1912, la (finta) riforma pro-Sud che rischia di far sparire la Juventus

Angelo Forgione – Il campionato italiano nasce nel 1898, ma non può definirsi tale. È in realtà un torneo “industriale”, riservato a squadre di Piemonte e Liguria, e poi di Lombardia, ben presto allargato anche ad Emilia Romagna e Veneto, giusto per sottolineare anche con la nuova moda sportiva di fine Ottocento che l’Italia che conta non va più giù. Solo squadre del Nord progressista, dunque, nonostante l’interessamento al Calcio di nuovi sodalizi meridionali, costretti a cimentarsi nei tornei organizzati dai magnati inglesi che sfruttano i porti tirrenici della Penisola nella rotta del thé verso il Canale di Suez.
Ma i club del Sud vogliono crescere, e per farlo necessitano di misurarsi col Calcio più ricco. Quelli del Nord non ci pensano proprio a salire su un treno per andare a giocare nell’altra Italia. La Nazione, però, è formalmente unita da un cinquantennio, e una parvenza di coesione sportiva bisogna pur darla. Le proteste meridionali crescono, sono più che legittime e si fanno vibranti. Il rappresentante dell’Unione Sportiva Internazionale Napoli, Mario Hector Bayon, si presenta in una accesissima assemblea federale per chiedere aiuto alla FIGC e pronuncia una calorosa difesa dei Calcio meridionale con cui strappa prolungati applausi. Ci pensano i consiglieri federali Emilio Valvassori e Luigi Faroppa a mettere tutti d’accordo con una riforma con cui si istituiscono due raggruppamenti territoriali: uno del Nord, con Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia e Veneto, e uno del Centro-Sud, con Toscana, Lazio e Campania; tutto il resto, escluso. Le vincitrici dei due raggruppamenti si affronteranno in una finalissima che designerà la squadra campione d’Italia. In realtà la FIGC è ben conscia dell’abissale divario esistente tra le formazioni del Centro-Sud e quelle del Nord, sa che il divario non può colmarsi senza una vera fusione e sa benissimo che le finalissime assumeranno un valore pro forma senza alcun significato tecnico-agonistico. La vera attesa finale del campionato italiano sarà la partita che designerà la vincitrice del torneo settentrionale. E infatti, quando nel 1915 il campionato sarà sospeso per lo scoppio della guerra, lo scudetto sarà assegnato all’Inter perché in testa al Girone Nord.
Tutto risolto? Niente affatto, perché con la riforma ‘Valvassori-Faroppa’ viene introdotto anche il titolo sportivo, ovvero il meccanismo di promozioni e retrocessioni. Non solo per vincere, ora bisogna lottare anche per salvarsi. Ci va di mezzo la Juventus, che non è ancora la Juventus che conosciamo, ben lontana della proprietà della famiglia Agnelli e in cattive condizioni economiche. È un club piombato nella mediocrità dal 1906, anno in cui alcuni soci fondatori sono fuoriusciti per fondare il Torino. La squadra bianconera finisce ultima nel girone piemontese, vinto dai fortissimi campioni della Pro Vercelli, ed è la prima condannata alla retrocessione in seconda categoria (insieme al Modena e alla Libertas Milano). Il giocattolo dei giovani studenti del Liceo classico D’Azeglio di Torino sta per rompersi. Una prima assemblea societaria si chiude con l’intervento dei Regi Carabinieri, chiamati a sedare una rissa fra dissidenti che, in caso di retrocessione, minacciano di non finanziare la squadra e destinarla al fallimento. I soci fondatori convocano una seconda assemblea per ratificare lo scioglimento della società, alla quale si presenta in extremis anche il trafelato ingegner Umberto Malvano per annunciare un insperato ripescaggio. Ha lavorato di “diplomazia” con l’amico Giovanni Mauro, presidente del comitato regionale lombardo e, soprattutto, col fratello Francesco che della FIGC è reggente (in futuro sarà anche presidente). Insieme hanno trovato l’italianissima soluzione: sfruttando i posti liberati da alcune fusioni di squadre lombarde, la Juventus di Torino, Piemonte, viene trasformata provvisoriamente in squadra lombarda e inserita nel girone della Lombardia per essere ripescata e salvata dalla prematura fine della sua storia.
La vera unione calcistica delle due Italie perdura per altri anni ancora, passando per lo scisma del 1921-22 dettato dalla volontà dei grandi club del Nord di estromettere dalla competizione tutti gli altri, cioè il resto d’Italia.
Solo con la Carta di Viareggio del 1926, con l’irruzione nel Calcio del regime fascista, si abolisce la riforma di facciata e parte un vero campionato italiano. È l’anno di nascita ufficiale del Napoli, che in realtà esiste dal 1922, (fusione tra il Naples Football Club e l’U.S. Internazionale Napoli) e cambia semplicemente denominazione sociale per compiacere il nazionalismo di quel Regime che lo butta nella mischia insieme al Calcio romano: da Foot Ball Club Internaples ad Associazione Calcio Napoli. Il Nord, dopo 26 scudetti acquisiti, cessa di avere l’esclusiva e, pur protestando animatamente, deve obbedire alle volontà superiori che procurano non pochi fastidi a chi fin lì ha monopolizzato il Giuoco. La Juventus è ora scudettata, risanata e rafforzata da Edoardo Agnelli, che ha portato in dote i capitali della Fiat ed è pronto a conseguire il suo ciclo vincente: 6 scudetti, di cui 5 di fila, con cui la cultura industriale pone fine al grande Calcio amatoriale delle polisportive piemontesi. Parte da qui la costruzione del palmarès, il più prestigioso d’Italia, di un club che nel 1913 è stato a un passo dalla sparizione.

