In ricordo di Giancarlo Siani… 30 anni dopo

Angelo Forgione23 settembre 1985, 30 anni fa. Eravamo vicini di casa, ma non ci conoscevamo; tu più grande di me. Io pensavo a giocare in strada e tu sgomitavi per guadagnarti un lavoro. Quella sera rincasavi per una doccia, e poi via, allo stadio San Paolo per il concerto di Vasco. E invece ti portarono via con la tua sana incoscienza, la tua giovinezza, le tue speranze e persino i sogni di scudetto del Napoli di cui eri tifoso. Il rumore sordo degli spari silenziati non lo sentii dalla mia stanza, ma quello delle sirene di Polizia e ambulanza sì, quelle sì. Lo ricordo come fosse ieri. Un ragazzino che si trova davanti agli occhi quella scena finisce col rendersi conto delle difficoltà ambientali in cui è immerso, anche se vive in un quartiere bene assai lontano dalla provincia insanguinata e dai rioni bui dalla Napoli di piombo degli anni Ottanta, nella Campania in cui piovono i miliardi per la lenta, lentissima ricostruzione delle zone colpite dal terremoto. Anche il nostro idolo Diego Maradona era servito per stemperare le tensioni sociali, pensa un po’, ma credo che neanche tu, più maturo di me, potevi capirlo. Lì ho iniziato a crescere, a capire, senza mai dimenticare il tuo esempio di purezza e ingenuità, ed è anche per quel che ho visto quella sera che oggi amo raccontare la verità, scavare oltre le apparenze.
Eri un precario, mica un giornalista di punta! Ma lavoravi in modo impeccabile, e raccontavi con puntualità come la camorra, infiltrata nella vita politica, condizionava decisioni ed elezioni. Avevano deciso di amazzarti molti giorni prima, sicuramente dopo la pubblicazione di un tuo articolo su Il Mattino del 10 giugno in cui avevi rivelato che il boss di Torre Annunziata Valentino Gionta era stato arrestato per una soffiata ai Carabinieri fatta partire dal suo alleato Lorenzo Nuvoletta, al quale un terzo boss, Antonio Bardellino, aveva imposto invece l’omicidio del Gionta. Gli facesti fare una figuraccia a quel re ormai nudo che decise di mettere fine alla tua vita. Sì, non ti uccisero perché sapevi qualcosa di grosso e incutevi preoccupazione. Ti uccisero per una questione di onore, una volgarissima questione di onore. E perciò non immaginavi neanche lontanamente che potessero arrivare a tanto. C’era forse dell’altro, chissà?
A quel muro davanti al quale ti hanno zittito porto sempre il pensiero che mi stringe la mente. Disarmato e di spalle, in quell’angolo isolato e oscuro, ti colpirono due vigliacchi. Due contro uno. Due armati contro un disarmato. Alle spalle. Triplice codardia che non dimentico e non dimenticherò mai!

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Il silenzio degli indifferenti

Angelo Forgione – La Terra muore, e la sua gente scandisce un respiro sempre più affannoso. C’è una maschera di stanchezza e di rassegnazione, che è l’anticamera dello spegnimento. Il Popolo, nel suo complesso, sembra avere l’aria di un guerriero che ha combattuto ai limiti del possibile e aspetta solo il colpo di grazia. Ma non ha combattuto. Ha solo subito. Alimenta il sacro fuoco chi non si rassegna affatto, e marcia sotto il cielo azzurro di Napoli per gridare contro il male. Non era, ieri, il fiume in piena che, lo scorso anno, dilagò sotto la pioggia e nel vento. Nessuna esondazione ma un torrente di immagini tristi, parole di sdegno e bandiere antiche. Di tricolori neanche l’ombra. Come di chi non ha alcun diritto di piangere se la storia continua ad essere ostile alla sua Terra. Che muore, mentre gli indifferenti fanno lo struscio… proprio lì, sul selciato calpestato dagli irriducibili, indeboliti dalle interne divisioni.

