Muti e i lavoratori del San Carlo contro la rozza Italia

Angelo Forgione – Sabato 1 marzo, seppur senza troppo clamore, è stata una giornata molto significativa per la cultura musicale napoletana. Due messaggi di forte denuncia sono partiti da altrettanti luoghi simbolo della Città. Il primo è stato inviato da Riccardo Muti, in occasione della cerimonia di consegna del premio “San Pietro a Majella” all’antico Conservatorio dove studiò da giovane, tra il 1957 e il 1962, e dove gli è stato intitolato l’ormai ex foyer della sala Scarlatti.
«Il Conservatorio di San Pietro a Majella è il luogo più sacro dei conservatori nel mondo e dentro ci sono meraviglie che tutto il mondo vorrebbe avere. Non so se questo lo sappiano i nostri governanti, ma se lo sanno e non fanno nulla per valorizzare questa istituzione calpestata e dimenticata vuol dire che la situazione in Italia è senza speranza. Il governo deve prendersi cura di questo posto, che egregiamente rappresenta la cultura della nostra terra. Deve far sì che questo non sia un luogo di sofferenza per chi ci studia e chi ci insegna. Da qualche anno dirigo la Chicago Symphony Orchestra. Ebbene, se in America esistesse un luogo in cui fosse custodito un decimo dei tesori che sono custoditi a San Pietro a Majella, quel luogo riceverebbe il massimo delle attenzioni. Tutti ne avrebbero il massimo rispetto, tutto il mondo ne sarebbe a conoscenza». Queste le parole di indignazione per come il più nobile dei conservatori d’Italia, quello che ha racchiuso in una sola istituzione i primi quattro istituti di istruzione per orfani, quello che ha dato il nome agli istituti di didattica musicale del mondo, sia trascurato dalle politiche governative centrali.
Se il Conservatorio piange, il San Carlo non ride, insieme a molti teatri italiani (La Scala a parte). E per protestare contro il Decreto Valore Cultura e denunciare i problemi occupazionali e retributivi, i lavoratori del Massimo napoletano hanno offerto uno splendido concerto gratuito nella basilica di San Ferdinando, dove sono stati proposti brani e letture didattiche della gloriosa Scuola Musicale Napoletana del Settecento che cambiò la musica in Europa. L’esibizione (piccolo contributo video in basso) ha regalato inizialmente una chicca molto suggestiva ed emozionante: l’esecuzione dell’introduzione dell’Achille in Sciro di Domenico Sarro e Pietro Metastasio, Opera data al San Carlo la sera del 4 ottobre 1737, data di inaugurazione del Real Teatro. All’evento ha presenziato il sindaco De Magistris, sostenitore delle ragioni delle maestranze sancarline. Al termine, il corista Sergio Valentino, all’altare, ha pronunciato il secondo messaggio di denuncia della giornata:
«Permetteteci di dire che Napoli è una città che produce una cultura imperitura da tre millenni e quello che sta accadendo da anni non la piegherà. Napoli è stata, è, e sarà sempre la città colta che l’Europa intellettuale conosce».

Vedi Napoli e poi muori

Magnifica Italia è un programma televisivo in onda sulle reti Mediaset dal 2007. Si tratta di un ciclo di documentari tematici dedicati a regioni, province e principali città della Penisola viste dal cielo e non solo. Particolarmente interessante la produzione dedicata a Napoli e i suoi dintorni. La linea guida narrativa si dipana da alcune bellissime riprese effettuate dall’elicottero, staccando su tradizionali inquadrature da terra. La voce fuori campo di Mario Scarabelli racconta la storia e il costume locale, con l’ausilio delle testimonianze di alcuni protagonisti del luogo. Il racconto condensa in sintesi la grande tradizione culturale di Napoli, omettendo inevitabilmente molto ma descrivendo una Napoli più aderente alla sua vera identità. Unici veri nei, l’assenza del primario Museo Archeologico Nazionale e della Cappella Sansevero.