approfondimenti in Dov’è la Vittoria (Magenes, 2015)

juventus

Per il TG5, Napoli volto peggiore in cui l’Italia sguazza

Angelo ForgioneL’estate 2015 passa alla storia per il funerale del gran padrino della famiglia Casamonica di Roma. Le parole confuse per raccontare una vicenda dai contorni precisi si sono sprecate, fino a giungere a un formidabile servizio dell’edizione serale del TG5 del 22 agosto (guarda al minuto 0:01:45), in cui, a margine della vicenda, si è voluto evidenziare in modo forzato e scorretto quanto l’Italia alla napoletana faccia male all’immagine del Paese all’estero. Un servizio corretto nell’impostazione di base ma condannabile nel metodo comunicativo. «Nessuno come noi italiani è bravo a farsi del male», annuncia il mezzobusto Alberto Bilà per lanciare il contributo di Carmelo Luciano, il quale mette in fila una sequela di immagini con un chiaro riferimento negativo: Napoli. Dalla comicità di Caccamo e Tafazzi alla drammaticità degli spaghetti con pistola di una famosa copertina di Der Spiegel, passando per Pulcinella mandolinista nel centro di Napoli, il “vigliacchetto” comandante Schettino da Piano di Sorrento che fa affondare la nave e gli sfaticati dipendenti degli scavi di Pompei che sbarrano cancelli ai turisti. Questo, e solo questo, è quello che l’autore del servizio mette insieme per descrivere il volto peggiore dell’Italia.
Per carità, c’è pure del vero in questo collage, ma la spasmodica ricerca di un bersaglio preciso è fin troppo subliminale per non essere percepito. Come se la Tangentopoli di Mani Pulite degli anni Novanta, i crac emiliani di Parmalat e le bande dell’Expo milanese, del MoSE veneziano e della mostruosamente costosa TAV centro-settentrionale non ci abbiano reso ridicoli agli occhi del mondo per l’altissimo tasso di corruzione (l’Italia è fanalino di coda per trasparenza tra i paesi membri dell’Unione Europea), al pari di quanto preso a campione e all’ingrosso, un tanto di luoghi comuni al chilo. Eppure è proprio Carmelo Luciano a dirci che «riusciamo a farci del male da soli, a dare fondo a tutti i luoghi comuni, le frasi fatte e le banalità sul carattere italiano che per gli stranieri è “spaghetti, pizza, mandolino e funiculì funiculà”». Sì, perché certi stereotipi sono stati diffusi dagli italiani prima ancora che dagli stranieri, sdoganati in modo capillare nell’era della televisione anche all’estero, là dove sono stati semplicemente presi in prestito all’occorrenza. Lamentarsene, ora, è inutile e tardivo.

Matteo Renzi e il disco rotto del piagnisteo. Vietato evidenziare il dramma Sud.

