Red Bull mette le ali ai Napoletani. O forse li offende?

Red Bull mette le ali ai Napoletani. O forse li offende?
Spot e slogan leghisti dipingono una Napoli fannullona. Che errore!

Angelo Forgione – Diciamolo subito, l’autoironia è una virtù e i Napoletani ne posseggono in quantità. Ma quando questa è sollecitata da luoghi comuni alimentati da un contesto sociale discriminatorio e non è supportata da una specifica verità conclamata, diventa inconsapevolmente un limite.
Negli ultimi mesi ha imperversato nelle radio uno spot apparentemente divertente del più noto tra gli energy-drink (nel videoclip), ma che in realtà fa passare un messaggio pericoloso, una strisciante discriminazione: Napoletani fannulloni!
Il pigro impiegato Scognamiglio che fa la pennichella ogni giorno tre o quattro ore prima di smontare, francamente dipinge una realtà applicabile ad ogni latitudine. Perchè caratterizzare il protagonista con cognome e accento (improbabile) Napoletano?

Lo spot ha trovato ampio e indiretto rafforzamento nella propaganda leghista del Ministro della semplificazione Calderoli che a Luglio, in occasione dell’apertura delle sedi di rappresentanza ministeriali al nord, ha dichiarato: «a Napoli mai un Ministero del Lavoro perchè non sanno di cosa si parla». E come non ricordare l’allenatore di calcio Silvio Baldini che motivò cervelloticamente la grande passione dei tifosi del Napoli con la disoccupazione?
Questi spunti di riflessione conducono all’analisi di un luogo comune che descrive come scansafatiche i Napoletani e i meridionali in generale. Cosa tutt’altro che vera se consideriamo gli indici di emigrazione, sommerso e qualità aziendale degli impianti del sud. La storia, come sempre, ci insegna che la Napoli Capitale era anche capitale del lavoro fino al 1860, e con essa anche il sud, laddove proliferava ogni settore produttivo, dalle arti alle industrie, nonostante il carattere rurale di vaste zone dell’entroterra meridionale. Prova ne sia il fatto che la Torino dei Savoia, terra di leva militare dedita alla guerra e completamente priva di cultura, deve le sue bellezze architettoniche alla recluta di artisti meridionali, il messinese Filippo Juvarra in primis.
Dall’unità d’Italia tutto e cambiato: da Napoli non partono più merci ma uomini, e ancora si ascoltano spot radiofonici che ricalcano i più stantii luoghi comuni, identici nella forma e nella sostanza alla denigrazione di stampo sabaudo degli anni risorgimentali.

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video: Paolo Caiazzo racconta la vera storia del Risorgimento

video: Paolo Caiazzo e la vera storia del Risorgimento
sketch identitario a “Fratelli e sorelle d’Italia” su La7

Al programma umoristico “Fratelli e Sorelle d’Italia” del 15 Luglio scorso su La7, Paolo Caiazzo ha proposto con visibilità nazionale il suo simpatico sketch sugli avvenimenti che portarono all’unità d’Italia. Con geniali trovate (come ad esempio i soldi della Comunità Europea per descrivere le massonerie internazionali che cospirarono contro Napoli) e qualche situazione esilarante utile alla composizione del messaggio, l’artista Napoletano ha dato dimostrazione di come ogni componente possa essere utile a diffondere la verità storica, certificata dalle parole di commento finale della padrona di casa Veronica Pivetti.

Garibaldi: «Siciliani, tranquilli, noi siamo venuti per liberarvi».
siciliano: «Ma da chi?» 
Garibaldi: «Noi siamo venuti per restituirvi le vostre terre».
siciliano: «Ma quelle già sono le nostre. Che devi fare piemontese, te le devi prima prendere? Fammi capire.»  

Muti: «Io orgoglioso di Napoli, ma torni capitale»

Muti: «Io orgoglioso di Napoli, ma torni capitale»
il grande Maestro Napoletano ha compiuto 70 anni

In occasione del suo genetliaco, Riccardo Muti ha concesso un’intervista a “Il Mattino” da cui sono tratti i seguenti stralci in cui si auspica il ritorno di Napoli a ruolo di Capitale, spaziando dalla storia del Sud all’orgoglio, dalle ombre che interessano più delle fulgide luci della città al teatro più bello del mondo (il “San Carlo”). Finendo con una battuta che dimostra tutto il grande rispetto per uno strumento musicale della nostra cultura che è patrimonio mondiale e che invece l’Italia ha ridotto a simbolo oleografico, quasi denigratorio.

