De Luca vs Bindi, guerra interna al PD sulla pelle dei napoletani

Tratto dalla trasmissione radiofonica “la Radiazza” di Gianni Simioli (Radio Marte), la riflessione circa le frasi di Rosy Bindi sulla camorra e successiva risposta di Vincenzo De Luca.

Faide di camorra a Napoli… e lo Stato (da sempre) sta a guardare.

Si riaccende la faida della camorra a Napoli. Succede sempre quando i capiclan finiscono in galera e perdono il controllo, aprendo conflitti che mettono in palio i posti di comando rimasti vacanti. Sui quotidiani e in tv fioccano titoli che deprimono l’umore dei cittadini, impotenti di fronte a un fenomeno che nessun Governo ha mai voluto sradicare.
A La Radiazza di Gianni Simioli, su Radio Marte, ne ho discusso con Roberto Paolo, vicedirettore de Il Roma.

La frustrazione napoletana della vittoria che non arriva

Angelo ForgioneDurante la trasmissione del 2 giugno di Club Napoli All News, in onda sull’emittente TeleClubItalia, alla quale ho presenziato come ospite per presentare il mio libro Dov’è la Vittoria, un telespettatore è intervenuto in diretta per lamentarsi della scarsa confidenza del Napoli con lo scudetto, incarnando la filosofia imperante a Napoli del “noi vogliamo vincere”. Una filosofia che non ammette ragionamenti più ampi, sui quali invece tutti dovrebbero riflettere in una piazza come quella partenopea e in tutte quelle meridionali. La mia risposta – una di quelle offerte nel mio saggio – ha convinto amaramente sia il tifoso da casa che il conduttore Francesco Molaro.

De Masi contro pizzaiuoli e finti creativi napoletani

Nel suo nuovo libro Tag, il sociologo Domenico De Masi attacca la creatività napoletana (un luogo comune) e i pizzaiuoli di Napoli, rei questi ultimi di non aver mai brevettato e industrializzato la pizza mentre ora sono «poveri nani» in mezzo a concorrenti giganti che vendono pizze napoletane in tutto il mondo.
Sul Corriere del Mezzogiorno, il dibattito sul pensiero del sociologo molisano al quale si oppone la mia risposta.demasi

Paolo Villaggio tra l’onesta Londra e la Napoli ladra

Angelo ForgioneÈ ormai proverbiale la “buona parola” di Paolo Villaggio per Napoli, spesso citata come riferimento dell’incultura e dell’inciviltà italiana, partendo dalla cultura meridionale borbonica, colpevole del dissesto idrogeologico d’Italia e passando per la “monnezza” napoletana, ovvero la gente di Napoli. Stavolta è il turno dell’onestà dei napoletani, infangata gratuitamente a Porta a Porta del 6 maggio. Descrivendo una sua esperienza lavorativa d’età giovanile alla BBC di Londra, l’attore ha raccontato lo smarrimento della prima paga e l’inaspettata restituzione dei soldi:

«Ho preso queste cinque sterline, un patrimonio per quei tempi, e le ho messe in tasca. Ma le ho perse. Dopo quattro giorni mi arrivano per posta a casa. Un londinese che aveva trovato i soldi me li aveva spediti, come si fa a Napoli. Da quel momento ho capito di essere caduto in una cultura completamente diversa dalla nostra».

“Come si fa a Napoli”… gratuito sarcasmo misto a pregiudizio. Evidentemente Villaggio non sa che proprio qualche giorno fa un bergamasco di Albino ha ricevuto nella sua cassetta della posta l’intero contenuto di un portafogli, per poi pubblicare un post su facebook, poi divenuto virale: “Checché se ne dica su Napoli… Settimana scorsa ho perso il portafoglio con soldi e carte. Oggi mi è arrivato tutto il contenuto per posta a Bergamo… Sono commosso”. Appunto, checché ne dica Villaggio su Napoli…

