pallonata o restauro?

alfonso_aragonaAngelo Forgione – Un altro dito, di quelli che già furono riattaccati in passato, è stato di nuovo staccato dalla mano della statua di Alfonso d’Aragona sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli (nella foto di Antonio Cangiano), e non si sa se sia accaduto per l’ennesima pallonata o per metterlo in sicurezza in vista del prossimo restauro. Nel settembre 2011, infatti, la Soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici per Napoli e Provincia, con il protocollo n. 21923, mi comunicò che le altre due dita mancanti erano in possesso dei restauratori e che, nell’ambito del restauro della facciata di Palazzo Reale, era previsto il ripristino dell’opera e il recupero di tutte le otto statue. La Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Campania ha formalizzato l’assegnazione del bando di gara lo scorso febbraio ed è quindi plausibile che i tecnici abbiano verificato la precarietà del pezzo e l’abbiamo riposto in laboratorio. È importante sapere se sia così, e in ogni caso è necessario intavolare già da ora un serio dibattito sulla conservazione dei luoghi, visto che la dirimpettaia basilica di San Francesco di Paola è già oggetto di deturpazioni dei marmi in corso di restauro.

I 22 siti reali dei Borbone finalmente in mostra

Dopo aver cercato a lungo una degna sede, dal 17 al 24 aprile 2014, nel complesso moumentale del Belvedere di San Leucio, andrà finalmente in scena la mostra evento “22 Double Two Siti reali Borbonici in Campania: la storia dimenticata”, curata da Miria Amalia Di Costanzo e Raffaella Forgione, con scatti fotografici di Antonella Maiorano. L’evento racconterà la bellezza e il significato non solo artistico dei 22 siti reali borbonici in Campania, per esaltarne la capacità attrattiva dal punto di vista turistico, per educare al rispetto e alla valorizzazione della storia e dei monumenti, per evidenziare il ruolo di Napoli capitale del Regno delle Due Sicilie e per denunciare il degrado e l’oblio di un simile patrimonio semi-sconosciuto, che in qualsiasi paese del mondo sarebbe stato valorizzato e reso fruibile.
La mostra proporrà una serie di pannelli fotografici, con scatti artistici dei siti reali, e di pannelli documentaristici, frutto di un’attenta ricerca archivistica e bibliografica. Protagonisti assoluti saranno il Palazzo Reale di Napoli, la Reggia di Capodimonte, la Reggia di Portici, la Villa Favorita di Ercolano, la Real Fagianeria di Resina e la Villa d’Elboeuf a Portici, il Palazzo d’Avalos nell’isola di Procida, il Palazzo Reale nell’isola d’Ischia, la Real Tenuta degli Astroni, il Real Casino di caccia di Licola Borgo, il Real Palazzo di Venafro (un tempo in Terra di Lavoro, in Campania, ed oggi appartenente alla provincia d’Isernia), la Real Tenuta di caccia e pesca di Torcino a Ciorlano, le Reali Cacce del demanio di Cardito con la Real Delizia di Carditello in San Tammaro, il Real Sito di Persano a Serre, la Real Tenuta di Maddaloni con i ponti della valle, la Real Fagianeria di Caiazzo, la Reggia di Caserta, il Real Sito di San Leucio, la Casina del Fusaro, la Reggia di Quisisana in Castellammare di Stabia, la Real Tenuta di Falciano ed il Real Casino del Demanio di Calvi.
Il vernissage si terrà nel complesso leuciano giovedì 17 aprile 2014 alle ore 17:30, in partenariato con il comune di Caserta e con l’Assessorato al Turismo e ai Grandi Eventi. Dopo l’introduzione di Barbara Giardiello e i saluti del sindaco di Caserta Pio Del Gaudio e dell’assessore al Turismo e Grandi Eventi Pasquale Napoletano, previsti gli interventi della storica dell’arte Anna Maria Romano e della giornalista e scrittrice Nadia Verdile incentrati sull’universo della corte borbonica e dei siti reali, e una performance teatrale a cura dell’associazione culturale ARTeMIDE. A seguire, l’inaugurazione della mostra scandito da un assaggio di gustose ricette di età borbonica.
Gli orari di apertura al pubblico, esclusi giorni 20 e 22, andranno dalle ore 9.00 alle ore 18.00 (l’ultima visita parte alle ore 16.30). Il Sabato, le visite partono alle ore 9.30,10.45, 12.00, 15.00 e 16.30.

