––– scrittore e giornalista, opinionista, storicista, meridionalista, culturalmente unitarista ––– "Baciata da Dio, stuprata dall'uomo. È Napoli, sulla cui vita indago per parlare del mondo."
Si è tenuto negli studi dell’emittente campana Italiamia un dibattito a più voci sul meridionalismo e sulle condizioni del Sud a 155 anni dall’Unità d’Italia. La parte finale del talk-show ha riguardato l’analisi sulle condizioni attuali della nazione unita. L’Italia esiste o è solo un pezzo di Europa così nominato?
Angelo Forgione– Si è spento Renato de Falco (87), grande divulgatore della lingua napoletana, fin dal 1983 riconosciuto “il testimone del mutare di linguaggio e di costume di un popolo”. Negli anni Ottanta, in un momento di oscurantismo dialettale, la sua rubrica “Alfabeto Napoletano” sull’emittente Telelibera 63, sviscerando una parola alla volta, lo rese popolare al pubblico campano, aprendo la strada all’omonimo libro di successo. Finì con scriverne una trentina. Fece molto altro per rendere il napoletano meno vulnerabile, e per riabilitarlo nel futuro, mosso dal desiderio di arginare una certa censura. A quarant’anni si ritrovò ad un bivio: continuare la professione universitaria o approfondire le ricerche sul dialetto napoletano. Scelse la seconda, col rimpianto che lo accompagnò in seguito di aver cominciato tardi a fare ciò che gli piaceva. Di una cosa andò fiero: un pionieristico corso di napoletano tenuto al ‘Grenoble’, su idea di Jean-Noël Schifano, allora direttore dell’istituto francese di Napoli. E proprio a Schifano affido il ricordo di una persona che conosceva personalmente, lui che da de Falco ebbe in dono nel 1996 uno dei sui libri con questa dedica: “A Jean-Noël, da cui ho appreso una cosa che qui manca: ‘e llente ‘e Cavour“. Cioè, gli occhiali di Cavour, le manette. Una geniale espressione popolare post-risorgimentale, nascosta nelle pieghe della storia, che riassume la tragedia meridionale di un popolo che anche grazie al professor de Falco ha iniziato a riprendersi l’identità.
Lo ricordo, amici, come fosse ieri: un vulcano di parole, di storia delle parole e dei modi di dire attraverso i secoli fino ai nostri giorni… In uno dei suoi libri mi ha chiamato “Civis Neapolitanus”… Per me un vero battesimo da chi sapeva tutto il peso e la gloria e la bellezza di essere chiamato civis neapolitanus… Caro, caro Renato, sapevi quanto, più di vent’anni fa come ora, è importante per me fare insegnare la lingua napoletana (che affettuosamente – e naturalmente senza disprezzo – continuavi a chiamare dialetto, come dire una cosa, la lingua napoletana, tanto intima che si succhia con il latte della madre e rimane un modo segreto di conversare, inter nos, fino alle viscere…). Senza riferirmi a te, in un primo tempo, ho aperto lezioni di napoletano al ‘Grenoble’, con la condanna dei Napoletani benpensanti, cioè malpensanti, quelli della malaunità, e un articolo su due colonne nel Corriere del Mezzogiorno che mi intimava di fare insegnare solo il francese e non il dialetto, che per loro, malpensanti, non era che un susseguirsi di “parla bene” quando i loro figli avevano l’impudenza di parlare la lingua di Partenope tornando dalla scuola… Ho chiesto specificamente a Renato se poteva fare conferenze durante più mesi sulla storia delle parole napoletane. Ha chiamato i suoi interventi regolari e con grande e felice pubblico napoletano, francese, inglese, tedesco, spagnolo: Il romanzo delle parole. Che diventò, dal suo editore di cuore, Colonnese padre, un libro appassionante e che consiglierei a tutti di leggere – oltre i suoi diversi Vocabolari e Alfabeti napoletani…
Lo voglio ricordare, il grande Renato De Falco, come ad ogni incontro, sul marciapiedi, in libreria, nella sala delle conferenze dell’Istituto francese, durante i miei ricevimenti, tra salsicce e friarelli, babà e vino rosso o bianco frizzante di Gragnano, come ad ogni incontro assaporiva prima che uscissero dalle sue labbra le parole napoletane di cui aveva appena scoperto la vera origine e altri diversi sensi… Ne parlava con una vera voluttà, e ti faceva condividere schezando, e sempre di scienza sicura, di scienza linguistica virtuosa, direi, la voluttà profonda di sapere il napoletano e di essere Napoletani.
