Natale, ritorno a Sud

Angelo Forgione Napoli, Bari, Reggio Calabria, Palermo, Cagliari… tutte le città e i paesi del Sud in questi giorni hanno qualcosa in più. E poco c’entrano gli addobbi delle strade, le fiere e gli eventi. C’è qualcosa di molto più umano e caldo sottotraccia: le persone.
Le feste di Natale sono occasione per il rientro a casa. Per il Sud-Italia più che al Centro-Nord, dove pure c’è spostamento senza ripopolamento. Solo negli ultimi quindici anni sono emigrati oltre due milioni di meridionali, di cui cinquecentomila giovani tra i 15 e i 34 anni (trentamila laureati). Le frontiere della speranza sono, nell’ordine, la Lombardia e l’Emilia-Romagna, mentre campani e sardi scelgono il Lazio; e poi la Germania, la Svizzera e la Gran Bretagna. Si tratta di un vero e proprio svuotamento silenzioso delle città del Sud, che si ripopolano parzialmente a Natale. Una marea di persone che vivono altrove per lavoro e studio rientra per riabbracciare parenti e amici e per trascorrere con loro le festività. Si tratta in buona parte di chi riapre la scatola dei ricordi per gustare i sapori locali, per rivedere strade, paesaggi e panorami persi, per riconciliarsi con il luogo di origine, privato di opportunità, dal quale non ci si sarebbe mai voluti staccare.
È il ritorno alle origini a dare quel qualcosa in più al Natale dei meridionali. Mi sfuggiva negli anni della mia immaturità. Sfugge ancora a troppi quel che comporta per le comunità il sistematico e drammatico sradicamento.

Napoletani e londinesi, differenti per clima e… bevande

Limonata e cognac per spiegare come Napoli fosse meno pericolosa di Londra

Angelo Forgione Quando Johann Wolfgang Goethe giunse a Napoli, nel 1787, non era impreparato. Ricordava le belle parole che il padre, dopo averla visitata, aveva sempre usato per descriverla, racchiuse in una definizione che lui stesso immortalò su carta:

“[…] mio padre non riuscì mai ad essere del tutto infelice, perché il suo pensiero tornava sempre a Napoli”.

Da buon viaggiatore, il drammaturgo tedesco, prima di partire alla volta dell’Italia, aveva letto il volume Notizie storico-critiche d’Italia dell’amico Johann Jacob Volkmann, in cui, nel capitolo Napoli e i suoi dintorni, era scritto che per le strade della città c’erano dai trenta ai quarantamila oziosi. Goethe volle verificare di persona prima di scrivere le sue memorie e si mischiò tra la gente, sperimentando con curiosità la realtà napoletana, in cui individuò evidenti differenze col mondo nordico ma attribuendole a motivi climatici e sociali. Solo dopo aver osservato coi propri occhi la Napoli capitale negò l’esistenza di un atteggiamento refrattario al lavoro, ed entrò in polemica con Volkmann.
Per Goethe, i napoletani erano semplicemente diversi dai tedeschi di Prussia ma non per questo da considerare peggiori. Era la diversa piattaforma sociale a far apparire il popolo partenopeo una massa di mendicanti per vocazione. Apprezzata invece la possibilità di godersi la vita, vero motivo per cui coloro che erano impossibilitati a farlo – i più laboriosi nordici – consideravano inoperosi quelli che non lavoravano tutto il giorno. Il 28 maggio 1787 scrisse:

“[…] Non tardai a sospettare che il ritenere fannullone chiunque non s’ammazzi di fatica da mane a sera fosse un criterio tipicamente nordico. Rivolsi perciò la mia attenzione preferibilmente al popolo, sia quando è in moto che quando sta fermo, e vidi, bensì, molta gente mal vestita, ma nessuno inattivo.
[…] Più mi guardavo intorno, più attentamente osservavo, e meno riuscivo a trovare autentici fannulloni, nel popolino minuto come nel ceto medio, sia al mattino sia per la maggior parte del giorno, giovani o vecchi, uomini o donne che fossero.
[…] Sarei quasi tentato d’affermare per paradosso che a Napoli, fatte le debite proporzioni, le classi più basse sono le più industriose. Non si può pensare, beninteso, di mettere a paragone quest’operosità con quella dei paesi del Nord, la quale non ha da preoccuparsi soltanto del giorno e dell’ora immediati, ma nei giorni belli e sereni deve pensare a quelli brutti e grigi e nell’estate deve provvedere all’inverno. Postoché è la natura stessa che al Nord obbliga l’uomo a far scorte e a prendere disposizioni, che induce la massaia a salare e ad affumicare cibi per non lasciare sfornita la cucina nel corso dell’anno, mentre il marito non deve trascurare le riserve di legna, di grano, di foraggio per le bestie e così via, è inevitabile che le giornate e le ore più belle siano sottratte al godimento e vadano spese nel lavoro. Per mesi e mesi si evita di stare all’aperto e ci si ripara in casa dalla bufera, dalla pioggia, dalla neve e dal freddo; le stagioni si succedono inarrestabili, e l’uomo che non vuol finire malamente deve per forza diventare casalingo. […] È la natura che lo costringe ad adoperarsi, a premunirsi. Senza dubbio tali influenze naturali, che rimangono immutate per millenni, hanno improntato il carattere, per tanti lati meritevole, delle nazioni nordiche; le quali però applicano troppo rigidamente il loro punto di vista nel giudicare le genti del Sud, verso cui il cielo s’è dimostrato tanto benigno.
[…] E un cosiddetto accattone napoletano potrebbe facilmente sdegnare il posto di viceré in Norvegia e declinare l’onore, se l’imperatrice di Russia gliel’offrisse, del governatorato della Siberia.
[…] Se si pensa alla quantità di alimenti che offre questo mare pescoso, dei cui prodotti la gente è obbligata per legge a nutrirsi in alcuni giorni della settimana; a tutti i generi di frutta e d’ortaggi offerti a profusione in ogni tempo dell’anno; al fatto che la contrada circostante Napoli ha meritato il nome di Terra di Lavoro (dove lavoro significa lavoro agricolo) e l’intera sua provincia porta da secoli il titolo onorifico di Campania felix, campagna felice, ben si comprende come là sia facile vivere.”
[…] Si giungerebbe forse allora a concludere che il cosiddetto lazzarone non è per nulla più infingardo delle altre classi, ma altresì a constatare che tutti, in un certo senso, non lavorano semplicemente per vivere ma piuttosto per godere, e anche quando lavorano vogliono vivere in allegria.
Nel quinto capitolo della sua Storia Naturale Plinio concede soltanto alla Campania una descrizione diffusa. «Quelle terre» egli dice, «sono così felici, amene e beate che vi si riconosce evidente l’opera prediletta della natura.
[…] Su questo paese i Greci, popolo che aveva una smisurata opinione di sé, hanno espresso il più lusinghiero giudizio dando a una sua parte il nome di Magna Grecia.”

