Piagnisteo veronese

Angelo Forgione – Sulla scia del caso Balotelli, bersagliato dal razzismo della curva del Verona, il consigliere di centrodestra al consiglio comunale scaligero Andrea Bacciga ha depositato una mozione in difesa dell’immagine della città, a suo dire, “infangata e derisa troppe volte ingiustamente”.
Scrive il Nostro su Facebook: “affinché Verona la smetta di essere infangata sui media!”. Avete letto bene? No, non mi riferisco alla sintassi (non è Verona che deve smetterla ma semmai i media) ma proprio al fatto che un consigliere comunale veronese si inalberi per il fatto che la sua città sia etichettata come città razzista. Che poi il consigliere in questione è stato artefice di un saluto romano esibito in aula all’indirizzo di alcune donne.
Nessuno tocchi Verona, dunque, e allora penso a Roma allorché si spara e una giornalista sostiene in tivù che è il “modello Napoli”.
Penso a Trieste, come a Pordenone e ogni altrove in cui affiora una crisi dei rifiuti e il sindaco interessato dice “non siamo a Napoli”.
Penso a Padova allorquando si verifica un furto con destrezza al bar e il titolare dice alla stampa che si è trattato di uno scippo stile Napoli.
Penso a Napoli, che è sempre salvifica per tutti, che se non ci fosse bisognerebbe inventarla, non per il contributo che dà alla cultura occidentale ma per la calunnia continua che se ne fa, e quando protesta è piagnucolona come non lo è Verona, che in fondo è folcloristica nel bersagliare neri e meridionali allo stadio, dice il sindaco.
Penso a tutti quelli che “è colpa di Napoli”, perché si prova invidia, quindi disprezzo, per una città diversa che mostra orgogliosamente la sua fortissima identità in un mondo omologato.
Penso ai Cruciani, i Feltri e le Lucarelli varie che senza Napoli si annoierebbero un bel po’.
Penso ai tifosi veronesi, bresciani, bergamaschi, torinesi, genovesi, milanesi, romani, fiorentini, cagliaritani, baresi, leccesi, salernitani, pescaresi e tutti quelli che vomitano discriminazione territoriale su Napoli per sfogare le loro profonde repressioni.
Per cui, nessuno si permetta di infangare Verona per un fenomeno che alcuni veronesi ostentano con orgoglio, magari con il saluto romano in consiglio comunale. Verona è folcloristica, mentre Napoli, la città più bersagliata d’Italia, è vittimista. Chiaro?

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Anche i Mazzoleni hanno la tosse

Angelo ForgioneMario Mazzoleni da Bergamo, ex fenomeno dell’AIA, tifoso dell’Atalanta e fratello del discusso VAR Paolo Silvio Mazzoleni, interpellato dal Corriere di Bergamo sulle polemiche attorno al match di Serie A tra il Napoli e l’Atalanta, ha dichiarato che i napoletani sono ingiustificabili perché non hanno nulla di cui lamentarsi, ma sono abituati alle sceneggiate.

Dite a Mario Mazzoleni che i casi da rigore in Napoli-Atalanta sono tre, non uno, di cui uno indiscutibile, e non è quello del placcaggio di Kjaer su Llorente ma quello del tocco di braccio di Toloi al 93′.

Ditegli che non più di dieci giorni fa, l’allenatore della sua squadra del cuore, Gasperini, si lamentava pesantemente dei rigori assegnati alla Lazio nella partita pareggiata 3-3 all’Olimpico, e che sempre all’Olimpico, qualche mese prima, dopo la finale di Coppa Italia, era stato ancora Gasperini a lamentarsi del rigore non fischiatogli per fallo di mano del laziale Bastos.

Dite a Mario Mazzoleni che le sceneggiate, nel calcio, le abbiamo viste negli stadi in cui giocava l’Atalanta di Doni e nelle strade di Bergamo, dove i tifosi orobici sfilarono per gridare il loro sostegno all’amato capitano implicato in associazione a delinquere dedita alla manipolazione dei risultati sportivi, salvo poi abbandonarlo quando le accuse si fecero schiaccianti.