Quanto sono triste alla notizia della tua morte, caro Renato, quanto… Ti saluto con affetto. I tuoi libri sono vivissimi, parlano di noi, parlano di te. Grazie, sempre.
Jean-Noël Schifano
Si me song’ nnammurato d’ ‘a lengua meja è pure pe’ vuje, professò.
Stateve bbuono!
Angelo Forgione
Angelo Forgione– “Perché Napoli è continuamente attaccata?”. È una domanda che mi fanno spesso. La risposta che offro è unica: Napoli non è attaccata. Napoli è invidiata.
La storia insegna, e deve insegnarci, che Napoli non ha mai dichiarato guerra a nessuno nel mondo post-rinascimentale, ma l’ha subita, più volte, fino a diventar colonia interna. “Benigna nella pace e dura in guerra, madre di nobilitade e d’abbondanza”, scrisse di Napoli Miguel Cervantes, e non vide le Guerre di successione e i moti giacobini del Settecento, e neanche l’invasione sabauda dell’Ottocento. Il drammaturgo spagnolo riconobbe nei napoletani la mitezza, la resistenza alle invasioni e la ricchezza patrimoniale.
E perché si fanno le guerre? Perché si desidera qualcosa che non si ha e la si va a sottrarre a chi ce l’ha. Certo, Napoli non ha più benessere, gli è stato sottratto; ma resta sempre se stessa, piena e tonda di cultura e identità. Ecco perché Napoli continua ad essere attaccatta. La sua cultura e la sua identità, fortissime, non le possono essere sottratte, e perciò vanno adombrate. Non si tratta di giudizio, ma di pregiudizio, qualcosa che anticipa la verità obiettiva e la eclissa.
Un popolo che non ha mai fatto guerre è un popolo che non invidia nulla. Gli basta la sua terra. E i napoletani non hanno mai fatto guerre, perché, culturalmente e paesaggisticamente, hanno tutto!
(scene tratte dal film ‘Fuoco su di me’ del 2006, incentrato sugli ultimi periodi del regno napoleonico di Murat)
Angelo Forgione– È un semplice quiz quello sui primati di Napoli proposto da L’Eredità di Rai Uno, ma deve far riflettere. Otto primati, e ce ne sarebbero altri cento, tutti d’epoca borbonica. Altro che “uè uè”! Certo, molti napoletani sanno e talvolta abusano, ma se il quiz è della rete ammiraglia della tivù nazionale, allora l’elenco assume interessanti spunti di riflessione.
Qual è, dunque, l’unico primato che non appartiene a Napoli tra quelli proposti? Il primo giardino zoologico (Roma), che è una questione del Novecento. Morale della favola: Napoli arriva prima da capitale, in epoca preunitaria, e arretra da capoluogo di regione, in quella unitaria.
Mi rifaccio ancora una volta, instancabilmente, a ciò che ho scritto in Made in Naples: “L’eredità borbonica è apprezzata, ma chi l’ha lasciata molto meno. Il paradosso è che il periodo di Napoli capitale è proprio il più accusato e travisato della storia della città. Si evidenziano continuamente i primati e i lasciti dei Borbone, che, invece, per un contorto modo di raccontarne le vicende, vengono descritti dalla corrente storica tradizionale come l’immagine della tirannia e dell’arretratezza. Solo i più superficiali possono ignorare che qualcosa non quadra!”.
Stupisce (si fa per dire) che il primato del San Carlo sia opzionato dai concorrenti solo alla sesta scelta, per non parlare della prima linea ferroviaria, settima scelta.
