Il destino di un mendicante che impatta con uno scippatore

Ancora giudizi sommari su un video muto

Angelo Forgione – Lo scippo nei pressi di piazza del Gesù sta facendo parlare (come al solito) di una Napoli indifferente e senza reattività di fronte alla micro e macro criminalità. Un fondo di verità c’è, perché la gente non si sente tutelata e non può e non vuole farsi giustizia da sola, ma forse siamo al ricamo. Condanna sui napoletani perchè il caso ha voluto che sia stato un extracomunitario a diventare, suo malgrado, protagonista degli eventi. L’africano è lì in quel momento, si trova sul punto preciso dello scippo, seduto su una fioriera mentre passa la donna che incrocia lo scippatore. È travolto dalla dinamica e ne diventa parte per inerzia. La sua azione fa perdere l’equilibrio al reietto e lentamente accorre un capannello di gente, anche dai negozi, attirata dal trambusto, ed è plausibile che non capisca che si tratti di scippo ma di incidente (vedendo lo scooter a terra), e soccorre il colpevole. L’extracomunitario non parla bene l’italiano ma ha la borsa della donna in mano. Dunque, non si può sapere se tutti abbiano compreso che si sia trattato di rapina, e infatti qualcuno alza persino lo scooter. La donna, sotto shock, fa capire con lentezza che è stata aggredita. Un uomo si avvicina allo scippatore e gli dice qualcosa, toccandogli il braccio “affettuosamente”. Ma non si può sapere cosa. Lo scippatore appare intimorito, anche inesperto, e prova a fuggire appena possibile, ma viene spinto dall’extracomunitario. Sopraggiunge un altro signore con cappello e nota che la targa del motoveicolo è coperta, probabilmente cercando di leggerla. Presumibilmente, l’uomo di cui sopra si sbraccia per richiamare l’attenzione di qualcuno nei paraggi (forze dell’ordine in piazza del Gesù?), ma inutilmente. Quando lo scippatore riparte, l’uomo sembra fare un gesto come per dire «non si muovono!».
Fermo restando che l’encomiabile Benjamin è stato il più risoluto, anche perché è quello che ha capito bene cosa sia successo essendone rimasto coinvolto, e che gli altri avrebbero potuto fare certamente molto di più, il vero colpevole del video è l’uomo che, mentre accade il fatto, cammina in alto e fa finta di non vedere nulla, tirando dritto. Peggio dell’altro testimone oculare che entra da destra e lo si vede solo indicare il malvivente. Va bene analizzare il disagio dei napoletani e i loro timori, ma ricamare sull’indifferenza e addirittura sul favoreggiamento mi sembra l’ennesimo atto di sciacallaggio mediatico che ingigantisce i pur gravi problemi sociali di Napoli comuni ad altre città. La manipolazione è forzata a puro scopo sensazionalistico, e di precedenti pure ce ne sono (guarda qui). Il malvivente è stato poi identificato ed arrestato dai Carabinieri, ma presto sarà libero, perché così funziona in Italia. Questo è il vero problema su cui si dovrebbe discutere.
Non ho alcuna voglia di difendere nessuno ma solo l’esigenza di dire quello che ho percepito con obiettività in un filmato muto. Se mi sarà sfuggito qualcosa, me lo si perdoni. Certo è che se la prossima volta si eviterà al malfattore di svignarsela avremo fatto un passo avanti. Questi miserabili agiscono in pieno giorno e tra la gente proprio perché sanno che la reazione non è mai troppo decisa. A me non piace questa Napoli e preferisco concentrarmi sulle parole di Benjamin dopo l’accaduto dette a Fanpage, una vera e propria lectio magistralis di vita di una persona povera che non va a rubare ma chiede aiuto alla gente.