Lo scrittore britannico Harold Acton, nella sua opera The Bourbons of Naples del 1956, racconta che un contemporaneo inglese di Goethe ne condivise l’analisi e l’approfondì con uno straordinario esempio utile a spiegare perché la delinquenza napoletana non era più spaventosa di quella di Londra. Tutto racchiuso nelle bevande preferite dai due popoli:

“A Napoli vi è un numero molto inferiore di moti rivoltosi o di reati di qualsiasi tipo di quanto non ci sarebbe aspettati di avere in una città dove la polizia è ben lungi dall’essere severa, e dove ogni giorno si incontrano moltitudini di poveri disoccupati. Questo deriva in parte dal carattere nazionale [napolitano] che, secondo me, è quieto, sottomesso e rifugge dalle sommosse e dalle ribellioni; e in parte deriva anche dal fatto che il popolo è universalmente sobrio, e mai infiammato dall’alcool, come avviene invece nei paesi nordici. L’acqua ghiacciata e la limonata sono cose di lusso tra la gente più povera; […] Il lazzarone seminudo ha spesso la tentazione di spendere quel poco denaro che è destinato al mantenimento della sua famiglia in questa magica bibita, come il più dissoluto tra i poveri di Londra lo spende in gin e in cognac, così che ciò che rinfresca la povera gente di una città tende ad eccitare quella di un’altra fino a far compiere atti di smoderatezza e di brutalità.”

Certe abitudini, evidentemente, non sono cambiate granché.

6 Agosto 1863: i Bersaglieri sparano sui lavoratori

Oggi, 6 Agosto, come ogni anno su questo blog, ripropongo in lettura il racconto dei tristi avvenimenti di Pietrarsa (Portici) del 6 Agosto 1863 affinché i Napoletani e i Meridionali sappiano e non dimentichino come sono diventati “meridionali”.