Ricordo comunque che Carlo di Borbone allestì nei giardini della Reggia di Portici un personalissimo giardino zoologico, dove ospitò animali esotici e feroci. Particolare attrazione rappresentò un Elefante indiano scambiato col sultano ottomano Maometto V per delle tavole di marmo pregiato. L’animale suscitò grande curiosità nelle persone che, fino alla sua morte (1756), si recarono a migliaia a Portici per vederlo, pagando una mancia al suo custode. Lo scheletro è conservato nel Museo zoologico di via Mezzocannone in Napoli e un suo ritratto, dipinto da Pellegrino Ronchi, è esposto alla Reggia di Caserta.
Non è comunque la prima volta che la redazione de L’Eredità spulcia nella storia di Napoli. Basta ricordare le domande sul bidet di Maria Carolina alla Reggia di Caserta e sul Corsiero del Sole, simbolo di Napoli, con citazione di chi scrive.
Angelo Forgione –Giovedì Santo, giorno di zuppa di cozze a Napoli. Tratta da Made in Naples (Magenes, 2013), breve descrizione della genesi di questa peculiare tradizione che precede la Santa Pasqua.
(la rivoluzione alimentare – pagina 78)
Anche il pescato, da sempre risorsa per la popolazione napoletana, conobbe nuovi modi di preparazione che diedero pure luogo a nuove tradizioni. Una su tutte, quella della zuppa di cozze, inquadrata nel periodo di Pasqua. Ferdinando IV, goloso di pescato e frutti di mare, galvanizzato dal pomodoro (ricevuto in dono dal Vicereame del Perù, in quegli anni territorio borbonico dominato dalla Spagna di Carlo III), indicò ai cuochi di corte la pomposissima ricetta delle cozzeche dint’â connola (cozze nella culla), ma il notissimo frate domenicano Gregorio Maria Rocco gli consigliò di morigerarsi nella settimana Santa. Per non rinunciare alle amate cozze, prima di recarsi in via Toledo per lo struscio del giovedì Santo, diede indicazione di prepararle in maniera più sobria, inzuppandole con una salsa piccante di pomodoro. ‘A zuppa ‘e cozzeche uscì dalle cucine reali e si diffuse in città, divenendo la tradizione del giovedì Santo napoletano e ricetta notissima, insieme all’ancor più semplice ‘mpepata.
Angelo Forgione– Il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, nel corso della presentazione di un libro di gastronomia del gourmet napoletano Maurizio Cortese, tenutasi al Parker’s Hotel di Napoli, ha discusso della differenza tra pizza napoletana e pizza romana, sostenendo che «la pizza napoletana non è buona ma ha successo perché costa poco. Quella di Sorbillo non la puoi mangiare con le mani, come si dovrebbe, perché cola da tutte le parti». Il patron azzurro del Napoli ha rivelato che sta comunque lavorando a un documentario sulla pizza, per far sapere a tutti che la pizza è un patrimonio di Napoli, avvalendosi di Luca Verdone e di quel Domenico De Masi che ha recentemente definito la pizza «una delle boiate più grosse prodotte da Napoli, un qualcosa di interclassista che mette degli avvinazzati attorno alla birra». Ne abbiamo discusso a la Radiazza (Radio Marte) con Gino Sorbillo.
A dispetto di quanto dice il rapporto INRIX Traffic Scorecard sui livelli di congestione stradale delle città nel mondo, secondo cui Milano è di gran lunga la città più trafficata in Italia, per TomTom traffic index sono invece gli automobilisti palermitani ad aver trascorso più tempo in auto nel 2015. 147 ore in coda in mezzo al traffico, un tempo che farebbe del capoluogo siciliano la città la più trafficata d’Italia. Lo studio di TomTom si basa sul rilevamento dei dati di percorrenza reali misurati sull’intera rete stradale di 295 città, 77 in più rispetto allo scorso anno, in ben 38 paesi.
Palermo, col 41% di congestionamento, è la prima in Italia, la quarta assoluta in Europa, dietro solo a Lodz (54%), Mosca (44%) e Bucarest (43%), e undicesima nel mondo. Al secondo posto nazionale c’è Roma col 38% (nona in Europa / diciannovesima nel mondo), seguita da Messina al terzo col 35% (sedicesima / trentottesima), Napoli al quarto col 31% (trentaduesima / sessantacinquesima), Milano al quinto col 29% (quarantesima / ottantatreesima), Catania al sesto col 26% (cinquantottesima / centosedicesima) e Bari al settimo col 25% (sessantasettesima / centotrentaduesima). Seguono Bologna, Firenze e Torino a chiudere le prime dieci.