“Made in Naples”, un Forgione cicerone della napoletanità

intervista a cura di Alessia Viviano per donnafashionnews.it

Angelo Forgione, scrittore e giornalista napoletano, è una delle menti meridionaliste più acclamate al giorno d’oggi. Nel 2008 ha fondato il “Movimento VANTO” (Valorizzazione Autentica Napoletanità a Tutela dell’Orgoglio) in quanto come lui stesso ha enunciato  “non ce la faceva più ad assistere allo stupro di Napoli”. Il costante attivismo dell’autore è inoltre sempre tastabile collegandosi al suo blog, seguitissimo. Dopo numerose battaglie a tutela dell’orgoglio meridionale, nel 2013 ha presentato il suo capolavoro letterario, “Made in Naples” da molti lettori definito come “strumento per una necessaria e preziosa ricostruzione della memoria storica, dell’identità e dell’orgoglio dei nostri antichi Popoli”. Un libro che denota grandi capacità comunicative-letterarie,  nonchè una spiccata sensibilità artistica. Un trasmettere, quello di Forgione, che riporta alla luce, a mo’ di radiografia partenopea, un passato ricco di fasti, scandagliando le radici del popolo napoletano, palesando le verità spesso celate a chi tenta ostinatamente di cancellare e sotterrare l’identità di una delle città che hanno influenzato e civilizzato l’intera Europa. Quello di Forgione è un voler riesumare fatti e misfatti storici affascinanti e perlopiù sconosciuti, alla scoperta di un grandioso popolo. Un libro che senza dubbio va comprato, anche per la prefazione firmata J.N.Schifano.

Negli ultimi anni il meridionalismo sta conoscendo un boom senza precedenti, soprattutto tra i giovani. Come ti spieghi questa tendenza? Ti senti anche tu un artefice di questo cambiamento?

Sicuramente c’è un sentimento nuovo, una diverso atteggiamento rispetto al passato, una volontà di affermazione di una certa dignità meridionale. Troppo spesso il popolo del Sud è stato caricato di soverchie responsabilità, oltre quelle effettive. I giovani meridionali soffrono la mancanza di prospettive, la paura del futuro negato, e molti di loro hanno capito che la politica nazionale non si occupa minimamente di risolvere certi problemi. Della questione meridionale ne hanno sentito parlare solo nella pubblicistica meridionalista che magari hanno letto e non più dai politici nazionali. A tutto questo si associa un certo accanimento ideologico e spesso mediatico che non è più tollerabile. Attenzione però all’effetto contrario: pretendere rispetto senza meritarlo significa solo voler nascondere la propria svogliatezza a impegnarsi  nel cambiamento. Ci vuole un atteggiamento proattivo dei meridionali e per il momento mi sembra di vederlo ancora in pochi.
Non so quale sia la cifra del mio contributo, ma so che ogni giorno ricevo decine di messaggi da parte di persone, giovani e meno giovani, che mi ringraziano per avergli stimolato il ragionamento e aperto gli occhi su tanti eventi del passato e del presente. E so anche che non passa giorno che non lavori seriamente al cambiamento nelle varie forme che chi mi apprezza conosce.

Diverse sono le tue battaglie a tutela dell’orgoglio meridionale. Qual è stata la più significativa?

Devo premettere che l’orgoglio è un sentimento negativo quando nasce dal ventre. Io lavoro soprattutto sulla diffusione culturale, per dare dei connotati all’identità napoletana e meridionale in genere e fare in modo che l’orgoglio del Sud nasca dalla testa e sia positivo, lucido, e abbia strumenti e argomenti di riscatto. Di battaglie ne ho fatte tante, anche come attivista, ma maggior soddisfazione l’ho avvertita quando ho fatto scoppiare il caso Amandola, il giornalista della sede Rai di Torino poi licenziato che, intervistando i tifosi della Juventus, suggerì di riconoscere i napoletani dalla puzza. Ne parlò tutta l’Italia, e credo che quell’episodio, già significativo di suo, sia stato decisivo anche nell’inasprire a fine stagione calcistica le norme del Codice di Giustizia sportiva, portando alla chiusura a raffica delle curve di Milano, Torino e Roma. Tra l’altro, grazie a quegli eventi, oggi tutti sanno che il primo bidet d’Italia è alla Reggia di Caserta. Piccola soddisfazione tutta personale.