6 Agosto 1863: i Bersaglieri sparano sui lavoratori

di Angelo Forgione per napoli.com

1° Maggio, festa dei diritti dei lavoratori conquistati dopo sacrosante battaglie operaie. Una ricorrenza nata negli Stati Uniti nel 1886 dopo i gravi incidenti accaduti nei primi giorni di quel Maggio a Chicago, quando la polizia locale sparò su degli operai manifestanti facendo numerose vittime.
Ma le prime vittime della storia operaia per mano governativa in realtà furono napoletane. Se scaviamo nella storia, già qualche anno prima, nell’estate del 1863, si era registrato il triste episodio di Portici, nel cortile delle officine di Pietrarsa. Una vicenda storica poco conosciuta data la copertura poliziesca della monarchia sabauda, subentrante a quella borbonica, che da poco aveva invaso il Regno delle Due Sicilie dando vita all’Italia piemontese. I documenti del “Fondo Questura” dell’Archivio di Stato di Napoli riportano ciò che accadde quel giorno. Fascio 16, inventario 78: è tutto scritto lì.
Il “Real Opificio Borbonico di Pietrarsa”, prima dell’invasione piemontese, era il più grande polo siderurgico della penisola italiana, il più prestigioso coi suoi circa 1000 operai. Voluto da Ferdinando II di Borbone per affrancare il Regno di Napoli dalle dipendenze industriali straniere, contava circa 700 operai già mezzo secolo prima della nascita della Fiat e della Breda. Un gioiello ricalcato in Russia nelle officine di Kronštadt, nei pressi di San Pietroburgo, senza dubbio un vanto tra i tanti primati dello stato napoletano. Gli operai vi lavoravano otto ore al giorno guadagnando abbastanza per sostentare le loro famiglie e, primi in Italia, godevano di una pensione statale con una minima ritenuta sugli stipendi. Con l’annessione al Piemonte, anche la florida realtà industriale napoletana subì le strategie di strozzamento a favore dell’economia settentrionale portate avanti da quel Carlo Bombrini, uomo vicino al Conte di Cavour e Governatore della Banca Nazionale, che presentando a Torino il suo piano economico-finanziario teso ad alienare tutti i beni dalle Due Sicilie, riferendosi ai meridionali, si sarebbe lasciato sfuggire la frase «Non dovranno mai essere più in grado di intraprendere».
Bombrini era uno dei fondatori dell’Ansaldo di Genova, società alla quale furono indirizzate tutte le commesse fino a quel momento appannaggio di Pietrarsa. Prima del 1860, nata per volontà di Cavour di dar vita ad un’industria siderurgica piemontese che ammortizzasse le spese per le importazioni dalle Due Sicilie e dall’Inghilterra, l’Ansaldo contava la metà degli operai di Pietrarsa che raddoppiarono già nel 1862.
Dopo l’Unità d’Italia l’opificio partenopeo passò alla proprietà di Jacopo Bozza, un uomo con la fama dello sfruttatore. Costui, artificiosamente, prima dilatò l’orario di lavoro abbassando nello stesso tempo gli stipendi, poi tagliò in maniera progressiva il personale mettendo in ginocchio la produzione. Il 23 Giugno 1863, a seguito delle proteste del personale, promise di reimpiegare centinai di operai licenziati tra i 1050 impiegati al 1860. La tensione era palpabile come testimonia il fitto scambio di corrispondenza tra la direzione di Pietrarsa e la Questura. Sui muri dello stabilimento comparve questa scritta: “muovetevi  artefici, che questa società di ingannatori e di ladri con la sua astuzia vi porterà alla miseria”. Sulle pareti prossime ai bagni furono segnate col carbone queste parole: “Morte a Vittorio Emanuele, il suo Regno è infame, la dinastia Savoja muoja per ora e per sempre”. Gli operai avevano ormai capito da quali cattive mani erano manovrati i loro fili.
La promessa di Bozza fu uno dei tanti bluff che l’impresario nascondeva continuando a rassicurare i lavoratori e rallentando la loro ira elargendo metà della paga concessa dal nuovo Governo, una prima forma di cassa-integrazione sulla quale si è retta la distruzione dell’economia meridionale nel corso degli anni a venire, sino a qui.
Il 31 Luglio 1863 gli operai scendono ad appena 458 mentre a salire è la tensione. Bozza da una parte promette pagamenti che non rispetterà, dall’altra minaccia nuovi licenziamenti che decreterà.
La provocazione supera il limite della pazienza e al primo pomeriggio del 6 Agosto 1863, il Capo Contabile dell’opificio di Pietrarsa, Sig. Zimmermann, chiede alla pubblica sicurezza sei uomini con immediatezza perché gli operai che avevano chiesto un aumento di stipendio incassano invece il licenziamento di altri 60 unità. Poi implora addirittura l’intervento di un Battaglione di truppa regolare dopo che gli operai si sono portati compatti nello spiazzo dell’opificio in atteggiamento minaccioso.
Convergono la Guardia Nazionale, i Bersaglieri e i Carabinieri, forze armate italiane da poco ma piemontesi da sempre, che circondano il nucleo industriale. Al cancello d’ingresso trovano l’opposizione dei lavoratori e calano le baionette. Al segnale di trombe al fuoco, sparano sulla folla, sui tanti feriti e sulle vittime. La copertura del regime poliziesco dell’epoca parlò di sole due vittime, tali Fabbricini e Marino, e sei feriti trasportati all’Ospedale dei Pellegrini. Ma sul foglio 24 del fascio citato è trascritto l’elenco completo dei morti e dei feriti: oltre a Luigi Fabbricini  e Aniello Marino, decedono successivamente anche Domenico Del Grosso e Aniello Olivieri. Sono questi i nomi accertati dei primi martiri della storia operaia italiana.
I giornali ufficiali ignorano o minimizzano vergognosamente il fatto a differenza di quelli minori. Su “Il Pensiero” si racconta tutto con dovizia di particolari, rivelando che in realtà le vittime sarebbero nove. “La Campana del Popolo” rivela quanto visto ai “Pelligrini” e parla di palle di fucile, di strage definita inumana. Tra i feriti ne decrive 7 in pericolo di vita e anche un  ragazzino di 14 anni colpito, come molti altri, alle spalle, probabilmente in fuga dal fuoco delle baionette.
Nelle carte, dai fogli 31 a 37, si legge anche di un personaggio oggi onorato nella toponomastica di una piazza napoletana, quel Nicola Amore, Questore durante i fatti descritti, solerte nell’inviare il drappello di forze armate, che definisce “fatali e irresistibili circostanze” quegli accadimenti. Lo fa in una relazione al Prefetto mentre cerca di corrompere inutilmente il funzionario Antonino Campanile, testimone loquace e scomodo, sottoposto a procedimento disciplinare e poi destituito dopo le sue dichiarazioni ai giornali. Nicola Amore, dopo i misfatti di Pietrarsa, fece carriera diventando Sindaco di Napoli per poi agevolare le banche piemontesi col Risanamento-sventramento.
Il 13 ottobre vengono licenziati altri 262 operai. Il personale viene ridotto lentamente a circa 100 elementi finché, dopo finti interventi, il governo riduce al lumicino le commesse di Pietrarsa, decretando la fine di un gioiello produttivo d’eccellenza mondiale. Pietrarsa viene declassata prima ad officina di riparazione per poi essere chiusa definitivamente nel 1975. Dal 1989, quella che era stata la più grande fabbrica metalmeccanica italiana, simbolo di produttività fino al 1860, è diventata un museo ferroviario (aperto solo nei giorni feriali!) che è straordinario luogo di riflessione sull’Unità d’Italia e sulla cosiddetta “questione meridionale”.
Alla memoria di Luigi Fabbricini, Aniello Marino, Aniello Olivieri e Domenico Del Grosso, napoletani, morti per difendere il proprio lavoro, ogni napoletano dedichi un pensiero oggi e in ogni festa dei lavoratori che verrà. Uomini che non sono più tornati alle loro famiglie per difendere il proprio lavoro, dimenticati da un’Italia che non dedica loro un pensiero, una piazza o un monumento, come accade invece per i loro carnefici.