INFO
Telefono: 0823/301817- 273151 Fax: 0823/273182
Numero Verde: 800.41.15.15
E-mail: belvedere@comune.caserta.it
Sito web: http://www.comune.caserta.it/pagina698_belvedere-di-san-leucio.html

Eddy Napoli e Francesca Schiavo all’Augusteo

Eddy Napoli, artista autenticamente identitario e ambasciatore nel mondo della Canzone Classica Napoletana, oltre che autore di “Malaunità”, è protagonista al Teatro Augusteo di Napoli di una serata da non perdere, mercoledì 16 aprile, alle ore 21.00, insieme all’altra grande ex voce solista femminile dell’Orchestra di Arbore, Francesca Schiavo.
“Anema & core: una storia da raccontare” è il titolo dello spettacolo. Un’occasione per immergersi nella tradizione culturale musicale più vera, un’occasione per salutare uno dei pochi protagonisti del mondo dello spettacolo e della cultura capace di accompagnarci, da anni, nel nostro percorso di verità e di orgoglio identitario.
Dopo l’assoluto successo ottenuto al Teatro Cilea dal 24 al 26 gennaio, lo spettacolo farà il bis in un altro prestigiosissimo teatro, dove le due bellissime voci si fonderanno e si alterneranno con grandissima eleganza.
info Teatro Augusteo: 081 414243 – prezzi da euro 15.00

Severgnini sul NY Times: “Perché nessuno va a Napoli”

Angelo Forgione – Beppe Severgnini, editorialista del Corriere della Sera, sulle pagine del The New York Times ha scritto una personale analisi dei motivi per cui il turismo di massa non giunge a Napoli e nel Sud-Italia. Non mi dilungo sulle sue considerazioni (chi vuole può leggere online ciò che ha scritto) che in qualche passaggio non condivido, preferendo riportare numeri per ribadire quanto già detto in altri termini sull’argomento.
Premesso che Napoli deve certamente impegnarsi molto di più a valorizzare e presentare al mondo il suo immenso patrimonio, la situazione non è così drammatica come la dipinge il giornalista lombardo. I turisti hanno spinto quella che fu meta del Grand Tour del Settecento al sesto posto nella classifica delle città italiane più visitate del 2013. Certo, non può essere vera soddisfazione per una città tra le più ricche d’arte e cultura del mondo, ma da qui a dire agli americani che i turisti non vanno a Napoli è francamente troppo. E siccome Napoli, nell’accezione di Severgnini, è da intendersi anche una città-regione, un’indagine dell’Istituto Tedesco Qualità e Finanza realizzata la scorsa estate ha paragonato l’offerta turistica di tutte le regioni italiane, tenendo conto del numero dei turisti, del giudizio sul sistema alberghiero fornito dagli stessi visitatori attraverso il sito Tripadvisor e delle attrazioni del territorio, mettendo sul podio Trentino Alto Adige, Toscana e Campania. Ugualmente non c’è da entusiasmarsi, né in Campania né in tutt’Italia, perché è tutto il nostro Paese a non sapersi sfruttare. Secondo i numeri snocciolati nell’ultimo report annuale della World Tourism Organization, l’Italia, che fino qualche decennio fa era la meta europea più gettonata, continua a cedere il passo rispetto a Francia e Spagna.
È altrettanto inconfutabile che Napoli sia stata penalizzata oltremisura dall’accanimento mediatico e storiografico. Più volte ho evidenziato che a inizio Novecento, come si può ascoltare in un documentario dell’Istituto Luce (clicca qui per guardare), i turisti riempivano Napoli in egual misura di quanto avveniva a Venezia, Firenze e Roma. Le quattro città d’arte più rappresentative d’Italia si contendevano il primato del turismo europeo e quello del mercato artistico. Poi, dopo le guerre, è sopraggiunta la tivù, e la denigrazione è diventata più dilagante. Decisivo è stato, soprattutto, il ricamo mediatico riservato alla questione del colera del 1973, che per un ventennio ha allontanato i turisti dalla città fino al G7 del 1994. In cinquant’anni, proprio la tivù (insieme agli altri media) ha fatto uscire Napoli dalla percezione collettiva del polo culturale italiano di cui fa parte, ma i turisti di oggi si riferiscono maggiormente alle sole Venezia, Firenze e Roma, perché per cinquant’anni così è stato inculcato, parlando di Napoli come di terra di esclusivo degrado. Senza dimenticare che oggi il nuovo turismo arriva dall’est, con tasche strapiene, per fare shopping più che per vedere arte.
Una volta detto questo potremo e dovremo denunciare gli scarsi investimenti, quelli sbagliati e il generale spreco della vocazione turistica di Napoli e dell’intero Sud, senza nasconderci dietro l’altisonante nome di cui pure Severgnini si è servito per il suo articolo americano, lui che ritiene gli italiani bisognosi della Lega.

