Dispersione scolastica, piaga senza cura

Angelo ForgioneIl Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha scelto Napoli per inaugurare l’anno scolastico. Simbolica novità per invitare i ragazzi ad andare a scuola: «Ragazzi, permettetemi di dirvi: andate a scuola! Andateci. Non ne fuggite. Non fatevi vincere dalla sfiducia. La scuola è vostra, così come vostro è il futuro». È proprio la dispersione scolastica, per Napoli, una delle piaghe più dolorose da curare. La provincia, come tutto il Sud, necessita di plessi accoglienti, attrezzati e informatizzati, dell’affermazione della cultura della formazione scolastica e dell’apprendistato, ma soprattutto del sostegno alle famiglie povere e della riduzione della povertà stessa, la cui correlazione con l’abbandono delle aule è fortissima. Nulla di tutto questo viene messo in campo per contrastare la deriva sociale.
Le proporzioni dell’evasione dai banchi continuano ad essere allarmanti, anche se la tendenza è in miglioramento. La provincia partenopea è tra le ultime in Italia con il 29% degli studenti che diserta la scuola dell’obbligo (media nazionale pari al 17%) e punte in alcune zone del 50%. Il dato napoletano penalizza l’intera Campania (22,2%), davanti alle sole Sardegna e Sicilia per numero di giovani che abbandonano prematuramente gli studi. Una condizione patologica che sembra essersi cronicizzata. Non è solo un problema di educazione civica, evidemente scarsa, che si rispecchia nei muri e nei monumenti imbrattati e vandalizzati della città; non solo un problema di un popolo che finisce col non leggere libri e non visitare musei. L’esercito dei dispersi lo ritroviamo in gran parte in strada, a oziare se va bene, se non a delinquere e a farsi affascinare dai facili guadagni della camorra. È lì, per le strade, tra i ragazzi senza futuro, che le organizzazioni malavitose pescano manovalanza. Una seria lotta alle mafie inizierebbe proprio da qui.
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Il Frecciarossa adriatico arriva a Bari ma Salento e Molise restano esclusi

Angelo Forgione – Dal 20 settembre i tanti baresi residenti a Milano potranno raggiungere casa più velocemente. Finalmente Trenitalia porta i Frecciarossa a Bari, passando per Pescara e Foggia, grazie a 2 collegamenti giornalieri (1 per direzione) Milano-Bari della durata di 6 ore e 30 minuti. Il convoglio milanese partirà alle 7.50, quello barese alle 16.20.
È un passo avanti che riduce la scopertura del corridoio adriatico, visto che fino ad oggi il “capolinea” dei Frecciarossa era Ancona. Per la riuscita dell’operazione sarà necessario far “correre” i treni su binari meno veloci (Bologna-Bari) e, per 32 chilometri, sul binario unico nel tratto Termoli-Lesina, neutralizzando l’effetto “freccia”.
Si tratta comunque di 2 soli collegamenti Milano-Bari, a fronte di 91 Milano-Roma. E restano tagliati fuori il Molise (territorio di transito senza fermate intermedie) come pure l’intero Salento di leccesi e brindisini, che devono accontentarsi dei meno veloci Frecciargento, con una grossa sproporzione di frequenza delle corse rispetto a quelle dei convogli più rapidi: per 6 Frecciargento Roma-Lecce al giorno ci sono 91 Frecciarossa Milano-Roma. Per non parlare dei tarantini, serviti dai soli Frecciabianca. Considerando che, sul versante tirrenico, la Calabria è pur’essa servita da soli 2 Frecciargento e che in Basilicata, Sicilia e Sardegna circolano solo trenini regionali su linee complementari, non basta un prolungamento adriatico per Bari (equiparato a quello tirrenico per Salerno) per poter dire che sui binari del Sud non si viaggi di meno e più lentamente che su quelli del Nord.