Angelo Forgione per napoli.comSia lodata la Svimez, ma ancor di più la Grecia in crisi. Che potesse divampare nuovamente la “Questione meridionale” sotto il solleone di Agosto, con la colonnina di mercurio sopra i 40 gradi, nessuno poteva prevederlo, perché da un buon decennio, freddo o caldo che facesse, tra l’abbondante demagogia leghista e la massiccia retorica delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, il problema Sud era di fatto scomparso dai temi del dibattito politico nazionale.
Sia chiaro che la Svimez non ha detto nulla di nuovo, perché sono anni che nei suoi periodici rapporti preconizza desertificazione industriale e umana al Sud, richiamando attenzione sulla povertà meridionale. Tutto ignorato e relegato a qualche articolo di giornale mai capace di “estorcere” un commento significativo da parte dei leaders dei Governi che si sono succeduti. C’è voluta la Grecia, c’è voluto il suo euro-referendum per fare lo sgambetto al presidente del Consiglio in carica; c’è voluto il dibattito sulla “Questione greca” che sta all’Europa come quella “meridionale” sta all’Italia. L’attenzione internazionale si è concentrata sul dramma economico ellenico e tutti hanno creduto che oltre quel fondo non si potesse scavare nell’Eurozona. E invece la Svimez, riesprimendo gli stessi dati degli anni scorsi, ha condito quanto già detto col riferimento greco, così riaprendo una ferita mai rimarginata. Tutti hanno finalmente e improvvisamente scoperto che esiste un peggio al peggio, che la Magna Grecia sta peggio della Grecia. Il meridionalismo intellettuale lo sapeva già, ma l’imbavagliamento di cui è oggetto non gli consente di diffondere ampiamente la propria voce. E, del resto, nulla hanno potuto neppure i Gramsci, i Salvemini, i Nitti, i Fortunato e tutti coloro che hanno denunciato a gran voce, anche in sede politica, le problematiche affiorate con la creazione del “triangolo industriale” negli anni seguenti l’unificazione nazionale.
Il Sud ha battuto un colpo, finalmente, e la “Questione meridionale” è tornata inaspettatamente sotto i riflettori. Ma al grido d’allarme della Svimez ha risposto la leggerezza interpretativa del premier Renzi, la stessa persona che lo scorso gennaio, con incredibile superficialità, disse al parlamento di Strasburgo che le famiglie italiane incalzate dalla povertà si stavano invece arricchendo. Ora, dal pulpito nipponico di Tokyo, il “rottamatore” della politica italiana ha tuonato: «Basta piagnistei sul Sud! Voler bene all’Italia è smettere di parlarne male. L’Italia, lo dicono i dati, è ripartita. È vero che il Sud cresce di meno e sicuramente il governo deve fare di più, ma basta piangersi addosso». Il Presidente del Consiglio ha chiesto dunque di nascondere sotto il tappeto la polvere, di celare il dramma meridionale, di non parlar male dell’Italia, come se questa fosse una. No, non lo è e non lo è mai stata. Esistono due diverse Italie: ce n’è una che rincorre la ripresa facendo leva su un’economia che si approssima all’Europa che conta e ce n’è un’altra che da un secolo e più è scivolata verso il baratro. C’è una parte del Paese con distretti che procedono come la Germania e un’altra che è in panne alla partenza.
“Piagnisteo”. È così che Renzi liquida la Questione. Se il Sud si fa ascoltare “chiagne”, e magari “fotte” pure. Per cui è meglio che la smetta e che non faccia fare brutta figura all’Italia sullo scenario internazionale, soprattutto a un premier che è in visita nel Paese della terza economia mondiale. Nel Calcio, tanto caro al Capo di Governo, qualcuno dice che l’attacco è la miglior difesa, e Renzi sembra proprio attuare tal teorema per respingere le accuse nei confronti di un Esecutivo, il suo (ma non solo il suo) che per il Mezzogiorno non ha fatto nulla se non arrecare ulteriori danni con continui tagli della spesa in conto capitale e degli investimenti statali. Proprio di tattica si tratta, perché il rifiuto del “piagnisteo”, cioè l’attacco a chi prova ad attaccare, è un classico della dialettica dell’ex sindaco di Firenze. Otto mesi fa, a novembre, era a Sidney, e dai microfoni australiani chiedeva all’Italia di smetterla di vivere nel piagnisteo. Un mese prima – era ottobre – diceva lo stesso nella sua città, durante le celebrazioni per i 150 anni delle Officine Galileo a Campi Bisenzio, ricordando che nel dopoguerra italiano nessuno si è abbandonato al piagnisteo e così l’Italia è ripartita. Inesatto, perché i “piagnistei” c’erano anche allora, ed erano meridionali, ma furono messi a tacere. Quell’Italia in ginocchio ripartì grazie agli aiuti stanziati dal Piano Marshall tra il 1948 e il 1951, con cui furono rimessi in piedi gli stabilimenti industriali del Nord-Italia. Stanziamenti predisposti dagli Stati Uniti con lo scopo recondito di demolire il comunismo italiano (sostenuto esternamente dal grande blocco sovietico), nell’ambito di un piano più ampio finalizzato ad ottenere liberalizzazioni commerciali in Europa per le multinazionali americane e acquisire forte influenza della politica statunitense su quella europea. Eppure il politico sindacalista pugliese Giuseppe Di Vittorio – e non solo lui – chiese di investire parte dei finanziamenti americani per un minimo sviluppo industriale nel Sud, colpito da distruzioni molto maggiori rispetto al Nord, ma trovò opposizione nell’imprenditoria settentrionale, guidata dal genovese Angelo Costa, presidente di Confindustria, che rifiutò con ormai cronico nordismo. Per l’imprenditore ligure era più conveniente trasferire manodopera al Settentrione che creare fabbriche nel Meridione. «E assurdo pensare che l’industria si localizzi nel Sud, è più conveniente trasferire la manodopera verso il Nord». Così disse Costa nel 1946, e non è un caso che l’attività di navigazione per passeggeri immediatamente dopo avviata abbia portato alla nascita del colosso italiano delle crociere, quelle dai fumaioli gialli e la C blu. I soldi del Piano Marshall furono profusi dal Governo italiano in grandissima parte nei territori d’Alta Italia, rivitalizzando il “triangolo industriale” e inaugurando la più massiccia emigrazione da Sud a Nord. È così che l’Italia spaccata è ripartita dopo la Guerra. Si trattò di ripartenza assistita grazie al gettito di capitali esterni, come l’Italia dovrebbe fare per il suo Sud. È se lo Stivale intero non riesce a volare in Europa è proprio perché quel gettito fu maldistribuito, ricreando un fallimentare modello di sviluppo e ricalcando il Paese proprio come la si era lasciato prima dei bombardamenti, con un Nord in progresso industriale e un Sud “destinato a funzionare da colonia d’America per le industrie del Nord”. Il virgolettato si riferisce alle parole pronunciate da Gaetano Salvemini nel 1911, in pieno cinquantenario dell’Unità. Era anche quello il “piagnisteo” di chi sapeva di cosa parlava.