Restaurati i lampioni di ghisa del “Risanamento”

lampioni_1Angelo Forgione – Il Museo Italiano della Ghisa ha effettuato qualche tempo fa delle ricerche sugli stabilimenti metallurgici dell’Italia meridionale nel periodo compreso tra la seconda metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, evidenziando la presenza di pregiate fonderie capaci di produrre oggetti artistici di alta qualità e fattura. Testimonianze di quelle produzioni sono presenti a Napoli, città in cui proprio recentemente sono stati restaurati i pregevoli lampioni in ghisa di Corso Umberto e via Sanfelice a Napoli, (basi identiche si trovano anche in piazza del Plebiscito e altre zone della città), ora corredati di una nuova lampada di tipo autostradale, in sostituzione di quella che aveva già a sua volta preso il posto delle lampade a lampioni_3sfera napoletana, e mutati anche nel colore, adesso grigio antico, in luogo del verde scuro dell’ultimo periodo.
I lampioni furono fusi durante i lavori del “Risanamento”, nella realizzazione del nuovo asse viario che dalla stazione conduceva al centro e con cui si diede un nuovo decoro alla zona interessata (mettendo in atto un’enorme speculazione edilizia delle banche piemontesi e romane che condussero allo scandalo della Banca Romana). Per la realizzazione dei manufatti, l’ingegner Enrico Treichler della fonderia De Lamorte di Napoli si ispirò ai tre basamenti portastendardo di piazza San Marco a Venezia, fusi in bronzo nel 1505 dalla scultore lampioni_2Alessandro Leopardi e ancora oggi collocati davanti la basilica di San Marco. I decori furono in gran parte modificati, ma la forma era la stessa, in particolare la sezione centrale coi leoni alati. Identiche basi, sempre realizzate dalla stessa fonderia napoletana, si trovano anche nella bella piazza Duomo a Catania, attorno alla celebre fontana dell’elefante, ancora terminanti con lampade a sfera napoletana.
lampioni_5Le basi, di dimensioni imponenti, sono arricchite da festoni sostenuti da nastri con perle, da corone di foglie d’acanto e di alloro e dalle tre figure leonine alate, raccordate tra loro da elementi floreali e vegetali. I candelabri presentano delle colonna prima scanalate e poi lisce, impreziosite in alto da delle statue femminili che indossano drappi annodati in vita (nella foto a destra un esemplare custodito nel Museo Italiano delle Ghisa), rielaborazione di esempi scultorei tratti probabilmente da Francesco Jerace.
Va detto che Enrico Treichler, dopo l’esperienza maturata nella fonderia De Lamorte, ne fondò una tutta sua, dalla quale uscirono anche gli orologi dell’ora unica, quelli storici dell’Ente Autonomo Volturno, restaurati qualche anno fa con qualche modifica (e con sparizione di un paio di esemplari).

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A Napoli la prima libreria ad azionariato popolare

Angelo Forgione – Periodo di forte crisi editoriale e culturale, ma da Napoli parte una nuova sfida e una forte risposta alle ripetute chiusure delle librerie. Il 21 luglio, alle 21, in cima a via Cimarosa 20, nel cuore del Vomero, di fronte alla Funicolare Centrale di piazza Fuga, apre “IoCiSto”, la prima libreria ad azionariato popolare d’Italia. Si tratta di un esempio, nato dalla volontà di arginare la desertificazione culturale del Vomero.
Nessun grande imprenditore, nessun marchio storico, nessun franchising. In soli due mesi il progetto ha messo insieme più di trecento persone e le loro risorse economiche per dar vita a “la libreria di tutti”: 250 metri quadri di esposizione libraria, luoghi di lettura e spazi per eventi. Una conferenza stampa di presentazione è indetta per venerdì 18 luglio alle ore 12, e farà da preludio all’adunata pubblica di lunedì sera, quando si accoglieranno tutti coloro che spontaneamente vorranno presentarsi (anche senza invito) per dare il loro pur piccolo contributo e aderire all’associazione. Cui va un grosso “in bocca al lupo”.