Il pioniere della TV privata prova “Made in Naples” in 3D

gregorioAngelo Forgione – L’ingegner Pietrangelo Gregorio, primissimo pioniere dell’emittenza privata in Italia, ha dedicato a Made in Naples una prova tecnica di trasmissione tridimensionale del sistema Stereoglobal/G da lui inventato per consentire la trasmissione e la visione di programmi in 3D senza l’ausilio della banda larga, ovverso su comuni canali del digitale terrestre.
Alla storia di Pietrangelo Gregorio, osso duro per Berlusconi negli anni Ottanta e da sempre mente lucida del territorio campano, ho dedicato un intero capitolo sul mio libro, descrivendone le vicende e il ruolo primario nella storia dell’emittenza televisiva nazionale e anche europea. L’uomo dalle tante invenzioni sta sperimentando su TeleCapri e TeleCapriNews la tecnologia “low-cost” da lui creata, basata sulle convergenza oculare e sulla stereopsi composita, e si prepara all’ormai prossima inagurazione con cui Napoli, a tutti gli effetti, conseguirà ufficialmente un nuovo primato, stavolta in ambito tecnologico.

la visione del video in 3D, comunque non ottimale a causa della qualità compressa del video sul web, richiede l’uso di comuni occhialini con cromia rossa e azzurra.

Le chiavi della città di Napoli

Al secondo piano di Palazzo San Giacomo, antico palazzo dei ministeri borbonici, in un quadro-medagliere, sono esposte e custodite le simboliche chiavi della città di Napoli, risalenti alla prima metà dell’Ottocento. Spicca il bassorilievo del “cavallo sfrenato”, simbolo della capitale e di tutti i territori “al di qua del faro” durante il Regno delle Due Sicilie, racchiuso nell’impugnatura di ciascuna delle chiavi e delimitato da una ghirlanda di foglie di quercia e di alloro, su cui troneggia una corona reale. L’attaccatura dell’anello al gambo è a forma di scudo, sul quale è inciso, in lettere corsive intrecciate, il monogramma CDN (Città di Napoli).

Pizza “margherita” e la verità che avanza a NYC

Angelo Forgione – La vera storia dell’orgine della pizza “margherita” si fa sempre più largo e approda anche a New York, dove il napoletanissimo Rosario Procino, comproprietario insieme a Pasquale Cozzolino della pizzeria napoletana “Ribalta” nel moderno Greenwich Village, facente parte degli unici tre locali newyorchesi con certificazione dell’Associazione Verace Pizza Napoletana, ha raccontato la pizza napoletana ai lettori del magazine i-Italy, attingendo da quanto divulgato in questo blog e in Made in Naples (Magenes, 2013). Nel suo scritto si legge testualmente che “ciò che noi conosciamo oggi come Pizza (pomodoro e mozzarella, per essere chiari), molto probabilmente nasce 300 anni fa a Napoli, ma anche se le origini geografiche sono ben definite, non possiamo essere sicuri circa la sua data di nascita. La storia ci dice che la Pizza Margherita è stata inventata nel 1889 in occasione della visita della regina Margherita di Savoia a Napoli. Negando questa narrazione, molti pensano che questa sia stata la più grande campagna promozionale del secolo per la commercializzazione di una pietanza. L’Italia, allora, era stata da poco unificata e i Savoia cercavano consensi in tutta una popolazione che non accettava l’unificazione d’Italia, percepita come un’invasione più di ogni altra cosa. Servire un piatto della tradizione napoletana con i colori della nuova nata bandiera d’Italia (il rosso del pomodoro, il bianco della mozzarella e il verde del basilico) fu un modo geniale per portare la Regina più vicina al cuore dei napoletani. Alcuni libri storici testimoniano la presenza di una pizza Margherita già all’inizio del 1800, cento anni prima della visita della regina piemontese, e attribuiscono il nome al fiore margherita per via della somiglianza tra i suoi petali e le fette di mozzarella.