Ditegli che ricordiamo tutti quell’anziano tifoso bergamasco davanti le telecamere di La7 che gridava «L’Atalanta è una società seria, noi non siamo napoletani…» per sostenere la presunta innocenza del truffatore Cristiano Doni, antitesi dell’onestissimo napoletano Fabio Pisacane, che diveniva ambasciatore FIFA per aver denunciato un tentativo di combine e aperto così le indagini sul calcioscommesse.

Per non parlare del bergamasco di sangue Beppe Signori, radiato dalla Giustizia sportiva (da ritirato) per riciclaggio di denaro sporco e rinviato a giudizio penale per associazione a delinquere, poiché capo di un gruppo di scommettitori incalliti che istigavano vari calciatori a combinare le partite e sostenevano economicamente un altro gruppo operativo composto da calciatori e faccendieri slavi.

Diteglielo a Mario Mazzoleni; hai visto mai che abbia dimenticato la penalizzazione di 6 punti che l’Atalanta subì per le sceneggiate del capitano Doni e dei suoi tifosi. L’ingiustificabile Atalanta, non il Napoli.


Mario Mazzoleni provò la strada politica del secessionismo leghista dopo essere uscito dall’AIA, candidato al consiglio comunale di Alzano Lombardo. Finì di arbitrare dopo essere stato sospeso per quattro mesi nel maggio del 2007 per aver violato le norme del regolamento AIA che richiamavano alla rettitudine al di fuori dall’attività arbitrale. Lui chiarì a “Striscia la Notizia” di essere stato invitato dall’allora designatore Mattei di “irretire” i giocatori della Lazio contro il Cagliari, visto che Lotito si lamentava troppo. La partità finì 1-1 con due espulsioni per i laziali. Finita la sospensione, ne ricevette subito un’altra, fermato per sei mesi per aver fatto il gesto dell’ombrello e urlato “bastardo” all’indirizzo di Claudio Lotito al termine della partita Atalanta-Lazio alla quale assistette da spettatore in tribuna.
Lui dice di aver sbattuto la porta e di essersene andato spontaneamente, e con piacere, perché non condivideva la gestione per nulla trasparente dell’AIA.
Carriera a parte, sostiene, Mario Mazzoleni, che che l’episodio più sporco della storia del calcio è “la mano de Dios” di Maradona, simbolo del Napoli, non della Juventus o delle milanesi. Scorrettissimo, vero, ma almeno Diego non ne ha mai fatto mistero, anzi, se ne vanta ancora per questioni politiche. Poi se il goal di mano lo fa Rapaic e non aiuta l’orbo Nicchi che gli chiede di confessare, e lui dice di averla presa con la guancia, è solo un Rapaic qualsiasi, neanche simbolo del Perugia, mica Maradona, simbolo del Napoli e del calcio, che ha bisogno dei Maradona, non dei Doni, dei Moggi e dei Mazzoleni vari.

Cottura “al dente” intuizione dei napoletani

pasta_pomodoroAngelo Forgione25 ottobre, World Pasta Day, giornata mondiale della pasta promossa dall’IPO (International Pasta Organization). Edizione 2019 dedicata al concetto di pasta “al dente”, la cottura che nasce per intuizione dei “maccaronari” di Napoli, i venditori ambulanti di pasta nei vicoli del secondo Settecento. Se fino ad allora, e per secoli, la pasta era stata calata dai cuochi dell’aristocrazia nell’acqua ancora fredda e lungamente cotta per renderla morbida e fondente, i “maccaronari” napoletani cambiarono la procedura introducendo un metodo tutto loro: la cottura veloce in acqua bollente, per garantire maggior rapidità di servizio. Scoprirono che ne derivava anche resistenza al dente e digeribilità. E da allora cambiò il concetto di pasta.
«Vierdi vierdi li maccarune», ovvero acerbi, era il richiamo dei “maccaronari” napoletani in strada che si vantavano di offrirli non troppo cotti, decisamente callosi, sodi da resistere al dente, e quello sarebbe divenuto il modo di cottura convenzionale per l’Italia intera, ma solo nel Novecento, di pari passo con i progressi dell’industria della pasta secca di grano duro e poi di quella del pomodoro, con Napoli a guidare entrambi i processi.