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Una strada per Ferdinando II

OLYMPUS DIGITAL CAMERAAngelo Forgione – Nel 2009, battendo Eduardo De Filippo e Federico II, Ferdinando II di Borbone fu “eletto” superpersonaggio storico di Napoli in un lungo divertissement online del Corriere del Mezzogiorno. Ora la Fondazione “Il Giglio” e il Movimento Culturale Neooborbonico chiedono al Comune di Napoli di intitolargli una strada, dopo la delibera di intitolazione toponomastica di uno slargo ad Enrico Berlinguer (intersezione pedonale tra Via Toledo e via Diaz) e la proposta del sindaco De Magistris di intitolare una strada, una piazza o un giardino di Napoli a John Lennon.
I promotori dell’iniziativa chedono di inviare una email al Sindaco, all’indirizzo sindaco@comune.napoli.it, chiedendo “che sia intitolata una piazza importante o una strada principale della città a Ferdinando II di Borbone, il Re che fece grandi Napoli capitale e il Regno delle  Due Sicilie”. Lo stesso Corriere del Mezzogiorno sta proponendo un sondaggio (clicca qui) per verificare l’eventuale gradimento della proposta.
L’operato politico di Ferdinando II, di cui ho parlato in Made in Naples e che ho focalizzato sotto il profilo economico nel Cenno Storico sulle opere pubbliche eseguite nel Regno di Napoli, è riassunto nell’intervento di Gennaro De Crescenzo, tra i promotori dell’iniziativa, nell’intervento alla trasmissione Baobab di Radio Rai (minuto 8:00).

