Angelo Forgione – Quando Ferdinando di Borbone, nel 1778, fece approntare la Villa Reale di Napoli, chiese all’architetto neoclassico Carlo Vanvitelli di realizzare “una passeggiata da Re”. Il figlio del più celebre e defunto Luigi realizzò un luogo raffinato e improntato ai principi di simmetria e prospettiva tipica dei giardini francesi, prevedendo fontane ed opere d’arte classiche. Tra queste, al centro del viale, una grande fontana circolare raffigurante Partenope e il Sebeto, con amorini versanti acqua. La realizzò nel 1781 il celebre Giuseppe Sanmartino, autore del Cristo Velato, inizialmente in stucco, con l’impegno di tradurlo in marmo.
Rimase così, primitiva, per sette anni, e non fu mai definita perché nel 1788 fu sostituita dal Toro Farnese, uno dei pezzi della parte romana della Collezione Farnese, sottratta ai vincoli romani dal Re, legittimo erede della serie di opere d’arte della famiglia paterna. Il Toro fu circondato da una gran vasca di fontana, simile a quella che l’attorniava nelle Terme di Caracalla, ornata da raffigurazioni simboliche delle stagioni, per essere poggiato su un finto scoglio in pietra lavica affiorante dalle acque (vedi dipinto di Saverio Della Gatta – Museo di San Martino). Quando, nel 1826, la preziosa scultura fu definitivamente sistemata nel Real Museo Borbonico (attuale Museo Archeologico Nazionale), fu sostituita con un nuovo gruppo scultoreo assemblato, firmato dall’architetto ticinese Pietro Bianchi, impegnato a realizzare il nuovo emiciclo della Basilica di San Francesco di Paola di fronte al Real Palazzo.
Dal centro del quadriportico normanno della cattedrale di San Matteo di Salerno Ferdinando fece rimuovere una grande vasca di granito egizio, proveniente dal Tempio di Nettuno a Paestum e risalente alla metà del V secolo a.C., che i salernitani chiamavano affettuosamente “il provolone”, facendola sostituire con un’altra vasca più piccola, sempre in granito, che in origine era il fonte battesimale dello stesso plesso religioso. La grande vasca rimossa, del diametro di circa sei metri, era stata collocata nel Duomo salernitano nel 1085, e per i cittadini locali si trattò di una dolorosa perdita. Fu portata a Napoli per essere poggiata su quattro leoni neoclassici del Bianchi (evidentemente simili ai leoni realizzati per il colonnato di San Francesco di Paola), dalle cui bocche far sgorgare acqua. Fu chiamata Fontana della Tazza di Porfido.
La fontana, “visitata” da Tom & Jerry appena giunti a Napoli, è ancora oggi motivo di risentimento da parte di Salerno, che richiede la restituzione della vasca di granito contro i pareri negativi dall’amministrazione municipale napoletana e dalla Soprintendenza speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei.
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La Cassa Armonica scolorita
Angelo Forgione – Avanza spedito il cantiere del restauro della Cassa Armonica di Napoli, in Villa Comunale, dove un tempo si esibiva la celebre Banda della Città di Napoli per sviluppare la sensibilità musicale in ogni ceto. Rispristinata la pensilina perimetrale smontata in occasione delle World Series di America’s Cup 2012 per consentire l’installazione della gabbia di supporto per le luci da puntare sulla struttura di Errico Alvino, scelta all’epoca come podio di premiazione.
Come da progetto di restauro, però, sono spariti i vetri colorati giallo-verdi per far posto a vetri neutri (antisfondamento). La polemica è già divampata, e il Comune di Napoli ha precisato che “il progetto di restauro è stato approvato dalla soprintendenza: i vetri trasparenti non sono stati scelti per ragioni economiche ma perché sono in linea con quanto dice il progetto originario. I vetri bicromi erano una soluzione recente, e per renderli solidi si era dovuta appesantire molto la struttura, poi rimossa perché pericolante”.