La strage di Portici in musica (Stormy Six)

San Giorgio a Cremano, una via intitolata ai Martiri di Pietrarsa

Angelo Forgione – La Giunta Comunale di San Giorgio a Cremano ha deliberato nei giorni scorsi all’unanimità il cambio di nome di via Ferrovia in via Martiri di Pietrarsa. La nuova denominazione, proposta dall’assessore Pietro De Martino, è in attesa del via libera della Prefettura di Napoli. Dopo le numerose manifestazioni nel Museo ferroviario di Pietrarsa svoltesi negli ultimi anni con lo scopo di divulgare la storia dimenticata dell’eccidio di Pietrarsa, giungono finalmente i primi onori per le vittime di uno degli episodi più significativi dell’unificazione italiana.
I Martiri di Pietrarsa sono Luigi Fabbricini, Aniello Marino,  Aniello Olivieri e Domenico Del Grosso, quattro operai (ma forse furono di più, NdR) che il 6 agosto 1863 furono uccisi da Bersaglieri, Carabinieri e Guardia Nazionale alle spalle durante uno sciopero di protesta contro i licenziamenti e le condizioni disumane di lavoro a cui erano stati costretti dai nuovi proprietari della fabbrica. Il Real Opificio di Pietrarsa, uno dei vanti dello Stato borbonico, che su un’area adiacente alla prima tratta ferrata, la Napoli-Portici, aveva sfornato le prime locomotive italiane, fu destinato allo smantellamento e al declino per decisione delle nuove classi dirigenti dell’Italia appena unita.
La delibera giunge proprio a pochi giorni dal 1 maggio, festa del lavoro, che il mondo del meridionalismo dedica ogni anno alla memoria dei Martiri di Pietrarsa.

Banco Napoli, la grande manovra politico-finanziaria d’Italia

Acquistato per 60 miliardi di lire, rivenduto per 6000. Così si salvò la BNL.

Angelo Forgione per napoli.com Mentre divampa la polemica sull’utilizzo del gettito IMU per salvare il Monte dei Paschi, strumentale o giustificata che sia, è indubbio che sia importante il ruolo dello Stato nella vicenda di una banca trascinata in operazioni suicide che l’hanno messa praticamente in ginocchio, come l’acquisizione di Antonveneta a prezzo folle. Il Montepaschi sarà salvato in qualche modo e non accadrà quello che è toccato all’antichissimo Banco di Napoli, ciò che una volta era un colosso e che poi, dopo continui colpi subiti lungo tutto l’arco della storia dell’Italia unita, ha finito per essere ghigliottinato per salvare un altro istituto: la Banca Nazionale del Lavoro. Vale la pena ricordare questa triste vicenda che ha dato un’ulteriore mazzata all’economia meridionale.
I problemi iniziarono con la crisi scoppiata nel 1992, che bloccò tutti i meccanismi che regolavano l’economia del Mezzogiorno, facendo saltare tutte le banche meridionali. Non si salvò neanche l’istituto più prestigioso, nonostante fosse stato in quegli anni il primo a trasformarsi in Società per Azioni.
Tra il 1994 e il ’96, migliaia di miliardi di finanziamenti erogati agli imprenditori del Sud, non più solvibili, rimasero scoperti. Le consistenti perdite emerse nei bilanci resero indispensabili interventi straordinari. Entrò in scena il Governo con uno stanziamento di 2.000 miliardi e un piano di salvataggio. Tramite la legge Dini, fu decretato l’ingresso del Ministero del Tesoro in qualità di azionista di maggioranza fino alla privatizzazione. Il Tesoro formalizzò prima una ricapitalizzazione pari a 2283 miliardi e poi azzerò il Capitale Sociale, rendendo l’istituto una banca senza valore da mettere all’asta. Se l’aggiudicò la cordata INA-BNL con circa 60 miliardi per il 60% del pacchetto azionario. Una cifra molto bassa, inadeguata al reale valore di un istituto che vantava 750 sportelli circa lungo la Penisola. Cifra per di più sborsata, particolare da non tralasciare, da una cordata di cui faceva parte un’altra banca in crisi, la BNL, di cui in quel momento si auspicava la privatizzazione e la fusione, in seguito alla scoperta, fatta nell’agosto 1989, di operazioni irregolari compiute dalla filiale statunitense di Atlanta che aveva prestato a clienti iracheni più di 2 miliardi di dollari senza autorizzazioni della sede centrale e violando le leggi statunitensi.
Seguirono proteste dei dipendenti del Banco di Napoli, e da più parti, anche nella stessa finanza, si gridò alla svendita ingiustificata. Carlo Azeglio Ciampi, l’allora ministero del Tesoro, gettò acqua sul fuoco, avvertendo che l’offerta era stata giudicata congrua da Rothschild, l’advisor incaricato di valutare le proposte di acquisto. Ma il colpo di scena doveva ancora venire: dopo soli due anni di una strana paralisi gestionale, ancor più penalizzante, la cordata INA-BNL rivendette il Banco di Napoli per 6.000 miliardi al SanPaolo IMI. Proprio così, comprato per 60 miliardi e rivenduto per 6000!
L’operazione Banco di Napoli fu la più grande manovra politico-finanziaria del Novecento, costruita a tavolino. Il gruppo realizzò una delle plusvalenze più grosse della storia. Plusvalenza che consentì il salvataggio della BNL sulla pelle del Banco di Napoli, da quel momento una banca pluriregionale e nulla più, una semplice “banca retail” con limitazione della sua operatività alla raccolta ed al credito alle famiglie ed ai piccoli operatori economici. Il Banco di Napoli morì, la BNL di Roma sopravvisse e il SanPaolo di Torino, su sollecitazione della Banca d’Italia, proseguì la creazione di un grande gruppo bancario nazionale con forte presenza e radicamento sull’intero territorio.
Una banca è volano di sviluppo del territorio nel quale opera e se la piattaforma viene meno è tutto il territorio a risentirne. Cancellando il Banco di Napoli si è cancellata la funzione di guida e supporto per la già provata economia del Mezzogiorno. Il prestigio che dava l’appartenenza all’azienda ne aveva fatto luogo di formazione della classe dirigente meridionale. Il personale fu drasticamente ridimensionato, con ripetute operazioni di “pulizia etnica” operate con esodi incentivati. L’istituto napoletano fu completamente colonizzato nel silenzio generale.
La crisi del Banco di Napoli, non irreversibile, fu causata da una fallimentare politica creditizia nel Sud. Gli alti tassi d’interesse pagati dagli imprenditori meridionali, che contribuirono in larga misura alla crisi del sistema industriale del Mezzogiorno, furono anche la conseguenza di un dissennato indebitamento pubblico.
A compimento dell’operazione, i finanziamenti erogati dal Banco di Napoli agli imprenditori napoletani insolventi, quelli che fecero scattare l’intervento del Ministero del Tesoro, furono recuperati quasi per intero da una società di recupero crediti.