vai a i-Italy

Scompare il custode dei vini campani

salvò i vitigni d’origine greco-romana del Vesuvio dalla scomparsa

Angelo Forgione – Se ne va Antonio Mastroberardino, Cavaliere del Lavoro, l’uomo dell’eccellenza vinicola campana, colui che nella sua azienda di Atripalda ha puntato sui vitigni autoctoni e ha contribuito a portare i vini della Campania nel gotha mondiale, primi fra tutti, ma non unici, il Greco di Tufo, il Fiano di Avellino, il Taurasi e il Lacryma Christi, di cui ha curato i relativi disciplinari di produzione. Nato ad Avellino nel 1928 e laureatosi in chimica a Napoli nel 1954, ha dedicato la sua vita al recupero e alla rivalutazione dei vitigni autoctoni d’origine greco-romana. A lui si deve la riscoperta e la sopravvivenza degli antichissimi vitigni del Vesuvio, salvati dall’assalto del cemento e della perdita di ricchezza storico-agraria del vulcano, per fortuna oggi recuperata. Quando negli anni Sessanta gli ispettorati agrari iniziarono a sponsorizzare vitigni più redditizi come il Trebbiano, il Montepulciano, il Sangiovese e il Barbera, Antonio continuò a restare fedeli alle uve locali, senza tentennamenti. Oggi, soprattutto per merito suo, i vini campani sono di tendenza nel mondo, e la Campania ha ancora la sua identità enologica. La sua antichissima azienda irpina, la più antica della Campania, che è Storia della viticoltura regionale, è ora nelle buonissime mani dei figli Piero (che ho avuto il piacere di conoscere in un evento comune) e Carlo, cui vanno le mie più sentite condoglianze.

Recensione di “Made in Naples” da “il Brigante”

Da il Brigante, magazine per il Sud del terzo millennio di Giammarino Editore, la recensione di Made in Naples pubbicata nel n.32 di dicembre 2013. Clicca sull’immagine per ingrandire.

ilbrigante

Littizzetto: «bidet al posto delle Fiat»

Angelo Forgione – Nella puntata di “Che tempo che fa” del 26 gennaio, Luciana Littizzetto ha affrontato il tema della distruzione di alberi utilizzati per produrre carta igienica, causato dalle aziende produttrici che non vogliono utilizzare carta riciclata. La comica ha detto che gran parte del problema è causato dai paesi dove non si usa il bidet, come la Francia o la Germania, e che, secondo lei, l’Italia dovrebbe farsi promotrice della diffusione nel mondo dello strumento igienico: «Letta… imponi il bidet ai grandi della terra. Siamo stati i primi a usarli, alla Reggia di Caserta. Li facciamo noi, chiudiamo la Fiat e le facciamo fare i bidet, tanto tra la Panda e un bidet…».
Detto da una torinese doc, come Gramellini. Anche lei ha capito bene la lezione impartita al tempo della puzza napoletana firmata Giampiero Amandola.

