Il Re di Napoli continua a far parlare di sè.
Su Il Mattino, a San Valentino, è amore tra Napoli e pomodoro.
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La curiosità è un motore che mi tiene acceso, e che accende anche gli altri quando sentono l’identità parlare servendosi di me. Quando parlo di ciò che scopro e imparo vorrei che tutti ne sapessero. Non deve restare a me.
Le riflessioni dell’ottimo Salvatore Calise, conduttore del Mattin8 (Canale 8), in una piacevole discussione che non è semplice copertura di un palinsesto televisivo, sono di quelle che mi fanno capire che sono un folle, sì, ma anche che la follia può essere contagiosa.

Angelo Forgione – Non è bastato Carlo Tavecchio, che da presidente della FIGC, due anni fa, dichiarò:
«Abbiamo una carenza da recuperare: Milano, che non può essere assente da un palcoscenico dove, con tutto il rispetto di Roma e Napoli, Torino ha una superiorità dal punto di vista dell’organizzazione e della cultura della vittoria. Vedremo se quello che sta avvenendo a Milano produrrà quello che deve produrre».
Due anni sono passati. Il virtuoso Napoli è sempre la seconda forza del campionato italiano. I proprietari stranieri non hanno ancora portato le indebitate milanesi a certi livelli. Tavecchio non c’è più ma oggi ci pensa il palermitano Gaetano Micciché, presidente della Lega di Serie A, a ripetere il concetto a Radio anch’io Sport:
«Sono convinto che dovranno ritornare protagoniste le due milanesi nella lotta per lo scudetto, la cui presenza crea storicamente un allargamento di vittoria, senza nulla togliere a Roma e Napoli, che hanno reso dura la vita alla Juventus nelle ultime stagioni».
“Con tutto il rispetto”, disse l’uno. “Senza nulla togliere”, dice l’altro. Per i dirigenti del nostro scontatissimo calcio, solo Inter e Milan possono fare quello che non può riuscire a Roma e Napoli, le grandi del calcio “meridionale”, ovvero contrastare il dominio juventino. La competizione, insomma, dev’essere sull’asse Torino-Milano, non Nord-Sud (Sud-Sud, figuriamoci, è eventualità impossibile). Tavecchio e Micciché indicano tra le righe dov’è la vittoria, e tutto sembra normale, anche se non lo è affatto.
È evidente che il calcio italiano, di fronte allo strapotere della Juventus e un finale sempre uguale da sette anni a questa parte, non sappia più che pesci prendere, e perciò si aggrappa alla restaurazione di antichi equilibri che non esistono più. La miopia di certi alti dirigenti non consente di comprendere che la Juventus è cresciuta con il consolidamento della EXOR attraverso l’acquisizione di Chrysler e la costituzione di FCA.
La storia dice che le tre strisciate del Nord hanno costruito i propri successi sulla forza del Triangolo industriale, orfano dal dopoguerra di Genova (prima vincente col Genoa). La cultura della vittoria di quelle squadre è nata sullo squilibrio territoriale, da cui anche quello calcistico, tra il Nord e il Sud.
I Berlusconi e i Moratti, la recente classe imprenditoriale meneghina che ha fatto vincenti le squadre milanesi, hanno creato voragini pur di riuscirvi e rinfocolare il blasone, per poi lasciare la patata bollente ad altri. Se Inter e Milan dovessero scalzare Napoli e Roma in futuro sarà perché le proprietà straniere avranno speso bene i loro soldi e programmato bene, non per chissà quale diritto storico o divino acquisito. E poi vedremo se qualcuno dirà “Napoli e Roma tornino protagoniste”.
Il pomodoro, frutto venuto dalle Americhe che trova cittadinanza e dignità a Napoli. E da qui invade le cucine del mondo. Come?
Una bellissima storia raccontata da il Re di Napoli.
Tratto da La Radiazza di Gianni Simioli (Radio Marte), la prima discussione sui contenuti del neonato il Re di Napoli.
Angelo Forgione – Anche il TG2, in questi giorni di tamtam mediatico sulla pizza, ha fatto luce sul vero parto della ‘margherita’. Lo scorso anno era stato il pizzaiuolo Enrico Lombardi a raccontarla al TG1.
