Saclà UK, ramo britannico dell’azienda piemontese di conserve vegetali, ha fatto irruzione in un supermercato londinese con lo “spirito italiano”… sulle note di Funiculì Funiculà.
Qualche giorno fa, l’azienda ha organizzato un’Opera improvvisata nel John Lewis Oxford Street Foodhall, al Waitrose di Londra, con i cantanti travestiti da clienti e personale del negozio, sorprendendo i veri clienti. Sul sito di Saclà UK si legge: “Godetevi tutto lo spirito e la passione d’Italia in questa breve “Shopera”.
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video / Ippolito Nievo, le ruberie dei Mille e la prima strage di Stato
Tratto da La storia siamo noi (Rai), l’enigma del vapore Ercole, la nave scomparsa nel nulla che trasportava la scottante contabilità della spedizione dei Mille. Partì da Palermo la sera del 4 marzo 1861. A bordo c’era Ippolito Nievo con altre settantanove persone tra equipaggio e passeggeri, e il Rendiconto nel quale si dimostrava, con meticolosa precisione, l’operato di tutta l’Intendenza delle finanze garibaldine. Nel fascicolo erano contenute notizie riservate, che non sarebbe stato opportuno rivelare perché avrebbero acclarato la pesante ingerenza del Governo di Londra nella caduta del Regno delle Due Sicilie. Nievo aveva dovuto gestire un ingente finanziamento in piastre turche proveniente dalle massonerie britanniche, che aveva favorito l’arrendevolezza di gran parte degli ufficiali borbonici e delle alte cariche civili duosiciliane: un’immobilità che aveva paralizzato l’Esercito e soprattutto la Marina borbonica, senza la quale il più grande Stato della penisola italiana, con la terza flotta europea di quel tempo, sarebbe difficilmente caduto. Il Vice Intendente era rimasto nauseato da ciò che aveva visto, da come veniva trattato il popolo siciliano e di come le cose erano andate contro le sue aspirazioni.
Il rendiconto non arrivò mai a Napoli, da dove doveva proseguire per Torino. Il console amburghese Hennequin, che a Palermo curava gli interessi inglesi, aveva cercato di dissuadere Nievo dall’imbarcarsi su quella nave, ma il Vice Intendente ignorò, forse consapevole del suo destino, il criptico avviso dell’annunciata prima strage di Stato dell’Italia unita.
Il destino di un mendicante che impatta con uno scippatore
Ancora giudizi sommari su un video muto
Angelo Forgione – Lo scippo nei pressi di piazza del Gesù sta facendo parlare (come al solito) di una Napoli indifferente e senza reattività di fronte alla micro e macro criminalità. Un fondo di verità c’è, perché la gente non si sente tutelata e non può e non vuole farsi giustizia da sola, ma forse siamo al ricamo. Condanna sui napoletani perchè il caso ha voluto che sia stato un extracomunitario a diventare, suo malgrado, protagonista degli eventi. L’africano è lì in quel momento, si trova sul punto preciso dello scippo, seduto su una fioriera mentre passa la donna che incrocia lo scippatore. È travolto dalla dinamica e ne diventa parte per inerzia. La sua azione fa perdere l’equilibrio al reietto e lentamente accorre un capannello di gente, anche dai negozi, attirata dal trambusto, ed è plausibile che non capisca che si tratti di scippo ma di incidente (vedendo lo scooter a terra), e soccorre il colpevole. L’extracomunitario non parla bene l’italiano ma ha la borsa della donna in mano. Dunque, non si può sapere se tutti abbiano compreso che si sia trattato di rapina, e infatti qualcuno alza persino lo scooter. La donna, sotto shock, fa capire con lentezza che è stata aggredita. Un uomo si avvicina allo scippatore e gli dice qualcosa, toccandogli il braccio “affettuosamente”. Ma non si può sapere cosa. Lo scippatore appare intimorito, anche inesperto, e prova a fuggire appena possibile, ma viene spinto dall’extracomunitario. Sopraggiunge un altro signore con cappello e nota che la targa del motoveicolo è coperta, probabilmente cercando di leggerla. Presumibilmente, l’uomo di cui sopra si sbraccia per richiamare l’attenzione di qualcuno nei paraggi (forze dell’ordine in piazza del Gesù?), ma inutilmente. Quando lo scippatore riparte, l’uomo sembra fare un gesto come per dire «non si muovono!».