Non è possibile capire se Alvino volesse i vetri colorati o neutri, ma la pensilina pare proprio essere stata sempre colorata, e lo conferma la stessa relazione di progetto del Comune, in cui si legge: “La Cassa fu edificata al centro del vialone principale della villa Comunale. È costituita da una pedana circolare con montanti di ghisa e con la cupola in vetri bicromi, delle slanciate colonnine di ghisa e un traliccio metallico costituiscono la leggera ed elegante struttura. Per il “chiosco della musica” l’architetto sfruttò abilmente le risorse della a tecnologia, riuscendo a realizzare una struttura poligonale particolarmente agile caratterizzata da un prezioso gioco di vetri trasparenti e colorati che qualificano lo spazio senza appesantirlo”.
Del resto, la Cassa Armonica fu realizzata nel 1877 e le ingiallite immagini in bianco e nero di inizio Novecento mostrano già spicchi di colori diversi, chiari alternati a scuri (presumibilmente blu). E lo stesso dimostra una più antica illustrazione proposta in prima pagina dalla pubblicazione L’Illustrazione Italiana del 28 luglio 1878, in cui si presenta “il nuovo chiosco Cassa-Armonica” appena realizzato. Un restauro del 1989 sostituì i vetri originali con altri verdi e gialli. Ora, il nuovo restauro cancella definitivamente ogni cromia, nonostante una nota del Comune annunciasse a luglio le restituzione della Cassa “nel suo originario splendore”.
Nel 2015 record per i musei italiani
Campania seconda regione. +16% per la Reggia di Caserta, +12% per Pompei.
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Il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini ha presentato al Comitato permanente del turismo, riunitosi al Collegio Romano, tutti i numeri dei musei italiani del 2015. 42.953.137 visitatori in totale, contro i 40.744.763 del 2014 e i 38.424.587 del 2013.
Il Lazio (19.750.157 ingressi e 62.838.837€ di introiti) è la regione leader, con Roma che continua a fare da polo attrattivo internazionale, ma subito dietro si piazza la Campania (7.052.624 visitatori e 35.415022 € di introiti) delle potenzialità solo parzialmente espresse. Sul terzo gradino del podio la Toscana (6.738.862 visitatori e 29.890.419 € di introiti). Poi il Piemonte (1.903.255 visitatori e 10.829.653 € di introiti), la Lombardia (1.552.121 visitatori e 5.656.677 € di introiti) e il Friuli Venezia Giulia (1.194.545 visitatori e 1.151.233 € di introiti).
I tassi di crescita più elevati, in termini di visitatori, si sono registrati, in Basilicata (+13%) in Piemonte (+10%), in Emilia Romagna (+9%), in Campania (+7%), in Puglia (+5%) e in Toscana (+3%). In termini di introiti, invece, l’incremento massimo è stato per il Piemonte (+61%), seguito da Basilicata (+37%), Puglia (+44%), Toscana (+19%), Campania (+13% gli introiti) ed Emilia Romagna (+11%).
I dieci luoghi della cultura più visitati nel 2015 sono stati: il Colosseo (6.551.046 visitatori); gli Scavi di Pompei (2.934.010); gli Uffizi (1.971.596); le Gallerie dell’Accademia di Firenze (1.415.397); Castel S.Angelo (1.047.326); il Circuito Museale Boboli e Argenti (863.535); il Museo Egizio di Torino (757.961); la Venaria Reale (555.307), la Galleria Borghese (506.442); la Reggia di Caserta (497.158). Tra i primi dieci siti, l’unico a far segnare un dato inferiore al 2014 è la Venaria Reale (-4%), nonostante il grande dato del Museo Egizio di Torino (+33%). Il sito reale dei Savoia è incalzato dal più importante vanvitelliano dei Borbone (+16%), che riduce lo scarto da 145.198 a 58.149 visitatori.
A seguire, Villa D’Este (439.468), la Galleria Palatina di Firenze (423.482), il Cenacolo Vinciano (420.333), il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (364.297), il Museo Nazionale Romano 356.345), gli Scavi di Ercolano (352.365), le Cappelle Medicee (321.043), gli Scavi di Ostia Antica (320.696), il Polo Reale di Torino (307.357), Paestum (300.347), il Museo Archeologico di Venezia (298.380) e le Gallerie dell’Accademia di Venezia (289.323).
