Sabato 27 maggio, in una gremitissima sala “Silvia Ruotolo” della V Municipalità (Vomero-Arenella) del Comune di Napoli, alla presenza del presidente Paolo De Luca, dell’assessore al bilancio del Comune Enrico Panini e del sottoscritto in veste di onorato testimonial, con la partecipazione di Flavia Sorrentino di ‘Napoli Città Autonoma’, si è tenuta la premiazione della prima edizione del concorso foto-letterario “Arenella e Vomero nella Napoli Capitale”, ideato da Antonio Lombardi e promosso del consigliere di MO! Mimmo Cerullo. Un riuscito evento per la valorizzazione dell’identità culturale attraverso la riscoperta di luoghi di importanza storico-monumentale dei due popolosi quartieri collinari, ma anche un esempio di sensibilizzazione da parte dell’amministrazione locale alla scoperta e al rispetto dei luoghi da recuperare e valorizzare.
Un pomeriggio importante, condotto da Antonio Aliberti, nel solco del risveglio della Città da alimentare con ogni mezzo, al quale ho portato il mio contributo con una breve spiegazione ai tanti presenti di due luoghi simbolici della storia dell’Arenella e del Vomero, ovvero la villa edificata all’antica Infrascata da Antonio Niccolini in cui Gaetano Donizetti scrisse la Lucia di Lammermoor, la più nota delle sue tante composizioni, e la villa di Giovanni Pontano ad Antignano.
Premiati dalla giuria, per il connubio foto e descrizione, Matteo Manfredi, Manfredi Adamo e Noemi Di Bella, ai quali sono andati uno splendido San Gennaro di ceramica del maestro Alessandro Flaminio de Le Voci di Dentro e dei libri di cultura napoletana offerti dalla Stamperia del Valentino. Menzioni speciali anche per altri tre partecipanti, per alcuni luoghi fotografati lungo via Conte della Cerra, parte dell’antichissimo tracciato della via Antiniana che collegava Neapolis a Puteoli.
La speranza è che il concorso faccia da sprone ad un maggiore interesse da parte delle organizzazioni turistiche e delle istituzioni per la valorizzazione del patrimonio storico collinare, in modo da poter condividere con la Napoli di “giù” il successo turistico che la città sta vivendo. Magari facendo da apripista per analoghe iniziative di altre Municipalità. E complimenti a tutti!
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Zahi Hawass: «al MANN c’è una ricchezza strepitosa»
Zahi Hawass, l’egittologo più famoso del mondo, segretario generale del Consiglio supremo delle antichità egizie, ha fatto visita al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Accompagnato dal direttore del MANN, Paolo Giulierini, ha ovviamente visitato anche la Sezione Egizia, la più antica d’Europa, riaperta nell’ottobre 2016, composta da collezioni private di oggetti provenienti dall’Egitto e da rinvenimenti di Pompei, Ercolano e Pozzuoli.
«Vedo la collezione egizia di Napoli per la prima volta – ha detto l’esperto – che, per prestigio, mi ricorda quella di Torino. Ho visto pezzi esclusivi, come ad esempio una testa di Alessandro Magno e i reperti di età tolemaica. In questo museo c’è una ricchezza strepitosa».

Zahi Hawass (ph: Stefano Renna)
Napoli mette in mostra un simbolo del suo Rinascimento
Angelo Forgione – Dopo la testa di sfinge al Nilo, a Napoli un’altra testa è stata messa a posto. La “Protome Carafa” di Donatello, da ieri, accoglie i visitatori del Museo Archeologico Nazionale.
È innegabile che Napoli viva negli ultimi anni un interessante risveglio culturale e continui a riscoprire le sue antiche vicende. I siti museali del territorio fanno registrare interessanti aumenti di afflussi. Fioccano libri sull’identità napoletana. Nascono nuovi percorsi turistici. Vanno in scena sempre più eventi, nei grandi palazzi e nelle strade. Di contro, sembrano esplodere episodi di marcescenza adolescenziale, che ritengo frutto della recente (e di successo) spettacolarizzazione della malavita.