minuto 04:40

tratto da Made in Naples (Magenes, 2013)
bidet

La giornata della Memoria lunga

dai napoletani deportati alla strage di Balvano, fino ai lager piemontesi

Angelo Forgione – La parola “olocausto” significa sacrificio, non sterminio come molti pensano. Il greco Olos-kaustos significa “completamente bruciato”; si trattava del massimo sacrificio religioso dell’animale, bruciato nel fuoco. Con la “Giornata della memoria” si ricorda la tragica storia di sei milioni di ebrei, handicappati e omosessuali periti nel ciclone della Shoah. Con loro, ottocentomila militari italiani deportati nei lager tedeschi dopo l’8 settembre 1943, cinquantamila dei quali massacrati dal lavoro forzato, dalla fame e dalle malattie. 40 furono le vittime in Campania: 19 uomini, 16 donne, 3 bambini e 2 neonati. Ci racconta questa triste storia il giornalista Nico Pirozzi, coordinatore del progetto “Memoriae”, il progetto istituzionale della Fondazione Valenzi in collaborazione con l’Associazione Libera Italiana, nato per mantenere vivo il ricordo della Shoah e attraverso di essa tenere alta l’attenzione contro ogni forma di razzismo e discriminazione culturale, sociale e politica.
Undici furono i napoletani che per sfuggire alla fame e alle bombe, che fecero della città un inferno di macerie e cadaveri, scelsero il momento e il luogo sbagliato. Andarono in Toscana, nella provincia di Lucca, dove nell’inverno del 1943 furono denunciati e arrestati da altri italiani, persone che parlavano la loro stessa lingua e che per un pugno di lire si erano venduti ai nazisti e ai repubblichini di Salò. Furono messi su un carro bestiame, dove c’era un po’ di paglia, una damigiana d’acqua e un recipiente per i bisogni fisiologici. Furono arrestati a Fiume, in Istria, la sera del 28 marzo 1944 e portati da Trieste ad Auschwitz, in un convoglio che raccoglieva 132 “passeggeri”. Un viaggio che durò una settimana. Tra di loro c’era anche Sergio De Simone, un bambino napoletano di sei anni, sua mamma Gisella, le cuginette Andra e Tatiana, le zie Sonia e Mira, lo zio Giuseppe e la nonna Rosa. Dei 132, 103 finirono subito nelle camere a gas. Al piccolo Sergio fu tatuato il numero A-179614, una matricola elencata nella lista di dieci bambini e altrettante bambine che, il 27 novembre 1944, partì da Auschwitz con destinazione Neuengamme, il campo di concentramento ubicato nelle immediate vicinanze di Amburgo. Sergio ci arrivò il 29 novembre, giorno del suo settimo compleanno: In gennaio, il medico Kurt Heissmeyer iniziò i suoi esperimenti sulla Tbc, utilizzando come cavie i venti bambini provenienti da Auschwitz. Sergio e gli altri diciannove bambini sopravvissero al bestiale esperimento, ma poi ci pensò la necessità di cancellare le tracce dell’odioso crimine prima che arrivassero gli inglesi ad eliminare i piccoli. Era la notte del 20 aprile 1945, quando a Neungamme arrivò l’ordine di sopprimere le piccole cavie. Sergio e gli altri bambini vennero fatti salire su un camion, con la promessa che sarebbero stati portati dai genitori, condotti alla periferia di Amburgo, nel sottoscala di una vecchia scuola, Bullenauser Damm. Un medico gli iniettò una dose di morfina. Il narcotico non tardò a entrare in circolo. In stato di semincoscienza vennero presi in braccio uno alla volta e condotti in una stanza attigua, dove li attendeva un gancio e una corda. Johann Frahm, uno dei boia, testimonierà davanti ai giudici del tribunale inglese che “i bambini furono impiccati come quadri alle pareti”.
Il 27 gennaio “della Memoria” è stato istituito dal Parlamento italiano con la legge n.211 del 20 luglio 2000. La data è stata scelta, come ricorda la legge stessa, quale anniversario dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, in ricordo della Shoah, lo sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico, per “conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere”. Il Meridione d’Italia, che ha la memoria lunga, non dimentica che Napoli fu la città più bombardata d’Italia durante il secondo conflitto mondiale, e che quei tristi eventi ne generarono anche altri coperti dal silenzio per ragion di Stato, come la più grande tragedia ferroviaria della storia d’Europa, a Balvano. E non dimenticano neanche che le prime deportazioni furono operate dalle truppe piemontesi ai danni dei soldati Napolitani, per fare l’Italia. Erano portati a Fenestrelle, S.Maurizio Canavese, Alessandria, San Benigno in Genova, Milano, Bergamo, Priamar presso Savona, Parma, Modena, Bologna, Ascoli Piceno e altre località del Nord. Un po’ tutti i popoli invasori hanno chiesto scusa ai loro colonizzati ma l’Italia nasconde la sua vergogna. Oggi, ricordando tutti i meridionali deportati nei campi di concentramento dei nazisti, rivolgiamo un pensiero anche a quelli che patirono freddo e fame, lontano dalla loro terra e dalle loro famiglie, per mano di altri italiani.