Littizzetto, D’Amico e la civil Torino all’olandese

Angelo Forgione L’induismo lo chiama karma, cioè “azione”, a cui corrisponde una conseguenza, nel bene e nel male. I napoletani, che tutto traducono in massime di grande saggezza popolare dai tempi di Giambattista Basile, traducono il karma negativo così: Nun sputà ‘ncielo ca ‘nfaccia te torna! (non sputare verso l’alto perché la saliva ti torna in faccia). Effetto boomerang. Per chi ci crede, ciò che parte dalle azioni individuali impiega un certo lasso di tempo, più o meno lungo, per tornare alla fonte, in modo diretto oppure indiretto. Possono volerci anche anni, ma per Luciana Littizzetto è bastata una sola settimana. Era stata lei a tirare in ballo i napoletani come esempio italiano di massima inciviltà per dimostrare che gli olandesi di Rotterdam avevano fatto anche peggio, e pertanto gli italiani tutti potevano ritenersi alleggeriti, tutto sommato, del loro autolesionismo.
«Vogliamo parlare di quelli che hanno distrutto piazza di Spagna, i tifosi? Cos’erano, napoletani? Erano olandesi, dei civilissimi olandesi». Dopo una settimana è subito da aggiornare quella frase che tanto ha fatto parlare, e che pure ha diviso gli stessi napoletani in una discussione sul presunto vittimismo partenopeo (chissà perché). Derby della mole: agguato al pullman della Juventus per le vie di Torino e bombe carta sui supporters granata. Un padre prende a calci il torpedone juventino tenendo per mano il figlioletto. Una giornata di ordinaria follia nel capoluogo sabaudo, una delle tante. Ieri a Torino, la prossima volta chissà dove. Cos’erano, olandesi? Erano torinesi, dei civilissimi torinesi. Avrebbe dovuto dirlo la Littizzetto in Rai, ma ha finito col farlo dal pulpito di Sky la bella Ilaria D’Amico da Roma, stupita dell’inaudita gravità dei fatti in una una città – per lei – civile ed abitata a una tifoseria composta. Stupisce semmai che una persona preparata come la compagna di Buffon inciampi in un simile convincimento, evidentemente persuasa che Torino fosse diversa dalla sua Roma (ultimamente nell’occhio del ciclone), da Napoli e da Palermo.
Così funziona, Signori, perché per chi ha il responsabile e delicatissimo ruolo di parlare alla Nazione insegue ostinatamente la certezza che Torino e il Nord progredito siano la culla della civiltà, lontana dal degrado sociale del retrivo Sud napoletanizzato. E se il Nord sgarra è perché é meridionalizzato. Non mi perdo nel tanto caro approfondimento storico alle radici della civilizzazione, non capirebbero quelli che hanno certezze e mai qualche dubbio.
E giù dibattiti, i soliti, con conduttori e opinionisti ad affannarsi per denunciare che tutto resta sempre uguale, e che la violenza non va via dal nostro Calcio. È una routine stucchevole perché il Calcio attira violenza dalla sua prima ora, soprattutto nell’Italia dei campanili. Già nel 1914 i sostenitori di Livorno e Pisa, un po’ come guelfi e ghibellini, si scambiarono sassate e colpi di pistola. Idem nel 1925 tra bolognesi e genoani, nella stazione di Porta Nuova a Torino. Come riporto nel mio prossimo libro in uscita a maggio (Dov’è la Vittoria, Magenes editore), nel 1928 fu Lando Ferretti, il presidente del CONI, a denunciare con facile lungimiranza nel suo Il libro dello sport (Libreria del Littorio, 1928) cosa sarebbe diventato il gioco del pallone per gli italiani:

“Le fortune travolgenti del Calcio fra noi, per il suo meraviglioso adattarsi al temperamento della stirpe, sono uno dei fatti salienti della ripresa sportiva italiana. Certo il Football ha potentemente contribuito a questa ripresa, ma oggi col suo incipiente professionismo e con le sue aspre contese campanilistiche cui dà luogo, ne compromette i successivi sviluppi.”

Se non ci scappò il morto a inizio Novecento fu solo per una lunga serie di fortunati esiti o per volontà superiore, se vi pare. Ma 27 vittime negli ultimi 51 anni, dentro e fuori gli stadi italiani, parlano chiaro. Ci hanno rimesso la pelle troppe persone, tra tante aggressioni, scazzottate, coltellate e qualche conflitto con le forze dell’ordine. Al Nord come al Sud.

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Littizzetto: «Hanno distrutto Roma ma non erano napoletani»

Angelo Forgione Luciana Littizzetto a Che Tempo che Fa del 19 aprile chiude la trasmissione con il suo abituale commento delle notizie della settimana. Nel corso del suo momento, per sottolineare l’eccessivo autolesionismo degli italiani, pone alcuni esempi poco edificanti che vengono dall’estero. Tra questi, i tifosi olandesi che hanno danneggiato la fontana del Bernini in piazza di Spagna a Roma. Ed ecco il classico rigurgito discrimatorio sui napoletani: «Vogliamo parlare di quelli che hanno distrutto piazza di Spagna, i tifosi? Cos’erano, napoletani? Erano olandesi, dei civilissimi olandesi». E Fabio Fazio tace.
Potrebbe sembrare una mano tesa ai tartassati partenopei ma, se lo è, non è di quelle che aiutano. La Littizzetto tira chirurgicamente in ballo i napoletani, come fossero emblema dei peggiori italiani, invece di restare fedele all’articolazione del suo discorso, in cui parla genericamente di italiani.
Addirittura peggio degli incivili napoletani. Vergognatevi, civilissimi olandesi!