Insomma, Napoli continua a mostrare il suo eterno dualismo. Più si scrolla di dosso il suo torpore e più sprigiona forze oscure di opposizione alla Luce. Ma il problema è anche e ancora lì, nel mondo dei grandi media. Se accanto alla narrazione delle indegne stese giovanili, ostentazione di protervia in erba, si raccontasse anche di una testa di Donatello messa in mostra, forse qualcuno ben informato svelerebbe di un Rinascimento nato prima a Napoli che nella celebrata Firenze medicea. Racconterebbe di Alfonso d’Aragona, del Beccadelli, del Pontano e della grande stagione umanistica napoletana. Ma “il Magnanimo” era straniero, e nulla fa che spostò la capitale dell’impero catalano-aragonese da Barcellona a Napoli, mentre “il Magnifico” era italiano. Meglio continuare a parlar di Napoli a senso unico, il peggiore, e produrre orgogliosi sceneggiati e dvd sui Medici di Firenze. Non sia che si racconti di un Lorenzo che inviava regali alla Corte di Napoli, e che vi si recò per implorare il ritiro delle milizie napoletane dalla Toscana ed evitare la sua caduta, salvando diplomaticamente la patria fiorentina.
A proposito, il direttore del MANN, Paolo Giulierini, artefice della lodevole operazione “Cavallo Carafa”, è toscano, residente a Firenze.
L’antica Porta Reale dello Spirito Santo a Toledo

Antonio Joli – Porta dello Spirito Santo prima della demolizione
Angelo Forgione – A metà del Seicento, alla vigilia dall’implacabile peste, Napoli, con i suoi circa 300.000 abitanti, risultò la più popolosa città d’Occidente. L’incremento demografico fu stimolato dalle primissime estensioni attuate nel Cinquecento dal viceré spagnolo Pedro de Toledo, che attirò l’aristocrazia in città assicurandogli l’esenzione di alcune tasse, sradicandola così dalle sedi feudali, con lo scopo di addomesticarla e tenerla sotto controllo.
Il “viceré urbanista”, al suo arrivo nel 1532, per migliorare l’aspetto della città, concepì un piano di sventramento, allargamento e fortificazione, e dispose la demolizione della murazione aragonese per farne alzare una nuova, con perimetro ben più allargato, coinvolgendo nello sviluppo urbano le pendici collinari. Il progetto ebbe nella nuova strada di Toledo uno dei cardini principali, realizzata nel 1536 per bonificare il Chiavicone, la fogna ad alveo aperto che da Montesanto che, convogliando le acque reflue e i liquami della collina del Vomero, proseguiva verso il mare, e per collegare agevolmente la vecchia città alla nuova residenza vicereale, che poi sarebbe stata demolita nel 1600 per fare spazio al nuovo Palazzo Reale di Domenico Fontana. La nuova strada, sul cui declivio della collina di San Martino furono edificati i nuovi quartieri militari, fu un vero successo e fu ben accolta dalla cittadinanza.
L’asse stradale venne iniziato da una porta edificata nel 1538 tra il Mercatello (attuale piazza Dante) e il largo dello Spirito Santo, segnando un nuovo ingresso in città da nord e dall’area collinare. Fu chiamata Porta Reale Nuova, per differenziarla dalla vecchia di età angioina, che era sita nella zona dove oggi si trova il liceo Genovesi. Sulla porta, semplice nella sua fattura, sul lato del Mercatello, fu apposta l’aquila bicipite di Carlo V d’Asburgo, sotto le cui ali erano lo scudo del viceré e un altro di dubbia decifrazione, e un’epigrafe latina che segnalava l’operato di Don Pedro. La costruzione fu in seguito abbellita da sculture e da una statua di San Gaetano da Thiene, accolto a Napoli nel 1533 proprio da Don Pedro, che gli concesse la basilica di San Paolo Maggiore, e morto in città nel ’47. In seguito alla costruzione della basilica dello Spirito Santo, nel 1562, la nuova porta fu riconosciuta anche come Porta dello Spirito Santo.