Tra i luoghi della cultura gratuiti primeggia il Pantheon che è stato visitato da un milione di persone in più rispetto allo scorso anno; a seguire il Parco di Capodimonte e il Parco del Castello di Miramare di Trieste.
Nei dati non sono riportati il risultati di Sicilia, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige, regioni a statuto speciale (ma lo sono anche la Sardegna e il Friuli V.G.) che gestiscono autonomamente i beni culturali.
“Quello che si è appena concluso – ha detto Franceschini – è stato l’anno d’oro dei musei italiani. Circa 43 milioni di persone hanno visitato i luoghi della cultura statali generando incassi per circa 155milioni€ che torneranno interamente ai musei attraverso un sistema premiale che favorisce le migliori gestioni e garantisce le piccole realtà. Per la storia del nostro Paese è il miglior risultato di sempre, un record assoluto per i musei italiani, – ha aggiunto Franceschini – e anche rispetto al 2014, anno in cui si erano registrati numeri erano molto positivi, la crescita dei visitatori e degli incassi è significativa: +6% i visitatori (pari a circa +2,5milioni); +14% gli incassi (pari a circa +20milioni€); +4% gli ingressi gratuiti (pari a circa +900mila). E non siamo in presenza di una tendenza internazionale, anzi siamo in controtendenza se si guarda ai dati usciti sulla stampa estera oggi. In Italia, grazie anche alle nuove politiche di valorizzazione, prime fra tutte le domeniche gratuite, gli italiani sono tornati a vivere i propri musei. Un riavvicinamento al patrimonio culturale – conclude Franceschini – che educa, arricchisce e rende consapevoli i cittadini della magnifica storia dei propri territori”.
Striscione contro De Laurentiis. Ma il vero fondatore del Napoli non è Ascarelli.
Angelo Forgione – La Curva B dello stadio San Paolo risponde al presidente Aurelio De Laurentiis sulla fondazione del Napoli. Nella partita di Europa League contro il Midtylland, esposto un vistoso striscione: «1 agosto 1926 Onore al vero fondatore Giorgio Ascarelli».
Il primo presidente, però, è Emilio Reale, che cedette la carica ad Giorgio Ascarelli nel 1925. Il fatto è che, come ho più volte evidenziato e pure scritto in Dov’è la Vittoria, il Napoli non è nato nell’estate del 1926 ma in quella del 1922, quando si realizzò la fusione tra Naples Foot-Ball Club e l’U.S. Internazionale Napoli e si costituì l’Internaples Foot-Ball Club, che scelse il colore azzurro. Nel 1925, Emilio Reale cedette la presidenza al facoltoso commerciante Giorgio Ascarelli, capace di garantire sicurezza al club. Quella squadra, in cui già giocava l’idolo Attila Sallustro, militava nella Lega Sud della Prima Divisione Nazionale, divisa appunto in due competizioni distinte del Nord e del Sud.
Nell’estate del 1926, il regime fascista, impegnato nel processo di “nazionalizzazione”, sancì l’unificazione delle leghe Nord e Sud in un’unica ‘Divisione Nazionale’, non potendo consentire che il Calcio italiano restasse spaccato e mostrasse disgregazione sociale. Fu quindi deciso che città come Napoli e Roma dovessero confrontarsi con Milano, Torino e Genova. Ma Mussolini non gradiva gli inglesismi, e il termine “Internazionale” ricordava l’Internazionale comunista, avversaria politica del Fascismo. Il presidente Ascarelli, di origine ebraica, suggerì la più opportuna adozione del nome italiano della città:
«Pur grati a coloro che sono stati la nostra matrice, l’importanza del momento e la maggiore dignità cui il nostro sodalizio è chiamato mi suggeriscono un nome nuovo, nuovo e antico come la terra che ci tiene, un nome che racchiude in sé tutto il cuore della città alla quale siamo riconoscenti per averci dato natali, lavoro e ricchezza. Io propongo che l’Internaples Foot-Ball Club da oggi in poi, e per sempre, si chiami Associazione Calcio Napoli».