La chiesa anglicana di Napoli e quella riconoscenza tra massoni

Angelo Forgione per napoli.com La cappella anglicana di Napoli, in via San Pasquale a Chiaja, è il simbolo imperituro del contributo della triplice alleanza britannica (Stato, Chiesa e Massoneria) all’Unità d’Italia e alla cancellazione di Napoli capitale. Fu Garibaldi in persona, nel suo dittatoriale autunno partenopeo del 1860, a concedere suolo napoletano e autorizzazione per la costruzione di una cappella per il culto anglicano. Era lui che comandava a Napoli e gli amici inglesi andavano ringraziati per il fondamentale sostegno ricevuto nella spedizione delle camicie rosse. Sino a quel momento, i culti diversi nella cattolicissima capitale borbonica e in tutto il Regno erano stati vietati, e le funzioni erano state celebrate nelle legazioni extraterritoriali. Quelle anglicane si svolgevano nella legazione britannica di Palazzo Calabritto in piazza della Pace, l’attuale piazza dei Martiri, dove si ergeva una colonna dedicata alla Madonna della Pace voluta da Ferdinando II per la pace riconquistata dopo i moti del 1848. Pace impossibile da conservare a lungo. Già nel 1844 Garibaldi era entrato a far parte della Massoneria a Montevideo, in Uruguay, e nel 1846 aveva incontrato Lord Palmerston per ottenere appoggio per la sua battaglia per l’indipendenza del Paese sudamericano e per quelle future in Italia. Tra Massoneria inglese, nata in seno al Protestantesimo, e Anglicanesimo il legame era già forte, in nome dell’anti-Cattolicesimo e dell’avversione al Papa di Roma, e lo è ancora oggi (nel settembre 2013, nella Cattedrale di Canterbury in Inghilterra, si sono radunati un migliaio di massoni per la celebrazione del bicentenario della Gran Massoneria dell’Arco Reale). Fin dalla sua nascita, la Massoneria inglese era stretta in un’alleanza con lo Stato e la Chiesa anglicana. Proprio la Chiesa d’Inghilterra aveva dichiarato l’indipendenza dall’autorità papale nel 1534, e nel 1563 il Parlamento aveva approvato i 39 articoli della fede anglicana, i cui scopi contemplavano anche la centralità dell’Evangelo. Tre secoli dopo, il “gran nemico” era  Pio IX, di fatto un alleato politico di Ferdinando II delle Due Sicilie, il quale, nonostante le insistenti richieste della diplomazia londinese, per nessun motivo concesse mai il suo suolo cattolico napolitano per una chiesa del culto anglo-massonico. La morte del sovrano rappresentò l’occasione giusta per invadere il Regno meridionale, poco sicuro nelle mani del giovane erede Francesco II.
Il massone Garibaldi sbarcò a Marsala, dove fu accolto dai piroscafi bellici dritannici “Argus” e “Intrepid” e da una vastissima comunità inglese coinvolta nei grandi affari dei vini di Ingham e Whoodhouse; attraversò la Sicilia e risalì la Penisola sempre scortato, finanziato e armato dagli inglesi. Fiumi di piastre turche gli giunsero per corrompere gli ufficiali borbonici, e la scottante contabilità del suo esercito, affidata a Ippolito Nievo, sparì nel misterioso naufragio del piroscafo Ercole a largo di Capri. Quel rendiconto, che non sarebbe stato opportuno rivelare perché avrebbe acclarato la pesante ingerenza del Governo di Londra nella caduta del Regno delle Due Sicilie. non arrivò mai a Napoli, da dove doveva proseguire per Torino. A Napoli, il 6 settembre, Garibaldi entrò col treno borbonico, “accompagnato” via mare dal legno britannico “Intrepid”, che si piazzò davanti al litorale di Santa Lucia fino al 18 ottobre, quando gli fu dato il cambio da altre imbarcazioni inglesi, proprio mentre il dittatore Garibaldi donava ai sudditi di