La sua Itaca sono le sue radici, pensa di più a Napoli, dov’è nato, o alla Puglia, dov’è cresciuto?
«Penso a un mio Sud. Un luogo ideale della memoria. Ho comprato un pezzo di terra vicino a Castel Del Monte, tutto ulivi, qualche trullo povero povero, mi piace nutrirmi della visione di questo luogo magico e misterioso che mi ha sempre affascinato. Quella struttura ottagonale che s’alza sulla collina è una delle prime immagini che mi si sono stampate dentro. Da ragazzino ci andavo in bicicletta, da Molfetta, dove abitavo con la mia famiglia, cominciai a studiarne la storia, Federico II è diventato un mio punto di riferimento».

Perché rappresenta un legame tra le sue «due terre»?
«Forse anche per questo. Io mi sento profondamente italiano e napoletano, e lo dico con grande orgoglio».

Un napoletano del mondo che ovunque rappresenta Napoli, anche pochi giorni fa a Nairobi, ultimo concerto delle Vie dell’Amizizia del Ravenna Festival.
«Aveva ragione mia madre che con una preveggenza straordinaria volle che tutti noi figli nascessimo a Napoli. Quando s’avvicinava il momento del parto si metteva in viaggio e tornava a casa di sua madre, in via Cavallerizza a Chiaia 14. Sono nato lì, al primo piano. Diceva: “Se da adulti girerete il mondo e direte che siete nati a Napoli vi rispetteranno”, marcava apposta la cadenza dialettale».

E lei si è sentito rispettato?

«Veramente negli ultimi tempi ovunque vada, da New York a Vienna, mi chiedono solo dell’immondizia. Io non so che rispondere perché non ci vivo, le cose locali non le conosco bene, ricordo una città in cui dai bassi uscivano i profumi delle cucine. Mi affretto a spiegare che i cittadini sono degli eroi, delle vittime. Però poi mi auguro che finalmente si inverta questa tendenza e che i napoletani si riapproprino dell’orgoglio di vivere in una grande capitale della cultura. Napoli è altro: grandi immaginazioni, pensatori, filosofi, musicisti, compositori».

La città di cui lei ha mostrato i tesori al Festival di Pentecoste, a Salisburgo, per cinque anni.
«Ora il progetto continua con l’Opera di Madrid dove l’anno prossimo dirigerò “I due Figaro” di Mercadante, un vero capolavoro visto già a Salisburgo e Ravenna. Il sovrintendente Mortier vuole raccogliere il testimone e ha aperto le porte del suo teatro, d’altronde i rapporti tra Napoli e la Spagna sono stati intensissimi».

E Napoli, il San Carlo?
«Ci sono discorsi, progetti, ma bisogna trovare tempi e modi. Io sono sempre impegnatissimo, lavoro dodici mesi all’anno ma al San Carlo sono vicino e guardo con apprensione e affetto. E tornerò, come promesso, a dicembre. Mi auguro che il commissario Nastasi, la sovrintendente Purchia, chi amministra e chi lavora nel teatro più bello del mondo, trovino insieme il modo di guardare al futuro con positività. Il San Carlo è un tesoro, uno dei tanti tesori di una città che, per dirla Roberto De Simone, non è solo canzonette, cibo e certi strumenti. Non li nomino apposta perché poi il mandolinista può dire: perché te la prendi con me?».

Muti: «L’europa rispetta Napoli, l’Italia se ne dimentica»

Storia e segreti del caffè a Napoli. Rito e tradizione della città.

Perché ‘a tazzulella ‘e cafè è meglio qui che altrove

di Angelo Forgione
dal libro “Made in Naples” (Magenes, 2013) – riproduzione vietata