La Scala di Milano figlia dell’Illuminismo napoletano

Piermarini mise in pratica a Milano gli studi fatti a Napoli.
Stendhal fu colpito dalla Scala ma poi restò abbagliato dal San Carlo.

Il teatro San Carlo nel ‘700

Angelo Forgione per napoli.com
Il Real Teatro di San Carlo è il più antico e, per opinione diffusa, il più bel teatro lirico del mondo. È il luogo in cui è passata la storia e dove la musica, nel Settecento, è cambiata. Eppure la reggia della musica di Napoli è meno nota e considerata del Teatro alla Scala di Milano. Realmente bellissimo, il San Carlo lo è diventato nel 1817, quando, dopo un incendio devastante, fu

ricostruito su progetto di Antonio Niccolini, il quale, in soli sei mesi di lavoro, restituì a Napoli e al mondo il gran teatro, mutato nella sala (oltre che nella facciata da lui realizzata nel 1810), ancor più bella di quella rococò firmata nel 1737 da Giovanni Antonio Medrano. Eppure, il mondo che pensa all’Italia ha come riferimento il Teatro Alla Scala di Milano, che fu costruito nel 1778, quarantuno anni dopo il napoletano, dall’architetto Giuseppe Piermarini, uno dei più celebri, se non il più celebre, degli allievi di Luigi Vanvitelli, architetto dei Borbone di Napoli. Dopo una prima formazione nella sua Foligno, Piermarini si recò a Roma per studiare col suo maestro impegnato per la corte papalina. Il Vanvitelli

lo volle con sé una volta chiamato a Napoli da Carlo di Borbone, e lì si dedicò allo studio degli scavi archeologici vesuviani, che, a partire dalla metà del Settecento, iniziarono a sconvolgere prima il gusto vanvitelliano e poi quello di tutti gli architetti seguenti. A Napoli finì il Barocco e nacque il Neoclassicismo, ed è proprio lì che guardavano i nuovi architetti europei.
Tra il 1765 e il 1769, Piermarini collaborò con

il Vanvitelli alla Reggia di Caserta. In quegli anni si dedicarono alla realizzazione del raffinatissimo Teatro di Corte, voluto in corso d’opera da Re Carlo. Nel primo progetto vanvitelliano, infatti, il Teatrino non era previsto, ma fu aggiunto per volontà sovrana, visto l’enorme eco che il San Carlo aveva velocemente avuto in tutt’Europa. Carlo pensò bene di far realizzare qualcosa di simile anche nella nuova reggia, in vista delle nozze del figlio

Ferdinando IV con Maria Carolina d’Asburgo. Seppur piccolo, stupì per la sua bellezza superiore a quella del primo San Carlo, da cui trasse la tipologia di sala a ferro di cavallo, ossia “all’italiana”, che garantiva un’elevata qualità acustica. Un gioiellino con cinque ordini di palchi interrotti da un Palco Reale che sovrastava l’ingresso centrale, sormontato da una grande corona

dalla quale discendeva un ricco drappeggio di cartapesta di colore azzurro dei Borbone con gigli dorati. Sala abbellita da fasci di pilastri e da dodici colonne in stile corinzio di marmo alabastrino di Gesualdo; il palcoscenico, largo quanto la sala, sarebbe stato aperto sui giardini reali nel 1770 da Francesco Collecini con un portale smontabile, dando vita a una prospettiva di grande effetto scenografico.
Terminata la costruzione del teatro palatino, Vanvitelli fu richiesto a Milano per il restauro del Regio Palazzo Arciducale dal conte Carlo Giuseppe di Firmian, già ambasciatore d’Austria a Napoli dal 1752 fino alla nomina di governatore generale della Lombardia austriaca. Vanvitelli, oltre il figlio Carlo, si portò dietro anche il Piermarini. Ma i contrasti con la corte di Vienna convinsero il maestro a tornarsene subito a Napoli per dedicarsi completamente alla Reggia di Caserta, trasferendo l’incarico all’allievo, che ne mise a frutto l’insegnamento realizzando diversi edifici neoclassici e ottenendo subito grande fama nella città lombarda. Il Neoclassicismo architettonico di matrice napoletana iniziò così a