“Napoli inventò le zeppole, tutta Italia se ne leccò le dita.”

zeppola

Angelo Forgione – Festa di San Giuseppe, e si conclude la Quaresima, con la Pasqua alle porte. Una ricorrenza davvero molto sentita a Napoli almeno fino al secondo conflitto mondiale. Portava anticamente la fiera degli uccelli e quella dei giocattoli, che avevano luogo vicino alla chiesa cinquecentesca di San Giuseppe, da cui prendeva il nome l’intero rione di Monteoliveto, finché questa non fu demolita per il Risanamento, e allora la fiera fu spostata in via Medina. Oltre i volatili, si potevano trovare cuccioli di cani di tutte le razze, di gatti e di conigli. Di balocchi se ne regalavano più o meno come oggi a Natale e come, a quel tempo, all’Epifania. Non erano i figli a fare regali ai padri quando il 19 Marzo non era ancora la Festa del Papà ma una data particolare per i napoletani, perché segnava il cambio di stagione. Tutti gli uomini riponevano la bombetta nell’armadio per indossare la paglietta e i pantaloni bianchi di flanella. Anche le donne si alleggerivano un bel po’.
Il giorno del Santo, di fronte alla chiesa di San Giuseppe si disponevano le bancarelle con le zeppole, dolci fritti a forma di serpe avvitata su se stessa, una serpula, dal latino serpens. Qualcuno dice che furono inventate da un cuoco dei Borbone, cui sarebbe stato chiesto di preparare un dolce per la Quaresima privo di uova e di grassi animali, allora proibiti. Qualcun altro, invece, sostiene che la maternità sia tutta da attribuire, in tempi più antichi, alle monache dei decumani. Sulla zeppola la confusione regna sovrana, anche sulle sue diverse versioni. Mettiamo un po’ d’ordine.

Si è incompleti nell’indicare per “zeppola” il dolce napoletano fatto con pasta a bignè e guarnito sopra con della crema pasticcera e un tocco di amarena. Attenzione: si tratta più precisamente di “Zeppola di san Giuseppe“, un’invenzione del 1840 firmata dal pasticcere Pasquale Pintauro sulla strada di Toledo, che prese spunto dalla tradizione locale delle antiche “zeppole napoletane“, semplici frittelle dolci partenopee. Secondo la prima ricetta, scritta nel ricettario in dialetto napoletano di Ippolito Cavalcanti del 1837, erano di farina buttata nell’acqua bollente arricchita da un po’ di vino bianco, e poi fritte con l’olio o con la sugna per averne un bigné da guarnire con zucchero o miele. Il grande cuoco-letterato usò il termine “tortanielli” per descrivere la forma a serpentelli avvitati su se stessi. Dopo qualche anno, la ricetta fu tradotta anche in italiano.

Le “zeppole napoletane” si preparavano in tutti i periodi dell’anno. A Carnevale, alla farina si aggiungevano delle patate lessate per dare una sensazione di straordinaria morbidezza al palato. Avrete capito che si tratta della tipica “graffa napoletana“, il cui nome è una napoletanizzazione del “krapfen” austriaco, a evidenziare il dialogo storico Napoli-Vienna anche in termini di leccornie.

Di “zeppole napoletane” se ne trovavano con maggior facilità per strada il 19 marzo, giorno in cui gli zeppolajuoli allestivano dei banchetti nel giorno del tradizionale struscio di primavera sulla centralissima strada di Toledo, quando i napoletani iniziavano a indossare abiti più leggeri. Finivano tutti per deliziarsi con una zeppola tradizionale a ciambelletta, e dal 1840 in poi, anche con una “tonda” o “del pasticciere”, come definì la nuova zeppola di Pintauro il filologo Emmanuele Rocco, che nel 1866, fantasiosamente, avrebbe voluto addirittura un monumento cittadino con la seguente epigrafe: “Napoli inventò le zeppole, tutta Italia se ne leccò le dita”. Doveva esserne ghiotto visto che le riteneva uno dei tanti privilegi che gli italiani avevano avuto in dono dai napoletani.

Pasquale Pintauro, che su Toledo stava (e ancora sta), aveva arricchito l’impasto di uova e ne aveva fatto un bignè corposo, in modo da poterlo guarnire come la sfogliatella Santa Rosa, con crema pasticciera e amarena. Aveva fatto la rivoluzione della zeppola, e inventato la più elaborata “zeppola di san Giuseppe”. E siccome, proverbialmente, “tene ‘a folla Pintauro”, è facile immaginare l’esito dell’operazione.