Sua Maestà la Regina il suolo scelto in via San Pasquale a Chiaja per edificare la cappella protestante, lì dove era un maneggio per cavalli di proprietà dell’esercito borbonico. Era solo un piccolo atto di riconoscenza per il fondamentale appoggio ricevuto (un’altra cappella anglicana sarebbe stata costruita a Palermo nel 1872). Il nuovo governo italiano-piemontese cedette ufficialmente la proprietà del terreno il 10 agosto 1861. La comunità dei residenti inglesi, con sottoscrizioni private e pubbliche sia a Napoli che in Gran Bretagna, riuscì a raccogliere l’ingente somma necessaria per la realizzazione della costruzione. Dopo un concorso, fu dato incarico per l’opera all’inglese Thomas Smith, che aveva appena ultimato la chiesa della comunità inglese a Nizza, città natale di Garibaldi. La prima pietra fu posata il 15 dicembre 1862 e l’edificio ultimato fu consacrato dal primo vescovo anglicano di Gibilterra il 3 marzo 1865.
Dopo il Congresso di Vienna del 1815 la Massoneria era stata messa al bando dai governi di tutti gli Stati preunitari. Non è un caso che la rifondazione manifesta della Massoneria italiana sia datata 1859, anno di costituzione della prima loggia italiana chiamata “Ausonia”. Dove? A Torino, ovviamente. Quando la capitale sabauda “unì” (parzialmente) l’Italia, Stato vaticano ancora escluso, il massone Garibaldi fu nominato Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia proprio a Torino. Era il 17 marzo 1862, primo compleanno dell’incoronazione di Vittorio Emanuele II quale Re d’Italia. Compiuta l’invasione del Mezzogiorno e ben saldi i suoi propositi di violare la Roma papalina, il Generale si recò a Londra per far visita al governo inglese e alla frammassoneria con l’intento di rimediare altri fondi per le sue imprese rivoluzionarie. Fu accolto dal tripudio di una folla oceanica, riconoscente per il lavoro compiuto nelle Due Sicilie e per la sua battaglia contro il Papa, quindi per il rafforzamento dell’egemonia imperiale anglosassone. Riconoscenza attestata di persona, nel corso di quel viaggio nell’aprile del 1864: «Senza l’aiuto di Palmerston, Napoli sarebbe ancora borbonica, e senza l’ammiraglio Mundy non avrei giammai potuto passare lo stretto di Messina». Gli obiettivi, ovviamente, non erano solo religiosi ma anche e soprattutto politici, economici e commerciali, ma chiaro fu il contributo che la fede britannica diede al processo politico e sociale che attraversò l’Italia risorgimentale. Garibaldi, prima della caduta di Roma, preconizzò: «Non sarà il cannone a liberare Roma dal Papa, ma l’Evangelo». Il 20 settembre 1870, giorno della Breccia di Porta Pia, i Bersaglieri del Generale Cadorna entrarono a Roma preceduti dai venditori di libri al grido di «il libro.. il libro» (la Parola di Dio). Il Potere Temporale del Papa era alla fine e la libertà religiosa in Italia era conquistata.
Nel 1965 fu scoperta sulla facciata della chiesa anglicana di Napoli una lapide bilingue a ricordo del regalo di Garibaldi. Vi era scritto “a grata memoria di Giuseppe Garibaldi”, l’uomo che aveva consegnato non un semplice suolo agli inglesi ma, di fatto, l’intero Regno. Era passato un secolo esatto da quando il primo vescovo anglicano di Gibilterra aveva consacrato l’edificio a Gesù Cristo. Con buona pace dei tanti massacri, delle profanazioni, dei furti sacrileghi, degli incendi, delle torture, delle collusioni con la malavita e dei privilegi elargiti ad assassini e prostitute per compiere il piano internazionale per la cancellazione del fastidio vaticano-borbonico dal territorio europeo.lapide_chiesa_anglicana