Rapporto Svimez 2015: Sud-Italia peggio della Grecia

Angelo Forgione – Qualche settimana fa, in piena “Questione greca”, ebbi a scrivere che i meridionali d’Italia stavano anche peggio degli ellenici, e del resto bastava analizzare le annuali statistiche Eurostat circa il PIL pro-capite espresso in potere d’acquisto di più di 270 regioni degli stati membri dell’Unione Europea per capire che nel Sud-Italia vivono gli abitanti più poveri d’Europa. Ora arriva anche la Svimez ad allarmare sull’aggravarsi della “Questione meridionale” e a sottolineare che 1 cittadino meridionale su 3 è a rischio povertà (1 su 10 al Nord). “Dal 2000 al 2013 il Sud è cresciuto del 13%, la metà della Grecia che ha segnato +24%: oltre 40 punti percentuali in meno della media delle regioni Convergenza dell’Europa a 28 (+53,6%)”. Lo si legge nelle anticipazioni del Rapporto 2015 dell’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, che sottolinea anche come, nel periodo, l’Italia nel suo complesso sia stato il Paese con minore crescita dell’area euro con il +20,6% a fronte di una media del 37,3%.
Il rapporto, qualora ve ne fosse il bisogno, evidenzia anche che l’Italia è “un Paese diviso e diseguale, dove il Sud è la deriva e scivola sempre più nell’arretramento: nel 2014 per il settimo anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno è ancora negativo (-1,3%) e il Pil pro capite tra Centro-Nord e Sud nel 2014 ha toccato il punto più basso degli ultimi 15 anni, con il 53,7%”. Nel rapporto si rileva il crollo dei consumi, la caduta degli investimenti e il taglio della spesa in conto capitale a danno del Sud. Allarmante il dato delle nascite in quello che una volta era il territorio serbatoio del ricambio generazionale.
Nel 2014 il numero dei nati nel Mezzogiorno, così come nell’Italia nel suo complesso, ha toccato il valore più basso dall’Unità d’Italia: 174 mila”.
Le catastrofiche previsioni avanzate, dalla desertificazione umana a quella industriale, sono semplicemente una reiterazione di quanto già prefigurato nelle precedenti edizioni del Rapporto. Il Sud continua a funzionare da colonia per le industrie del Nord. Lo disse già nel 1911 Gaetano Salvemini, interrogandosi sul senso dell’Unità. Un quesito che continua a non avere risposta.

Daverio: «È giunto il momento per risarcire la Campania»