Beppe Severgnini, a columnist at Corriere Della Sera, expounded on the pages of NY Times a personal analysis of the reasons why tourists don’t come to visit Naples – and neither South Italy.
I’d rather list some statistics which prove what I’ve already said on this argument before. Once assumed that Naples should undertake much more to improve itself in order to offer its huge patrimony to the rest of the world, the real situation is not as dramatic as the one depicted by the lombardo journalist. The city, which used to be the destination of the eightieth century’s Grand Tour, according to tourists settled down to the 6th place in the chart of the most visited cities of 2013. In these days of spring Naples is full of tourists.
Obviously, this cannot be seen as a cheering piece of news for one of the richest cities in the world in terms of art and culture. Nonetheless, to tell American readers that tourists don’t come to visit Naples it’s an overstatement.
Let’s take for granted that Naples, according to Severgnini’s point of view, has to be seen as a city-region: last summer a study of the German Insitute of Quality and Finance compared the touristic offer of all Italian regions. The study took into account the number of tourists, the evaluations about accommodation structures given by the tourists themselves on Tripadvisor.it and touristic attractions. The result was Trentino Alto Adige, Toscana and Campania on the podium. As already said, there’s nothing to be overjoyed about it, neither in Campania, nor in Italy, because it’s our country that can’t find the way to make the most of itself. According to the results of the last annual report by the World Tourism Organization, Italy, which has long been the most attractive European destination until a few decades ago, keeps on losing pace with France and Spain. Nevertheless the fact that Naples has been strongly damaged by aggressive media and historiographic is irrefutable.
As also shown by a documentary of Istituto Luce, I highlighted in many occasions that in the early twentieth century Naples was crowded by tourists just like Venice, Florence and Rome. The four main art cities of Italy competed for the leadership of tourism and art in Europe.  Later, there came television, and so denigration spread increasingly. Above all, the media embroidery upon the epidemic of cholera that spread in 1973 was decisive.
For about twenty years, all the efforts made by press and television to disparage the city have kept tourists away from Naples until G7 of 1994.  For fifty years, tv and all other media cooperated in gradually dismissing the city from the general perception of Italian cultural pole. Today, tourists only relate to Venice, Florence and Rome because that’s what they have been instilled and taught for decades. Press and media succeeded in picturing Naples as a land of absolute decay.  We should also take into account that today modern mass tourism mostly comes from East and Middle East with overflowing pockets, aiming at doing some shopping instead of visiting museums.
Once assumed this, we could point at the poor investments and the wrong ones; denounce the waste of natural vocation to tourism of Naples and South Italy as a whole, without hiding behind the striking and resounding name of Naples.
In conclusion, it is true that Naples and the South-Italy must attract more because they can and do not know how to do it like in the North-Italy, but instructions should solve internal problems and also outside, in a nation that is truly united.