In agosto, l’assemblea dei soci formalizzò semplicemente un cambio di nome di una società che esisteva dal 1922: da Internaples Foot-Ball Club ad Associazione Calcio Napoli. Il 2 agosto, la Commissione di Riforma dell’ordinamento della Federazione emanò ufficialmente la ‘Carta di Viareggio’, con cui nacque il campionato unito, e il 3 agosto l’A.C. Napoli ottenne l’affiliazione alla Lega Nazionale, presentandosi con un nuovo simbolo: il Corsiero del Sole, un cavallo rampante e sfrenato, emblema della città capitale dal XIII secolo. Esisteva già il sodalizio, esisteva già la maglia azzurra, esisteva già la rosa con Attila Sallustro, esisteva già un nome inglese, che fu semplicemente cambiato e italianizzato, accostato al simbolo del Corsiero del Sole. Non nacque nulla di nuovo. L’Internaples era nato nell’agosto del 1922. Il Napoli italianizzato nel nome aveva già 4 anni.
I risultati fallimentari della stagione (solo 1 punto in classifica) avrebbero trasformato il cavallo rampante in ciuccio malandato. Nel 1964, l’Associazione Calcio Napoli cambiò ancora denominazione, divenendo la Società Sportiva Calcio Napoli.
Piazza Plebiscito, roba da svizzeri
Angelo Forgione – La presenza dei nazionali svizzeri a Napoli è testimonianza storica di intense relazioni intrecciate dal Quattrocento fino a qualche decennio fa. Nel secondo Novecento i napoletani hanno iniziato a lasciare la propria terra per i territori del Nord-Italia e oltre, Svizzera compresa, con il sogno di una vita migliore, ma nei secoli precedenti era stata Napoli a rappresentare un approdo dinamico per chi cercava opportunità di lavoro più appaganti. Ginevra, Neuchâtel e Zurigo erano all’epoca il motore migratorio del territorio elvetico, come oggi lo è Napoli, che invece sprigionò, fino all’Unità d’Italia, grande capacità attrattiva anche nei confronti dei germanofoni e dei francofoni. Nella capitale del Regno delle Due Sicilie quella svizzera era tra le più numerose comunità straniere: Caflish, Meuricoffre, Egg, Wenner, Schlaepfer, Vonwiller, Corradini, Zollinger, Meyer, Von Arx, tanto per citare le più rappresentative famiglie scese nella Napoli borbonica, dove tra l’altro erano di stanza i reggimenti svizzeri al servizio dei Borbone, fedeli alla Casa Reale fino al 1861. Rimase in piedi fino al 1984 la Scuola svizzera, istituita in forma di centro educativo nel 1811, chiusa per mancanza di alunni.
Singolare la storia della pasta Vojello, nata dalla conversione all’arte della pasta di August von Wittel, un progettista di Thun chiamato sotto il Vesuvio da Ferdinando II per la realizzazione della prima linea ferroviaria italiana, la Napoli-Portici (approfondimenti su Made in Naples, Magenes 2013). Ma forse la curiosità maggiore sta nella realizzazione della piazza simbolo di Napoli: i due edifici monumentali dirempettai del largo di Palazzo sono “made in Suisse”. Già, perché il Palazzo Reale fu realizzato dall’architetto ticinese Domenico Fontana, nato a Melide nel 1543, che nel 1593 ricevette dal vicerè Fernando Ruiz de Castro, VI conte di Lemos, l’incarico di “cambiare il volto di Napoli”, seconda città dell’Impero di Spagna dopo Madrid e prima per popolazione, in vista della visita del Re Filippo III (che però non avvenne mai). La costruzione fu completata nel 1620 nelle sembianze che poi sarebbero mutate definitivamente nell’Ottocento, e sostituì la precedente residenza vicereale fatta edificare cinquant’anni prima dal viceré Don Pedro de Toledo, al culmine della strada da quest’ultimo aperta. Ed è ticinese anche la firma alla Basilica di San Francesco di Paola, dell’architetto Pietro Bianchi da Lugano, incaricato da Ferdinando I di Borbone di realizzare un edificio sacro per assolvere un voto di riconoscenza per la riconquista del Regno dopo il Congresso di Vienna. Inaugurata il 30 maggio del 1831, la chiesa in stile neoclassico fu compiuta definitivamente nel 1836, testimoniando al mondo l’importanza universale degli scavi di Pompei, Ercolano, Oplonti e Stabia. Ma neanche i napoletani avrebbero mai immaginato che quel ponte urbanistico tra il Seicento e l’Ottocento che avrebbe separato i due lati del celebre slargo avrebbe portato da Fontana a Bianchi, da uno svizzero all’altro.