Pasta che resta nel cuore degli italiani nella sua versione più semplice: gli spaghetti al pomodoro (e basilico). È il piatto che rappresenta più di tutti la magia pastaiola, e infatti è l’emoticon della pasta sugli smartphone moderni.
Una ricetta veloce, sana e sostenibile, perfetta per nutrire un mondo afflitto da malnutrizione e obesità.
Secondo un’indagine Doxa, è cibo della felicità, seconda scelta dopo la pizza (al pomodoro) per divertirsi mangiando. Ed è anche cibo del futuro, visto che per il 42% dei giovani sarà esattamente come oggi: il piatto simbolo dell’Italia a tavola.

Le prime ricette degli spaghetti al pomodoro compaiono a Napoli a inizio a Ottocento. Quella più vicina alla maniera moderna è datata 1837 e firmata da Ippolito Cavalcanti, autore del trattato didattico Cucina teorico-pratica, che nell’appendice Cusina casarinola all’uso nuosto napoletano indica la preparazione dei Vermicielli co le pommadore:

Quann’ è lo tiempo, pigliarraje tre rotola de pommadore, le farraje cocere, e le passarraje; po piglia no terzo de nzogna, o doje mesurelle d’uoglio, lo farraje zoffriere co na capo d’aglio, e lo miette dint’ a chella sauza. Doppo scauda doje rotola de vermicielli, e vierdi vierdi li levarraje, e nce li buote pe dinto: falle chini de pepe, miettence lo sale, e po vide che magne.

A Unità d’Italia fatta, il letterato Pellegrino Artusi inserisce i “Maccheroni alla napoletana” nel ricettario La Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene del 1891, in cui dà decenza nazionale al pomodoro, che a Napoli si coltiva e cucina dal Seicento e che dalle parti di Parma qualcuno ha iniziato a coltivare solo da qualche anno, e ne santifica l’uso quale accompagnamento principe della pasta, diffondendo il piatto anche sulle tavole settentrionali. Così quello che era stato per decenni un piatto esclusivamente napoletano diviene lentamente un piatto italiano, fino all’affermazione in tutto lo Stivale, dopo la Prima guerra mondiale, del connubio pasta-pomodoro e dell’espressione «cottura al dente».

per approfondimenti: Il Re di Napoli (Angelo Forgione)

Mertens merita la cittadinanza napoletana

mertens

Angelo ForgioneÈ il momento della celebrazione di Dries Mertens, autore del sorpasso numerico, in termini di marcature, ai “danni” di Sua Maestà Diego. Poi c’è la vita fuori dal rettangolo di gioco, ed è quella a fare l’uomo, la persona. Chi conosce Dries, sa che corre a giocare a “moglie e marito” dalla piccola Aurora in ospedale, va a sfamare i senzatetto di piazza Garibaldi con cartoni di pizza e a cibare i cani randagi al canile.
Il folletto belga è ormai napoletano a tutti gli effetti, incarnando ‘identità napoletana da lui apprezzata con passione e da tutti percepita attraverso il soprannome “Ciro”, che i napoletani gli hanno assegnato per riconoscergli la cittadinanza a furor di popolo. E una cittadinanza onoraria vera e propria il calciatore belga la meriterebbe dal Consiglio comunale di Napoli e dal sindaco De Magistris, che assai ne ha distribuite negli ultimi sette anni, forse troppe: ben 28. Mai così tante prima! Un’onorificenza che andrebbe concessa con parsimonia a personalità legate alla città per il proprio impegno e opere nel campo delle scienze, delle lettere, delle arti, dell’industria, del lavoro, dell’istruzione e dello sport, ma inflazionata con conferimenti simbolici a qualche personaggio che poco o niente ha offerto alla valorizzazione dell’immagine cittadina. Restando però nel recinto sportivo, se è stata e conferita a Gökhan Inler perché, andando via, ha scritto una lettera di saluto alla città e ai tifosi azzurri, e a Kalidou Koulibaly perché rappresentante della natura antirazzista, multiculturale e multietnica di Napoli, la merita ampiamente anche e soprattutto Dries Mertens, per identità napoletana acquisita, ben interpretata e riconosciuta anche al di fuori dei confini locali e nazionali. Perché napoletano si nasce, vero, e non è neanche detto che lo si faccia davvero, ma “Ciro”, dalla fiamminga e nordica Lovanio, abbracciando il lifestyle partenopeo, ci dimostra che napoletano si può anche diventarlo.