«Prendiamoci un caffè!» È l’invito più frequente a Napoli, pretesto mondano e occasione di socializzazione per una chiacchierata in leggerezza, piacevole occasione di distensione quotidiana, al lavoro come nel tempo libero. Nella città partenopea il caffè è un rito che è pure business, una tradizione talmente radicata da aver consacrato in Italia e nel mondo l’espresso napoletano, partendo dal Settecento, quando nell’antica città capitale se ne beveva almeno una tazzina al giorno.
La pianta del caffè è originaria dell’Abissinia, attuale Etiopia, da cui si diffuse in Arabia e in Turchia. Proprio a Costantinopoli, nel 1554, fu aperto il primo locale di degustazione. Nel Seicento, i chicchi neri dell’arabo qahwa giunsero in Europa a bordo delle navi dei mercanti veneziani, partendo proprio dalla Turchia, dove la parola kahve, portata in laguna, fu italianizzata in caffè. Ma fu Vienna la prima città europea che ne fece una vera e propria istituzione, dando vita, alla fine del XVII secolo, ai primi Kaffeehaus, i famosissimi caffè viennesi, locali di piacevole degustazione della bevanda ottomana. Il caffè vi fu portato dal pascià Kara Mahmud, ambasciatore turco alla corte dell’imperatore Leopoldo I, che nel 1665 giunse nella capitale austriaca portando con sé stalloni arabi, cammelli, un’abbondante scorta di chicchi di caffè e due inservienti esperti nel trasformarli in bevanda. Il primo locale viennese risale al 1685 ma la sua storia si fa leggenda epica, legandosi all’assedio ottomano di Vienna del 1683, quando le trecentomila guarnigioni turche, guidate dal generale Kara Mustafa, in frettolosa fuga lungo il Danubio per l’irruzione in difesa della città della coalizione cristiana guidata dal Re di Polonia Giovanni III Sobieski e dal duca Carlo di Lorena, avrebbero abbandonato negli accampamenti cinquecento libbre di caffè crudo. Il prezioso informatore Georg Franz Kolschitzky, un polacco residente in Austria, avrebbe ottenuto il dono imperiale di quella merce, poi riutilizzata aprendo il “Blue Bottle”, il primissimo Kaffeehaus. In realtà, gli archivi viennesi svelano che il mercante Kolschitzky dovette penare assai prima di ottenere la licenza commerciale, consegnata nel 1685 non a lui ma a Johannes Diodato, un armeno residente nella capitale austriaca che già da tempo serviva caffè, pur senza autorizzazione. Leopoldo I gli concesse un monopolio reale per la durata di vent’anni con cui Vienna divenne il trampolino di lancio della cultura del kaffee, nonché il punto di partenza di un ponte culturale con Napoli attraverso il quale passò anche la bevanda nera.
    Dalla capitale dell’Impero austriaco proveniva Maria Carolina D’Asburgo-Lorena, sposa nel 1768 di Ferdinando di Borbone. Fu proprio lei a radicare la tradizione del caffè nella cultura napoletana. Per la nuova autoritaria regina era prioritario misurarsi con la figura del primo ministro Bernardo Tanucci, rappresentante delle ingerenze di Madrid dopo la partenza di Carlo di Borbone da Napoli per il trono di Spagna. La diplomazia asburgica aveva interpretato il matrimonio di Maria Carolina con Ferdinando come strumento di sottrazione del Regno di Napoli dall’influenza spagnola, obiettivo politico che passò anche attraverso l’affermazione del costume viennese nell’etichetta di corte, in luogo di quello franco-spagnolo. Il caffè fu insomma simbolo e strumento diplomatico nell’asse Vienna-Napoli. Da quest’incrocio, la città partenopea divenne terminale del percorso e capitale italiana del caffè con la sua reinterpretazione di tostatura più apprezzata. Della viennese Maria Antonietta di Francia, sorella di Maria Carolina, si racconta che prima di avviarsi al patibolo volle bere proprio una tazza di caffè. Che si tratti di fantasia o realtà, furono comunque le due sorelle austriache a “lanciare” in Europa l’infuso di chicco turco macinato, creando i presupposti per il più classico abbinamento mattiniero della colazione al bar. Il caffè si sposò col cornetto, che pure si ricollega leggendariamente all’assedio ottomano respinto grazie ai fornai viennesi, i quali, durante il lavoro notturno, avrebbero sentito i rumori dei soldati turchi nel tentativo di penetrare nella città dal sottosuolo. Per ringraziarli, il re polacco avrebbe chiesto loro di creare un dolce che ricordasse la vittoria della cristianità. L’invenzione del fornaio Peter Wendler fu il kipferl, “mezzaluna” in lingua tedesca, una panetto a forma del simbolo della bandiera turca, da divorare metaforicamente. Kaffee e kipferl, deliziose viennoiseries, una turca di adozione austriaca e l’altra austriaca di ispirazione turca. Anche il kipferl seguì i fornai di Maria Antonietta a Parigi e quelli di Maria Carolina a Napoli. Nella capitale francese fu ribattezzato croissant, cioè “crescente”, come la fase lunare che offre lo spicchio di luna visibile, mentre nella capitale duosiciliana prese il nome di cornetto, legandosi nella nomenclatura alla popolare scaramanzia apotropaica della città. Caffè e cornetto fecero così il loro ingresso nella cultura delle due capitali, ben prima che la colazione conoscesse a inizio Novecento la fortunata variante del cappuccino.
