Ferrovie: lo Stato fa viaggiare il Sud più lentamente e con meno frequenza

Angelo Forgione per napoli.com – Il Censis ha definito il Sud-Italia “abbandonato a se stesso” a causa dei “piani di governo poco chiari” ma anche, tra le varie problematiche, di infrastrutture scarsamente competitive. E di fatto i gruppi dirigenti nazionali continuano a non prevedere delle mirate politiche di sviluppo economico e civile nella parte più arretrata del Paese per rimuovere le differenze sociali esistenti. Un esempio di discriminazione governativa? Lo sviluppo della rete ferroviaria, col Governo Renzi che, nonostante l’evidente sperequazione dell’offerta ferroviaria tra Nord e Sud, ha concentrato il 98,8% degli investimenti ferroviari dalla Toscana in su, cioè nella parte del Paese che ne ha meno bisogno.
La rete ferroviaria italiana più evoluta è composta da: treni ‘Fracciarossa’ (Alta Velocità fino a 300 km/h), treni ‘Frecciargento’ (Alta Velocità fino a 250 km/h) e treni ‘Frecciabianca’ (linee tradizionali al di fuori della rete Alta Velocità). L’Alta Velocità ferroviaria, coi più veloci treni ‘Frecciarossa’, conduce da Torino a Salerno, e più a sud dell’Irno non si spinge. La diramazione secondaria da Bologna per Ancona esclude tutto il corridoio adriatico Pescara-Foggia-Bari-Taran­to-Lecce. Nel capoluogo salentino e a Reggio Calabria ci si arriva solo da Roma, coi meno veloci ‘Frecciargento’ e con una grossa sproporzione di frequenza delle corse rispetto a quelle dalla Capitale per Milano-Torino.
L’orario 2015 di Trenitalia indica che 78 Frecciarossa uniscono Milano e Roma, di cui 34 in meno di tre ore. 29 in totale le corse ‘Frecciarossa’ tra Torino e Roma, di cui 14 superveloci. Solo 6 treni ‘Frecciargento‘, più lenti, da Roma a Lecce. Addirittura 2, ovviamente ‘Frecciargento’, da Roma a Reggio Calabria. 36 sono i collegamenti Roma-Padova/Venezia e 14 i Roma-Verona.
Nelle dimenticate Sardegna e Sicilia non circolano neanche gli ancor più lenti ‘Frecciabianca’, i convogli che assicurano la copertura su rete convenzionale di grandissima parte della Penisola… ma non la congiunzione delle dorsali tirrenica e adriatica del Meridione. Nelle due isole maggiori, già penalizzate dalla mancanza di continuità territoriale, solo trenini regionali su linee complementari.
Insomma, sui binari del Sud si viaggia di meno e più lentamente che su quelli del Nord, e non è raro che vi scorrano vetture ferroviarie già utilizzate in Alta-Italia quando sostituite da materiale rotabile di ultima generazione. Un Paese che limita la mobilità di una parte dei cittadini non può certamente dirsi unito.

Una cassata ante-litteram alle falde del Vesuvio

Angelo Forgionecassta_olplonti_1Un affresco nella villa di Poppea Sabina (la seconda moglie di Nerone) degli scavi di Oplontis, l’antica Torre Annunziata, raffigurante un dolce tipico dell’epoca romana, è stato rinvenuto qualche anno fa, destando ovviamente grandissimo interesse. Pare trattarsi proprio di un tortino, qualcosa di molto simile alla moderna cassata, con la glassa di colore rosso, a differenza del verde. Tale dolce però, non era presente in nessuno dei documenti pervenutici sulle usanze culinarie degli antichi Romani, finché non sono stati rinvenuti, in una camera prigioniera della lava, alcuni papiri miracolosamente scampati al fuoco. In uno di questi è spuntata come per miracolo la ricetta dell’antica leccornia, scritta in un latino scorretto, il che ha fatto supporre che sia stata redatta da un semplice cuoco, uno schiavo non di madrelingua. Da qui, l’archeologa Eugenia Salza Prina Ricotti ha ricostruito gli ingredienti, riportandoli nel suo libro Ricette della cucina romana di Pompei e come eseguirle (L’Erma di Bretschneider, Roma, 2010): ricotta, miele, albicocche secche, prugne secche, uva sultanina, noci (o nocciole o mandorle), pinoli, datteri e farina di mandorle. La ricetta è già stata assimilata da alcuni ristoratori operanti attorno le aree archeologiche vesuviane, che la propongono ai loro clienti. Dunque, la più famosa cassata di Sicilia sembra proprio avere un’antenata nella Campania Felix.