A Napoli e Capri i due parchi più belli d’Italia 2014
Ufficiali i nomi dei vincitori della XII edizione del concorso che premia le bellezze verdi italiane. Un inizio di stagione davvero invidiabile per i due Parchi “vicini di casa” vincitori del concorso “Il Parco più Bello d’Italia”, che da oltre dieci anni è promotore di un turismo verde alla scoperta dei gioielli del patrimonio paesaggistico e botanico italiano.
Quest’anno il Comitato Scientifico ha voluto premiare due gioielli naturalistici di ineguagliabile bellezza con l’intento che possano fare da volano alla rivalutazione di tutto il comprensorio. Si tratta del Real Bosco di Capodimonte a Napoli (categoria Parchi Pubblici) e la Villa San Michele a Capri (categoria Parchi Privati). Due parchi che distano solo quaranta chilometri uno dall’altro ed impreziosiscono la città di Napoli dai due poli opposti, in un abbraccio verde di invidiabile bellezza: il Real Bosco di Capodimonte, adagiato su una collina ai margini della città, un parco storico e botanico di grandissimo interesse gestito dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo; Villa San Michele, piccolo gioiello botanico, architettonico ed artistico, eclettico e rigoglioso, affacciato sul Golfo e amministrato dalla Fondazione Axel Munthe.
Per la selezione dei vincitori il Comitato Scientifico ha valutato i seguenti parametri: l’interesse botanico e storico-artistico, lo stato di conservazione, gli aspetti connessi con la gestione e la manutenzione, l’accessibilità, la presenza di servizi, le relazioni con il pubblico e la promozione turistica.
Logo per la Città Metropolitana? La storia vuole il “Corsiero del Sole”.
Angelo Forgione –
Il Consiglio Metropolitano di Napoli, assemblea presieduta dal Sindaco Luigi de Magistris, si prepara a lanciare un “Concorso di idee per l’ideazione di un’immagine logo della Città Metropolitana di Napoli”. Interessante atto di indirizzo, ma in fase di proposta e scelta non si potrà dimenticare che l’area metropolitana di Napoli il suo simbolo ce l’ha già, è scolpito nella Storia. Si tratta dal “Corsiero del Sole”, il cavallo imbizzarrito che dal XIII secolo identifica Napoli e, soprattutto, l’indomito e fiero popolo napoletano. La storia è leggendaria e risale al 1253, alla conquista della città da parte di Corrado IV di Hohenstaufen, figlio di Federico II. I napoletani si opposero strenuamente trincerandosi dentro le mura e lo svevo dovette aprirsi un varco sotterraneo. Entrò, vinse e volle dimostrare di aver domato il popolo partenopeo
facendo mettere un morso in bocca alla colossale statua del “Corsiero del Sole”, un cavallo imbizzarrito di bronzo posto su un alto piedistallo marmoreo. Il manufatto, purtroppo, fu poi fuso nel 1322 perché si credeva portatore di stregoneria, ma il cavallo inalberato rimase per secoli il simbolo della città e dell’intero suo Regno, fino all’Unità. Lo troviamo ancora oggi nelle decorazioni delle regge (basta alzare gli occhi nelle stanze reali della Reggia di Caserta così come nello scalone di Palazzo Reale) e pure nelle Chiavi della Città, a Palazzo
San Giacomo. Il Regno d’Italia ne decretò il declassamento a emblema dell’ente della Provincia di Napoli, oggi soppressa dalla riforma degli enti locali. Ora potrebbe e dovrebbe lasciare il piccolo recinto per tornare a galoppare in uno spazio più adeguato.