Il rinomato sorbetto di Napoli, vero antenato del gelato

Angelo Forgione – Siamo certi di sapere proprio tutto di un simbolo del made in Italy nel mondo qual è il gelato? La genesi di questo prodotto è davvero lunga, complessa e incerta, e attraversa la storia e la geografia, partendo dagli antichi babilonesi e dagli egiziani, che consumavano già ghiaccio tritato o neve con la frutta. Furono gli arabi, nel IX secolo, a portare in Sicilia lo Sherbeth (bevanda fresca), un infuso a base di acqua, zucchero, erbe e spezie che veniva ghiacciato con l’aggiunta di sale. La variante siciliana, italianizzata in “Sorbetto”, prevedeva l’uso della neve dell’Etna e delle Madonie.
Nonostante nel Cinquecento sia stato l’artista fiorentino Bernardo Buontalenti a introdurre l’uso dell’uovo per l’invenzione della “crema fiorentina”, anche detta “gelato buontalenti”, il sorbetto divenne una vera maestria dei napoletani, tant’è che il marchigiano Antonio Latini, scalco (capocuoco) al servizio del reggente spagnolo del viceregno di Napoli Esteban Carillo Salsedo, attribuì proprio ai napoletani un’abilità speciale nella preparazione dei Sorbetti: “(…) qui in Napoli pare ch’ ogn’uno nasca col genio e con l’istinto di fabricar Sorbette”. Lo scrisse ne Lo Scalco alla moderna, overo l’arte di ben disporre i conviti, pubblicato tra il 1692 e il 1694, a pochi anni dalla sua morte; un trattato di cucina in cui racchiuse tutta la sua esperienza sul campo, tra Roma, le Marche e Napoli. Particolare attenzione fu posta alla cucina napoletana, compresi i sorbetti, tra cui la “Sorbetta al latte”: “una caraffa e mezza di latte, mezza d’acqua, tre libbre di zucchero, once sei di cedronata o cocuzza trita”. È un sorbetto cui si aggiungeva il latte, ovvero l’antenato del gelato. Il palermitano Francesco Procopio aveva già aperto a Parigi il primo caffè-sorbetteria della storia, il tuttora famosissimo caffè Procope.
Nel 1775, il medico Filippo Baldini pubblicò a Napoli il “De’ Sorbetti”, primo libro completamente dedicato al particolare prodotto, classificato in tre tipi: subacido (alla frutta), aromatico (alla cannella, al cioccolato, al caffè) e lattiginoso. Iniziò così a diffondersi la distinzione tra sorbetto e gelato, il primo a base d’acqua, il secondo a base di latte. La città partenopea, tra le grandi capitali europee, era ormai rinomata per la qualità e la quantità di gelati e sorbetti, di cui era notoriamente ghiotto Giacomo Leopardi, e i Borbone presero a concedere titoli nobiliari anche a maestri artigiani di queste specialità.
La storia moderna del gelato la scrive Filippo Lenzi, alla fine del Settecento, aprendo la prima gelateria in terra americana. Il gelato ebbe un tale successo negli States che fu l’americano William Le Young a brevettare, a metà dell’Ottocento, la sorbettiera a manovella, precedentemente escogitata da Nancy Johnson. Si trattava di un meccanismo grazie al quale la miscela, mantenuta in continuo movimento, si raffreddava in maniera uniforme dando un composto finale cremoso invece che granuloso.
Nel primo Novecento, il bellunese Italo Marchioni, nato a Vodo di Cadore ed emigrato negli Stati Uniti, registrò il brevetto della tazza di cialda, con tanto di manico, adatta a contenere il gelato, per sostituire i bicchieri di vetro. Capitava frequentemente che i medesimi non venissero restituiti, o che si rompessero accidentalmente scivolando dalle mani dei clienti. Dal bicchiere al cono, il passo fu breve. Solo che il gelato, sciogliendosi, spugnava la cialda. E rieccoci a Napoli, nel 1960, quando il gelataio napoletano Spica ebbe la geniale idea di “impermeabilizzare” artigianalmente la superficie interna del cono rivestendola con uno strato di olio, zucchero e cioccolato. Il brevetto di Spica lo acquistò nel 1974 il colosso industriale anglo-olandese Unilever. Nacque così il “Cornetto”, re dei gelati industriali.

Nel Sud-Italia gli abitanti più poveri d’Europa. E il divario col Nord si allarga.