“Questa è l’Italia che piace”? Era discriminazione!

“Questa è l’Italia che piace”? Era discriminazione!

Fiat perde la causa e dovrà riassumere 145 operai Fiom

Angelo Forgione – L’avevo denunciato dal primo momento che lo spot di lancio della nuova “Fiat Panda” era subliminalmente discriminatorio. Qualcuno aveva storto il naso. “Questa è l’Italia che piace” era l’esaltazione degli operai di Pomigliano senza tessera Fiom, quelli che avevano accettato di lavorare alle condizioni di Marchionne. Gli altri, quelli con tessera Fiom, erano quelli che non piacevano, i napoletani alla napoletana che non erano stati chiamati in fabbrica per produrre la nuova “Panda”, quelli dell’immagine “pizzaemandolino” di Napoli che, a bordo della nuova utilitaria, finiva rinnovata nella piazza centrale di Lucca.
Proprio in quei giorni La Fiom faceva causa alla Fiat sulla base di una normativa specifica del 2003 che recepisce direttive europee sulle discriminazioni. Su 2.093 assunti da Fabbrica Italia Pomigliano nessuno risultava iscritto alla Fiom e la dinamica era chiarissima. Non poteva essere un caso. È accaduto che il Tribunale di Roma ha condannato la Fiat proprio per discriminazioni contro la Fiom a Pomigliano: 145 lavoratori con la tessera del sindacato di Maurizio Landini dovranno quindi essere assunti immediatamente, e 19 iscritti al sindacato che hanno deciso di sottoscrivere individualmente la causa avranno anche diritto a un indennizzo di 3.000 euro.
Il Presidente del Comitato Centrale della Fiom Giorgio Cremaschi ha così commentato: «Finalmente è stata riconosciuta in Fiat la violazione dei più elementari diritti della persona e premiato l’eroismo di chi ha resistito. Ora si mandino i carabinieri da Marchionne per fargli rispettare la sentenza». Il punto è proprio questo. Fiat, che ricorrerà in appello, rispetterà la sentenza o rivedrà i suoi piani di produzione italiani spostandoli all’estero? Val la pena ricordare che un’altra sentenza aveva dato ragione a Fiom e imposto a Fiat di reintegrare 3 operai di Melfi che durante una manifestazione avevano bloccato un carrello. Quegli operai sono ancora fuori dalla fabbrica lucana.
Inutile dire che la sentenza bolla idealmente come discriminatorio anche lo spot con cui fu lanciata la “Panda” che non aveva come protagonista la vettura ma la filosofia produttiva, la cui esegesi era tutta nello scontro ideologico Fiat-Fiom. Chi non lo aveva capito mi aveva accusato di essere visionario e vittimista. Che miopia!

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Plebiscito: statue equestri e spazio da valorizzare

Plebiscito: statue equestri e spazio da valorizzare

Dibattito col Comune su ZTL e lungomare: attenzione al precedente!