    Un passo fondamentale nella storia del caffè a Napoli fu compiuto con l’invenzione, nel 1819, della cuccumella, la caffettiera napoletana che alternava il metodo di preparazione per decozione alla turca al metodo di infusione alla veneziana, con un sistema a doppio filtro. La cuccumella consentì la preparazione domestica, poi delegata alla moka nel Novecento, quando i napoletani erano già divenuti abili maestri nel maneggiare la macchina per espresso da bar inventata a Torino nel 1884.
Ma perché, nonostante l’infuso nero non abbia radici partenopee, chiunque metta piede a Napoli resta attratto dalla tazzulella più famosa al mondo? Il più classico dei luoghi comuni popolari vuole che il segreto sia l’acqua, storicamente buona nella città vesuviana; ma si tratta, appunto, di un semplice luogo comune. Napoli è maestra di reinterpretazioni e anche il caffè lo dimostra. Il vero segreto è racchiuso nella particolare tostatura dei chicchi, che conferisce loro una più scura colorazione rispetto a quella delle altre regioni italiane e straniere. Si dice della tostatura napoletana che é “cotta al punto giusto”. Ciò significa che le è prestata una grande attenzione durante il processo di torrefazione, che se fosse solo di poco più lunga causerebbe la bruciatura dei chicchi stessi. Questa specifica attenzione, dopo qualche giorno di riposo, riduce l’acidità ed esalta gli oli essenziali che contribuiscono a una migliore estrazione degli aromi. Tutta questa esclusiva lavorazione a monte, unita alla maestria nelle manovre alla macchina per espresso, conferisce il caratteristico gusto al caffè napoletano, da apprezzare pulendosi prima la bocca con un sorso d’acqua. Un giusto forte e deciso nel retrogusto, dal tono amaro e non acido, ma anche corposo per via di una percentuale di qualità robusta unita all’arabica di cui è composta la miscela napoletana.
Altro punto a favore dell’espresso partenopeo sta nel fatto che è più salutare di qualsiasi altra preparazione del caffè, poiché l’estrazione di caffeina, che è relazionata al tempo di esposizione all’acqua calda, è minima. In sostanza, contrariamente a quanto pensano in tanti, il caffè “ristretto” alla napoletana è molto più salutare di un caffè “lungo” dal sapore discutibile e dalla maggiore concentrazione di caffeina.
   Per storia e radicamento, l’unica tradizione in Italia che può affiancarsi alla napoletana è quella di Trieste, dove pure il caffè è rito. Non è un caso. La città giuliana era un porto dell’Impero Austriaco quando Maria Carolina regnava a Napoli, e da lì accedevano le scorte di caffè provenienti dalla Turchia. Ma senza nulla togliere al pur forte rapporto tra la città alabardata e il caffè, la miscela triestina non conserva in sé le peculiari caratteristiche di tostatura della napoletana ed è connotata da un più elevato grado di dolcezza che, se per i gusti di qualcuno può rappresentare un vantaggio, per i veri cultori non è altro che un fattore decretante la superiorità dell’espresso napoletano. A Trieste si predilige un infuso delicato, fruttato e dolce nel retrogusto. È una filosofia diversa ma con una radice comune, quella asburgica.
Riti e storie ruotano attorno al caffè partenopeo. È di regola berlo con le quattro C, ossia le iniziali della frase “comme coce chistu cafè”. E scalda più il cuore che il palato un’usanza nata nel quartiere Sanità: il caffè sospeso. L’avventore paga due tazzine, di cui una a beneficio di un ignoto indigente che ne faccia richiesta. Una grande lezione di dignità, recepita di recente anche dalla nuova Europa povera che dalla solidarietà napoletana ha tratto gli anticorpi per combattere la recessione.
Il “matrimonio” tra Vienna e Napoli radicò una fortissima tradizione e partorì la rinomata miscela napoletana. Un’unione fruttifera, suggellata anche sotto il profilo dolciario: nel 1898, Josef Manner, un imprenditore viennese del cioccolato, mise insieme zucchero, olio di cocco, cacao in polvere e pregiate nocciole provenienti dalle piantagioni vesuviane per creare quattro strati di ripieno tra cinque strati di cialda. Era il Manner Original Neapolitan Wafer n. 239. Quella ricetta non è mai cambiata, e detta da allora le modalità per la produzione dei wafer alla nocciola, universalmente noti come Neapolitaner. Proprio come il caffè.