Non c’è altro simbolo che possa rappresentare la resistenza dei napoletani. Non c’è altro emblema che possa essere adottato, in chiave sia pur stilisticamente moderna, per la Città Metropolitana di Napoli. Il bando del concorso non potrà non fissarlo come coditio sine qua non.
Il restauro (inutile) dei monumenti equestri al Plebiscito
Angelo Forgione – I timori che nutrivo alla lettura del progetto di restauro dei monumenti equesti al Plebiscito erano fondati. Era in corso un vivace scambio di battute a La Radiazza, su Radio Marte, tra Francesco Borrelli e una dipendente della ditta “TecniKos restauro”, che sta operando al restauro, quando quest’ultima, infastidita dalle polemiche sulla lentezza del lavoro agitate dal programma radiofonico, ha chiesto di impegnarsi invece in una battaglia per l’installazione di adeguate recinzioni. Ed è proprio ciò che sto sollecitando da anni, cioè da quando la II Municipalità ha operato il ripristino delle statue di Dante e di Paolo Emilio Imbriani, attorno le quali sono state installate delle recinzioni non invasive che si sono rivelate il miglior deterrente contro i malintenzionati privi di sensibilità culturale, i quali con troppa facilità deturpano i preziosi monumenti della città.
La richiesta fatta dalla restauratrice evidenzia il problema serio che si ripresenterà a restauro completato: l’immediata ricomparsa di nuove scritte sui basamenti, di cui la ditta stessa è consapevole. Il progetto, infatti, prevede una “protezione e integrazione cromatica” con un protettivo per le parti lapidee a base di polimeri paraffinici per garantire una piu agevole pulitura in seguito, ma lascia comunque esposte tali parti e facilmente raggiungibili dai ‘vandali’. Peraltro, al punto 4 relativo alle “raccomandazioni e interventi di manutenzioni”, si legge che “completato il restauro, nasce l’esigenza di garantire un servizio regolare di controllo e di manutenzione necessario alla conservazione dell’opera restaurata […]“.
Dunque, la ditta operante sa benissimo che, senza una recinzione adeguata, i monumenti e tutto l’emiciclo saranno di nuovo imbrattati dai ragazzi presenti in zona, i cui comportamenti sono stranoti. Nella sezione “Integrazione al progetto”, si legge appunto che è previsto “il monitoraggio dello stato di conservazione del bene restaurato per sei mesi”, periodo durante il quale saranno rimosse le scritte vandaliche apposte, e che nei sei mesi successivi si potrà valutare una proroga dei tempi manutentivi, di sei mesi in sei mesi. Ciò conferma la consapevolezza dell’altissimo rischio di recidiva, fenomeno che altrove, con una buona recinzione, si è evidentemente azzerato.
Voci di corridoio dicono che sia la Sovrintendenza a impedire l’installazione delle recinzioni, che, se fatte con criterio e ricercatezza stilistica, non pregiudicherebbero in nessun modo l’opera. Non trascurabile, inoltre, il fatto che nel progetto non si fa menzione neanche del ripristino dei leggii posti alle spalle dei monumenti, il che vorrebbe dire che i cittadini più “distratti” continuerebbero a non capire l’identità e il significato dei soggetti borbonici raffigurati in livrea romana, nonché la stessa fattura dei monumenti e il contesto storico-artistico (neoclassico; ndr) in cui furono realizzati, sulla scia della scoperta delle antiche città vesuviane sepolte dall’eruzione del 79 dC.
Saranno soldi spesi bene?
Crollo Galleria Umberto I non casuale e non isolato
La lunga lista dei momumenti di Napoli che crollano. E l’Unesco aspetta.