La murazione toledina fu abbattuta nel Settecento, inizialmente da Carlo di Borbone per la costruzione della nuova strada di Marina, e poi dall’erede Ferdinando per il nuovo Foro Carolino al largo del Mercatello e il largo delle Pigne (piazza Cavour). Il giovane Re, nel 1775, fece buttare a terra anche la Porta Reale, ormai fatiscente e di intralcio al traffico, e gli edifici attigui, allineati in asse con la strada di Toledo. Con l’incremento dell’Avvocata e il completamento del Foro Carolino, l’emiciclo vanvitelliano con cui fu sistemato il Mercatello, la porta divenne un imbuto d’intralcio alla vista prospettica della strada e al passaggio, soprattutto a tarda sera, al ritorno dalle passeggiate, orario in cui il popolo era costretto ad attendere per molto tempo il passaggio delle carrozze e infilarvisi con gran ressa. La statua di San Gaetano fu spostata all’apice della risistemata e ampliata Port’Alba e nel luogo della demolizione, sulla facciata di un palazzo all’ingresso di via Toledo, all’altezza dei civici 4 e 6, fu apposta una targa coronata dallo stemma cittadino che ricordava in latino l’atto sancito dagli uomini preposti alle mura e agli acquedotti, mentre più a destra, sul palazzo Pedagna, era possibile notare la lapide d’epoca vicereale prima sulla porta demolita e anche un’iscrizione d’epoca angioina in caratteri gallo-franchi, in ricordo della più antica porta abattuta nel Cinquecento.
Se vi inoltrate per via Toledo da piazza Dante alzate gli occhi. Le tracce di questo piccolo frammento di storia napoletana sono ancora lì.
Il controverso prestito di tesori napoletani a Comacchio
Angelo Forgione – Una strana storia. Due città candidate al ruolo di “capitale italiana della cultura 2018”. La napoletana Ercolano e l’estense Comacchio. Il titolo è una bella invenzione del ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, anch’egli estense, e dà l’opportunità di promuovere annualmente un territorio, attribuendogli anche un contributo ministeriale di un milione di euro e l’esclusione dal patto di stabilità delle spese per gli investimenti necessari per realizzare le iniziative previste per l’anno di investitura. Il fatto è che per ottenere il riconoscimento bisogna mettere in campo diverse iniziative culturali che rendano il territorio vivo e lo dotino di un’offerta di un certo interesse. Accade allora che l’assessorato alla Cultura del Comune di Comacchio inizi a lavorare per rafforzare la candidatura, e concepisca l’idea di chiedere aiuto al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che è il più importante museo al mondo di antichità classiche e ospita l’immenso patrimonio di reperti provenienti dagli scavi vesuviani, tra cui anche quelli di Ercolano, che è città in competizione per la gara del MiBACT. La proposta è quella di esporre, lungo un periodo di due anni e forse più, alcuni reperti archeologici custoditi nei depositi dell’importante museo napoletano nel nascente Museo Delta Antico di Comacchio, che aprirà i battenti nella primavera 2017, in modo da promuovere il nuovo spazio espositivo e proiettarlo immediatamente nei circuiti museali internazionali. Cosa normale, visto che le mostre itineranti e i prestiti museali sono prassi. Il direttore del Museo Archeologico di Napoli, Paolo Giulierini, archeologo toscano specializzato in etruscologia, nominato da Franceschini, accoglie la proposta e pure il sindaco di Comacchio, accompagnato dall’assessore competente, per firmare un protocollo d’intesa che rende partner il Museo Delta Antico.
Alcune domande, però, sorgono spontaneamente. Siamo proprio sicuri che sia questo il modo giusto per promuovere i tesori di Napoli, visto che i tour-operator internazionali ignorano la città e indirizzano i turisti stranieri da Roma in su? Possibile che Napoli debba tenere parte dei suoi tesori negli scantinati museali mentre il mondo fa a gara per mostrarli? Possibile che l’enorme palazzo Fuga, l’Albergo dei Poveri, resti un eterno incompiuto e non possa essere reso invece un spazio espositivo, come propone ad esempio l’associazione Ram – Rinascita Artistica del Mezzogiorno? Possibile che Napoli dissemini cultura nell’avamposto ferrarese e la concorrente Ercolano, ma anche l’altra candidata Caserta, restino a guardare?
