Claudia Mercurio e Salvatore Turco ospitano Angelo Forgione a ‘Studio Mattina’, in onda sull’emittente napoletana Canale 9, per parlare del libro Made in Naples.
Tratto dalla trasmissione del 16 marzo ’15.
Angelo Forgione – Febbre calcistica a Napoli, città compatta attorno alla squadra che ne porta il nome e alla passione per una disciplina oltre la quale non cresce l’erba. Una passione che nasce nel primo Novecento, quando il calcio diventa aspetto elitario delle aree in corso di modernizzazione e poi fenomeno di massa. Prima di allora, qualche passione a carattere ludico-sportivo pure c’era, perché i napoletani, almeno fino alla diffusione del biliardo, prediligevano la pallamaglio, una disciplina sportiva individuale e a squadre in cui con un bastone di legno a martelletto, detto “clava lusoria”, si doveva lanciare una palla di legno, nel minor numero di tiri possibili, in direzione di un buco o verso una meta ad archetto piantata a terra. Si tratta di un antico sport originario proprio del Regno di Napoli e giocato nella città partenopea e dintorni almeno dal secolo XII. Certamente diffuso nel Napoletano già in pieno Quattrocento, epoca in cui un giocatore, durante una partita a Sant’Anastasia, nei pressi di un arco dell’acquedotto romano che fiancheggiava la strada da Napoli a Somma Vesuviana, fece finire la palla contro un albero di tiglio e perse la partita. Furioso per la sconfitta, iniziò a bestemmiare e, non contento, a colpire con la sfera di legno un’immagine votiva della Vergine dipinta su un muro, centrando la guancia sinistra. Si racconta che la Madonna cominciò a sanguinare, e allora il giocatore di pallamaglio fu inseguito dalla folla per essere linciato, ma poi salvato momentaneamente dal conte di Sarno, e da questi fatto impiccare all’albero una volta constatato il miracolo. Quel miracolo, avvenuto nel giorno di Pasquetta, diede origine alla tradizione dei “fujenti”, i battenti vestiti di bianco con una fascia trasversale azzurra,che camminano a piedi nudi o in ginocchio durante la processione verso l’edicola votiva della Madonna dell’Arco, una delle devozioni mariane più sentite nel Regno di Napoli e oltre.
Nel Cinquecento accennò all’origine partenopea del gioco della pallamaglio il poeta fiorentino Anton Francesco Grazzini nel Canto di giocatori di palla al maglio. Lo ribadì poco dopo la metà del secolo anche il forlivese Girolamo Mercuriale, il primo medico a teorizzare la pratica della ginnastica, che sottolineò come quel gioco nato molti anni prima nel Regno di Napoli si fosse ormai diffuso per quasi tutta l’Europa. Giordano Bruno, prima di bruciare al rogo dell’Inquisizione romana, scrisse la commedia Il Candelaio in cui citò la pallamaglio tra i giochi popolari napoletani. L’orientalista romano Pietro della Valle, nel Seicento, descrivendo un suo soggiorno in Persia, scrisse che lì era il re a insegnare la disciplina di origine napoletana, facendo riferimento alla pallamaglio a cavallo, una sorta di moderno polo. Certo è che la prima partita di polo registrata nella storia fu giocata proprio in quegli anni in Persia fra locali e turkmeni.
Era verosimilmente proprio la pallamaglio il diletto dal quale nacque il nome di tre strade di Napoli dette “del Pallonetto”, cioè della piccola palla, a Santa Chiara, Santa Lucia e San Liborio.
Il gioco era praticato in alcuni spazi larghi all’aperto, non solo a Napoli ma in tutta Italia, dove si diffuse nel periodo rinascimentale, e poi in Francia, dove fu detto Palle Malle e ispirò il biliardo. In Inghilterra fu tradotto in Pall Mall e a Londra prese casa in una strada frequentata da nobili signori, amanti del tabacco. Chi ha il vizio del fumo conosce bene le sigarette con questo nome, prodotte dalla British American Tobacco di Londra. Così come dal calcio fiorentino gli inglesi avrebbero tratto il football, dal gioco napoletano avrebbero fatto nascere il croquet e il golf.
Angelo Forgione –
Ho avvertito un sentimento e un richiamo interiore, in un momento difficilissimo del mio percorso di vita, e ho ascoltato i preziosi consigli del mio maestro Jean-Noël Schifano. Ho quindi deciso di sostenere la candidatura di Marco Esposito alla presidenza della Regione Campania. Ho scelto di prestare il mio nome alla lista civica meridionalista e apartitica MO!. Ho ceduto alla “corte” di persone corrette e pulite che vogliono il bene della Campania e del Sud, con intendimenti chiari e corretti (leggi il programma o guarda il video della presentazione ufficiale).