Angelo Forgione – Le annuali statistiche Eurostat circa il PIL pro-capite espresso in potere d’acquisto di più di 270 regioni degli stati membri dell’Unione Europea indicano che Calabria, Sicilia, Puglia, Campania, Basilicata e Sardegna sono le più povere d’Italia ma anche tra le ultime d’Europa, meglio solo di alcune aree di Bulgaria, Romania, Ungheria e Polonia. Nei dati pubblicati a maggio 2015 (relativi al dato specifico del 2013) la Calabria, fanalino di coda nei confini nazionali, presenta un coefficiente di PIL pari al 57% della media degli stati membri, rispetto al 134% della Lombardia e al 99% dell’intera Italia.

pil_ue_ultimeIl Mezzogiorno si conferma la più arretrata delle macroaree nell’ambito dell’Eurozona, considerando la sua estensione e la sua popolosità, e i suoi abitanti sono i più poveri d’Europa, di un terzo al di sotto della media Ue, mentre i più ricchi sono i londinesi, tre volte più ricchi di un qualsiasi altro cittadino comunitario. L’area di Londra conferma un Pil pro capite espresso in parità di potere di acquisto pari al 325% della media Ue (26.600 euro all’anno nel 2013). La City è di fatto il più importante centro finanziario del mondo ed è tra le città-faro dell’economia internazionale. Alle spalle dell’area centrale di Londra figurano quelle di Lussemburgo, Bruxelles, Amburgo e Groningen, mentre non ci sono regioni italiane tra le prime 20. Tra le ultime 20, invece, figurano la Mayotte (dipartimento francese d’oltremare al largo del Madagascar) e, appunto, diverse regioni della Bulgaria, della Romania, dell’Ungheria e della Polonia.
divario_coloreI nuovi dati Eurostat confermano l’allargamento del divario tra il Nord e il Sud dell’Italia. Tra il 2012 e il 2013, il Pil pro-capite delle regioni del Nord Italia è rimasto sostanzialmente stabile (di circa un quarto superiore alla media Ue), mentre è calato significativamente nel Sud e nelle Isole (dove si attesta intorno al 63-64% della media Ue). La Calabria presenta un reddito medio pro-capite di 15.100 euro a fronte di una media del Nord-Ovest d’Italia di 33.000 euro, e di 31.000 nel Nord-Est. Le regioni del Nord, viaggiano a un PIL pressoché doppio, con Lombardia, Trentino Alto Adige (province autonome di Bolzano e Trento), Valle d’Aosta ed Emilia Romagna in testa. Significativo il dato del Lazio, immediatamente dietro alle capofila settentrionali e più avanti di Liguria, Veneto, Friuli e Piemonte.
Il grafico complessivo che riassume i divari interni in relazione alla soglia media di ricchezza evidenzia l’anomalia italiana nello scenario continentale, con una metà del Paese al di sopra e una metà al di sotto: sono il Nord e il Sud. Solo la Spagna si avvicina, ma con un range decisamente più ridotto. Non inganni il picco minimo della Francia: si tratta delle regioni d’oltremare: colonie… appunto. Come il Sud-Italia, zona in cui si estraggono e si raffinano grandi percentuali del fabbisogno nazionale di petrolio, benzina, gasolio e gas, ma con royalties assolutamente inique e senza una sensibile ricaduta virtuosa sul territorio di sfruttamento.

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Ferrovie: lo Stato fa viaggiare il Sud più lentamente e con meno frequenza