Il sindaco di Ercolano, Ciro Bonajuto, pur non essendo contrario alla promozione dei tesori, lamenta il silenzio della Soprintendenza alla richiesta di strutture espositive, che starebbe invece approntando uno sponsor privato per far sì che sia la cittadina vesuviana il naturale approdo espositivo di quanto conservato negli depositi dei ricchi musei napoletani.
Higuain tra poteri forti e forti motivazioni
Angelo Forgione – Gran polverone si è alzato per una notizia di calciomercato data da Paolo Bargiggia di Mediaset. “Higuain ha rifiutato il rinnovo di contratto proposto da De Laurentiis, il quale cerca il sostituto”. Ne è seguito un comunicato stampa ufficiale in cui il club azzurro ha parlato di “poteri forti” pronti a destabilizzare l’ambiente napoletano, chiudendo i rapporti con il network televisivo milanese a prescindere dagli accordi contrattuali con la Lega Calcio. Aurelio De Laurentiis sembra esserla davvero presa. Cerchiamo di capire il perché.
Qualche anno fa, Gonzalo militava con successo nel Real Madrid, uno dei club più ambiti al mondo. Era arrivato in Spagna diciannovenne, nel 2006, tra lo scetticismo generale, e dovette sgomitare, nel tempo, con Raul, Van Nistelrooy, Cristiano Ronaldo e Benzema. Finì sempre per essere titolare. Tutti i suoi allenatori, da Capello a Mourinho, passando per Pellegrini, l’avevano considerato fondamentale per il Real e gli elogi da parte della stampa e dei tifosi del Real non mancavano affatto. Ma il presidente Florentino Perez prediligeva Benzema, che in Higuain trovava forte concorrenza. L’intera carriera (ottima) di Higuain al Real si era svolta tra pregiudizi montati dal presidente, smontati uno ad uno coi goal, costruendoseli spesso da solo, senza l’aiuto di nessun “galacticos”. 190 partite e 107 goal con in blancos, sgomitando, appunto, senza che nessuno gli avesse regalato nulla. Lui, con spirito competitivo, si era guadagnato la stima della piazza ma non il favore del presidente, e a un certo punto non ce la fece più. Andò da Perez e gli comunicò che avrebbe cambiato aria. Il patron sorrise con soddisfazione, gongolando al pensiero di cederlo per soldi e di assicurare la titolarità al protetto Benzema. Higuain sorrise più di Perez. Sull’argentino si fiondarono Arsenal e Juventus, con tanto appeal, ma con meno liquidità del Napoli, e l’operazione si concretizzò con una quarantina di milioni di euro e un ingaggio pari a quello percepito nel glorioso club spagnolo. Gonzalo non pensò affatto a un declassamento, e non basò la sua scelta sul blasone e sulla bacheca del club da sposare. Fece in qualche modo come Maradona, lasciando un club ricco e glorioso per abbracciare una causa difficile, difficilissima, in un Calcio in cui tutti cercavano cascate di gloria e danari. Lo fece perché aveva voglia di sentirsi leader, di poter dimostrare il suo talento senza dover essere messo in discussione. Il nuovo allenatore del Napoli, Benitez, lo chiamò e lo fece sentire subito al centro del nuovo progetto, e lui accettò di buon grado. Due anni in azzurro, e quando il mister spagnolo naufragò il suo attaccante perse stimoli, affondando insieme a lui. Ma il Pipita non fuggì e volle guardare negli occhi il successore di Rafa, conoscerlo, prima di decidere il suo immediato futuro. Allo sconosciuto Sarri bastarono 5 minuti di orologio per farlo sentire ancora più importante, per trasferirgli importanza, centralità e fiducia. E così Gonzalo, dopo nove mesi, ha superato persino l’inarrivabile predecessore, il bomber Cavani.
Credete davvero che Higuain e il fratello procuratore – che con De Laurentiis hanno un ottimo rapporto – abbiano bisogno di giocare sporco col Napoli? Gonzalo ha fatto scelte controcorrente in passato. Un top club l’ha già raggiunto, e l’ha lasciato. Se resterà o meno a Napoli sarà una questione di motivazioni oltre che di vil danaro. E quando deciderà di lasciare quello che è il suo regno, andrà a dirlo lui al presidente. Lui, prima di tutti.