Angelo Forgione – Si è svolto alla storica libreria “Treves” di Piazza del Plebiscito l’incontro-dibattito “Un anno di De Magistris” promosso dagli amici di “Insieme per la rinascita” e moderato da Flavia Sorrentino. Presente tra gli altri l’assessore allo Sviluppo del Comune di Napoli Marco Esposito che, vista l’assenza del previsto ospite De Magistris e dei suoi “avversari” Lettieri e Demarco, si è prestato al fuoco di fila delle tante domande sui temi più caldi del momento, dalle discusse ZTL e lungomare pedonalizzato all’assicurazione “RCA Napoli Virtuosa” per gli automobilisti napoletani le cui modalità sono state descritte dallo stesso Esposito (nel video di Tony Quattrone) che, oltre a fornire indicazioni sulle strategie di attrazione degli investimenti internazionali su Napoli, ha anche ribadito con forza il concetto già espresso recentemente a Mantova e a Portici secondo cui, se le politiche marcatamente anti-meridionali proseguiranno, sarà meglio fare da soli.
In merito a ZTL e lungomare liberato dalle auto, sul quale l’amministrazione comunale andrà avanti senza ripensamenti, sono intervenuto ricordando all’assessore che la città ha già un esempio del genere da non ripetere che è la piazza in cui ci trovavamo a discutere. Liberata giustamente dalle auto nel 1993 ma da circa 20 anni senza alcun intervento di sviluppo che ne abbia valorizzato lo spazio e la relativa fruizione. Una piazza vetrina in cui turisti e cittadini sono di transito, consegnata al degrado assoluto soprattutto nelle ore serali. Ho suggerito all’assessore di non ripetere lo stesso errore a Via Caracciolo e di riparare anche a quello del Plebiscito ormai cristallizzato e dimenticato. La distrazione del lungomare, che certamente ha più criticità dovute alla presenza di numerose attività commerciali che invece al Plebiscito non ci sono, non deve far dimenticare alla cittadinanza le altre problematiche che rivestono anche altri aspetti. Se Via Caracciolo è il lungomare più bello del mondo e va sfruttato, il Plebiscito è il luogo simbolo della cultura Sette-Ottocentesca, del neoclassicismo europeo (e non solo) fiorito a Napoli dopo gli scavi borbonici di Pompei ed Ercolano.
La richiesta all’assessore Esposito è stata, ed è pertanto, di lavorare per attrarre investimenti che rivitalizzino anche la piazza di Napoli Capitale passando per un restauro e recupero del colonnato a medio-lungo termine, intervento che potrebbe essere preceduto da interventi simbolici più facili da realizzare ma altrettanto doverosi come per esempio il restauro e la pulizia dei monumenti equestri dedicati a Carlo e Ferdinando di Borbone. A tal proposito ho ricordato a Marco Esposito che la città ha beneficiato “passivamente” dei soldi che Roma ha stanziato per il recupero di statue risorgimentali in occasione di “Italia 150”, da Vittorio Emanuele II a Garibaldi, da Pisacane e Nicola Amore, e che quelle veramente preziose, scolpite da Antonio Canova (con l’aiuto del suo allievo Antonio Calì), massimo scultore neoclassico, sono in condizioni indecenti e offendono la nostra Storia. Turisti e cittadini ne osservano il degrado tra scritte sui basamenti e guano di uccelli, chiedendosi chi siano quei “cavalieri romani” (non per caso) perchè non c’è una targa che ne descriva identità e fattura. Pertanto, ho chiesto espressamente di recuperare fondi non spesi o ripetere l’operazione già compiuta a
Piazza Dante e Piazza Mazzini dove i rispettivi monumenti sono stati restaurati dalla II Municipalità coinvolgendo uno sponsor (A&C Network srl) cui è stata consegnata la fruizione degli spazi pubblicitari esterni ai cantieri, col risultato di un restauro in pochi mesi e la provvidenziale installazione di una recinzione non invasiva che sta evitando il ripresentarsi delle problematiche dovute all’inciviltà e all’incultura di alcuni (giovani?) napoletani. Per le statue borboniche urge almeno una pulizia dei basamenti, un restauro della recinzione originale, l’installazione di un’ulteriore recinzione esterna non invasiva e una descrizione delle opere.
Un’operazione che potrebbe essere adottata anche dalla I Municipalità Chiaia-San Ferdinando-Posillipo, perciò proposta nei giorni scorsi anche al suo presidente Fabio Chiosi. Non è importante chi lo faccia, ma che lo si faccia. La storia di Napoli e il suo decoro monumentale non hanno colore politico.