Non sarà per me un’avventura politica e non andrò in giro a chiedere voti. Mi sono semplicemente convinto a supportare direttamente un candidato alla presidenza capace di difendere i diritti negati dei cittadini campani. Continuerò invece a comunicare come ho sempre fatto, nella certezza che alla diffusione della Conoscenza e alla costruzione della Coscienza debbano seguire, prima o poi, concreti tentativi di azione anche nelle sedi in cui si prendono le decisioni. Chi mi conosce sa chi sono, e sa che al mondo della politica non mi ci sarei mai accostato in condizioni diverse da quelle che MO! mi ha garantito.
Anche Pino Aprile garantirà per la lista dall’esterno. Quello che verrà sarà solo la diretta conseguenza di un sentimento popolare crescente a Napoli e in Campania (ma in tutto il Sud), sempre più intollerante alle logiche del partitismo politico e tanto più animato dalla necessità di riaffermare un’identità e una dignità [meridionale] sottomesse. Ci sono situazioni in cui puoi impegnarti con tutte le energie di questo mondo senza cavare un ragno dal buco. Ce ne sono altre in cui continui a essere spontaneo, senza particolari intendimenti e impegni, e finisci per ottenere risultati straordinari.
al minuto 54:48 il mio intervento di adesione alla lista civica meridionalista MO!
Angelo Forgione –
La Commissione Cultura alla Camera ha approvato la risoluzione del Movimento 5 Stelle per il reinserimento degli autori meridionali del Novecento inopinatamente esclusi dalle indicazioni ministeriali della riforma scolastica firmata dall’ex ministra della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini. Autori di spicco come Sciascia, Quasimodo, Serao, Ortese, Rea, Bufalino e Vittorini saranno riportati ad essere oggetto di studio nei licei.
Resta il forte interrogativo di fondo: per quale motivo in un Paese che si ritiene civile è necessaria una risoluzione in Parlamento per riconsegnare alla sua Letteratura un pezzo importante qual è la nobile tradizione del Mezzogiorno? E perché il mondo della Cultura non ha sottolineato a dovere tale manomissione?
Angelo Forgione –
Un affresco nella villa di Poppea Sabina (la seconda moglie di Nerone) degli scavi di Oplontis, l’antica Torre Annunziata, raffigurante un dolce tipico dell’epoca romana, è stato rinvenuto qualche anno fa, destando ovviamente grandissimo interesse. Pare trattarsi proprio di un tortino, qualcosa di molto simile alla moderna cassata, con la glassa di colore rosso, a differenza del verde. Tale dolce però, non era presente in nessuno dei documenti pervenutici sulle usanze culinarie degli antichi Romani, finché non sono stati rinvenuti, in una camera prigioniera della lava, alcuni papiri miracolosamente scampati al fuoco. In uno di questi è spuntata come per miracolo la ricetta dell’antica leccornia, scritta in un latino scorretto, il che ha fatto supporre che sia stata redatta da un semplice cuoco, uno schiavo non di madrelingua. Da qui, l’archeologa Eugenia Salza Prina Ricotti ha ricostruito gli ingredienti, riportandoli nel suo libro Ricette della cucina romana di Pompei e come eseguirle (L’Erma di Bretschneider, Roma, 2010): ricotta, miele, albicocche secche, prugne secche, uva sultanina, noci (o nocciole o mandorle), pinoli, datteri e farina di mandorle. La ricetta è già stata assimilata da alcuni ristoratori operanti attorno le aree archeologiche vesuviane, che la propongono ai loro clienti. Dunque, la più famosa cassata di Sicilia sembra proprio avere un’antenata nella Campania Felix.
Angelo Forgione – Tratto dalla trasmissione radiofonica La Radiazza su Radio Marte, con il contributo di alcuni interventi autorevoli, un mio chiarimento sulla proposta (decisamente antistorica) del ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini di portare ed esporre in Emilia alcuni pezzi della Collezione Farnesiana che Napoli protesse dalle pretese di Vienna.