«Tosel, i Napoletani non hanno l’anello al naso»

«Tosel, i Napoletani non hanno l’anello al naso»
Il giudice sportivo strumentalizza i fischi all’inno nazionale
e li equipara agli scontri sanguinosi di Roma

Quella del magistrato friulano Gianpaolo Tosel, giudice sportivo per conto della Federcalcio tutta, è una continua sfida alla pazienza e all’intelligenza dei Napoletani. Noi non abbiamo più alcun dubbio, e da tempo, sul fatto che i suoi metodi di applicazione delle regole abbiano poco a che vedere con una vera giustizia. Tosel può essere a tutti gli effetti considerato l’inventore della “ingiustizia sportiva”.

L’articolo 3 della Costituzione italiana, già disattesa in molti altri punti, recita così: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Ebbene, un magistrato dello Stato disattende la Costituzione in ambito sportivo sin dal giorno in cui si è insediato al posto del defunto predecessore Maurizio Laudi che non aveva mai sollevato simili polveroni.

È inutile ricordare tutto quello che è avvenuto in passato, è nella memoria di tutti. Veniamo alle ultime sanzioni-provocazioni di Tosel relative alle partite di Coppa Italia: ammenda di  20.000 euro alla SSC Napoli per avere suoi sostenitori turbato con numerosi fischi l’iniziale minuto di raccoglimento; per avere inoltre, al 10° del secondo tempo, indirizzato
un fascio di luce laser verso un calciatore avversario; per avere infine, nel corso della gara,
acceso innumerevoli fumogeni nel proprio settore.

Fischi durante il raccoglimento? Leggiamo il comunicato e saltiamo sulla sedia!!! Inutile discutere sul laser e sui fumogeni contro i quali è prevista per regolamento la giusta sanzione. Ma i fischi durante il minuto di raccoglimento sono un’invenzione diffamatoria di Tosel. Basti vedere le immagini e constatare che durante il minuto di raccoglimento gli spettatori presenti rispettavano in silenzio la memoria del militare defunto in Afghanistan, più sentitamente di come accade in altri stadi dove subito partono applausi, che a Napoli sono piovuti dagli spalti solo quando l’arbitro ha decretato con un fischio il termine del minuto di silenzio.

I fischi che Tosel ha strumentalizzato, perché di strumentalizzazione si tratta, sono quelli che alcuni hanno prodotto durante l’inno nazionale italiano in segno di protesta per gli avvenimenti che sconvolgono la vita della città e contro le retoriche celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia; e francamente non ci sentiamo di stigmatizzare tale dissenso.
 Non ci risulta che vi sia una regola sportiva che vieti i fischi all’inno nazionale; si tratta di una manifestazione democratica che può essere condivisa o stigmatizzata, ma non certo sanzionata come se scorresse il “ventennio fascista”.

Noi stessi, come movimento di cittadinanza attiva con coscienza di ciò che divulghiamo dal punto di vista identitario, lontani da logiche secessionistiche che riguardano movimenti politici del nord, e senza volontà di fomentare errate reazioni, invitiamo tutti i Napoletani a riflettere su tante situazioni che spesso ci vedono colpevoli in casa nostra e a volte vittime di attacchi esterni. Scevri da ogni sorta di vittimismo, rivendichiamo il diritto di protestare, per di più pagando un biglietto che peraltro è valido per il godimento di uno spettacolo calcistico che però la FIGC ha infarcito di propaganda politica funzionale alle celebrazioni retoriche dell’unità di un paese spaccato socialmente ed economicamente. Vorremmo festeggiare anche noi, sventolare il tricolore col sorriso, ma proprio non ci è possibile far finta di nulla e neanche ci fa sorridere il fatto che lo Stato strumentalizzi il calcio per propagandare una simile ridondanza senza contenuti con uno spot in cui dei bambini giocano a calcio e ricevono nelle mani da falsi eroi un pallone da basket (?), con una coppa intitolata all’unità che non c’è e con una patch celebrativa cucita sulle maniche delle squadre in competizione.