Fermo restando che l’encomiabile Benjamin è stato il più risoluto, anche perché è quello che ha capito bene cosa sia successo essendone rimasto coinvolto, e che gli altri avrebbero potuto fare certamente molto di più, il vero colpevole del video è l’uomo che, mentre accade il fatto, cammina in alto e fa finta di non vedere nulla, tirando dritto. Peggio dell’altro testimone oculare che entra da destra e lo si vede solo indicare il malvivente. Va bene analizzare il disagio dei napoletani e i loro timori, ma ricamare sull’indifferenza e addirittura sul favoreggiamento mi sembra l’ennesimo atto di sciacallaggio mediatico che ingigantisce i pur gravi problemi sociali di Napoli comuni ad altre città. La manipolazione è forzata a puro scopo sensazionalistico, e di precedenti pure ce ne sono (guarda qui). Il malvivente è stato poi identificato ed arrestato dai Carabinieri, ma presto sarà libero, perché così funziona in Italia. Questo è il vero problema su cui si dovrebbe discutere.
Non ho alcuna voglia di difendere nessuno ma solo l’esigenza di dire quello che ho percepito con obiettività in un filmato muto. Se mi sarà sfuggito qualcosa, me lo si perdoni. Certo è che se la prossima volta si eviterà al malfattore di svignarsela avremo fatto un passo avanti. Questi miserabili agiscono in pieno giorno e tra la gente proprio perché sanno che la reazione non è mai troppo decisa. A me non piace questa Napoli e preferisco concentrarmi sulle parole di Benjamin dopo l’accaduto dette a Fanpage, una vera e propria lectio magistralis di vita di una persona povera che non va a rubare ma chiede aiuto alla gente.
Il pioniere della TV privata prova “Made in Naples” in 3D
Angelo Forgione – L’ingegner Pietrangelo Gregorio, primissimo pioniere dell’emittenza privata in Italia, ha dedicato a Made in Naples una prova tecnica di trasmissione tridimensionale del sistema Stereoglobal/G da lui inventato per consentire la trasmissione e la visione di programmi in 3D senza l’ausilio della banda larga, ovverso su comuni canali del digitale terrestre.
Alla storia di Pietrangelo Gregorio, osso duro per Berlusconi negli anni Ottanta e da sempre mente lucida del territorio campano, ho dedicato un intero capitolo sul mio libro, descrivendone le vicende e il ruolo primario nella storia dell’emittenza televisiva nazionale e anche europea. L’uomo dalle tante invenzioni sta sperimentando su TeleCapri e TeleCapriNews la tecnologia “low-cost” da lui creata, basata sulle convergenza oculare e sulla stereopsi composita, e si prepara all’ormai prossima inagurazione con cui Napoli, a tutti gli effetti, conseguirà ufficialmente un nuovo primato, stavolta in ambito tecnologico.
la visione del video in 3D, comunque non ottimale a causa della qualità compressa del video sul web, richiede l’uso di comuni occhialini con cromia rossa e azzurra.
Le chiavi della città di Napoli
Al secondo piano di Palazzo San Giacomo, antico palazzo dei ministeri borbonici, in un quadro-medagliere, sono esposte e custodite le simboliche chiavi della città di Napoli, risalenti alla prima metà dell’Ottocento. Spicca il bassorilievo del “cavallo sfrenato”, simbolo della capitale e di tutti i territori “al di qua del faro” durante il Regno delle Due Sicilie, racchiuso nell’anello di ciascuna delle chiavi e delimitato da una ghirlanda di foglie di quercia e di alloro, su cui troneggia una corona reale. L’attaccatura dell’anello al gambo è a forma di scudo, sul quale è inciso, in lettere corsive intrecciare, il monogramma CDN (Città di Napoli).