dilagare a Milano, una città in cui a Giuseppe Piermarini si accodarono il suo allievo Luigi Canonica, Giacomo Quarenghi e il napoletano Carlo Rossi. Due architetti questi ultimi che, successivamente, resero neoclassica anche la russa San Pietroburgo.

Il Piermarini avviò nel 1772 la realizzazione del Palazzo Belgioiso (foto a destra) per il principe Alberico XII di Belgioioso d’Este, una residenza nobiliare ispirata alla Reggia di Caserta. Prima di nominarlo Imperial Regio Architetto, fu proprio l’imperatrice Maria Teresa d’Austria, madre della regina di Napoli Maria Carolina, a incaricare il Piermarini di costruire il “Nuovo Regio Ducal Teatro”, date le sue competenze acquisite al fianco dell’architetto reale di Napoli. Piermarini predispose la demolizione della chiesa gotica di Santa Maria alla Scala, intitolata alla veronese

Beatrice Regina della Scala e risalente al XIV secolo, e avviò l’esecuzione del progetto, d’impronta napoletana, rifacendosi cioè al Real Teatro di San Carlo e al Teatro di corte della Reggia di Caserta, al quale aveva lavorato anni prima.
Piermarini fece un gran bel lavoro, che Vanvitelli avrebbe certamente apprezzato se non fosse morto nel 1773. Il teatro milanese

probabilmente superò per bellezza il primo San Carlo rococò. l’Opera, a Milano, non era a quel tempo sacra come a Napoli, tant’è che, durante gli spettacoli, il teatro veniva usato dai proprietari dei palchi per ospitare invitati, mangiare e, nel ridotto, giocare d’azzardo. Stendhal lo considerò il più bello di tutti, tanto che nel suo Roma, Napoli e Firenze – Viaggio in Italia da Milano a Reggio Calabria del 1816 scrisse:

[…] È per me il primo teatro del mondo, perché è quello che procura dalla musica i maggiori piaceri. […] Per quanto riguarda l’architettura, è impossibile immaginare nulla di più grande, di più magnifico, di più solenne e nuovo. Con ciò, mi trovo condannato a ripugnanza eterna nei confronti dei nostri teatri: è l’inconveniente serio di un viaggio in Italia […]“.

Testimonianza storica, utile alla data del 26 settembre 1816, ma aggiornata dallo stesso scrittore il 12 gennaio 1817, quattro mesi più tardi, all’inaugurazione della nuova sala del Real Teatro di San Carlo, quella della ricostruzione post-incendio firmata da Antonio Niccolini con tanto di azzurro borbonico. Quel che di più grande, di più magnifico e di più solenne non era risuscito a immaginare a Milano, si fece realtà. Il piccolo Teatro di Corte di Caserta era diventato immenso e gli occhi di Stendhal, che avevano visto la Scala e altri teatri, rimasero sbarrati alla vista del ricostruito tempio della musica napoletano, capace di suscitare stupore ed emozione fino allo stordimento:

“La prima impressione è d’esser piovuti nel palazzo di un imperatore orientale. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. […] Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea. […] Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al Re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare. […] Io stesso, quando penso alla meschinità e alla pudica povertà delle repubbliche che ho visitato, mi ritrovo completamente monarchico.”