La storiella di Raffaele Esposito, romanzata per puro marketing quando la pizza e i pizzaiuoli di Napoli erano considerati “sudiciume complicato” (così scrisse Collodi nel 1886), non ha più ragione di essere. I pizzaiuoli napoletani sono oggi portatori di un’arte che è patrimonio immateriale dell’umanità, e non devono mendicare più nulla alla storia contraffatta per darsi delle arie. Ora è l’Italia che se le dà con la pizza.
Il muro della credenza popolare può dirsi ormai sfondato. A questo servono i ricercatori storici.
Il 31 gennaio, in libreria, nuovi approfondimenti sul nuovo libro di Angelo Forgione
Angelo Forgione – «Lei ha detto parole terribili». Così uno sgomento Corrado Augias, durante la trasmissione Quante Storie di sera, commenta quanto detto da Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica a Catanzaro, che gli ha appena sbattuto in faccia la verità dei malviventi meridionali assoldati dai garibaldini e dell’impiego dei danari delle massonerie per corrompere gli alti ufficiali borbonici nella risalita del Sud dalla Sicilia verso Napoli.
Augias è consapevole che l’Italia sia nata male, ma non perché il Nord ha forzato il Sud e ha legittimato le mafie, avvalendosene. No, l’Italia, secondo la sua visione, è nata male perché «la bella mela rossa aveva un baco dentro, ed era nel Mezzogiorno».
Terribile è il parto dell’Italia, e terribile è il bigottismo di chi pure parla di retorica scolastica ma non ha saputo leggere la storia degli ultimi 158 anni e finge di cascare dal pero, di fronte a chi rivede in modo critico la storia e la riscrive, attribuendo ai veri responsabili, i “padri” della patria e i vari governi d’Italia, le colpe dell’affermazione delle mafie meridionali, cancro dell’Italia piemontese.
Il vero potere mafioso in Calabria, come quelli in Sicilia e in Campania, è nato proprio dal perverso abbraccio tra la politica piemontese, la massoneria e la delinquenza meridionale.
L’evoluzione del potere economico e finanziario delle cosche calabresi inizia proprio nel 1869, durante le elezioni amministrative a Reggio Calabria, quando il blocco dell’alta borghesia legata ai latifondisti assoldò la “picciotteria” (il termine ‘ndrangheta si impose solo dal 1929) per compiere attentati e vessazioni ai danni del blocco dei borghesi filo-borbonici e della Chiesa, in procinto di vincere la tornata elettorale. Era già successo in Sicilia e a Napoli, per volontà di Garibaldi, in occasione dello sbarco dei Mille e del plebiscito per l’annessione del Sud al regno sardo dei Savoia. Il potentato latifondiario vinse, e la malavita venne messa al servizio dei partiti governativi in tutta la provincia di Reggio Calabria, ma i brogli furono talmente evidenti che il prefetto fu costretto a invalidare il consiglio comunale, il primo ad essere sciolto per mafia quando ancora non esisteva il reato di associazione mafiosa o la legge per lo scioglimento dei comuni.
Nel ‘900 la relazione tra mafia e politica divenne sempre più stretta. Per il terribile terremoto del 1908 a Messina e Reggio Calabria, il Governo dell’epoca stanziò 180 miliardi di lire. La classe dirigente locale pretese la gestione di quei soldi, e il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, altro statista piemontese di grande spicco, volle in cambio che il popolo fosse tenuto a bada. Fu il primo atto di un Governo centrale per soggiogare i meridionali, e da quel momento si susseguirono continue leggi per il Sud che sarebbero servite solo ad alimentate dipendenza dallo Stato.
La ‘ndrangheta, ancora oggi, fa riferimento alla massoneria con affiliazioni in cui si nominano personaggi del Risorgimento: Mazzini, Garibaldi e Cavour. Tutti nemici del legittimismo borbonico e dei borbonici, come gli inglesi e la loro massoneria, i veri mandanti della cancellazione delle Due Sicilie dalla geopolitica mediterranea. Il patto del Gran Maestro Giuseppe Garibaldi con i picciotti siciliani e calabresi e i camorristi napoletani di allora è il simbolo di un abbraccio ancora esistente voluto da Londra. Perché le mafie ci furono inoculate dagli inglesi per destabilizzare la nazione napolitana e minarne la politica mediterranea in vista dello scavo del Canale di Suez verso l’Oriente ed il Nord Africa.