Angelo Forgione – Napoli crolla. E non ce ne accorgiamo solo oggi che un ragazzo di quattordici anni è finito sotto i calcinacci della Galleria Umberto I. L’incuria e l’imperizia hanno aggiunto degrado a degrado. Monumenti, palazzi, alberi, lampioni… La mancanza di manutenzione e, soprattutto, di una cultura del decoro e della conservazione dei beni sta presentando il conto da qualche tempo.
Dopo decenni è arrivato il momento del dramma monumentale per il Centro Storico di Napoli, il più esteso d’Europa, e per tutto quello che gli gravita attorno. L’Unesco lo sa benissimo da tempo, e perciò ha deciso di stanziare un bel gruzzolo di euro per riqualificare il cuore di Napoli e non perdere tutto l’antichissimo patrimonio artistico e storico che custodisce. Da Parigi c’è l’attenzione ma a Napoli manca ancora l’azione, che si perde tra ipotesi, dibattiti, progetti e liti tra Comune e Soprintendenza, che non riescono neanche a far rigar dritto i privati. Ma mentre il medico studia il malato muore. Chiese, palazzi storici e monumenti vari sono già coinvolti nella stagione dei crolli, che è iniziata da tempo. Camminare per Napoli, se i cornicioni non mettono a rischio la vita, è una tristezza infinita. Gran parte dei monumenti e degli edifici storici di Napoli sono imbragati, in attesa del miracolo finanziario. E I “visitatori” più assidui sono diventati i Vigili del Fuoco, pronti a intervenire per spicconare e piazzare reti e teloni di contenimento. Basta alzare lo sguardo e se ne vedono ovunque: Galleria Umberto I, Galleria Principe di Napoli, facciata laterale del San Carlo su piazza Trieste e Trento, Palazzo Salerno, Guglia dell’Immacolata, Guglia di Santa Maria di Portosalvo, Basilica di Capodimonte, Complesso monumentale dei Girolamini, Ponte di Chiaia, Cassa Armonica della Villa Comunale, cortili interni di Palazzo Reale ed edifici nei Decumani. Sono solo alcuni degli sbriciolamenti della storia e della cultura in corso. Senza contare il cedimento del palazzo ottocentesco Guevara di Bovino alla Riviera di Chiaia. E meno male che alla Basilica di San Francesco di Paola sono iniziati i lavori di restauro. Inevitabili dopo la caduta dei calcinacci del porticato. Tutti sapevano che la Galleria Umberto I sputava pezzi su ogni versante da dieci anni almeno. Prima o poi qualcuno ci sarebbe finito sotto. Ma il problema non è circoscritto. Crollano Pompei e la Reggia di Caserta, e non ci vuole molto a capire che la crisi per un’area antichissima come quella napoletana è di sistema.
Alfonso d’Aragona perde anche l’anulare. Pallonata o restauro?
Angelo Forgione – Un altro dito, di quelli che già furono riattaccati in passato, è stato di nuovo staccato dalla mano della statua di Alfonso d’Aragona sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli (nella foto di Antonio Cangiano), e non si sa se sia accaduto per l’ennesima pallonata o per metterlo in sicurezza in vista del prossimo restauro. Nel settembre 2011, infatti, la Soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici per Napoli e Provincia, con il protocollo n. 21923, mi comunicò che le altre due dita mancanti erano in possesso dei restauratori e che, nell’ambito del restauro della facciata di Palazzo Reale, era previsto il ripristino dell’opera e il recupero di tutte le otto statue. La Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Campania ha formalizzato l’assegnazione del bando di gara lo scorso febbraio ed è
quindi plausibile che i tecnici abbiano verificato la precarietà del pezzo e l’abbiamo riposto in laboratorio. È importante sapere se sia così, e in ogni caso è necessario intavolare già da ora un serio dibattito sulla conservazione dei luoghi, visto che la dirimpettaia basilica di San Francesco di Paola è già oggetto di deturpazioni dei marmi in corso di restauro.