Pizza “margherita” e la verità che avanza a NYC
Angelo Forgione – La vera storia dell’orgine della pizza “margherita” si fa sempre più largo e approda anche a New York, dove il napoletanissimo Rosario Procino, comproprietario insieme a Pasquale Cozzolino della pizzeria napoletana “Ribalta” nel moderno Greenwich Village, facente parte degli unici tre locali newyorchesi con certificazione dell’Associazione Verace Pizza Napoletana, ha raccontato la pizza napoletana ai lettori del magazine i-Italy, attingendo da quanto divulgato in questo blog e in Made in Naples (Magenes, 2013). Nel suo scritto si legge testualmente che “ciò che noi conosciamo oggi come Pizza (pomodoro e mozzarella, per essere chiari), molto probabilmente nasce 300 anni fa a Napoli, ma anche se le origini geografiche sono ben definite, non possiamo essere sicuri circa la sua data di nascita. La storia ci dice che la Pizza Margherita è stata inventata nel 1889 in occasione della visita della regina Margherita di Savoia a Napoli. Negando questa narrazione, molti pensano che questa sia stata la più grande campagna promozionale del secolo per la commercializzazione di una pietanza. L’Italia, allora, era stata da poco unificata e i Savoia cercavano consensi in tutta una popolazione che non accettava l’unificazione d’Italia, percepita come un’invasione più di ogni altra cosa. Servire un piatto della tradizione napoletana con i colori della nuova nata bandiera d’Italia (il rosso del pomodoro, il bianco della mozzarella e il verde del basilico) fu un modo geniale per portare la Regina più vicina al cuore dei napoletani. Alcuni libri storici testimoniano la presenza di una pizza Margherita già all’inizio del 1800, cento anni prima della visita della regina piemontese, e attribuiscono il nome al fiore margherita per via della somiglianza tra i suoi petali e le fette di mozzarella.
Scompare il custode dei vini campani
salvò i vitigni d’origine greco-romana del Vesuvio dalla scomparsa
Angelo Forgione – Se ne va Antonio Mastroberardino, Cavaliere del Lavoro, l’uomo dell’eccellenza vinicola campana, colui che nella sua azienda di Atripalda ha puntato sui vitigni autoctoni e ha contribuito a portare i vini della Campania nel gotha mondiale, primi fra tutti, ma non unici, il Greco di Tufo, il Fiano di Avellino, il Taurasi e il Lacryma Christi, di cui ha curato i relativi disciplinari di produzione. Nato ad Avellino nel 1928 e laureatosi in chimica a Napoli nel 1954, ha dedicato la sua vita al recupero e alla rivalutazione dei vitigni autoctoni d’origine greco-romana. A lui si deve la riscoperta e la sopravvivenza degli antichissimi vitigni del Vesuvio, salvati dall’assalto del cemento e della perdita di ricchezza storico-agraria del vulcano, per fortuna oggi recuperata. Quando negli anni Sessanta gli ispettorati agrari iniziarono a sponsorizzare vitigni più redditizi come il Trebbiano, il Montepulciano, il Sangiovese e il Barbera, Antonio continuò a restare fedeli alle uve locali, senza tentennamenti. Oggi, soprattutto per merito suo, i vini campani sono di tendenza nel mondo, e la Campania ha ancora la sua identità enologica. La sua antichissima azienda irpina, la più antica della Campania, che è Storia della viticoltura regionale, è ora nelle buonissime mani dei figli Piero (che ho avuto il piacere di conoscere in un evento comune) e Carlo, cui vanno le mie più sentite condoglianze.
Recensione di “Made in Naples” da “il Brigante”
Littizzetto: «bidet al posto delle Fiat»
Angelo Forgione – Nella puntata di “Che tempo che fa” del 26 gennaio, Luciana Littizzetto ha affrontato il tema della distruzione di alberi utilizzati per produrre carta igienica, causato dalle aziende produttrici che non vogliono utilizzare carta riciclata. La comica ha detto che gran parte del problema è causato dai paesi dove non si usa il bidet, come la Francia o la Germania, e che, secondo lei, l’Italia dovrebbe farsi promotrice della diffusione nel mondo dello strumento igienico: «Letta… imponi il bidet ai grandi della terra. Siamo stati i primi a usarli, alla Reggia di Caserta. Li facciamo noi, chiudiamo la Fiat e le facciamo fare i bidet, tanto tra la Panda e un bidet…».
Detto da una torinese doc, come Gramellini. Anche lei ha capito bene la lezione impartita al tempo della puzza napoletana firmata Giampiero Amandola.
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tratto da Made in Naples (Magenes, 2013)

La giornata della Memoria lunga
dai napoletani deportati alla strage di Balvano, fino ai lager piemontesi
Angelo Forgione – La parola “olocausto” significa sacrificio, non sterminio come molti pensano. Il greco Olos-kaustos significa “completamente bruciato”; si trattava del massimo sacrificio religioso dell’animale, bruciato nel fuoco. Con la “Giornata della memoria” si ricorda la tragica storia di sei milioni di ebrei, handicappati e omosessuali periti nel ciclone della Shoah. Con loro, ottocentomila militari italiani deportati nei lager tedeschi dopo l’8 settembre 1943, cinquantamila dei quali massacrati dal lavoro forzato, dalla fame e dalle malattie. 40 furono le vittime in Campania: 19 uomini, 16 donne, 3 bambini e 2 neonati. Ci racconta questa triste storia il giornalista Nico Pirozzi, coordinatore del progetto “Memoriae”, il progetto istituzionale della Fondazione Valenzi in collaborazione con l’Associazione Libera Italiana, nato per mantenere vivo il ricordo della Shoah e attraverso di essa tenere alta l’attenzione contro ogni forma di razzismo e discriminazione culturale, sociale e politica.