Fontana Monteoliveto: tra pulizia e polemiche già nuove scritte

Angelo Forgione fontana_monteoliveto_1È accaduto, finalmente: sabato 24 gennaio la fontana di Carlo II a Monteoliveto in Napoli è tornata a presentarsi decorosamente. Era una delle più colpite dal vandalismo a colpi di spray. Ripulita; non nettamente, ma ripulita. Un vero e proprio miracolo, perché nessuno ha visto impalcature perduranti. Tutto in “day-hospital”, senza ditte e spese, con intervento lampo firmato dai volontari del gruppo ‘Sii Turista Della Tua Città‘.
E poi è nata una polemica. Perchè è accaduto, finalmente, sì, ma in che modo? Chi ha autorizzato l’intervento su un monumento di interesse storico? Quale esperto di restauro l’ha condotto? E con quali modalità si è operato? Forti le preoccupazioni, anche perché nell’annuncio di adunata era richiesto di munirsi, tra le altre cose, di due pacchi di retine a testa (che, secondo gli organizzatori, sarebbero state utilizzate solo dove la situazione era critica per la presenza di pittura più resistente ai diluenti). E così il Comitato Civico di Portosalvo, impegnato da anni in un ampio dibattito sul degrado e la tutela del Centro Storico Unesco e sulla necessità di un Piano di Gestione, ha chiesto una verifica della Fontana alla Soprintendenza, i cui funzionari pare abbiano rilevato qualche danno.
Allarmato anche Francesco Chirico, il presidente della Muncipalità 2, che si è voluto accertare del risultato della pulizia. Anche a loro la Soprintendenza avrebbe comunicato che l’intervento non è stato fatto a dovere, cioè senza restauratori, e che molto probabilmente, dalle prime verifiche, le retine incriminate avrebbero fatto danni. I protagonisti dell’intervento, invece, non ci stanno e rassicurano: L’intervento – dicono i volontari – è stato fatto in collaborazione con restauratori nel pre-evento, ma anche durante e dopo. Abbiamo seguito le procedure e a conclusione del lavoro abbiamo anche sciacquato con l’acqua tutta la fontana per non lasciare agire i diluenti residui. Non abbiamo avuto nessuna autorizzazione, ma si è presentata spontaneamente l‘assessore alle Politiche Giovanili Alessandra Clemente, che ha indossato mascherina e guanti e si è messa a pulire un punto della Fontana”. Anche lei, l’assessore Clemente, ha rassicurato tutti sulla presenza di restauratori e sulle procedure usate, ma proprio la sua partecipazione apre una riflessione necessaria, perché la fontana di Monteoliveto era ed è inserita in un ampio programma di restauri assegnati dal Comune di Napoli ad una società-sponsor, nell’ambito del programma ‘Monumentando Napoli‘, un progetto di 3,5 milioni di euro con cui Palazzo San Giacomo ha garantito che l’esecuzione degli interventi di restauro di 27 monumenti sarà prossimamente eseguito esclusivamente da imprese qualificate e con l’alta sorveglianza delle Sovrintendenze di riferimento. Prossimamente, ma non si conoscono i tempi precisi, che sono evidentemente lunghi a Napoli, città dove la Soprintendenza è rigida nel vagliare progetti ma non altrettanto nel sollecitare la realizzazione di quelli approvati, e neanche si esprime sulle condizioni dei monumenti cittadini, lasciati alla mercé dei vandali. Il Comune ha approvato la Delibera dei restauri (non semplici pulizie) il 21 giugno 2012, e la Fontana, a distanza di due anni e mezzo, non ha goduto di alcuna lavorazione. Uno stallo dell’intero progetto, e tanti interrogativi aperti dalla presenza attiva di un assessore durante la pulizia-flash dei volontari.
Proprio in tal senso, il presidente della Municipalità Chirico ha scritto all’assessore all’Urbanistica Carmine Piscopo, chiedendo di intervenire presso la società aggiudicataria della gara per invitarla a utilizzare parte dei finanziamenti risparmiati con l’intervento di fontana_monteoliveto_4pulizia nella realizzazione di una recinzione al monumento (come dal sottoscritto sollecitato per altri monumenti cittadini) da sottoporre preventivamente alla Soprintendenza, in modo da preservarlo dall’aggresione che l’ha deturpato negli ultimi anni. Nuove scritte iniziano già ad affiorare (vedi foto a destra), ed è inutile dire che se non ci fossero coloro che imbrattano i monumenti non ci sarebbero neanche simili polemiche.
Resta l’interrogativo: i volontari hanno creato problemi ai marmi oppure no? La Soprintendenza, che parla di danni, farebbe bene a precisarli e testimoniarli. C’è bisogno di chiarezza, anche e soprattutto prima di certi interventi su antiche superfici, che sicuramente non possono essere improvvisati ma affidati a personale esperto. La chiarezza è fondamentale non solo per garantire l’integrità dei monumenti ma anche per evitare di mortificare il grandissimo esempio di civiltà e amore (di cui una certa parte di napoletani ha fortemente bisogno; ndr) offerto dai ragazzi di ‘Sii Turista Della Tua Città’, che nel cambiamento credono davvero. Vedere la fontana di Monteoliveto pulita dopo tanto tempo, troppo, è davvero un gran piacere, e operazioni del genere che sgretolano la burocrazia, se legittimate e chiarite, potrebbero rappresentare un volano di risveglio civico, attrarre altri volontari e creare emulazione positiva, nella certezza di operare nell’interesse comune e di non creare alcun danno al patrimonio.
L’Occidente deve la sua esistenza a Napoli, e questa cultura, questa città, meritano altro destino rispetto a quello che vogliono assegnarci per forza”. È la migliore riflessione che i volontari potessero esprimermi, per evidenti motivi.