Franceschini: «Campania unica al mondo per patrimonio culturale»

Angelo ForgioneTre anni fa si era concentrato sulle potenzialità inespresse di Napoli, il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini:

«Se investe in cultura, Napoli è destinata a tornare una delle capitali mondiali del turismo, con tutto il patrimonio che ha».

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Ora, dal palco del Teatrino di corte al Palazzo Reale di Napoli, in occasione degli Stati Generali della Cultura, il ministro ha allargato l’encomio all’intera regione Campania.

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«Non c’è regione al mondo, e dico al mondo non solo in Italia, che ha la stessa potenza cultuale della Campania. Con arte, paesaggio, bellezza, archeologia, mare, creatività, teatro, storia, borghi, città d’arte, cinema, musica, sole, non c’è un posto al mondo che abbia questo patrimonio. Se si investe qua tutto diventa possibile. Il Ministero e il Governo saranno al fianco della Campania se come sistema economico e istituzionale investirà su se stessa, sulle proprie eccellenze».

Inconfutabili parole, ma è ormai necessario fare.

 

L’ossessione di Cruciani

Angelo ForgioneE pazienza, caro Cruciani. Sono costretto a indugiare malvolentieri di nuovo su di te.
Come la tua amica Selvaggia, anche tu hai fatto il marchettone anti-napoletani con un carico di mottini ricevuti dall’ufficio stampa del Buondì Motta (Bauli), ma non è questo un problema, figuriamoci; è notoriamente il vostro pessimo stile, e vi fa onore che non ne facciate mistero.
Mi fa in qualche modo piacere che il marchettone l’abbia messo in scena davanti le telecamere e i microfoni espressamente per me, con il fallimentare intento di farmi indispettire. Mi lusinga tutta questa considerazione, e però non posso proprio ringraziarti. Lo farei se tu fossi personaggio di ben diverso spessore culturale e umano. E invece sei solo un buon provocatore pruriginoso, e ti diverti ora a storpiare il mio cognome, anche se lo conosci benissimo, perché mi leggi con interesse e, unitamente a Francesco Paolantoni e Germano Bellavia, mi hai messo da tempo nella lista dei nemici, posizione che è per me un onore, credimi. Ma vedi, io non ti considero più del dovuto, che è poco, e non cerco di intimidire nessuno, tantomeno te. Io scrivo di storia, di cultura, di sport, costume e società in chiave identitaria, e se quel che produco in lettere ti infastidisce perché inoppugnabilmente inconfutabile dagli anti-napoletani di professione come te, il problema è esclusivamente tuo e di quelli come te. E dev’essere anche un problema serio, a giudicare da quel che mi dici in forma plurale: “ne sappiamo molto più di voi”. Hai forse qualche complesso di inferiorità, caro Giuseppe? Suvvia, sei un gigante dell’etere, fomentatore di bassa lega, e io un piccolo divulgatore di alta napoletanità… una zanzara fastidiosa, per te, direi.

Incontro a Pompei

Ci vediamo stasera, se volete, al win&food Vincanto di Pompei (NA). Se vi va di chiacchierare insieme, magari bevendo una bollicina offerta dalla casa, prenotatevi per tempo al 3929971314. L’ingresso è gratuito ma i posti sono limitati.

Un incontro con me per parlare di Napoli, di napoletanità, di una grande cultura universale, dei miei lavori e de “la grande storia del pomodoro da Napoli alla conquista del mondo”, ovvero de Il Re di Napoli, che, vi assicuro, non è per niente roba da poco. Facendovene conoscere la storia, potrei farvi cambiare il modo di assaporarlo.