Quando e come hai capito che la tua mission sarebbe stata (anche) quella di difendere la dignità del Mezzogiorno? Hai mai riscontrato resistenze proprio dai meridionali?

Nella vita bisogna esprimere sempre sé stessi. Se poi si hanno qualità e credibilità è solo la gente che può dirlo nel tempo. Io non mi sono imbarcato spinto dall’orgoglio di pancia ma, prima di farlo, ho studiato, letto e ragionato, mi sono fatto una mia cultura e una mia visione della realtà sociale italiana. Ho scavato nella storia e nei fatti contemporanei e ho rimesso in discussione la mia posizione di partenza. A un certo punto ho sentito il bisogno di offrire agli altri ciò che avevo acquisito, di condividerlo in diverse forme, con moderazione e positivismo, sempre attenendomi alla realtà e senza mai enfatizzare i fatti. Sono passati anni, quel percorso di conoscenza è ancora in fieri e non potrà finire mai, ma è sempre più maturo e non può più tornare indietro. Si rassegnino i riluttanti che hanno identificato in me un pericolo per la verità preconfezionata. Ce ne sono, ma nella vita non si può piacere a tutti, soprattutto quando si prendono delle posizioni.

“Made in Naples” è la tua ultima fatica letteraria. In poche parole, cosa possiamo leggere sfogliando il libro?

Tutto quello che l’UNESCO, inserendo Napoli nella lista del patrimonio dell’umanità, ha racchiuso in una motivazione: “I suoi luoghi conservano traccia di preziose tradizioni, di incomparabili fermenti artistici e di una storia millenaria. Nelle sue strade, piazze ed edifici, è nata e si è sviluppata una cultura unica al mondo che diffonde valori universali per un pacifico dialogo tra i popoli”. Nessuno si è mai preoccupato di sviscerare cosa significasse “una cultura unica al mondo”, e io ho deciso di farlo. Il sottotitolo del libro è “come Napoli ha civilizzato l’Europa (e come continua a farlo), e può sembrare presuntuoso, ma in realtà è proprio l’UNESCO a dire al mondo che Napoli “ha esercitato una profonda influenza su gran parte dell’Europa e al di là dei confini di questa”. Il libro apre il ventaglio della grande cultura napoletana, che non teme rivali, la codifica, e dimostra come un piccolo territorio senza peso politico ma con grande spessore culturale abbia influenzato il nostro mondo tra il Seicento e il Novecento. Sono orgoglioso di essere stato il primo a farlo, con fatica e lavoro appassionato, e lo stupore di chi legge il libro e ne resta sorpreso per ciò che scopre mi appaga completamente. È un libro luminoso che attualizza l’illuminismo napoletano e non resta ancorato ad alcuna recriminazione, sovvertendo la visione di una Napoli retrograda e ponendola a faro della cultura occidentale.

La critica come s’è espressa? Per molti giorni è stato trai libri più venduti nelle Feltrinelli di Napoli.

È tuttora uno dei libri più venduti in Campania, e ha discreti risultati anche in altre regioni, Lombardia ed Emilia Romagna su tutte. Non è un saggio a scadenza ma è scritto per durare nel tempo. Chi ha deciso di occuparsi del libro l’ha fatto con grande apprezzamento, ma la migliore critica è quella dei lettori, ed è positivissima. In soli sei mesi, le migliaia di copie vendute in tutt’Italia mi sono valse il conferimento del premio “San Gennaro Day” 2013 e l’inserimento del titolo nell’esclusiva promozione natalizia “I magnifici 101 di Mondadori” dedicata alla selezione dei titoli di maggior successo in Italia.