Angelo Forgione per napoli.com – Il Censis ha definito il Sud-Italia “abbandonato a se stesso” a causa dei “piani di governo poco chiari” ma anche, tra le varie problematiche, di infrastrutture scarsamente competitive. E di fatto i gruppi dirigenti nazionali continuano a non prevedere delle mirate politiche di sviluppo economico e civile nella parte più arretrata del Paese per rimuovere le differenze sociali esistenti. Un esempio di discriminazione governativa? Lo sviluppo della rete ferroviaria, col Governo Renzi che, nonostante l’evidente sperequazione dell’offerta ferroviaria tra Nord e Sud, ha concentrato il 98,8% degli investimenti ferroviari dalla Toscana in su, cioè nella parte del Paese che ne ha meno bisogno.
La rete ferroviaria italiana più evoluta è composta da: treni ‘Fracciarossa’ (Alta Velocità fino a 300 km/h), treni ‘Frecciargento’ (Alta Velocità fino a 250 km/h) e treni ‘Frecciabianca’ (linee tradizionali al di fuori della rete Alta Velocità). L’Alta Velocità ferroviaria, coi più veloci treni ‘Frecciarossa’, conduce da Torino a Salerno, e più a sud dell’Irno non si spinge. La diramazione secondaria da Bologna per Ancona esclude tutto il corridoio adriatico Pescara-Foggia-Bari-Taran­to-Lecce. Nel capoluogo salentino e a Reggio Calabria ci si arriva solo da Roma, coi meno veloci ‘Frecciargento’ e con una grossa sproporzione di frequenza delle corse rispetto a quelle dalla Capitale per Milano-Torino.
L’orario 2015 di Trenitalia indica che 78 Frecciarossa uniscono Milano e Roma, di cui 34 in meno di tre ore. 29 in totale le corse ‘Frecciarossa’ tra Torino e Roma, di cui 14 superveloci. Solo 6 treni ‘Frecciargento‘, più lenti, da Roma a Lecce. Addirittura 2, ovviamente ‘Frecciargento’, da Roma a Reggio Calabria. 36 sono i collegamenti Roma-Padova/Venezia e 14 i Roma-Verona.
Nelle dimenticate Sardegna e Sicilia non circolano neanche gli ancor più lenti ‘Frecciabianca’, i convogli che assicurano la copertura su rete convenzionale di grandissima parte della Penisola… ma non la congiunzione delle dorsali tirrenica e adriatica del Meridione. Nelle due isole maggiori, già penalizzate dalla mancanza di continuità territoriale, solo trenini regionali su linee complementari.
Insomma, sui binari del Sud si viaggia di meno e più lentamente che su quelli del Nord, e non è raro che vi scorrano vetture ferroviarie già utilizzate in Alta-Italia quando sostituite da materiale rotabile di ultima generazione. Un Paese che limita la mobilità di una parte dei cittadini non può certamente dirsi unito.

Una cassata ante-litteram alle falde del Vesuvio

Angelo Forgionecassta_olplonti_1Un affresco nella villa di Poppea Sabina (la seconda moglie di Nerone) degli scavi di Oplontis, l’antica Torre Annunziata, raffigurante un dolce tipico dell’epoca romana, è stato rinvenuto qualche anno fa, destando ovviamente grandissimo interesse. Pare trattarsi proprio di un tortino, qualcosa di molto simile alla moderna cassata, con la glassa di colore rosso, a differenza del verde. Tale dolce però, non era presente in nessuno dei documenti pervenutici sulle usanze culinarie degli antichi Romani, finché non sono stati rinvenuti, in una camera prigioniera della lava, alcuni papiri miracolosamente scampati al fuoco. In uno di questi è spuntata come per miracolo la ricetta dell’antica leccornia, scritta in un latino scorretto, il che ha fatto supporre che sia stata redatta da un semplice cuoco, uno schiavo non di madrelingua. Da qui, l’archeologa Eugenia Salza Prina Ricotti ha ricostruito gli ingredienti, riportandoli nel suo libro Ricette della cucina romana di Pompei e come eseguirle (L’Erma di Bretschneider, Roma, 2010): ricotta, miele, albicocche secche, prugne secche, uva sultanina, noci (o nocciole o mandorle), pinoli, datteri e farina di mandorle. La ricetta è già stata assimilata da alcuni ristoratori operanti attorno le aree archeologiche vesuviane, che la propongono ai loro clienti. Dunque, la più famosa cassata di Sicilia sembra proprio avere un’antenata nella Campania Felix.

La Collezione Farnese che Carlo di Borbone salvò da Vienna

Il ministro Franceschini ipotizza il ritorno in Emilia di ciò che appartiene a Napoli