Un quadro da cui emerge il maggiore congestionamento del Sud, con una forte presenza di città meridionali nella ‘top ten’. Ma a ben guardare i picchi di traffico, le città meridionali sono più trafficate di sera. I picchi notturni sono infatti più alti di quelli diurni a Messina (+1%), a Bologna (+1%), a Palermo (+4%), a Catania (+4%), a Bari (+5%) e soprattutto a Napoli (+9%). Rapporto inverso a Roma (-8%), a Milano (-7%) e a Torino (-3%). La classifica diurna vede in vetta Roma (73%), seguita da Palermo (62%), Milano (59%), Messina (50%) e Napoli (47%). In quella notturna è Palermo in testa (66%), poi Roma (65%), Napoli (56%), Milano (52%) e Messina (51%). Alla luce di questi dati si evince che è verosimilmente la maggior predisposizione alla vita notturna dei meridionali a porre le loro città in alta classifica, in particolar modo a Napoli.
Angelo Forgione– Proclamato ‘Festa nazionale’, il 17 marzo non lo festeggia nessuno, e nessuno ricorda né cosa ricorra né che lo si festeggi. Così è lo spirito patriottico italiano, figlio dell’operazione di ingegneria sociale operata dal 1861 in poi con l’invenzione di una storia nazionale mai esistita. Sempre meno sono le persone che credono alle gesta eroiche dei padri della Patria italiana e sempre più sono i consapevoli che trattasi di ladri della patria napolitana. A Napoli si dice «Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto… chi ha dato, ha dato, ha dato… scurdámmoce ‘o ppassato…», e ce lo saremmo evidentemente messo alle spalle se non fosse cambiato nulla, e mai, in questi 155 anni. Oggi tocca ancora ascoltare Matteo Renzi, successore di Camillo Benso di Cavour, “minacciare” che il Sud se lo riprenderanno pezzo dopo pezzo, ma dopo averlo completamente smontato, e che lo riporteranno al ruolo di guida del Paese, come nel 1860. Proclami vuoti e pieni di retorica, mentre il suo esecutivo di Governo, nonostante apparenze e pomposa propaganda, è tra i più decisi nel tagliare risorse e investimenti nel Mezzogiorno.
Angelo Forgione– Non può che rallegrarmi, per evidenti motivi, che l’opera di demolizione del falso storico circa la pizza ‘margherita’, ingannevolmente inventata per la regina Margherita di Savoia, avanzi in modo spedito, talmente spedito che le narrazioni storiche iniziano a dare ormai per certo che si tratti di una romantica storiella utile, nel post-colera ottocentesco, a convincere gli italiani che l’acqua di Napoli, grazie al nuovo acquedotto del Serino, che aveva sostituito gli antichi acquedotti tufacei, non costituiva più un problema e la pizza non rappresentava più un temibile veicolo di contagio.
Fa oltremodo piacere notare che anche i discendenti – si fa per dire – della Real Casa sabauda inizino a confessare che la pizza napoletana ‘a margherita’, poi divenuta la regina delle pizze, non sia affatto un’invenzione dedicata alla loro sovrana ma semplicemente un omaggio di qualcosa di già esistente per ricamarci su una narrazione di stampo pubblicitario e rilanciare un alimento nato dalla rivoluzione agricola attuata da Ferdinando di Borbone tra la Real Tenuta di Carditello e i territori di San Marzano, i cui frutti [mozzarella e pomodoro] si incontrarono a Napoli, alla fine del Settecento, su un disco di pasta da cuocere in forno.