Angelo Forgione – Philippe Daverio torna a parlare delle ricchezze culturali della Campania e del Sud, e lo fa dalle pagine del Corriere del Mezzogiorno, intervistato da Stefano De Stefano. «Un piano Marshall europeo per i beni culturali della Campania». Questa la richiesta avanzata, che non è dell’ultim’ora, visto che il critico d’arte alsaziano l’ha lanciata con forte polemica nel giugno 2013, in occasione della sua visita alla Reggia di Caserta e alla Real Tenuta di Carditello (video in basso). Ora, però, Daverio suggerisce alla nuova giunta regionale la costituzione di una task force coordinata che vada a Bruxelles per porre con forza la questione di massicci investimenti della Comunità europea destinati soprattutto alla tutela strutturale.
«La forbice fra la ricchezza strutturale presente su questo territorio e le capacità di garantirne una giusta manutenzione e valorizzazione è troppo ampia, come del resto un po’ in tutta Italia, incolmabile con le risorse ordinarie attualmente a disposizione. Ma l’Europa – spiega  Daverio – deve moltissimo alla cultura napoletana, basti pensare al ruolo delle scoperte settecentesche di Ercolano e Pompei che hanno consentito la nascita del Neoclassicismo e l’affermarsi di pittori come David. E’ giunto il momento quindi per risarcire questa terra, un po’ come il nipote diventato ricco che sostiene il vecchio nonno da cui ha appreso tanto ma che ora è un po’ malmesso».
Daverio chiede aiuto all’Europa ben sapendo che i monumenti della Campania e del Sud in generale crollano perché potenti simboli di un passato trascurato e da trascurare. Dalle pagine de Il Mattino del 14 aprile 2013 fu proprio lui a dire che “Caserta con la sua reggia è un simbolo potentissimo, ed anche per questo c’è una sorta di accanimento contro di essa”. E sa benissimo che la tutela del patrimonio meridionale, a partire dagli scavi vesuviani, è al di sopra delle possibilità dello Stato italiano, da lui definito “un fallimento“. E forse anche al di sopra delle volontà, se è vero che di Napoli e del Sud, per Daverio, non importa niente a nessuno.

‘Dov’è la Vittoria’ a “Si Gonfia la Rete”

Dalla trasmissione Si Gonfia la Rete su Radio CRC del 13 luglio, due chiacchiere sul libro Dov’è la Vittoria e sul nuovo Napoli di Sarri che inizia a prendere forma.

La condanna della Magna Grecia

Angelo Forgione – Qualcuno si sta accorgendo che non esiste solo il problema della Grecia nell’eurozona e che Il Sud-Italia sta nelle stesse condizioni di povertà. Non è esattamente così. Il Sud-Italia sta peggio della Grecia. Sta peggio perché i suoi livelli di reddito sono anche più bassi, seppur di poco, di quelli ellenici… perché è territorio di mafie, vero sistema economico che condanna la speranza, che in Grecia non ci sono… e perché è un’area che da sempre funge da mercato di sbocco per le merci del Nord, mentre la Grecia non presenta un divario interno come quello italiano.
Insomma, il problema greco è al centro dell’attenzione internazionale e il governo locale stimola una politica responsabile contro le banche, ma in Europa c’è un problema altrettanto grande – se non di più – di cui nessuno parla e che i meridionali sono condannati a subire. Il fatto è che il Mezzogiorno non è uno stato sovrano e non può indire un referendum. La scomparsa dai temi del dibattito politico nazionale della ‘Questione meridionale’, sostituita dalla propaganda leghista e dalla ‘centralità padana’, testimonia un dilagare della demagogia pagato a caro prezzo dai cittadini della Magna Grecia.

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Nel Sud-Italia gli abitanti più poveri d’Europa. E il divario col Nord si allarga.

Angelo Forgione – Le annuali statistiche Eurostat circa il PIL pro-capite espresso in potere d’acquisto di più di 270 regioni degli stati membri dell’Unione Europea indicano che Calabria, Sicilia, Puglia, Campania, Basilicata e Sardegna sono le più povere d’Italia ma anche tra le ultime d’Europa, meglio solo di alcune aree di Bulgaria, Romania, Ungheria e Polonia. Nei dati pubblicati a maggio 2015 (relativi al dato specifico del 2013) la Calabria, fanalino di coda nei confini nazionali, presenta un coefficiente di PIL pari al 57% della media degli stati membri, rispetto al 134% della Lombardia e al 99% dell’intera Italia.