Hai in cantiere un altro scritto? Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Sto già lavorando a un nuovo libro, anche questo mai scritto, ma per ora mantengo il segreto professionale. Sto anche preparando lo sbarco all’estero di “Made in Naples”, opzionato da un editore di Tolosa per una traduzione francese. Per il resto, sono sempre sul pezzo. Chi si ferma è perduto.

Esempio napoletano in Svizzera

portafogliDomenica pomeriggio Danilo D’Errico, napoletano emigrato per lavoro a Ginevra, in Svizzera, si appresta a recarsi a casa dei genitori della sua convivente elvetica. Davanti al portone della loro abitazione li attende la vicina di casa, un’anziana spagnola, che gli dice: «Vi stavo aspettando. Ho trovato questo sacco nel tram 14; dentro ci sono varie cose, ma ho preferito affidarlo a voi e non al conducente perché non mi fido. Ci pensate voi a vedere cosa contiene e a provare a riconsegnarlo al proprietario?». Danilo accetta e rientra in casa con la compagna, apre il sacco e ci trova 450 franchi, cioè 400 euro, un iPad, altre apparecchiature elettroniche, vari documenti d’identità italiana e l’abbonamento ai trasporti. Il proprietario risulta essere un filippino residente a Milano e Danilo, dopo una lunga ricerca su internet, riesce a mettersi in contatto con lui. portafogli_2Dopo mezz’ora il sacchetto con tutto il suo contenuto è riconsegnato, senza offerta o pretesa di ricompensa. Il napoletano pensa che il suo premio è la coscienza pulita che lo fa sentire bene con sé stesso, anche grazie al sorriso della compagna che lo guarda e gli dice alla Totò «signori si nasce!». Il giorno dopo, alcuni colleghi e amici svizzeri del napoletano Danilo gli dicono che si è comportato in maniera esemplare ma che i soldi avrebbe dovuto tenerli.

Passione Mediterranea… quella romanza tanto apprezzata

È quella bellissima canzone napoletana che fa da sottofondo alle parole di Marcello Mastroianni in un amatissimo videoclip proposto poco più di due anni fa. In tantissimi, da allora, ne hanno fatto richiesta del titolo, dimostrando di apprezzarla. E ho quindi pensato di fare un regalo a tutti, corredandola di suggestive immagini di qualche scorcio di Napoli, con l’auspicio di valorizzarla e renderla pù nota.
Il brano si intitola ‘Passione mediterranea’, ed è cantato da Vincenzo La Scola, un tenore di Palermo con una carriera di livello internazionale nei maggiori teatri d’opera di tutto il mondo, deceduto improvvisamente nel 2011, all’età di 53 anni, a Mersin in Turchia. La canzone fu scritta qualche anno fa da Pino Marcucci (musica) e Massimo Bizzari (testo), e inserita nel CD ‘Napoletanissimo’ del 2003. Si tratta di una romanza che riporta alle sonorità della canzone napoletana d’autore dell’Ottocento, quella dei grandi compositori d’Opera che ebbe in Gaetano Donizetti una figura chiave nella connotazione della Canzone di Napoli e, di conseguenza, italiana. Buon ascolto!