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Alta criminalità al Nord, e il Ministero smentisce che il Sud denuncia meno

Angelo ForgioneIndici di criminalità elaborati da Il Sole 24 Ore in base ai dati forniti dal dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno e relativi al numero di delitti commessi e denunciati nel 2018. La maglia nera per numero di reati riportati nel corso del 2018 spetta alla provincia di Milano che, con 7.017 denunce ogni 100mila abitanti, mantiene la leadership poco lusinghiera fotografata già nei due anni precedenti. Subito dietro, Rimini e l’incalzante Firenze (in forte crescita), rispettivamente con 6.430 e 6.252 illeciti rilevati. Poi Bologna, Torino, Roma, Prato, Livorno, Imperia, Genova, Savona, Parma, Pisa, Venezia, Ravenna e Modena davanti alla prima città meridionale in classifica, Napoli, al diciassettesimo posto. Non è una novità, così come non è nuova l’analisi applicata: «Nord criminale, ma al Sud si denuncia poco», dicono quelli bravi. Ma sono veramente così bravi?
Che al Sud si denunci di meno lo sostengono i media, e così finisce per pensarla l’opinione pubblica. Lo ha detto persino il Tgr Campania, nell’edizione pomeridiana del 14 ottobre. Titolo: “Nella classifica criminalità del Sole 24 Ore, Napoli diciassettesima ma lo scarso numero di denunce condiziona il dato”. Guardi con attenzione il servizio e comprendi che si tratta di un dubbio (insinuato), non di uno studio del fenomeno:
«La fotografia è stilata tenendo conto delle denunce. È qui il primo nodo: risulta difficile credere che, nella classifica sulla criminalità, Napoli venga dopo Parma o Modena. Al Sud si denuncia molto meno rispetto al Centro-Nord».
Ma nessuna prova di tale teorema, che teorema resta.


Credere che Napoli venga dopo Parma o Modena risulta difficile perché siamo tutti abituati a credere che Napoli e il Sud siano il regno del crimine. È una visione discriminatoria della cosa non suffragata dai dati e neanche dallo stesso Ministero dell’Interno, che, nel recente Rapporto Criminalità, informa testualmente come il teorema delle mancate denunce al Sud sia falso e retaggio del razzismo positivista del secondo Ottocento, quello dei Lombroso, dei Niceforo e dei propagandisti della borghesia settentrionale che plasmarono l’opinione pubblica anti-meridionale, cioè il pregiudizio settentrionale, nei primi anni dell’Italia unita, e che ancora oggi sono pretesto per discutibili mostre che sbattono in faccia ai visitatori le faccia dei “delinquenti napoletani”.
Leggiamo, dunque, cosa è scritto nel Rapporto Criminalità del Ministero dell’Interno, perché magari l’autorevolezza della fonte, la stessa consultata da Sole 24 Ore, può aiutare a riflettere più profondamente:

Ogni reato ha una sua precisa distribuzione a livello territoriale che è riconducibile a quelle caratteristiche che distinguono i borseggi dagli scippi e dai furti in appartamento. Ad esempio, questi ultimi sono più diffusi al Nord, mentre al Sud si rileva un maggiore numero di scippi.
Questa è un’osservazione importante da tenere a mente perché smentisce l’opinione comune che tutti i reati siano in larga misura più frequenti nel Sud rispetto al Nord Italia. Si tratta di una credenza piuttosto diffusa e duratura nel tempo che si può far risalire alla scuola positivista italiana alla fine del XIX secolo quando venivano attribuiti i più alti tassi di delinquenza – sia violenta che contro la proprietà – al meridione sulla base di aspetti razziali e indicatori socioeconomici delle due aree geografiche. È invece possibile distinguere storicamente tra i reati contro la proprietà effettivamente più frequenti nel Nord e i reati violenti più diffusi al Sud. Nel caso dei furti, furti in appartamento e borseggi avvengono di più al Nord e gli scippi al Sud. Ciò non dipende, come sostengono alcuni, da una diversa propensione a denunciare i reati subiti da parte dei cittadini sulla base di un supposto maggior senso civico di chi vive nelle regioni settentrionali. Le indagini di vittimizzazione hanno infatti mostrato che si denuncia di più quanto più alto è il valore della refurtiva e quando è stata stipulata una relativa assicurazione. I diversi tassi di furti, scippi e borseggi tra Nord e Sud si spiegano meglio sulla base delle opportunità che si presentano sul territorio e in base agli stili di vita e alle attività della popolazione.