pil_ue_ultimeIl Mezzogiorno si conferma la più arretrata delle macroaree nell’ambito dell’Eurozona, considerando la sua estensione e la sua popolosità, e i suoi abitanti sono i più poveri d’Europa, di un terzo al di sotto della media Ue, mentre i più ricchi sono i londinesi, tre volte più ricchi di un qualsiasi altro cittadino comunitario. L’area di Londra conferma un Pil pro capite espresso in parità di potere di acquisto pari al 325% della media Ue (26.600 euro all’anno nel 2013). La City è di fatto il più importante centro finanziario del mondo ed è tra le città-faro dell’economia internazionale. Alle spalle dell’area centrale di Londra figurano quelle di Lussemburgo, Bruxelles, Amburgo e Groningen, mentre non ci sono regioni italiane tra le prime 20. Tra le ultime 20, invece, figurano la Mayotte (dipartimento francese d’oltremare al largo del Madagascar) e, appunto, diverse regioni della Bulgaria, della Romania, dell’Ungheria e della Polonia.
divario_coloreI nuovi dati Eurostat confermano l’allargamento del divario tra il Nord e il Sud dell’Italia. Tra il 2012 e il 2013, il Pil pro-capite delle regioni del Nord Italia è rimasto sostanzialmente stabile (di circa un quarto superiore alla media Ue), mentre è calato significativamente nel Sud e nelle Isole (dove si attesta intorno al 63-64% della media Ue). La Calabria presenta un reddito medio pro-capite di 15.100 euro a fronte di una media del Nord-Ovest d’Italia di 33.000 euro, e di 31.000 nel Nord-Est. Le regioni del Nord, viaggiano a un PIL pressoché doppio, con Lombardia, Trentino Alto Adige (province autonome di Bolzano e Trento), Valle d’Aosta ed Emilia Romagna in testa. Significativo il dato del Lazio, immediatamente dietro alle capofila settentrionali e più avanti di Liguria, Veneto, Friuli e Piemonte.
Il grafico complessivo che riassume i divari interni in relazione alla soglia media di ricchezza evidenzia l’anomalia italiana nello scenario continentale, con una metà del Paese al di sopra e una metà al di sotto: sono il Nord e il Sud. Solo la Spagna si avvicina, ma con un range decisamente più ridotto. Non inganni il picco minimo della Francia: si tratta delle regioni d’oltremare: colonie… appunto. Come il Sud-Italia, zona in cui si estraggono e si raffinano grandi percentuali del fabbisogno nazionale di petrolio, benzina, gasolio e gas, ma con royalties assolutamente inique e senza una sensibile ricaduta virtuosa sul territorio di sfruttamento.

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105 anni di Alfa Romeo, cuore sportivo e cervello napoletano