Jean-Noël Schifano: «Napoli città di libertà, ma deve liberarsi di Garibaldi»

Venerdì 23 gennaio, al “Real Teatro di San Carlo”, si è svolta la serata di solidarietà “il San Carlo contro la violenza che minaccia tutte le libertà”, in relazione ai dolorosissimi fatti di sangue che hanno sconvolto la Francia, con una versione ridotta del dramma storico ‘Andrea Chénier’ in scena.
Lo spettacolo è stato introdotto dagli i
nterventi di Christian Thimonier (console generale di Francia a Napoli), Jean-Noël Schifano (scrittore ed intellettuale francese) e Philippe Vilain (scrittore francese). Significative le parole di Schifano, sul palco con un “je suis Naples” in una mano e il Trattato sulla tolleranza di Voltaire nell’altra, incisivo nel sottolineare che Napoli, unica città in Europa, in nome della libertà, ha accolto le diversità per trarne i vantaggi dell’integrazione, ha rifiutato l’Inquisizione e non ha mai creato ghetti nazisti; ma ora, in una nuova stagione di reidentificazione, deve rifiutare i simboli dell’invasione piemontese, a cominciare dalla piazza Garibaldi (messaggio espressamente indirizzato al sindaco De Magistris, assente; ndr). «L’aquila romana si inchina alla sirena Parthenope!». Applausi della magnifica sala.

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foto: Il mondo di Suk

Thuram: «Napoletani terroni? Non ci trovo nulla da ridere!»

Angelo Forgione Significativa apparizione di Lilian Thuram a Le Invasioni Barbariche, talk-show in onda su La7. Impegnato nella lotta al razzismo, sfruttando la sua popolarità per una causa importante, l’ex calciatore di colore della Juventus e del Parma ha evidenziato, tra l’altro, l’anomalia di Carlo Tavecchio, eletto presidente federale dopo aver pronunciato frasi indegne (per le quali non è stato sanzionato dalla sua stessa Federazione, al contrario di UEFA e FIFA; ndr). «L’elezione di Tavecchio – ha detto il campione francese – ti fa capire qual è la situazione della società italiana». Intelligente il passaggio sul razzismo strisciante degli italiani del Nord verso quelli del Sud, e significativa la risposta alla conduttrice Daria Bignardi, scoppiata a ridere quando l’intervistato ha ricordato che il suo ex compagno di squadra Fabio Cannavaro, napoletano, veniva apostrofato come “terrone”. «Questo a me non faceva ridere perché dimostra i pregiudizi del Nord verso il Sud!». Così Thuram ha freddato la giornalista emiliana. Grazie a Tavecchio, il Calcio italiano è tornato a ridere della “discriminazione territoriale”, e lo stesso Thuram aveva già in passato dichiarato di non essere affatto d’accordo con le sole multe per questa forma di razzismo.