La pastiera di Verona, una vecchia storia

Riesplode oggi un caso vecchio (già trattato nel 2011)

Angelo Forgione – Aprile 2014: tutti a parlare della pastiera industriale di Verona, la “deliziosa torta con grano saraceno” che di vera pastiera non ha nulla. Questo prodotto non solo non è fresco ma non è neanche nuovo. È infatti sul mercato da molti anni, e ne accennai già nel dicembre 2011 nel videoclip “Nord palla al piede” (al minuto 12:37) con cui evidenziai le interdipendenze economiche tra Settentrione e Meridione e smontai la propaganda leghista, e non solo leghista, che ha fulcro nella “fiaba” del Sud-zavorra. Un videoclip che, tra l’altro, ebbe la “benedizione” dell’ex-dirigente RAI Enrico Giardino, scomparso lo scorso ottobre, ricercatore di soluzioni ed alternative rispetto agli schemi dominanti, impegnato nella battaglia per la libertà di informazione, nella demistificazione delle menzogne mediatiche e delle ipocrisie della politica nazionale ed internazionale, che in un suo articolo scrisse: “I nostri governanti lasciano fare e assecondano l’arbitrio padronale. Desertificando e immiserendo il Sud produttivo, ci vengono a dire, mentendo, che il Sud è la “la palla al piede dell’Italia”. E’ una spudorata menzogna, come dimostra con i numeri e con un video illuminante il blog di Angelo Forgione”.
Il prodotto veronese è il simbolo della flessione del mercato dei dolci industriali che invadono piccola e grande distribuzione nelle festività religiose (e non solo). Una flessione che neanche la forte riduzione dei prezzi ha arginato. E le aziende hanno dovuto spingere sull’innovazione e sulla comunicazione. Su queste direttrici anche Melegatti ha premuto l’acceleratore con una serie di investimenti mirati e ha ampliato la sua offerta per supplire ai classici prodotti che non tirano più. E così sono nate le novità, “scippando” anche i nomi delle tradizioni forti e lontane, quelle che rievocano qualità e bontà.
Il dibattito è scoppiato quando il direttore del Corriere del Mezzogiorno Antonio Polito ha scritto un editoriale in cui ha definito questa storia “una semplificazione perfetta dei problemi del Mezzogiorno” e ha puntato il dito sullo scarso senso d’impresa del Meridione. Il suddetto videoclip di approfondimento è già sufficiente per andare più a fondo rispetto al problema (ne consiglio la visione). Polito ha scritto che “nessuno qui da noi, con capitale del Mezzogiorno, con lavoratori napoletani, producendo reddito che resta al Sud, abbia avuto la stessa semplicissima idea della Melegatti o abbia trovato i mezzi per metterla in pratica: trasformando cioè l’artigianato in industria e la tradizione in marketing”. Ed è qui che si sviluppa il nuovo dibattito. Un dolce del genere, per gli ingredienti richiesti, non può diventare un prodotto industriale, e neanche potrebbe mai essere messo sul mercato da un’azienda napoletana e – credo – neanche meridionale. Il rispetto della tradizione è qualcosa che impone delle strategie a chi si propone al pubblico, che deve mettere mano al portafogli solo quando convinto di ciò che acquista. La soluzione della questione, che vale anche per indebolire le convinzioni di Polito, la offre la D’Amico, con sede legale a Napoli e stabilimenti a Pontecagnano Faiano, nel Salernitano, che un prodotto-pastiera industriale l’ha messo sul mercato, ma non ha umiliato nome, preparazione e tradizione, realizzando un kit in scatola in cui sono racchiusi i prodotti essenziali per la facile preparazione di una vera pastiera napoletana: grano già cotto, aroma millefiori, zucchero a velo e, in più, un ricettario tradizionale. Tutta un’altra storia!
Diciamolo serenamente che lo spirito imprenditoriale al Sud ha ampi margini di crescita così come problemi endemici da risolvere, ma è comunque vivo. Il vero problema non è l’innovazione e neanche la minore produzione ma la distribuzione, in gran parte in mano al Nord, autentico ostacolo allo sdoganamento dei prodotti industriali del Sud. Quanti kit pastiera di D’Amico arrivano a Verona?