Verso Juve-Napoli: analisi e prospettive a ‘San Paolo Show’
Nonostante la concomitanza della prima serata del Festival di Sanremo, numeri record per la puntata “carnascialesca” di “San Paolo Show” che ha anticipiato la super sfida di sabato sera tra Juventus e Napoli. Ospiti del salotto di Paola Mercurio e Gigio Rosa sono stati l’allenatore Paolo Specchia, il giornalista Toni Iavarone, il procuratore Enrico Fedele e lo scrittore Angelo Forgione, protagonisti di un piacevole e competente dibattito, tra risvolti sociali e aneddoti storici.
Il Napoli come Napoli, regine d’inverno
Angelo Forgione – Giro di boa della Serie A 2015/16, e il Napoli è davanti a tutte. Due vittorie convincenti alla ripresa, la tanto temuta ripresa dopo la pausa natalizia, e la squadra azzurra si è presa la testa, nuovamente. Incalza la Juventus, appaiata all’Inter, ma con un’inerzia decisamente diversa da quella dei nerazzurri, partiti di slancio e poi ripresi dalle due squadre più lente nell’uscire dai blocchi di partenza. Sì, perché Napoli e Juventus, alla quinta giornata, erano ai posti 12 e 13, lontane 9 e 10 punti dall’Inter. La sensazione netta è che il nome della squadra campione d’Italia verrà fuori da questo terzetto, precluso alla Fiorentina degli inciampi e all’arenata Roma.
Ma se la posizione della Juventus non desta sensazione, stupisce quella del Napoli, più per il gioco espresso che non per la classifica. Il fatto è che la squadra si diverte agli allenamenti, scende in campo per vincere ma senza la pressione di chi deve farlo per missione. Poi vince, stravince e fa divertire, e va pure a festeggiare coi propri tifosi. L’idillio è palese, l’afflato pure. Il fatto è che l’amore che i calciatori fanno coi propri tifosi si consuma ad ogni vittoria, non solo contro le più blasonate rivali storiche. Con il Frosinone come contro la Juventus. Non c’è in ballo la vittoria che vale una stagione ma la stagione che vale una vittoria. Si guarda a Maggio, flirtando con lo scudetto. Ma intanto si amoreggia in casa. È un’energia sessuale che fluisce ininterrottamente, che risplende in quella danza di fine partita, coi calciatori e i tifosi che si guardano occhi negli occhi, saltellando e battendo le mani. È una tarantella del pallone, una danza erotica dopo l’orgia del campo che propizia quella del trionfo finale. Qualcuno ammonisce sulla perniciosità del rito orgiastico, non conoscendo la natura dell’energia partenopea, che non conosce polarità. Tutti danno, tutti ricevono. Solo chi si immerge in questa vitalità può capirla. Un certo Ibrahimovic Zlatan, giramondo del pallone, Re senza regno, c’è riuscito per caso, catapultato sul prato del ‘San Paolo’ per accompagnare Ciro Ferrara ai chiodi per le scarpette in un lontano giorno di giugno del 2005. Si ritrovò nel cratere di un vulcano in eruzione, e fu marchiato a fuoco. I suoi occhi videro Maradona, Re dei re, in maniche di camicia, anche se tondo e pieno come il San Paolo, riabbracciato e asfissiato dai napoletani. Una bolgia infernale. E un pensiero nato quella sera nel fuoriclasse svedese, nomade del pallone: far impazzire il ‘San Paolo’ e prendersi, un giorno, quell’energia. Lo confidò ai suoi compagni della Juventus che dominava prima di finire in polvere e vergogne, mentre il Napoli annaspava in Serie C, destinato ad essere frenato dall’Avellino. Lo svedesone lo disse anche al suo manager, Mino Raiola: «Un giorno piacerebbe pure a me essere accolto come Maradona. Non posso concludere la mia carriera senza aver giocato con la maglia del Napoli». Avrebbe giocato nell’Inter, nel Milan, nel Barcellona, nel Paris SG. Desiderio azzurro mai realizzato, perché sogni e soldi, nel Calcio moderno, difficilmente si sposano. Zlatan è a Parigi, nel nuovo El Dorado del pallone, dove ingrossa il suo conto in banca, come Edinson Cavani, che il trono di Maradona lo ereditò e poi lasciò il regno dell’amore per quello del danaro. E dalla fredda Parigi, recentemente, ha chiarito: «La realtà è che oggi devo rendere al massimo per il PSG, ma Napoli rimane nel mio cuore». Come dire: “i soldi mi hanno portato qui, lontano da dove ho lasciato il cuore”. Percorso inverso per Pepe Reina, che pure ha conosciuto il calore di Barcellona e Liverpool, ma il suo cuore si è fermato a Napoli. Dodici mesi in prestito per rimpiangerla da Monaco di Baviera, e poi il ritorno tanto voluto, dopo tante fughe di piacere e continui tweet in napoletano. Stipendio ridotto da 4,2 milioni all’anno a 2,8 pur di riabbracciare Partenope: “Napoli è felicità, sono tornato per questo, è il posto giusto per me e la mia famiglia, dopo un anno non abbiamo resistito”.