I Napoletani non hanno l’anello al naso e tutto questo l’hanno intuito, e hanno capito anche che Tosel, magistrato senza equilibrio dello Stato (e ci dispiace dirlo), quei fischi all’inno nazionale non li ha digeriti e li ha fatti pagare.

A Roma, il giorno dopo, è accaduto di tutto, prima, durante e dopo il derby di Coppa Italia. Scontri, accoltellamenti, feriti, petardi, sassaiole, assalto al pullman della Lazio con tanto di dirigente ferito. E li solo sanzioni pecuniarie, come al solito. Come dire che i fischi di Napoli equivalgono agli scontri sanguinosi di Roma. È questo ciò che si deduce raffrontando le sanzioni. Niente squalifica del campo, niente divieto di trasferta per le tifoserie, niente chiusura delle curve.

Per un vile e deplorevole accoltellamento ad un inglese alla vigilia di Napoli-Liverpool la stampa nazionale si divertì a titolare “Vergogna Napoli” dappertutto; fu una gogna mediatica giustissima che però è divenuta ingiusta alla luce del diverso trattamento riservato ai fatti di Roma, per restare sul pezzo, laddove tristezze del genere si ripetono ad ogni stracittadina.

Noi continuiamo a denunciare tutto questo, a porre la lente d’ingrandimento sui fatti e sui misfatti di Tosel, a richiamare invano l’attenzione del Presidente della FIGC Abete, consapevoli che queste cose, per volontà superiore, ce le cantiamo e ce le suoniamo tra di noi. Ma almeno avremo fatto la nostra parte, non facendoci prendere per stolti e offrendo lo spunto di riflessione a quei nostri concittadini che ancora non hanno capito come funzionano certi meccanismi nel nostro paese che del calcio “catalizzatore” ne fa strumento di convogliamento di messaggi sociali pericolosi.

Angelo Forgione
Movimento V.A.N.T.O.
(Valorizzazione Autentica Napoletanità a Tutela dell’Orgoglio)
Responsabile per la città di Napoli del Parlamento delle Due Sicilie

DISCARICHE SUL VESUVIO – IL VULCANO INTOSSICATO (dopo Chiaiano, il Vesuvio. E poi?)

150 anni di soffocamento per Napoli e il Sud

Dopo Chiaiano, il Vesuvio diventa vittima sacrificale della crisi dei rifiuti in Campania. Un territorio devastato dalla politica e dall’incontrastato controllo delle mafie a cui il Sud è consegnato, quello stesso territorio che prima dell’unità d’Italia era protetto da leggi speciali e che in 150 anni di unità d’Italia è diventato il più “sfregiato” d’Europa.

si ringraziano per le immagini l’Associazione Cittadini Giornalisti, Valigia Blu (Nell’inferno di Terzigno), Ricky Farina, Pietro Menditto e Diego Fabricio (Vietato respirare) e Mauro Caiano (Napoli Capitale)

IL PARLAMENTO DELLE DUE SICILIE A “PRESA DIRETTA” (RaiTre)

IL PARLAMENTO DELLE DUE SICILIE A “PRESA DIRETTA” (RaiTre)

Le ragioni anti-risorgimentali dei Meridionalisti espresse dai vertici del “Parlamento delle Due Sicilie” a “PresaDiretta” su RaiTre del 10 Ottobre 2010



La discussione durò più di un’ora ma per ovvie ragioni non sono state inserite tutte le dichiarazioni, tra le quali le più pacate del sottoscritto e di Gennaro De Crescenzo. Alla RAI “servivano” dei meridionali incazzati.

Faccio notare un particolare significativo:

2:36 indico all’ex iena Alessandro Sortino, che chiedeva dove fosse il Piemonte nella tabella, il dato della Sardegna.

Purtroppo la telecamera non mostra l’espressione allibita quando ha visto che il Regno sabaudo disponeva di 27 milioni contro i 443,2 di quello Borbonico.

Sotto il doppiaggio si sente “Si sono presi i soldi…” ma è stato tagliato “e sono scappati col bottino. Secondo te perchè si fanno le guerre?”.

A quel punto Alessandro Sortino ha capito il Risorgimento!