Angelo Forgione Bisogna essere davvero in malafede, se non ignoranti, per ipotizzare un ritorno della Collezione Farnese a Parma e a Piacenza, da dove fu trasferita a Napoli. Ad ipotizzare una simile follia è l’emiliano Dario Franceschini, il ministro dei Beni Culturali, che ha annunciato l’istituzione di una commissione per ridistribuire le opere d’arte nella Penisola, allo scopo di favorire il turismo attraverso “una ricollocazione di pezzi d`arte nei loro luoghi d`origine”. Chiariamoci: Franceschini si riferisce ad alcuni arredi e ai quadri di Ilario Giacinto Mercanti, detto lo Spolverini (non Lorenzo, come si legge nell’intervista al Ministro), attualmente conservati nei depositi di Capodimonte in attesa di rotazione espositiva, che giustamente potrebbero trovare un giusto spazio permanente. Ma in ogni caso i pezzi farnesiani appartengono a Napoli, e da lì non si muovono. Vediamo perché.
I beni farnesiani non appartenevano alle città emiliane ma erano pezzi di una raccolta privata, ereditata da Carlo di Borbone, il sovrano di Napoli che rinunciò al Ducato di Parma e Piacenza per prendere “la più bella corona d’Italia”, come la definì la madre. E chi era? La parmigiana Elisabetta Farnese, regina consorte di Filippo V di Spagna, ultima erede della famiglia visto che lo zio Antonio Farnese era morto nel 1731 senza eredi diretti. Al di là della piena facoltà detenuta da Carlo di Borbone di trasportare ovunque riteneva più giusto quel patrimonio di sculture, tele, armature, arredi e oggetti di ogni tipo, quello che a Parma chiamano furto, e che Dario Franceschini lascia intendere come tale, è in realtà un salvataggio di cui l’Italia ancora oggi deve essere riconoscente. Secondo i trattati che misero fine alla Guerra di Successione Polacca, l’Austria aveva scambiato nel 1735 i più vicini territori ducali di Parma e Piacenza (e Toscana) con quelli meridionali di Napoli e Sicilia e, soprattutto, con la scissione della dinastia borbonica in due rami distinti: quello di Spagna e quello di Napoli. Sempre per gli stessi trattati, la parte emiliana della Collezione Farnesiana, ereditata per intero dalla madre Elisabetta, sarebbe finita nelle mani asburgiche. Carlo, con iniziativa autonoma, evitò la perdita del tesoro di famiglia trasferendo quasi tutto a Napoli, e solo col trattato di pace del 1738 l’Austria rinunciò definitivamente a quanto si custodiva all’ombra del Vesuvio. Quest’atto fu certamente un sacrificio per Parma, che avrebbe in ogni caso salutato la Collezione, ma una provvidenza per l’Italia, senza la quale quel patrimonio sarebbe oggi a Vienna.
Da proprietà privata a proprietà di Napoli, il passo fu compiuto dal successore Ferdinando IV, che, per dare alla capitale dei degni musei, rinunciò alla proprietà privata dell’eredità di famiglia, concessagli in anticipo dal padre Carlo al momento di salire al trono di Madrid, pur di lasciare i tesori a Napoli. Ferdinando rese pubbliche le collezioni che il predecessore aveva fin lì custodito nelle regge. Tolse dai vincoli romani anche la preziosissima parte romana della Collezione Farnesiana, ereditata dalla nonna Elisabetta Farnese e custodita nell’omonimo palazzo romano di famiglia, ricca di sculture della Roma antica rinvenute nel Cinquecento da papa Paolo III Farnese nelle terme di Caracalla.
Insomma, la proposta di Franceschini non sta in piedi. Altro che furto, che tuttalpiù fu agli austriaci. I furti, semmai, li commisero, in sequenza, i napoleonici prima (nel 1799) e i sabaudi poi (nel 1860), e continuano ancora oggi. Proprio come i soldi e le riserve auree del Banco di Napoli, gli arredi delle regge borboniche – porcellane, specchi e mobili di pregio – furono trasferiti nelle residenze sabaude, sostituiti da un brutto riarredo tardo-ottocentesco, mentre Francesco II abbandonò Napoli lasciando tutto inviolato. Presiosi mobili, porcellane e piatti appartenenti alle regge di Caserta e Portici si trovano nei cataloghi d’arte, venduti all’asta a Milano e Londra, dalle case internazionali Christie’s e Sotheby’s. Già 138 dipinti della stessa Collezione farnesiana sono stati riportati in Emilia in epoca fascista, e persino un gruppo scultoreo vanvitelliano del parco della Reggia di Caserta fu trasferito nel giardino del Quirinale a Roma, risistemato dallo scultore Giulio Monteverde come Fontana delle Bagnanti, anche detta Fontana di Caserta. E che dire dei preziosi incunaboli, pezzi unici, della biblioteca del complesso dei Girolamini tanto cara a Giambattista Vico, sottratti con perpetui blitz notturni dal direttore Massimo Marino De Caro, persona legata al senatore e noto bibliofilo Marcello Dell’Utri? E gli strani furti nella storica biblioteca del Conservatorio di San Pietro a Majella? Attenzione a parlare di furti quando si parla di storia d’Italia.