Angelo Forgione – Era il 24 giugno 1910 e a Milano nasceva l’A.L.F.A., acronimo di “Anonima Lombarda Fabbrica Automobili”. Sono trascorsi 105 anni da quel giorno, anche se in realtà gli stabilimenti erano sorti nel 1906 sotto l’insegna della Società Anonima Italiana Darracq (SAID), sede produttiva italiana della casa francese di Alexandre Darracq. L’imprenditore transalpino aveva scelto Napoli come primo insediamento ma uno dei soci italiani, il milanese Ugo Stella, impose Portello, alle porte di Milano, in prossimità dei potenziali clienti e nel “triangolo industriale”, più vicino alla Francia, là dove si erano iniziate a concentrare l’offerta di lavoro e la conseguente immigrazione dalle altre zone del Paese. Nel 1909, Stella e i suoi consoci italiani fondarono una nuova società denominata A.L.F.A., inizialmente ancora in collaborazione con Darracq, estromesso un anno dopo, allorché iniziò la produzione del primo modello tutto milanese, la 24 HP. Ma l’azienda lombarda non avrebbe avuto lunga vita se non fosse intervenuto l’ingegnere napoletano Nicola Romeo da Sant’Antimo a salvarla dal fallimento nel 1915, quando ne fu nominato direttore dalla nuova proprietà, la Banca Italiana di Sconto, per poi diventare azionista nel 1918. Così l’A.L.F.A. divenne l’Alfa Romeo (clicca qui).
A 23 anni il giovane Nicola, classe 1876, si era laureato in ingegneria meccanica al Politecnico di Napoli (oggi Ignegneria), e se ne era andato a Liegi, in Belgio, per laurearsi anche in ingegneria elettromeccanica. Era rientrato che ne aveva 26, iniziando l’attività di rappresentanza per l’azienda britannica Blackwell, specializzata nella realizzazione di tranvie elettriche, introducendo in Italia dei sistemi all’avanguardia d’importazione. Nel 1906 si era messo in proprio e nel 1911 aveva fondato a Milano la società “Ing. Nicola Romeo & C.” per la produzione di macchinari per attività estrattiva e commercializzazione di materiali ferroviari provenienti dal Regno Unito e dagli USA. Grazie ai suoi contatti con l’estero, aveva ottenuto la licenza per la costruzione di camioncini di trasporto truppe militari dai vecchi “inquilini” di Portello della Darracq. Allo scoppio della Prima guerra mondiale, l’ingegnere aveva offerto allo Stato italiano i mezzi militari francesi a un prezzo davvero vantaggioso ma gli fu era stato detto che l’esercito acquistava solo prodotto nazionale, dove per nazionale si intendeva ovviamente del Nord-Italia, quello dell’industria assistita e privilegiata dalle scelte della nazione unita. Fiat e Ansaldo prosperavano grazie alle commesse e agli aiuti pubblici mentre al Sud l’apparato esistente vedeva il precoce tramonto. Per questo il geniale ingegnere napoletano aveva accettato di rilevare la fallimentare A.L.F.A., incapace di convertire la produzione per scopi militari.
Finita la guerra, le difficoltà dovute alla riconversione per la produzione civile furono superate con l’aiuto del “Consorzio sovvenzioni sui valori industriali” e la prima vera produzione in serie di automobili col marchio Alfa Romeo fu nel 1919, in concorrenza con la Fiat. La qualità era decisamente alta, apprezzata pure da Henry Ford, l’inventore della catena di montaggio, il quale, per esternare la sua ammirazione, dichiarò: «Quando vedo un’Alfa Romeo mi tolgo il cappello».
pomiglianoIl temerario ingegner Romeo cercò di fare impresa anche nel suo territorio di origine e nel 1926, a Pomigliano d’Arco, mise su la O.F.M., Officine Ferroviarie Meridionali, una fabbrica dove avviò la produzione di trattori, locomotive, aeroplani e idrovolanti militari e civili. Ma il crollo di Wall Street e la conseguente recessione mondiale portarono all’accumulo di debiti enormi sia per la O.F.M. (la Circumvesuviana ordinò stranamente grandi quantitativi alle officine di Reggio Emilia invece che a quelle di Pomigliano, come avvenuto in passato) che per l’Alfa Romeo, azienda senza una rete di concessionari che vendeva auto in un’italia senza autostrade e con la forte concorrenza della privilegiata Fiat. In soccorso delle aziende e delle banche a esse vincolate accorse Benito Mussolini, che, per proteggere l’economia del Nord Italia, aprì un paracadute statale con la nuova Sezione speciale autonoma del Consorzio per Sovvenzioni sui Valori Industriali, con cui, per la prima volta, un ente pubblico rilevò azioni delle imprese industriali in difficoltà, tra cui l’Alfa Romeo, colpita dal tracollo della Banca Italiana di Sconto e rilevata dalla Banca Nazionale di Credito. Nicola Romeo fu affiancato da Pasquale Gallo, uomo di fiducia della nuova maggioranza, con cui entrò in conflitto, per essere poi estromesso nel 1928 e costretto a dedicarsi, negli ultimi anni della sua vita, allo sviluppo di alcune piccole linee ferroviarie nel Meridione di sua proprietà.
Nel 1933 il regime fascista creò l’IRI, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, col compito di finanziare il rilancio e di acquistare dagli istituti di credito le azioni delle imprese in difficoltà. Fu fatto a prezzi decisamente più alti dei valori effettivi, in modo da dare ossigeno sia alle banche che alle aziende. Lo Stato si accollò la crisi generale e la stessa Alfa Romeo diventò statale, cessando di rappresentare un serio pericolo per la Fiat. Nicola Romeo perse la sua creatura e morì logorato nel 1938 a Magreglio, sul lago di Como. Nonostante le sue automobili dal carattere sportivo fossero preferite alle più “semplici” Fiat dal Duce, gli interessi allacciati dal Regime fascista e da Giovanni Agnelli Senior erano talmente grandi che l’azienda milanese, anche se ormai di proprietà dello Stato, fu spodestata in alcune grandi forniture statali a beneficio dell’azienda torinese. Dopo la Seconda guerra mondiale l’indebitamento dell’Alfa Romeo divenne sempre più grave. Negli anni Ottanta fu consegnata proprio alla Fiat dal Governo Craxi e dall’IRI, guidato da Romano Prodi, il quale, tra le polemiche, ne impedì l’acquisto da parte della Ford, auspicato dagli operai meridionali ma tanto temuto da Gianni Agnelli junior (clicca qui). Storia dell’industria italiana, storia d’Italia.