Enzo Coccia e la fallace vulgata della pizza ‘margherita’

Il pizzaiuolo consapevole Enzo Coccia, intervistato da storienogastronomiche.it, dice la sua sulle vere origini della pizza ‘margherita’, sottolineando che la storia che la lega a Margherita di Savoia è un’operazione di marketing di fine Ottocento ma non la verità sull’origine della pizza con pomodoro, mozzarella e basilico, risalente alla fine del Settecento.

leggi la vera storia della nascita della pizza ‘Margherita’

Il Napoli ritorna tra i 20 club più ricchi d’Europa

Il Napoli torna tra i primi 20 club d’Europa per fatturato. Nell’ultimo report di Deloitte Football Money League, realtivo ai venti club europei che nella stagione 2013-2014 hanno incassato di più, il club azzurro figura al sedicesimo posto, con quasi 167 milioni di ricavi. Ovvio che il risultato sia ottenuto grazie ai proventi della scorsa Champions League e che sia difficile restare tra le prime venti dopo l’eliminazione ai preliminari della massima competizione europea della stagione corrente. In ogni caso si tratta di un gran risultato per una società del Mezzogiorno d’Italia (con uno stadio vecchio) che continua ad affacciarsi tra le più ricche d’Europa e che disputa le competizioni europee da cinque anni ininterrottamente (miglior performance italiana).

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Daverio: «di Napoli e del Sud non importa niente a nessuno»

Philippe Daverio è tornato a parlare di Napoli e del Sud in un’intervista concessa a Enzo Ciaccio di Retenews24.it. Interessanti alcuni passaggi di seguito riportati.

“Napoli è una città troppo poderosa rispetto al compito che oggi non le si chiede di svolgere. Vienna è stata la capitale di un impero e, pur essendo cambiato il mondo, ha mantenuto la sua originaria fisionomia aristocratica. Anche Napoli è ex capitale di un impero dissolto. Ma non si comprende più quale ruolo dovrebbe svolgere.
La perdita di identità risale all’unità d’Italia. A Napoli è stata affibbiata una mutazione di funzione e destino di cui non si è mai compresa la connotazione: da ex capitale, che cosa è diventata? Non si sa. E quel che è peggio: non se ne discute.
Palermo soffre di mali ben più gravi e complicati di Napoli. Il centro storico di Cosenza è in condizioni penose. Ma di Napoli e del Sud non importa niente a nessuno. Ci si sente voce nel deserto della distrazione, della semplificazione, della banalità.
Non ho mai visto i nostri parlamentari europei impegnarsi tutti insieme nell’elaborazione di qualche progetto che riguardasse la qualità della vita nel Meridione D’Italia, cioè in uno dei luoghi più affascinanti d’Europa. L’Unione europea dovrebbe prendere atto che senza la cultura di Napoli e Palermo i tedeschi camminerebbero ancora con le corna in testa.”

Eugenio Scalfari: «Altro che Unità! Fu occupazione piemontese»

Tratto da Repubblica TV, un’osservazione di Eugenio Scalfari, fondatore dell’omonimo quotidiano, stralciata da una chiacchierata sul nuovo libro di Umberto Eco Numero Zero (Bompiani). Sollecitato da Antonio Gnoli sul perché gli italiani non siano mai cambiati e restino sempre “diversi”, Scalfari ha sottolineato che il popolo italiano detesta lo Stato sin dalla sua nascita, e per via dell’occupazione piemontese.
«Non fu Unità! Fu occupazione piemontese, e se l’avesse fatta il Regno di Napoli, che era molto più ricco e potente, sarebbe andata diversamente. La mentalità savoiarda non era italiana. Cavour parlava francese. E gli italiani quel nuovo Stato l’hanno detestato.»