Napoli che vince e festeggia le vittorie si prende la copertina di metà percorso, effimera ma benaugurale. Squadra che cerca di sovvertire il pronostico, le statistiche, la storia e l’ordine precostituito, che cerca di piegare il Nord del Calcio, che lavora al colpo di Stato. E già si alza da lontano lo stantio refrain del riscatto cittadino, come se il Calcio avesse il potere di risolvere i problemi sociali. Il fatto è che Napoli, nonostante tutto, vince non solo nel Calcio. È la città che, silenziosamente e senza doping governativo, ha fatto registrare il maggior incremento turistico d’Italia nell’ultimo anno, con gran picco nel recente mese di Dicembre, ricomponendo il quadrilatero storico (con Roma, Firenze e Venezia) amputato dal colera del 1973. Non dovrebbe essere una sorpresa, ma è l’ingiusta propaganda che si continua a proporre della città vesuviana a far gioire e sperare per il futuro. Napoli che conquista le vittorie con le sue forze, tra le difficoltà. Napoli che se la vivi ti innamori, proprio come la sua squadra. Napoli che può vincere.

Vigilia di Napoli-Torino a ‘San Paolo Show’
“San Paolo Show” ha anticipato l’arrivo della Befana ed il ritorno del campionato di serie A. La calza di Tv Luna ha, infatti, regalato un’interessante puntata di “San Paolo Show”, in onda in diretta dalle ore 21 sul canale 14 del digitale terrestre. Padroni di casa sono stati la splendida Paola Mercurio ed il noto conduttore Gigio Rosa, che cura anche la direzione artistica del programma prodotto dal gruppo televisivo Lunaset.
Attorno alla sfida contro il Torino ed alle ultimissime di mercato si è sviluppato il dibattito nel salotto tv, che ha ospitato l’allenatore di calcio, Paolo Specchia; lo scrittore Angelo Forgione; il procuratore Enrico Fedele ed il giornalista di Radio Marte e Mediaset Premium, Gianluca Gifuni, nonché i blogger Anna Ciccarelli e Peppe D. Rufy.
“Gennaio è un mese pericolosissimo perché si torna a giocare dopo la sosta – ha spiegato Paolo Specchia -. Nelle cinque partite di questo mese il Napoli dovrà ottenere il massimo. C’è poi l’incognita del mercato perché le scelte della società potrebbero rivelarsi determinanti per il prosieguo del cammino degli azzurri.
Ginaluca Gifuni non si fida del Torino “che ha subito tre gol nelle ultime cinque partite ed è una squadra molto solida. Sarri non teme il Toro ma la sosta, che è diventata un incubo per l’allenatore azzurro. Per arginare i rischi, Sarri ha, infatti, anticipato di tre giorni il ritorno della squadra e, contrariamente alle abitudini, ha ordinato il ritiro a Castelvolturno prima della gara contro i granata”.