Angelo Forgione –
Dal 26 dicembre, in via Partenope a Napoli è approdato Enzo Cacialli, figlio di Ernesto “il Presidente”, il noto pizzaiuolo che ha fatto la storia della pizza ai Decumani. Enzo ha realizzato il sogno del padre, portando l’arte della pizza di famiglia, al forno e fritta, sul magnifico lungomare della città. Per lui e i suoi soci ho realizzato e firmato il marchio aziendale ‘Don Ernesto’, coniugando stilisticamente l’antica tradizione con la modernità e l’innovazione cui la pizza napoletana non può sottrarsi. Insieme, abbiamo pensato di mettere la storia al centro della comunicazione, con il pay-off “chi gusta la storia non può sentirne il vero sapore se non la conosce”. Per questo, chiunque gusta una pizza da ‘Don Ernesto’ non assapora “solo” un prodotto realizzato con prodotti genuini (pomodori e latticini) del territorio campano accuratamente selezionati con grande attenzione per la qualità ma, su una comune tovaglietta da tavola appositamente pensata, ha la possibilità di apprendere il percorso professionale di Ernesto ed Enzo Cacialli e la storia della pizza, quella vera, in cui la nascita della ‘margherita’ è collocata nel periodo 1796-1810 e non nel 1889, come erroneamente raccontato dopo l’Unità d’Italia.
Da ‘Don Ernesto’ anche una chicca: la ‘marinara’ del 1734, la prima versione della più antica pizza napoletana, diversa da quella contemporanea e senza pomodoro. Evidentemente, da Enzo Cacialli “il Presidente”, insieme alla pizza napoletana, è un pezzo di storia di Napoli nel mondo ad essere veramente protagonista.
Venerdì 23 gennaio, al “Real Teatro di San Carlo”, si è svolta la serata di solidarietà “il San Carlo contro la violenza che minaccia tutte le libertà”, in relazione ai dolorosissimi fatti di sangue che hanno sconvolto la Francia, con una versione ridotta del dramma storico ‘Andrea Chénier’ in scena.
Lo spettacolo è stato introdotto dagli interventi di Christian Thimonier (console generale di Francia a Napoli), Jean-Noël Schifano (scrittore ed intellettuale francese) e Philippe Vilain (scrittore francese). Significative le parole di Schifano, sul palco con un “je suis Naples” in una mano e il Trattato sulla tolleranza di Voltaire nell’altra, incisivo nel sottolineare che Napoli, unica città in Europa, in nome della libertà, ha accolto le diversità per trarne i vantaggi dell’integrazione, ha rifiutato l’Inquisizione e non ha mai creato ghetti nazisti; ma ora, in una nuova stagione di reidentificazione, deve rifiutare i simboli dell’invasione piemontese, a cominciare dalla piazza Garibaldi (messaggio espressamente indirizzato al sindaco De Magistris, assente; ndr). «L’aquila romana si inchina alla sirena Parthenope!». Applausi della magnifica sala.

foto: Il mondo di Suk
Il pizzaiuolo consapevole Enzo Coccia, intervistato da storienogastronomiche.it, dice la sua sulle vere origini della pizza ‘margherita’, sottolineando che la storia che la lega a Margherita di Savoia è un’operazione di marketing di fine Ottocento ma non la verità sull’origine della pizza con pomodoro, mozzarella e basilico, risalente alla fine del Settecento.
leggi la vera storia della nascita della pizza ‘Margherita’
Philippe Daverio è tornato a parlare di Napoli e del Sud in un’intervista concessa a Enzo Ciaccio di Retenews24.it. Interessanti alcuni passaggi di seguito riportati.
“Napoli è una città troppo poderosa rispetto al compito che oggi non le si chiede di svolgere. Vienna è stata la capitale di un impero e, pur essendo cambiato il mondo, ha mantenuto la sua originaria fisionomia aristocratica. Anche Napoli è ex capitale di un impero dissolto. Ma non si comprende più quale ruolo dovrebbe svolgere.
La perdita di identità risale all’unità d’Italia. A Napoli è stata affibbiata una mutazione di funzione e destino di cui non si è mai compresa la connotazione: da ex capitale, che cosa è diventata? Non si sa. E quel che è peggio: non se ne discute.
Palermo soffre di mali ben più gravi e complicati di Napoli. Il centro storico di Cosenza è in condizioni penose. Ma di Napoli e del Sud non importa niente a nessuno. Ci si sente voce nel deserto della distrazione, della semplificazione, della banalità.
Non ho mai visto i nostri parlamentari europei impegnarsi tutti insieme nell’elaborazione di qualche progetto che riguardasse la qualità della vita nel Meridione D’Italia, cioè in uno dei luoghi più affascinanti d’Europa. L’Unione europea dovrebbe prendere atto che senza la cultura di Napoli e Palermo i tedeschi camminerebbero ancora con le corna in testa.”