Ma allora, perché il più antico e il più bel teatro del mondo, nonché il più glorioso e il più calcato dai più grandi compositori dell’epoca fino alla seconda metà dell’Ottocento, è oggi eclissato da quello milanese? La Scala era il luogo di cultura della Milano asburgica, quello in cui i generali austriaci prendevano a ceffoni i borghesi che non si levavano la tuba durante l’’esecuzione dell’’inno imperiale. È il teatro di una Milano che nel 1859 passò dal Regno Lombardo-Veneto di controllo austriaco al Regno di Sardegna sabaudo, che si sarebbe allargato a tutta l’Italia. È il teatro in cui si gridava «Viva Verdi», inteso come acronimo di “Vittorio Emanuele Re d’’Italia”, e si lanciavano volantini antiasburgici dalla piccionaia. È il teatro che più di ogni altro ha legato la sua storia all’opera di Giuseppe Verdi, che, una volta divenuta risorgimentale, trovò difficoltà ad andare in scena senza censura nella Napoli capitale indipendente. Il trionfo del Nabucco (1842) dopo gli insuccessi verdiani precedenti, per il forte sentimento patriottico che suscitò nella Milano attraversata dai fermenti del nascente Risorgimento italiano, rafforzò l’immagine simbolica della Scala. Ben 57 repliche oltre le 8 rappresentazioni previste segnarono un record mai registrato né prima né dopo in una sola stagione. In quell’opera furono colti non solo i sentimenti patriottici degli ebrei esiliati a Babilonia ma anche quelli dei lombardi assoggettati all’Austria. Quel «Va’ pensiero» inaugurò il percorso che avrebbe fatto di Verdi il maestro nazionale del Risorgimento italiano, e della Scala il teatro dell’Unità nazionale. Anche in maniera strumentalmente politica, visto che il compositore di Busseto, nel frontespizio del libretto, aveva dedicato il Nabucco all’arciduchessa d’Austria Maria Adelaide (“Dramma in quattro parti di Temistocle Solera. Posto in musica e umilmente dedicato a S.A.R.I. la Serenissima Arciduchessa Adelaide d’Austria il 31 marzo 1842 da Giuseppe Verdi”) e che l’impresario Bartolomeo Merelli, suo amico e protettore, era al servizio degli Asburgo, considerato un “austricante” non gradito in città dopo le Cinque Giornate di Milano del 1848. Il giovane Verdi che lasciò Busseto per andare a Milano non aveva alcuna consapevolezza dei moti risorgimentali. Anche la sua esperienza nel primo Parlamento italiano del 1861 fu più frutto del rispetto per la volontà di Cavour che un’intima convinzione personale di un dovere istituzionale verso la nuova Italia, che infatti fu interrotto bruscamente con la morte del conte piemontese.
Il glorioso e per nulla risorgimentale San Carlo, in ottica politica, divenne specchio di Napoli conquistata dai Savoia, e dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie subì un graduale declino rispetto ai grandi teatri europei, pagando il favoritismo riservato alla storia cui si era legata la Scala di Milano. Le fondazioni lirico-sinfoniche italiane versano oggi in gravi difficoltà economico-patrimoniali, ma, in ogni caso, a soffrir meno di tutti i teatri è comunque la Scala, che, oltre alle donazioni private, beneficia annualmente di una quantità di fondi statali per lo spettacolo di molto superiore a quella destinata al Massimo napoletano. Senza contare il caso limite del megastipendio del suo sovrintendente e direttore artistico, il francese Stéphan Lissner, con il suo compenso da oltre 1 milione di euro lordi all’anno più benefit e appartamento in centro.

approfondimenti sul Neoclassicismo napoletano nel libro Made in Naples (Magenes, 2013)

Parigi e Napoli, città d’arte con modelli distanti

(video) Versailles e Caserta a confronto nella trasmissione Rai “Petrolio”