L’autogollonzo della Gialappa’s

Angelo Forgione – Non indugio sul jolly della Gialappa’s Band che fa di Rocco Hunt, salernitano vincitore meritevole di Sanremo giovani (complimenti!), un mariolo piuttosto che contrabbandiere. Impiego solo un po’ di tempo per abbracciare idealmente le mamme, i papà e i bambini di tutte quelle famiglie colpite dal dramma della “terra dei fuochi”. La Gialappa’s Band lo spieghi a loro che “ma che ce ne fotte” è, appunto, solo una battuta… tra un boccone di mozzarella e una suonata di mandolino. Nessuna cattiveria o razzismo, certo, ma solo pura incoscienza di chi non vive il dramma sulla propria pelle. È la coscienza-conoscenza vera del dramma che manca a chi prende scivoloni e poi è costretto a limitare i danni col più classico dei “non volevamo”, tempestato da comprensibili proteste, e poi volgari insulti o addirittura indegne minacce, che nell’era dei social network trasformano purtroppo il web in uno stadio virtuale. Le battute fanno ridere quando non sfiorano temi tragici. L’ironia è brillante quando non colpisce la sensibilità personale. Il vero comico è colui che fa ridere tutti e non offende nessuno. Bando al vittimismo, sempre dietro l’angolo in certe occasioni, ma diciamolo che su certi temi è meglio non scherzare e che quella non è una battuta riuscita ma un fortuito e clamoroso “autogollonzo”.

“Made in Naples” a Pompei con Gianni Aversano

Martedì 25 febbraio, ore 20:45, presentazione Made in Naples al Vincanto di Pompei (via Nolana, 89). Con l’autore Angelo Forgione e Gianni Aversano, voce dei Napolincanto, per una serata di cultura napoletana tra letteratura e musica. Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria al 392.997.13.14. Opzione cena al termine dell’evento.

Quando Napoli portò la canzone a Sanremo e inventò il Festival

sanremo_1932

Angelo Forgione – Vi siete mai chiesti perché il Festival della canzone italiana si tiene a Sanremo? Perché proprio lì, in un piccolo paese di cinquantamila abitanti, e non in una delle capitali italiane della musica? Perché non nella vicina Genova, oppure Bologna, o magari Napoli? Già, Napoli, la città di chi il Festival di Sanremo l’ha partorito. La storia inizia nel periodo natalizio del 1931, in un momento di massima espansione turistica della cittadina ligure, quando il concessionario del Casinò municipale, il napoletano Luigi De Santis, attaccatissimo alle sue origini, su consiglio del commediografo Raffaele Viviani, convinse il poeta e paroliere Ernesto Murolo e il musicista Ernesto Tagliaferri, entrambi impegnati nella produzione del repertorio partenopeo, a portare la Canzone di Napoli là, a Sanremo. E così fu messa in piedi una kermesse natalizia intitolata Festival partenopeo di canti, tradizioni e costumi. Dal 24 dicembre 1931 al 1 gennaio 1932 andò in scena una settimana di sole canzoni napoletane del Settecento, Ottocento e Novecento, interpretate da voci quasi interamente partenopee, senza gara né vincitori. Tutto documentato dalle immagini archiviate dall’Istituto Luce.