Il Rocco, da studioso di cose partenopee, aveva individuato anche una variante rettangolare destinata ai più poveri, detta “dello zeppolajuolo”, che vale a dire ‘o scajuozzolo, fatta con farina di granturco, fritta e priva di qualsiasi guarnizione, da cui l’uso contemporaneo del termine “zeppola” per definire anche la semplice pasta cresciuta, pastella lievitata, talvolta con alghe di mare, fritte e salate.
Dunque, la zeppola, comunque sia, dolce o salata, è pastella rigorosamente fritta, non al forno. Del resto, san Giuseppe è anche il protettore di chi frigge, “i frittaruoli”, come si definivano nel Settecento napoletano. Li citò Goethe, curioso di termini partenopei, raccontandone le gesta vedendo le frittelle napoletane, cioè le zeppole antiche pre-Pintauro, nella strada di Toledo il 19 marzo 1787:

(traduzione)
“Oggi poi ricorreva la festa di S. Giuseppe, patrono dei friggitoria, o «frittaruoli»; e siccome l’arte di questi richiede di continuo fuoco vivo, ed olio bollente, ogni tormento per mezzo del fuoco entra nella competenza del santo; epperciò, fin di ieri sera le case, le botteghe dei friggitori, erano ornate di quadri, di pitture, le quali rappresentavano il purgatorio, il giudizio universale, colle anime sottoposte alla pena delle fiamme. Ampie padelle stavano davanti alle porte, sopra focolari leggieri e portatili; un giovane porgeva il piatto dove stava la farina, un altro formava le frittelle (zeppole, ndr), e le gittava nella padella dove bolliva l’olio, ed ivi un terzo giovane, muoveva con un asta in ferro le fritelle, le traeva fuori quando erano cotte a dovere, porgendole ad un quarto giovane, il quale le infilava in uno spiedo più leggiero, e le offeriva agli astanti. […] Il popolo si affollava attorno alle padelle, imperocchè in quella sera le frittelle (zeppole, ndr) si vendono a minor prezzo, ed anzi una parte n’è riservata per i poveri. […]”

Quando, nel 1968, il giorno di san Giuseppe fu reso Festa del Papà, la fiera era già in via Medina e la zeppola era ormai famosa in tutt’Italia, conosciuta anche oltreoceano grazie agli emigranti. Da allora i ruoli si invertirono e iniziarono i figli a fare regali al proprio padre. Il Santo non proteggeva solo ogni papà ma anche, in modo specifico, tutti i falegnami, e di legno era il suo bastone, Un avanzo di questo legno, autentico o fasullo che fosse, finì a Napoli nel primo Settecento per essere custodito in una nicchia del palazzo di Chiaia del tenore Nicola Grimaldi, controllato a vista da un servitore il cui compito era quello di evitare che fosse toccato. “Nun sfruculia’ ‘a mazzarella ‘e San Giuseppe” era, in napoletano, l’esortazione a non usurare il sacro bastone, poi divenuta un diffuso e tipico modo di dire del popolo per invitare a non infastidire, mentre la famosa mazzarella finiva per essere tradotta nella congregazione di San Giuseppe dei Nudi a San Potito, in via Giuseppe Mancinelli, dove oggi è gelosamente conservata.

Napoli, Fiera di San Giuseppe in via Medina (Ph: Archivio Parisio – Renato Bevilacqua)

Thuram: «Napoletani terroni? Non ci trovo nulla da ridere!»

Angelo Forgione Significativa apparizione di Lilian Thuram a Le Invasioni Barbariche, talk-show in onda su La7. Impegnato nella lotta al razzismo, sfruttando la sua popolarità per una causa importante, l’ex calciatore di colore della Juventus e del Parma ha evidenziato, tra l’altro, l’anomalia di Carlo Tavecchio, eletto presidente federale dopo aver pronunciato frasi indegne (per le quali non è stato sanzionato dalla sua stessa Federazione, al contrario di UEFA e FIFA; ndr). «L’elezione di Tavecchio – ha detto il campione francese – ti fa capire qual è la situazione della società italiana». Intelligente il passaggio sul razzismo strisciante degli italiani del Nord verso quelli del Sud, e significativa la risposta alla conduttrice Daria Bignardi, scoppiata a ridere quando l’intervistato ha ricordato che il suo ex compagno di squadra Fabio Cannavaro, napoletano, veniva apostrofato come “terrone”. «Questo a me non faceva ridere perché dimostra i pregiudizi del Nord verso il Sud!». Così Thuram ha freddato la giornalista emiliana. Grazie a Tavecchio, il Calcio italiano è tornato a ridere della “discriminazione territoriale”, e lo stesso Thuram aveva già in passato dichiarato di non essere affatto d’accordo con le sole multe per questa forma di razzismo.