1 Maggio, commemorazione eccidio di Pietrarsa

1 Maggio, commemorazione eccidio di Pietrarsa

Napoli tra i primi e gli ultimi martiri del lavoro

1 Maggio 2012 particolarmente significativo per i napoletani. La città vantava le primissime vittime del mondo operaio d’Italia, a Portici nel 1863, e anche l’ultima, il portinaio del Corso Garibaldi che si è tolto la vita dopo che gli avevano tolto impiego e casa. Non c’era città-simbolo migliore per sensibilizzare sulla drammatica situazione del mondo del lavoro in Italia, e invece i sindacati hanno preferito Rieti laddove è in corso una competizione elettorale. Poi, in serata, il “concertone” di Roma, in tono minore, con lo strascico di polemiche per i circa 250mila euro richiesti da Alemanno. Forse sarebbe stato più giusto restare in silenzio, evitare simbolicamente la festa a Piazza San Giovanni e dare seguito alle parole di Angeletti«C’é poco da festeggiare. Siamo di fronte ad un preoccupante aumento dei disoccupati. Ma questo sarà il 1 Maggio di tutti coloro che non si rassegnano».
A Pietrarsa, laddove fino al momento dell’unificazione italiana era il più grande stabilimento meccanico d’Italia poi schiacciato dalle politiche filo-sabaude che privilegiarono la nascente Ansaldo, in quel posto in cui il 6 Agosto 1863 Bersaglieri e Guarda Nazionale spararono sugli operai che protestavano per la forte riduzione del personale e per l’aumento dell’orario di lavoro, i vertici delle organizzazioni sindacali non sono mai andati a portare un fiore al monumento che ricorda quella vergognosa strage ancora oggi coperta dal silenzio “risorgimentalista”.
A ricordare le morti di ieri e di oggi c’eravamo noi, proprio li, alle grandiose officine di Pietrarsa oggi declassate a museo ferroviario (aperto solo nei giorni feriali). Una toccante ricordo  coordinato dal Partito del Sud al quale hanno aderito anche il Comune di Napoli con la presenza dell’assessore a Lavoro e Sviluppo Marco Esposito, il Comune di Portici e diverse associazioni meridionaliste. Nel piazzale delle Officine è stata deposta una corona di fiori ai piedi dell’opera commemorativa dello scultore Bruno Galbiati, apposta dal Comune di Portici il 25 settembre 1996. Diversi gli interventi accorati conclusi con quello interessantissimo dell’assessore Esposito che ha ribadito un concetto già qui dimostrato: la palla al piede d’Italia è il Nord. Discorso preceduto da quello di chi scrive incentrato sulle vicende attuali della discarica di Terzigno, in pieno parco nazionale del Vesuvio, che non chiuderà (nel video della commemorazione di Tony Quattrone a 2:34). A chiudere la manifestazione, un emozionante minuto si silenzio.
Appuntamento al 6 Agosto quando un nuova commemorazione ricorderà il 149° anniversario dall’avvenimento. Nella speranza che un giorno non lontano i segretari nazionali delle organizzazioni sindacali si possano degnare di onorare con la loro presenza la memoria dei martiri di Pietrarsa, luogo simbolo della lotta operaia in Italia… e di ciò che l’unificazione ha significato per il Sud.

si ringrazia Tony Quattrone per il contributo video della commemorazione

La sceneggiata della Fornero offesa alla dignità

La sceneggiata della Fornero offesa alla dignità

Imprenditori suicidi, la spia del crollo del modello Italia

Angelo Forgione – Effetto crisi: calo del potere d’acquisto al Sud e le aziende chiudono anche al Nord con conseguenti drammi mai conosciuti prima. Si sta tragicamente avverando il monito degli economisti Paolo Savona, Zeno Rotondi e Riccardo De Bonis (a proposito dello studio sui cui chi scrive insiste da tempo): «È nato un tale intreccio tra le regione del Nord e del Sud che per metterci le mani si potrebbe causare un danno irreversibile al modello di sviluppo italiano». Qualcuno ci ha messo le mani e il danno è ormai in corso. Ed ecco in qualche modo spiegati i 23 suicidi di imprenditori dall’inizio dell’anno, uno ogni quattro giorni. Solo 9 sono avvenuti in Veneto, il 40 per cento del totale, regione che è sempre stata motore dello sviluppo economico per la piccola e media impresa. 3 suicidi a testa per Puglia, Sicilia e Toscana, 2 nel Lazio, 1 in Lombardia, Liguria e Abruzzo. E il dato riguarda solo chi aveva deciso di mettersi in proprio, pensionati, operai e dipendenti a parte. Questi altri lasciano questo mondo al ritmo di uno al giorno, a partire da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. 53,4% di casi al nord, 20,5% al centro e 26,1% al sud.
Suicidi che rappresentano un vero e proprio allarme. Le tasse, la burocrazia, la stretta creditizia e i ritardi nei pagamenti fanno del suicidio un gesto di ribellione e liberazione da un sistema sordo che non vuole cogliere la gravità della situazione e strangola i lavoratori senza misure di sviluppo. E dietro i suicidi, centinaia di imprese che chiudono i battenti, una su due entro i primi cinque anni di vita. Ma Mario Monti si ritiene soddisfatto del raffronto con i 1725 suicidi in Grecia.
In un paese in cui una parte produce e l’altra acquista, la caduta nel baratro è in corso. La parte produttiva trattiene a sé la maggior quota della ricchezza prodotta e invia denaro al Sud per ottenerne due vantaggi: tagliare fuori dal mercato il Meridione e sottrargli reddito e occupazione. Ma con la morsa degli ultimi governi il potere di acquisto è calato fortemente in tutto il paese, e al Sud particolarmente. Questo ha causato il restringimento dei consumi e, di conseguenza, il vistoso calo dei profitti delle aziende del Nord. Le più piccole hanno chiuso, ed ecco spiegati i suicidi.
L’Italia è configurata in due aree non amalgamate ma intrecciate da particolari flussi, e il crollo di chi paga è automaticamente il crollo di chi incassa. I dati degli ultimi dieci anni evidenziano la crisi del Sud ma sopratutto la forte crisi delle aree forti del Nord. Insieme a fondo, legate allo stesso destino, come non vogliono ammettere i leghisti che professano secessione e superiorità. Sono loro i principali colpevoli di una concezione teorico-politica ventennale che nasconde la verità con bugie e offese dirette al Sud. E così, mentre anche gli imprenditori del Nord chiudono e si suicidano, l’elettorato leghista crede alle idiozie di chi, dopo gli scandali, ha rincarato ancor di più la propaganda razzista-separatista.
Tutto questo mentre il ministro del Lavoro Elsa Fornero entra in conflitto coi sindacati. «Sono piemontese e sono abituata a lavorare», ha detto rispondendo con tracotanza ai rappresentanti di CGIL, CISL e UIL sulla querelle degli “esodati“. Beata lei che può farlo con grande reddito, così come tutta la sua famiglia. Il marito Mario Deaglio è professore ordinario di Politica Economica alla facoltà di economia della stessa università di Torino, la stessa dove lei insegna macroeconomia ed economia del risparmio, della previdenza e dei fondi pensione. La figlia, Silvia Deaglio, a soli 37 anni è divenuta ricercatrice in oncologia e professore associato presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia, indovinate un po’, dell’università di Torino, oltre che responsabile della ricerca presso la “HuGeF“, una fondazione che si occupa di genetica sponsorizzata dalla “Compagnia di San Paolo” di cui la mamma è vicepresidente.
Eppure ci aveva provato Elsa a ricoprirsi di umanità quando annunciò la riforma delle pensioni. Fu il momento del pianto sulla parola “sacrificio”, ma si trattò di una sceneggiata (ricordate sempre la scultura del “Disinganno“) che confermò il luogo comune sui piemontesi falsi e cortesi. Si interruppe simulando le lacrime e una commozione senza alcuno spessore teatrale; e quando Mario Monti prese la parola al suo posto, si girò verso un collega a bisbigliare. Fu proprio il glaciale premier a smascherarla, infastidito dal brusio, con un richiamo eloquente: «commuoviti ma correggimi». E lei, da brava scolaretta imbarazzata tra le risate dei giornalisti: «si, mi sono commossa ma adesso mi sono ripresa».
In molti ci erano cascati ma era evidente che la messa in scena doveva (e deve) far capire la “mission” del governo tecnico espressione del potere bancario, scevra da scrupoli e inutilmente ammantata di umana tenacia. Ma il cinismo è venuto fuori a Reggio Calabria, quando la Fornero (che non gradisce che il suo cognome sia anticipato dall’articolo) ha risposto ai sindacalisti. «Io sono… (ghigno fiero) piemontese». E la maschera è andata giù, ma ce ne eravamo già accorti.