Angelo Forgione – La trasmissione Rai “Petrolio”, così titolata in quanto metafora delle ricchezze italiane che, per essere utilizzate devono essere identificate, estratte e valorizzate, ha proposto un raffronto tra Parigi e Napoli, le due capitali dell’illuminismo europeo, che però oggi vivono destini opposti. La prima, gettonatissima dai turisti, ai quali è offerta una proposta ben chiara e a sistema. L’altra ha invece perso parte del suo richiamo e non riesce a sfruttare tutte le sue enormi potenzialità. L’esempio più chiaro è stato individuato nelle differenti produttività delle due grandi regge borboniche fuori città, quella parigina di Versailles e quella napoletana di Caserta. La grande dimora vanvitelliana dei Borbone di Napoli, insieme a tutto il patrimonio monumentale campano, è ormai da qualche tempo oggetto di grandi dibattiti, e si susseguono le incursioni di trasmissioni (come quella di Maurizio Crozza, anch’egli adottivo dell’ormai famoso aneddoto del bidet divulgato da chi scrive) che hanno reso note ai più la sua importanza simbolica e artistica quanto le sue criticità.
Francia e Italia raccontano diversamente le storie di Parigi, capitale non abrogata, e Napoli, capitale decaduta. Versailles non appartiene più ai Borbone di Francia ma alla storia della Francia, ed è valorizzata. Caserta non appartiene più ai Borbone di Napoli, e neanche alla storia d’Italia, alla quale è stata associata la meno bella e visitatissima Venaria Reale dei Savoia. È questo il principale motivo per cui le due grandi regge europee di Francia e Italia fruttano in modo molto diverso. È questo il motivo per cui Napoli, grande meta del Grand Tour del Settecento, gioisce per essere risalita nel 2013 al sesto posto nella classifica delle città italiane più visitate. Non può essere vera soddisfazione per una città tra le più ricche d’arte e cultura del mondo ma penalizzata oltremisura da una sorta di accanimento mediatico e storiografico. Ancora a inizio Novecento, come si può ascoltare in un documentario dell’Istituto LUCE (clicca qui per guardare), Venezia, Firenze, Roma e Napoli si contendevano il primato del turismo nostrano e straniero e quello del mercato artistico. Poi, dopo le guerre, è sopraggiunta la tivù, e la denigrazione è diventata più dilagante. Decisivo è stato, soprattutto, il ricamo mediatico riservato alla questione del colera del 1973, che ha allontanato i turisti dalla città fino al G7 del 1994. In cinquant’anni, proprio la tivù (insieme agli altri media) ha fatto uscire Napoli dalla percezione collettiva del polo culturale italiano. Ne fa chiaramente sempre parte, ma i turisti di oggi si riferiscono maggiormente alle sole Venezia, Firenze e Roma, perché per cinquant’anni così è stato inculcato, parlando di Napoli come di terra di degrado e arretratezza. E così, il flusso turistico, una volta stanziale, è divenuto essenzialmente di passaggio, diretto verso località dell’area metropolitana, soprattutto Pompei o le isole del Golfo, il Vesuvio, la Costiera sorrentina e la Costiera amalfitana. Ne paga le conseguenze anche la Reggia di Caserta, per la quale i soldi non bastano mai, e che, come testimonia a “Petrolio” un tour operator internazionale operante a Roma, è fuori dal grande flusso dei visitatori. Eppure, come denunciato dagli operatori turistici locali, in tantissimi stranieri, soprattutto russi con un fortissimo interesse per i brand della moda italiana, si recano a Caserta, ma nel vicino outlet di Marcianise, snobbando il monumento vanvitelliano. Il presidente della Camera di commercio casertana Tommaso De Simone ha provato in tempi recenti a ricordare proprio ai tour operator stranieri che nella città campana, oltre agli outlet, c’è anche la Reggia più bella del mondo, ricevendo come risposta un eloquente «vabbé, se c’è da vedere anche questo “castello”, mezza giornata possiamo impegnarla».