Senza soldi non si cantano messe

Angelo Forgione – Il treno Carratelli è partito e mi ci aggancio in corsa. Quanto ha scritto su napoli.com (leggi) circa il Napoli “empolizzato” non fa una piega. “Senza risorse e senza alternative siamo una città morta e il calcio ne è l’inevitabile riflesso”, scrive il decano del giornalismo partenopeo, che conosce l’ambiente e tutto ciò che c’è, o meglio non c’è, attorno al pallone di casa Napoli. Ma i tifosi continuano a non voler andare oltre, a guardare l’azzurro coi paraocchi, perché quello che sta a destra e sinistra, ma anche dietro e oltre, sembra proprio non interessare a nessuno. Napoli è città stesa supina, dolorante, come un calciatore coi crampi, tanto per restare nella metafora calcistica, ma nessuno accorre a prestargli soccorso. Non c’è un euro, e quelli che potrebbero piovere dall’Unione Europea (100 milioni) per la riqualificazione del Centro Storico Unesco si rischia seriamente di perderli per immobilismo di Regione e Comune. 42 i milioni dei fondi già persi per il Porto di Napoli, che non è neanche elettrificato, il che significa che le navi sono costrette a tenere i motori accesi (e a inquinare l’aria) per continuare le attività vitali a bordo. Tutto o quasi è fermo, sospeso, come il destino di ogni cittadino napoletano che rischia ogni giorno di rimetterci la vita per un cornicione che si stacca da un monumento, per un tronco d’albero che collassa o un palo della luce che piomba sull’asfalto. Le grandi industrie mancano e non si riesce neanche a sfruttare la risorsa turistica, il vero oro sprecato. Ma i tifosi del Napoli proprio non lo vogliono capire che il calcio è un fenomeno industriale, che è uno “sport” che si addice alle città industriali, ed è in quelle che è nato. Ho scritto 350 pagine e passa di saggio (Dov’è la Vittoria) per dare degli strumenti di comprensione, per spiegare che Manchester, Liverpool, Barcellona, Monaco di Baviera, Torino e Milano, centri che esprimano più di una squadra e che ospitano club tra i più seguiti e vincenti del Vecchio Continente, sono cresciuti urbanisticamente ed economicamente con la loro industrializzazione massiccia e con i grossi flussi migratori che li hanno interessati. Non è sufficiente essere una città grande e popolosa (ma in fase di svuotamento) per pretendere di vincere ad ogni costo. La Champions League l’hanno vinta solo quattro capitali europee: Madrid, Lisbona, Amsterdam e Londra, quest’ultima una sola volta e solo recentemente, nel 2012, grazie agli investimenti russi, in una città che esprime ben 8 squadre.
Per vincere nel calcio c’è bisogno di un tessuto produttivo che generi opportunità e interessi capaci di attrarre capitali, e Napoli non ce l’ha. Gli Al-Thani, che ancora non hanno vinto in Europa, sono approdati a Parigi perché l’allora presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy firmò con loro un trattato fiscale molto vantaggioso per i residenti e gli investitori qatarioti sul territorio francese, che è divenuto per loro un paradiso fiscale. Da allora, tra Francia e Qatar intercorrono interessi in tema di turismo, aviazione, gas, petrolio, elettricità, infrastrutture, sicurezza del territorio e cooperazione scientifica. A Napoli sono in troppi convinti che se De Laurentiis si facesse da parte lascerebbe campo libero a investitori più forti. Chi sono? E dove sono? Non c’erano quando per una “manciata” di milioni di euro nessuno si fece vivo nel 2004, mentre Capitalia, in difesa dei suoi crediti, trovava prima Lotito per la Lazio e poi gli americani per la Roma, salvando due società ben più indebitate del Napoli. E quali interessi avrebbero da sfruttare i ricchi investitori internazionali alle falde del Vesuvio? Nessuno! Neanche sullo stadio da ristrutturare – avessi detto uno nuovo! – ci si riesce a mettere d’accordo. Non è che il Comune di Torino se la passi assai meglio di quello di Napoli, ma nel capoluogo piemontese certi interessi di matrice industriale e turistica hanno fatto sì che in un ventennio sorgessero di fatto tre stadi nuovi, mentre a Napoli il tempio del Calcio divorava enormi risorse comunali per la manutenzione ordinaria e straordinaria, sempre al limite dell’agibilità e della fruibilità, con la SSC Napoli a compartecipare alle spese di gestione.
Ma i tifosi del Napoli, imbattibili per passione, lo sono anche per convinzione (sbagliata) e sono persuasi in grandissima parte di supportare la squadra di una capitale del Calcio che vincerebbe e stravincerebbe se De Laurentiis la smettesse di fare l’imprenditore sbruffone a conduzione familiare. Al netto degli errori del patron azzurro, i paraocchi sono il vero limite di una tifoseria che dovrebbe dunque capire che Napoli è città invischiata nelle sabbie mobili del territorio più depresso dell’Eurozona e, in quanto tale, periferia del calcio. Eppure sempre in Europa da sei anni, eppure al posto 20 del ranking UEFA (seconda squadra italiana), eppure con lo sfizio di qualche coppetta nazionale portata in bacheca e strappata ai dominatori di sempre, quelli dell’industria per antonomasia. Ma veramente vogliamo pensare che la Napoli calcistica sia una realtà inespressa dal lontano 1926, e che solo nei 5 anni di Maradona, quando la politica democristiana lo volle in azzurro per dar sollievo alla Campania post-terremoto, abbia fatto il proprio dovere? Suvvia!
Non si può sognare la vittoria quando per due stagioni si resta senza la ghiotta fetta di introiti della Champions League. C’è ora solo da far quadrare i bilanci e programmare diversamente; non si può altrimenti, a meno che non si voglia avviare una nuova spirale negativa. È difficile digerirlo, certo, ma è la realtà, e chi non la guarda finisce nella zona d’ombra della frustrazione. In troppi ci sono già dentro da un bel pò.