Fu il primo festival sanremese, un numero zero napoletano, cui assistette tra gli spettatori un giovane floricoltore locale, il ventenne Amilcare Rambaldi, la stessa persona che, una ventina d’anni più tardi, incaricato di proporre idee per il rilancio del Casinò dopo la guerra, nel ricordo del successo goduto di persona, pensò di rispolverare l’idea di una rassegna musicale nel salone delle feste della casa da gioco, chiusa nel giugno del 1940, giorno della dichiarazione di guerra alla Gran Bretagna e alla Francia. Rambaldi ispirò il giornalista e conduttore radiofonico torinese Angelo Nizza, da poco nominato direttore artistico del Casinò insieme al napoletano Mario Sogliano. Nizza colse il suggerimento, optando per le canzoni italiane, e insieme a Rambaldi andò a parlarne con Pier Busseti, gestore della struttura e presidente dell’Associazione Turistico Alberghiera. Partì presto una telefonata alla Rai di Torino per capire se l’idea potesse interessare alla radio nazionale. La proposta piacque, anche perché la canzone poteva contribuire alla ricostruzione dello spirito dopo la guerra, ma bisognava creare una gara a carattere competitivo per avvincere il pubblico. E così fu messa in moto la macchina organizzativa del Festival di Sanremo, inaugurato il 29 gennaio del 1951 nella stessa sede dell’antesignano partenopeo. Le case discografiche napoletane non stettero a guardare e sollecitarono alla Rai un festival in salsa partenopea. Otto mesi dopo la manifestazione sanremese, a Napoli, uscita in macerie dai violenti bombardamenti, prese il via anche il Festival della canzone napoletana, nella cornice del Teatro Mediterraneo, all’interno della moderna Mostra d’Oltremare. Il ponte musicale fece andare su e giù, tra Sanremo e Napoli, gli autori e gli interpreti; artisti napoletani a cantare in italiano in Liguria e cantanti nazionali ad esibirsi in lingua partenopea in Campania, per la gioia delle case discografiche, a quel tempo tutte di Napoli. Non fecero diversamente i presentatori, a partire da Nunzio Filogamo, passando per Enzo Tortora, Mike Bongiorno, Pippo Baudo, Corrado e Daniele Piombi.
Fu un successo condiviso, passato dalla radio alla televisione, ma ad affermarsi di più fu la manifestazione sanremese, con la sua cittadina che beneficiò della frequentazione di personaggi famosi, vedendo crescere in modo notevole il turismo. Quella napoletana, invece, andò lentamente consumandosi in un ventennio a causa di gravi errori artistici e organizzativi. Dopo che ebbe preso il posto della rassegna musicale abbinata alla gloriosa Festa della Piedigrotta, i manager, in gran parte del Nord Italia, imposero agli autori e agli editori il pagamento di una tassa esosa per accedere a una gara decisa a tavolino e falsata da raccomandazioni che promuovevano brani privi di spessore artistico e cantanti non napoletani dalla dizione spesso disastrosa. Gli artisti di grido che vi partecipavano iniziarono a scarseggiare, i testi diventarono sempre più ricchi di stereotipi su Napoli e le sonorità si andarono ad allineare alle mode della musica leggera nazionale. A subirne le conseguenze non fu solo il Festival di Napoli, responsabile di un decadimento evidente, ma la stessa Canzone napoletana, minata nella sua sopravvivenza dall’attività degli editori napoletani, i quali finirono per considerare quella gara l’unico canale promozionale dei brani. In ogni caso, la formula della competizione in pochi giorni non si addiceva a Napoli, le cui canzoni avevano sempre raggiunto il successo nelle strade della città per poi diffondersi nel mondo. Nelle diciotto edizioni del Festival di Napoli furono presentati circa quattrocento brani musicali, ma pochi riuscirono ad emergere e ad inserirsi nel repertorio.
Il carrozzone si interruppe nel 1971 per la contestazione degli autori esclusi e le denunce di brogli. La Rai ritirò le telecamere e impedì lo svolgimento della gara, decretando il tramonto del Festival di Napoli. A danni fatti, riuscirono a tenere in vita la grande tradizione artisti irriducibili come Roberto Murolo, Sergio Bruni e Roberto De Simone, pur con stili diversi, e poi i più moderni Renato Carosone e Peppino di Capri, con le loro contaminazioni straniere capaci di proporre nuovi stili a tutto il panorama musicale della Penisola, che assisteva alla consacrazione del Festival di Sanremo come evento nazionale della cultura pop italiana da spostare, nel 1977, dal Casinò al Teatro Ariston e poi da esportare all’estero in Eurovisione. Grazie a quegli artisti, la fiammella napoletana restò accesa negli anni Settanta, periodo in cui il mercato discografico nazionale impattò con la musica straniera e iniziò a ignorare la produzione napoletana, fin lì ossequiata. Per i cantanti italiani di musica leggera e lirica che fino ad allora avevano dovuto cimentarsi nel canto napoletano divenne necessario dedicarsi all’inglese e allo spagnolo per aggredire i mercati discografici internazionali. L’esigenza linguistica provocò la “distrazione” degli artisti napoletani e favorì l’avvento di una sottocultura melodica napoletana, cui furono consegnati perniciosamente gli spazi prima dedicati a una ricchissima tradizione, ormai fagocitata da feste di piazza e nuovi stili di canto melodico rispondente a una fascia sociale meno colta.
Il rilancio stilistico avvenne negli anni Ottanta e Novanta, partendo dall’innovativo e sperimentale Neapolitan Power simboleggiato dal rivoluzionario Pino Daniele, autore di capolavori contemporanei in vernacolo agli antipodi del tipico sound partenopeo, ma poi anch’egli indebolito nel linguaggio vocale e sonoro dall’aspirazione di maggiore penetrazione sul circuito commerciale nazionale. Quando la fonte degli artisti napoletani sembrò ormai essersi definitivamente esaurita, provvidenziale fu il ritorno all’antico di Renzo Arbore, eclettico artista foggiano di formazione partenopea, con la sua rivisitazione del repertorio classico contaminato dal jazz e dal blues, col supporto di eccellenti individualità napoletane capaci di rendere la sua Orchestra Italiana il nuovo veicolo nel mondo della tradizione. È anche grazie a lui che la canzone napoletana contemporanea è ancora viva e vegeta, continuando a ricercare e sperimentare, mentre i suoi classici immortali insistono a girare il globo, veicolando la lingua e lo stile di una delle capitali internazionali della musica. La canzone in lingua nazionale era ormai radicata di casa a Sanremo, al teatro Ariston, ormai tempio immemore della sua genesi partenopea. Su quel palco, nel febbraio 2012, fece l’ultima apparizione pubblica un certo Lucio Dalla da Bologna, dodici giorni prima della sua scomparsa. Uno dei tanti giganti folgorati della Canzone napoletana, restandone radicalmente influenzato nella seconda parte della sua vita artistica:

«Ho avuto la fortuna di fare un concerto con Ray Charles, che è stato il mito della mia giovinezza, di suonare con grandi artisti internazionali. Ma quando ho avuto la possibilità di passare una sera con Roberto Murolo e sentirlo cantare mi è venuta in mente tutta l’estetica e i contenuti della bellezza del mondo. La Canzone napoletana non ha rivali al mondo!
Quella napoletana è la musica più importante del Novecento. Altro che Beatles. Dobbiamo tornare a noi, e smettere di essere provinciali scopiazzando all’estero.»

Approfondimenti e altre storie su Made in Naples (A. Forgione – Magenes, 2013)

la BBC racconta la Napoli Capitale

Italy Unpacked è un programma di successo della BBC che incolla il pubblico britannico al teleschermo mostrando le bellezze d’Italia. Il critico d’arte inglese Andrew Graham-Dixon e lo chef italiano Giorgio Locatelli (un lombardo che lavora a Londra), esplorano le varie regioni d’Italia, condividendo con gli spettatori la loro conoscenza della cultura e della cucina del “Belpaese”. Il loro viaggio parte da Napoli, “un posto diverso da qualsiasi altro nel mondo”, dove i due protagonisti, dovendo condensare l’immenso mondo partenopeo in pochi minuti, hanno preferito immergersi nella cultura artistica e gastronomica della Napoli settecentesca, capitale del regno indipendente. Si parte con un giro su due ruote per giungere nell’abitazione dei discendenti di una famiglia aristocratica molto vicino alla corte borbonica, dove Locatelli prepara un delizioso “sartù”. Parlando di Grand Tour settecentesco, si passa poi all’arte presepiale, per culminare nel cuore dell’illuminismo e dell’esoterismo della Napoli dei Lumi, la Cappella Sansevero.
Il racconto è ricco di fascino e valeva la pena sottotitolarlo per gli affezionati frequentatori di questo blog e per i lettori di Made in Naples.