Il meridionalismo legittimato da Presa Diretta (Rai Tre)

Il meridionalismo legittimato da Presa Diretta (Rai Tre)
ecco come Nord secessionista e governo fanno male a tutto il paese

Angelo Forgione – Il meridionalismo è una corrente di pensiero basata su accurati studi delle problematiche del Sud, della sua staticità economica, della “questione meridionale”. L’attività di ricerca dei meridionalisti, associata a quella di analisi e proposta, si basa sulla denuncia delle gravi responsabilità della politica di governo rispetto al mezzogiorno d’Italia da quando la nazione si è unita.
Tutto questo porta talvolta chi non approfondisce lo studio della questione e la osserva superficialmente dall’esterno ad etichettare gli esperti della questione (meridionale) come vittimisti a prescindere. Sta di fatto che le istanze meridionaliste portate avanti con maggior vigore e decisione in occasione delle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia stanno fruttando una maggiore necessità di approfondire la faccenda in maniera sempre meno acritica e di verificare gli argomenti che i meridionalisti propongono.
La malaunità italiana che lascia il motore del Sud al “minimo”, l’esempio della Germania che in soli 10 anni ha raggiunto la vera unità tra est e ovest con investimenti e giuste tassazioni, la Lega Nord che governa il paese sostenendo il Federalismo per proprio miope tornaconto, il Nord che sottraendo risorse al Sud è destinato ad andare a fondo insieme ad esso, il Sud usato come mercato dei prodotti del Nord, la spoliazione del tessuto produttivo del meridione. Tutto questo, come per incanto, si è materializzato in una puntata di Presa Diretta (Rai Tre) di Riccardo Iacona dal titolo “Il popolo” che ha legittimato e dimostrato tutto questo.

Il videoclip racchiude in 15 minuti l’autorità della corrente meridionalista, gratifica tutti coloro che stanno lavorando con serietà e senza estremismi e fondamentalismi, e mette a nudo un paese sbilanciato e sbagliato, destinato ad andare sempre più a fondo fin quando esisteranno e governeranno leghe territoriali xenofobe e finché il Sud non sarà sviluppato con investimenti ordinari dopo quelli straordinari. Come la Germania. Con buona pace di alcuni settentrionali che credono alla demagogia leghista che spaccia il Sud per palla al piede, decretando inconsapevolmente anche la propria sventura.
Con un solo doveroso appunto: il Sud, 150 anni, fa non era arretrato rispetto al Nord. Questa è l’unica cosa che “Presa Diretta” non ha detto, e sarebbe stato utile a capire il perchè, dopo averlo spoliato, dopo 150 anni è in simili condizioni. Ma la sostanza del presente non cambia.

guarda l’intera puntata dal sito da rai.tv