I mafiosi tornarono utili anche agli Alleati anglo-americani nel corso della “liberazione” dal Fascismo, che alle mafie e alle logge aveva tagliato i viveri. È un’eredità cancerogena, finalizzata a privare il Meridione della possibilità di sfruttare il suo enorme potenziale.
Nel mio saggio Napoli Capitale Morale, tra i vari argomenti che spiegano il ribaltamento nazionale, parlo anche di massoneria, della sua evoluzione storica, del suo ruolo fondamentale nelle vicende d’Italia, delle dipendenze dalle logge britanniche quanto delle parentele con le mafie meridionali, cioè con società segrete di tipo paramassonico piramidale nate intorno al 1830, in piena degenerazione carbonara e all’incoronazione dell’anti-inglese Ferdinando II, ma in due città ricche per quella che era l’Italia dell’epoca quali erano Napoli e Palermo, mica povere come oggi. E non è un dettaglio.
«Quando parla Forgione di Napoli è una bella boccata d’ossigeno».
Lusinghiero complimento di Salvatore Calise durante una piacevolissima chiacchierata su Napoli, la sua cultura e la sua identità al Mattin8 (Canale 8).

Angelo Forgione – Io l’ho conosciuto Pietrangelo Gregorio, l’uomo che nel 1966 inventò la tivù privata dal nulla, stendendo cavi e ripetitori di segnale su tutti i terrazzi del centro di Napoli. Aveva 85 anni quando lesse il capitolo che gli avevo dedicato in Made in Naples, e mi volle incontrare per dirmi personalmente che non aveva mai letto un approfondimento della sua storia così completo. Non se ne capacitava, perché non lo avevo mai interpellato, non gli avevo fatto neanche una domanda per scriverla. Era tutta ricerca. Io mi stupii invece di conoscere un ottuagenario così lucido, pronto, brillante di testa. Lui continuava a sperimentare e mi mostrò il suo studio in via Foria. Non era mica uno che se ne stava a casa a leggere il giornale o al parco a chiacchierare con i coetanei.
Ogni tanto mi chiamava per informarmi delle sue vicende, sempre con un garbo piacevolissimo. «Come state, dottore?», sempre a darmi del nobilissimo Voi.
Pietrangelo Gregorio portò il colore a Napoli quando la RAI nazionale trasmetteva ancora in bianco e nero, e fu ostacolato dal Governo per la sua scomoda modernità. Era un uomo davvero semplice, senza agganci in una città debole, e dovette assistere impotente all’ascesa dirompente di un imprenditore di Milano con fortissimi appoggi. A 90 anni ha chiuso la sua vicenda in terra, assai complessa e significativa quantunque poco nota. Una storia oscurata che parla di un primato tecnologico tutto partenopeo e di un Signore che merita il giusto tributo dai napoletani e non.
I miei rispetti, Ingegnere.
Angelo Forgione – Piccolo estratto del dibattito televisivo (Passato e Presente – Rai) sulla Repubblica Napoletana e sulla particolarità di una sommossa contro il riformismo borbonico e il popolo, condotta da una élite di altoborghesi.
Non una rivoluzione contro una tirannia, per nulla accostabile a quella francese, come ha voluto far intendere la retorica risorgimentale, ma un vero e proprio colpo di stato oligarchico compiuto da una élite napoletana protetta da un esercito straniero che segnò la fine del percorso di mutazione degenerativa della massoneria partenopea, fomentata da particolari sollecitazioni esterne.
Paolo Mieli e Lucio Villari centrano il tema ma non danno risposte sul perché quell’anomalo movimento sovversivo prese corpo a Napoli, dove prima Carlo di Borbone e poi Ferdinando e Maria Carolina, diversamente da Luigi e Maria Antonietta a Parigi, portavano avanti l’ammodernamento del loro Regno.
Le risposte vanno ricercate nell’operato oscuro di personaggi che la storiografia ufficiale non nomina. Il teologo Friederich Münter innanzitutto, e poi l’abate Antonio Jeròcades, sobillatori degli intellettuali e dei massoni di Napoli.
La storia e le risposte che nessuno fornisce le trovate su Napoli Capitale Morale, ma un piccolo anticipo lo potete avere cliccando sul link di seguito:
L’illuminato di Baviera che fece scoppiare il 1799 di Napoli