Undici furono i napoletani che per sfuggire alla fame e alle bombe, che fecero della città un inferno di macerie e cadaveri, scelsero il momento e il luogo sbagliato. Andarono in Toscana, nella provincia di Lucca, dove nell’inverno del 1943 furono denunciati e arrestati da altri italiani, persone che parlavano la loro stessa lingua e che per un pugno di lire si erano venduti ai nazisti e ai repubblichini di Salò. Furono messi su un carro bestiame, dove c’era un po’ di paglia, una damigiana d’acqua e un recipiente per i bisogni fisiologici. Furono arrestati a Fiume, in Istria, la sera del 28 marzo 1944 e portati da Trieste ad Auschwitz, in un convoglio che raccoglieva 132 “passeggeri”. Un viaggio che durò una settimana. Tra di loro c’era anche Sergio De Simone, un bambino napoletano di sei anni, sua mamma Gisella, le cuginette Andra e Tatiana, le zie Sonia e Mira, lo zio Giuseppe e la nonna Rosa. Dei 132, 103 finirono subito nelle camere a gas. Al piccolo Sergio fu tatuato il numero A-179614, una matricola elencata nella lista di dieci bambini e altrettante bambine che, il 27 novembre 1944, partì da Auschwitz con destinazione Neuengamme, il campo di concentramento ubicato nelle immediate vicinanze di Amburgo. Sergio ci arrivò il 29 novembre, giorno del suo settimo compleanno: In gennaio, il medico Kurt Heissmeyer iniziò i suoi esperimenti sulla Tbc, utilizzando come cavie i venti bambini provenienti da Auschwitz. Sergio e gli altri diciannove bambini sopravvissero al bestiale esperimento, ma poi ci pensò la necessità di cancellare le tracce dell’odioso crimine prima che arrivassero gli inglesi ad eliminare i piccoli. Era la notte del 20 aprile 1945, quando a Neungamme arrivò l’ordine di sopprimere le piccole cavie. Sergio e gli altri bambini vennero fatti salire su un camion, con la promessa che sarebbero stati portati dai genitori, condotti alla periferia di Amburgo, nel sottoscala di una vecchia scuola, Bullenauser Damm. Un medico gli iniettò una dose di morfina. Il narcotico non tardò a entrare in circolo. In stato di semincoscienza vennero presi in braccio uno alla volta e condotti in una stanza attigua, dove li attendeva un gancio e una corda. Johann Frahm, uno dei boia, testimonierà davanti ai giudici del tribunale inglese che “i bambini furono impiccati come quadri alle pareti”.
Il 27 gennaio “della Memoria” è stato istituito dal Parlamento italiano con la legge n.211 del 20 luglio 2000. La data è stata scelta, come ricorda la legge stessa, quale anniversario dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, in ricordo della Shoah, lo sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico, per “conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere”. Il Meridione d’Italia, che ha la memoria lunga, non dimentica che Napoli fu la città più bombardata d’Italia durante il secondo conflitto mondiale, e che quei tristi eventi ne generarono anche altri coperti dal silenzio per ragion di Stato, come la più grande tragedia ferroviaria della storia d’Europa, a Balvano. E non dimenticano neanche che le prime deportazioni furono operate dalle truppe piemontesi ai danni dei soldati Napolitani, per fare l’Italia. Erano portati a Fenestrelle, S.Maurizio Canavese, Alessandria, San Benigno in Genova, Milano, Bergamo, Priamar presso Savona, Parma, Modena, Bologna, Ascoli Piceno e altre località del Nord. Un po’ tutti i popoli invasori hanno chiesto scusa ai loro colonizzati ma l’Italia nasconde la sua vergogna. Oggi, ricordando tutti i meridionali deportati nei campi di concentramento dei nazisti, rivolgiamo un pensiero anche a quelli che patirono freddo e fame, lontano dalla loro terra e dalle loro famiglie, per mano di altri italiani.