Tradotto in soldoni, il Ministero degli Interni avverte che i reati sono più frequenti al Nord perché lì c’è più benessere che al Sud, e questo alletta il crimine. Ciò accadeva anche a fine Ottocento, quando il positivismo plagiava le teste degli italiani, e lo mise nero su bianco il politico Napoleone Colajanni analizzando la delinquenza della città di Napoli in confronto a quella di Milano, dimostrando che, complessivamente, dati del triennio 1896-1898 alla mano, i reati nella città lombarda, allora senza meridionali ed extracomunitari, erano in numero maggiore che in quella campana, nonostante l’eccessiva pressione daziaria del Regno d’Italia dei Savoia cui erano stati sottoposti i napoletani, superiore a quella esercitata sui milanesi, avesse comportato, tra il 1872 e il 1899, sofferenti condizioni di povertà e parassitismo. I dati furono commentati da Francesco Saverio Nitti nella sua pubblicazione Napoli e la questione meridionale del 1903.

Qualche anno fa, anche un’indagine svolta dall’Università Suor Orsola Benincasa, fondazione Polis e centro Res Incorrupta, evidenziò che le denunce nel Meridione erano in linea con i dati europei, smentendo la teoria del Sud più restio del Nord a denunciare. Roba da lombrosiani che ancor ci travolge, e travolge anche le redazioni dei telegiornali locali, che dovrebbero essere invece in prima linea nel riportare, almeno in casa, quel che il Ministero degli Interni e le ricerche accademiche hanno evinto per ripristinare l’equilibrio di giudizio.

Qualcuno provi dunque a sfidare i luoghi comuni e a sostenere che Milano è la città della delinquenza, più di Napoli, e che il Nord è più criminale del Sud, come statistiche e rapporti dimostrano. Perché un conto è la criminalità reale e un altro è la criminalità percepita.

‘Dov’è la Vittoria’ premiato al Campus 3s

Dal 10 al 12 ottobre, alla Rotonda Diaz di Napoli, in programma il Campus3s Givova NAPOLI 2019 di Tommaso Mandato, un immenso ospedale da campo dove tutti potranno recarsi per visite gratuite in varie specialistiche.
Nel cartellone della manifestazione, anche il ‘Premio per la Letteratura dello Sport e della Salute’, che sarà assegnato a Dov’è la Vittoria e ad altre interessanti opere letterarie. Appuntamento venerdì 11, alle ore 18sul palco centrale della manifestazione, per dibattere di passione sportiva che va oltre con i premiati e diversi personaggi di spicco del mondo dello sport.

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La noiosa battaglia contro la deficienza naturale

Angelo ForgioneLo spot del Buondì Motta (Bauli) con connotazione musicale neomelodica sta facendo discutere. Giuseppe Cruciani, nel corso de La Zanzara (Radio 24), non ha perso occasione per provocare i napoletani, strumentalizzando le parole del sottoscritto.

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Di seguito delle mie “doverose” precisazioni all’irriverente conduttore radiofonico:

Caro Cruciani,
io non ti rompo i coglioni, come dici tu con la tua proverbiale eleganza. Vedi, il fatto è che io non ti considero affatto, e scrivo per chi mi legge. Evidentemente mi leggi anche tu, e mi leggesti anche quando sparirono dei faretti a led dai nuovi bagni dello stadio San Paolo. Ricordi? Tu, al solito, ci sguazzasti, come se Napoli fosse l’unica città dove potessero accadere simili cose, e allora elencai tutti i posti pubblici d’Italia dove erano stati rubati faretti a led. E facesti una magra figura, senza neanche accorgertene.
Semmai sei tu che rompi i coglioni ai napoletani, ma con me caschi male, anche se fai il furbetto nella tua potente radio leggendo ciò che ho scritto (non a te ma al pubblico) sulla vicenda dello spot del Buondì e provando a dileggiarmi senza avere il buon gusto e la correttezza di avvertirmi, per giunta con il tipico turpiloquio che ti contraddistingue. Che poi, per interpretare quell’inviso personaggio che ti sei cucito addosso, intendi usare me per irridere tutti i napoletani e la cultura partenopea. E perciò, dopo aver letto il passaggio in cui scrivo “la musica di Napoli è mondo colto”, fai partire più volte dalla regia una strozzata nota iniziale di mandolino, dando sfogo a certa deficienza, ma naturale.
Rilassati, Giuseppe. È chiaro che qui l’ossessionato non sono io ma tu; da Napoli.