E però sembra che ci debba scappare comunque il più scontato dei luoghi comuni quando a ricostruire la verità è proprio un torinese. Come nel caso di Federico Francesco Ferrero, gourmet e nutrizionista piemontese, ospite alla trasmissione Kilimangiaro – Tutto un altro mondo di Rai Tre del 13 marzo, in onda proprio dagli studi di Napoli. Accade che Camila Raznovich, conduttrice milanese, gli chieda di Raffaele Esposito e della sua pizza tricolore omaggiata a Margherita di Savoia. Il distinto Ferrero prova a sfoderare subito la sua vena ironica, ma inciampa sullo stantio stereotipo: «Sai, qua siamo a Napoli, e sai che a Napoli qualcuno è anche un po’ mariuolo. Raffaele Esposito non inventò nulla, e la pizza tricolore esisteva già da quarant’anni alla stessa maniera». Molto probabilmente anche più di quarant’anni, a prescindere dai primi testi che ne riportano la preparazione, ma complimenti al nutrizionista di Torino per il coraggio di affermare davanti al pubblico napoletano in studio che Napoli è anche un po’ mariuola, nonostante a scippare un intero Regno, con tanto di marchio sul suo piatto principe, siano stati i piemontesi. In certi casi ci si appella all’autoironia partenopea, e così ha fatto il Nostro sulla sua pagina Facebook per rispondere alle proteste immediate. Ed è proprio qui il punto, perché Ferrero non voleva offendere ma essere simpatico con una battuta preparata, ed è proprio questa la dinamica sociologica con cui i preconcetti penetrano nella testa degli individui predisposti ad accoglierli. Ferrero è lì per affermare la legittimità della candidatura dell’arte dei pizzaiuoli napoletani a patrimonio immateriale dell’umanità, e lo fa benissimo dopo l’inciampo iniziale. «L’Unesco tutela l’intelligenza dell’uomo (al netto degli stereotipi e dell’autoironia per accettarli) e l’intelligenza, non di Raffaele Esposito ma dei napoletani, è stata quella di alzare e abbassare la pala all’interno del forno a legna per assicurare cottura, elasticità e digeribilità a una preparazione molto complessa». Poi la Raznovich divaga sulla pizza nello Spazio e i suoi problemi di consistenza, e Ferrero, ancora in gran vena ironica, la paragona per immangiabilità a quella che si fa a Torino. Applausi dal pubblico napoletano, risata dell’ospite e imbarazzo della conduttrice, che prende le distanze dall’affermazione per evitare disapprovazione dai telespettatori sabaudi. Peccato che pochi secondi prima non si fosse dissociata dalla battuta sui mariuoli. Morale della favola: napoletano mariuolo si può dire serenamente in tivù; pizza torinese immangiabile, no. Capito come funziona? Un po’ di pazienza, e per il momento accontentiamoci di sbriciolare lentamente l’altra favoletta, quella della pizza tricolore del 1889.
Angelo Forgione– Una nuova copertina, quella dell’ultimo numero de l’Espresso, che fa discutere. “Sparanapoli: «In città ora comandiamo noi»”. Sul tetto di un palazzo del centro storico di Napoli, tre ragazzini incappucciati, pistola in pugno e Duomo alle spalle. All’interno, un reportage sulla “paranza dei bambini” che racconta, attraverso le confessioni di uno dei presunti protagonisti, l’emersione di un nuovo fenomeno protomafioso.
La foto di copertina è tutto fuorché un lavoro da fotoreporter, presentando tutti i crismi di un lavoro da fotografo pubblicitario, con soggetti in posa proprio come nelle locandine dei film e dei serial televisivi. È proprio l’onda lunga della spettacolarizzazione del fenomeno malavitoso, in quel filone “gomorristico” che continua a rappresentare un’increbile macchina da soldi, ad alterare la realtà, confondendo spettatori e lettori. Ne paga le conseguenze, ancora una volta, l’immagine della città, in faticosa rincorsa turistica, dipinta come luogo infernale dove giovani incappucciati sono pronti a seminare terrore. Certo, il problema è reale, e andrebbe analizzato in altri termini, magari puntando il dito sui poteri centrali che fanno del Sud un serbatoio di voti e un mercato della ricchezza prodotta dal Paese, che è in grossa parte a Nord, così come il potere mediatico. Napoli ha bisogno di voce, ma in un territorio povero si può solo scrivere libri luminosi e cercare di sfruttare al meglio internet, che è l’unico canale democratico, così da provare a convincere qualcuno che Napoli non è l’inferno degli incappucciati con pistola in pugno. Di questo ed altro ne abbiamo parlato alla trasmissione #Parliamone, in onda sull’emittente campana TeleClubItalia.