Agguato di Roma: tentata strage di bambini?

ad “Attacco a Napoli” il clima d’odio tra napoletani e romanisti

Angelo Forgione – Interessante puntata di “Attacco a Napoli” su Piuenne, approfondimento d’indagine dei fatti tragici di via Tor di Quinto a Roma che hanno preceduto la finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina. Il dibattito, condotto da Raffaele Auriemma, ha goduto, tra gli altri, dei preziosi contributi di Sergio Pisani, uno degli avvocati del ferito Ciro Esposito, e della criminologa Angela Tibullo, criminologa nominata dello stesso pool di avvocati, che hanno fornito ulteriori particolari d’indagine dei fatti, di cui i pm hanno già un’idea abbastanza definita. L’ipotesi di incriminazione per tentata strage a carico di Daniele De Santis, da me avanzata nel dibattito, ha trovato fondamento nella ricostruzione degli eventi. La trasmissione, di cui è proposta una sintesi, ha anche tastato il polso all’assurdo clima d’odio che attanaglia le tifoserie di Napoli e Roma.

Referendum per la Repubblica del ‘46, sangue su Napoli

11 Giugno ’46: fine della monarchia, a Napoli è l’inferno

Angelo Forgione – 2 e 3 giugno 1946, il referendum sancisce un passaggio storico per la Nazione italiana dopo la guerra: la fine della monarchia e la nascita della Repubblica. I Savoia, dopo 86 anni di regno e di danni, perdono per sempre il trono.
Alla vigilia, il Nord del Paese spinge per la Repubblica ma gli italiani del Sud e delle Isole sono nella stragrande maggioranza monarchici. Dietro le tendenze monarchiche si nasconde il timore che le forze di sinistra possano mutare l’Italia a proprio piacimento, forti del forte legame tra il Partito Comunista Italiano e l’Unione Sovietica. In realtà gli aiuti poi stanziati dal Piano Marshall, tra il 1948 e il 1951, ricostruiranno le fabbriche del Nord a patto di licenziare gli operai comunisti.
Il 4 giugno è il giorno degli spogli e a metà delle operazioni la monarchia sembra in vantaggio; la previsione parla di vittoria del re Umberto II nonostante i misfatti del padre Vittorio Emanuele III nella guerra appena conclusa. È a questo punto che Palmiro Togliatti, leader del Partito Comunista, decide di intervenire direttamente assegnando ai funzionari addetti alle circoscrizioni «autonoma gestione dei voti al di fuori di ogni controllo». Tradotto in soldoni, bisogna far vincere la Repubblica a tutti i costi. All’alba del 5 giugno, senza risultati ufficiali, lo stesso Togliatti comunica l’esito pro-repubblicano ad Umberto II. Dopo un durissimo scontro tra i servizi segreti americani favorevoli alla Repubblica e quelli inglesi favorevoli alla Monarchia, nella notte tra il 5 ed il 6 giugno i risultati si capovolgono in favore della Repubblica con l’immissione di una valanga di voti di dubbia provenienza.
Nonostante i ricorsi presentati alla Cassazione sui cui giudici Togliatti fa pressioni, lunedì 10 giugno vengono comunicati i risultati: 12.672.767 voti per la Repubblica, 10.688.905 per la monarchia. In un clima di forti tensioni, tra denunce di schede mai verificate e nascoste nelle cantine del Viminale (altre verranno poi ritrovate non scrutinate nei luoghi più disparati e distrutte), Umberto II parte il 15 giugno per l’esilio in Portogallo parlando di colpo di Stato nel suo comunicato: «Questa notte, in spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano della magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario assumendo, con atto unilaterale e arbitrario, poteri che non gli spettano e mi ha posto nell’alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza. Proclamo pertanto lo scioglimento del giuramento di fedeltà al Re, non a quello verso verso la Patria, di coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove».
Lo spargimento di sangue, in verità, c’è già stato, e il Re non vuole che continui. Accade
 l’11 giugno del 1946, a Napoli, la città più monarchica d’Italia, psicologicamente e politicamente sottomessa, aggrappata al potere della sciagurata monarchia sabauda presente nel centrale Palazzo Reale e nella posillipina Villa Rosebery. Nella città piegata ottantasei anni prima il voto è ampiamente a favore di Umberto II: 903.651 voti contro 241.973. L’esito del referendum e l’ombra dei brogli spingono i monarchici napoletani a scendere in piazza tra le autoblinde quando, attraversando via Medina, una frangia si dirige verso la sede del PCI dove sono state da poco esposte la bandiera rossa e il tricolore privo dello stemma sabaudo. Spunta una scala che viene piazzata per raggiungere la bandiera italiana ma un marinaio che vi sale è fatto precipitare, perdendo la vita il giorno dopo in ospedale. La polizia fa muro per proteggere il portone del palazzo che ospita il PCI e, sotto ordine giunto da Roma, inizia a sparare sulla folla inferocita. È una carneficina: in 7 arrivarono morti all’ospedale Pellegrini, 1 agli Incurabili e 10 tra i circa 150 feriti muoiono in agonia. Tutti giovani, alcuni sono anche bambini, tra i 12 e i 14 anni. Su queste morti cala il silenzio e nessun processo rende giustizia a quelli che vengono definiti teppisti. Per placare gli animi e “risarcire” la città, il 28 giugno l’Assemblea Costituente elegge un monarchico napoletano a Capo dello Stato, Enrico De Nicola.
Un’altra vicenda che i libri di scuola non riportano, utile a testimoniare come la storia d’Italia sia costellata di cambi di potere imposti con la forza. Prima l’invasione al Sud della monarchia Sabauda, poi il fascismo, e ancora il comunismo repubblicano… Tutte forme di governo ricche di misfatti per affermare il potere e far vegetare il popolo sulla menzogna.
Napoli, in ogni epoca, ha versato il suo tributo di sangue. La strage di Via Medina somiglia a quella di Pietrarsa del 1863, quando Bersaglieri, Carabinieri e Guarda Nazionale di parte piemontese spararono sugli operai napoletani che difendevano il lavoro. Ottanta anni dopo circa, quello stesso popolo si fece sparare addosso per difendere chi gli aveva sparato contro. Il referendum del 1946, nelle sue modalità poco trasparenti, ricorda molto i più spudoratamente falsi plebisciti sabaudi del 1860. I “teppisti” di Via Medina non sono differenti dai “briganti” antisabaudi, i primi sotto il fuoco della monarchia, i secondi sotto quelli della Repubblica.
Dinamiche perverse che testimoniano la perdita di memoria dei popoli, frutto di una pianificata costruzione della coscienza storica italiana basata sulla sottrazione della verità. La confusione contemporanea è l’unico esito possibile, alimentata da Giorgio Napolitano, figlio politico di Togliatti, che in quei giorni era segretario federale del PCI a Napoli e Caserta e oggi è Presidente della Repubblica capace di festeggiare il 17 marzo monarchico-sabaudo e il 2 giugno repubblicano. “Tutto cambia affinché nulla cambi“, insegna Il Gattopardo.