Natale, ritorno a Sud

Angelo Forgione Napoli, Bari, Reggio Calabria, Palermo, Cagliari… tutte le città e i paesi del Sud in questi giorni hanno qualcosa in più. E poco c’entrano gli addobbi delle strade, le fiere e gli eventi. C’è qualcosa di molto più umano e caldo sottotraccia: le persone.
Le feste di Natale sono occasione per il rientro a casa. Per il Sud-Italia più che al Centro-Nord, dove pure c’è spostamento senza ripopolamento. Solo negli ultimi quindici anni sono emigrati oltre due milioni di meridionali, di cui cinquecentomila giovani tra i 15 e i 34 anni (trentamila laureati). Le frontiere della speranza sono, nell’ordine, la Lombardia e l’Emilia-Romagna, mentre campani e sardi scelgono il Lazio; e poi la Germania, la Svizzera e la Gran Bretagna. Si tratta di un vero e proprio svuotamento silenzioso delle città del Sud, che si ripopolano parzialmente a Natale. Una marea di persone che vivono altrove per lavoro e studio rientra per riabbracciare parenti e amici e per trascorrere con loro le festività. Si tratta in buona parte di chi riapre la scatola dei ricordi per gustare i sapori locali, per rivedere strade, paesaggi e panorami persi, per riconciliarsi con il luogo di origine, privato di opportunità, dal quale non ci si sarebbe mai voluti staccare.
È il ritorno alle origini a dare quel qualcosa in più al Natale dei meridionali. Mi sfuggiva negli anni della mia immaturità. Sfugge ancora a troppi quel che comporta per le comunità il sistematico e drammatico sradicamento.

Classifica qualità della vita scontata: Nord e Sud divisi economicamente

Angelo Forgione La classifica della qualità della vita de Il Sole 24 Ore, che ogni anno confronta in modo non empirico le performance delle province italiane tramite un’articolata serie di parametri, lascia il tempo che trova, ma bisogna darne conto ogni anno, perché ogni anno, a prescindere dalla graduatoria stessa, ci dice una sola verità: il Paese è caratterizzato da un divario costante sotto il profilo della ricchezza diffusa. Il resto, lo ripeto da anni, è dibattito inutile.
L’ultima classifica, appena pubblicata, attribuisce il podio a Ravenna, che scalza Trento, vincitrice dell’edizione 2013. Poi Modena. ll Mezzogiorno riesce a spingersi nella prima parte della classifica con le sole province sarde di Olbia-Tempio, Sassari e Nuoro. Malissimo le province siciliane, calabresi e pugliesi. Male quelle campane. Milano scala due posti e si piazza ottava. Roma risale otto gradini e occupa il 12° posto. Torino (54) perde qualcosa, mentre Napoli, ultima nella scorsa edizione, guadagna undici posizioni e chiude 96ma. Ultimissima, al posto 107, Agrigento, dietro a Reggio Calabria, Foggia e Caserta. Le ultima delle settentrionali sono Alessandria, Novara e Venezia, allineate al 65° posto.
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L’indipendentismo è Veneto. Sud più unitario, nonostante tutto.

Angelo ForgioneL’indipendentismo non è una novità per la Catalogna, per la Scozia e per altre comunità europee che provano a consultare in modo più o meno ufficiale la volontà popolare. E in Italia che aria tira? Prova a dircelo la società demoscopica Demos&Pi con un sondaggio realizzato nello scorso mese di ottobre sulla base di un campione nazionale di 1.265 casi rappresentativo per i caratteri socio-demografici (genere, età) e la distribuzione territoriale (area geografica e dimensione urbana) della popolazione italiana di età superiore ai 18 anni. 12 le regioni analizzate, escludendo tutte le altre per limitata numerosità di casi.
Il 31% del campione, uno su tre, si dichiara favorevole all’indipendenza della propria regione dall’Italia. Tra le categorie professionali, i più separatisti sono gli operai, i lavoratori autonomi e disoccupati. È il Veneto la regione più indipendendista, con il 53%. Seguono le due grandi Isole a statuto autonomo. Percentuali superiori alla media anche in Piemonte e Lombardia, così come pure nel (sorprendente) Lazio e in Toscana. Più quiescenti sembrerebbero i meridionali della terra ferma, che non vanno oltre il 22% della Puglia, con Campania e Calabria al 18%.
Evidentemente la “Questione meridionale” è davvero diventata “settentrionale”, a carattere regionalistico, mentre il Mezzogiorno, per troppi aspetti coloniale, continua evidentemente a credere nell’Unità nazionale dalla quale ha avuto molto meno.

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