“Sono curioso di valutare come Sarri abbia inciso sulla psicologia dei calciatori – ha sottolineato Angelo Forgione -. L’allenatore vuole che la squadra resti sempre sul pezzo senza staccare mai la spina. Contro il Torino vedremo se il Napoli sarà in grado di ripartire con la stessa intensità e la stesso gioco spettacolare, che abbiamo ammirato prima della sosta”.
Sulle scelte di Sarri ha espresso i propri dubbi Enrico Fedele. “Perché serve il ritiro alla vigilia della partita contro il Torino? Non avrei cambiato le abitudini del passato. Dopo la sosta, i sudamericani hanno sempre avuto problemi. Non si deve temere il Torino, che fa giocare gli avversari e concede ampi spazi. Se il Napoli è in discrete condizioni, non avrà perciò difficoltà a vincere la partita”.
Nel video, una sintesi del dibattito.
Tutta l’ignoranza d’Italia nella domenica del pallone
Angelo Forgione – Verona-Napoli la portano a casa gli azzurri. Una partita in cui si è specchiato un Paese che nel proprio campionato impone la bandiera francese in bella mostra e l’ascolto de “la Marsigliese”, in segno di solidarietà per le morti di Parigi. Giusto e sacrosanto commemorare delle vittime innocenti, ma quando ciò avviene solo in ricordo di un popolo e non di tutti quelli coinvolti in luttuosi eventi si finisce per esprimere un messaggio politico. Avremmo preferito la bandiera multicolore della pace e l’esecuzione di Imagine di John Lennon, ma evidentemente il cocchiere guida il carrozzone in una strada a senso unico. A Verona, poi, non per colpa degli innocenti ragazzini deputati a mostrarla, è venuto fuori persino un tricolore francese ribaltato (che nei paesi del Commonwealth significa arrendevolezza) e nessuno dei commissari di Lega ha pensato di far rettificare il senso. Sugli spalti, appena terminata l’ultima nota dell’inno di Francia sono ripresi i cori razzisti contro Napoli, e tutti a sdegnarsi, a partire da Paolo Condò su Sky, la cui denuncia veniva condivisa da Ilaria D’Amico. Ma ci vogliamo forse stupire per l’ipocrisia nazionale e per l’incoerenza dei tifosi del Verona, da sempre eccessivamente animosi nei confronti dei napoletani? Non un comportamento diverso dal solito, e certamente non peggiore di quello avuto dai bolognesi il 31 maggio 2013, durante Italia – San Marino, partita dedicata alla lotta al razzismo, quando intonarono a sproposito “stonati” cori contro il popolo partenopeo.
Sul campo del ‘Bentegodi’, il più bersagliato è stato, neanche a dirlo, il napoletanissimo Lorenzo Insigne. E proprio lui ha infilato il primo pertugio aperto nella difesa gialloblu, ha baciato più volte la maglia azzurra all’altezza dello stemma, è corso ad abbracciare il napoletano-toscano Sarri ed è stato travolto dai napoletani dello staff, a partire dal medico sociale De Nicola, passando per il massaggiatore Di Lullo, per finire con il magazziniere Tommaso Starace, lo stesso di trent’anni fa, quando fu Maradona a fargli giustizia sullo stesso campo. Lorenzo ha dedicato il goal alla sua città e la sua rivalsa da scudetto è finita in copertina, con più risalto di quanto non ne ebbe lui stesso due stagioni fa e, in Serie B, l’ex compagno di squadra a Pescara Ciro Immobile, che le offese dei veronesi se la legò al dito, così come l’altro conterraneo Aniello Cutolo, che restituì i ceffoni al ‘Bentegodi’ con tutto Mandorlini.
La domenica calcistica è finita come era iniziata. Nello stesso stadio in cui, nel 2007, fu sonoramente fischiato l’inno di Francia, a dieci minuti dal termine di Inter-Frosinone, con i padroni di casa in gloria, i tifosi nerazzurri si sono proiettati allo scontro al vertice di lunedì 30 al ‘San Paolo’ e hanno pensato bene di vomitare il loro repertorio razzista all’indirizzo dei napoletani. Tanto per non farsi mancare nulla.
Bandiere rovesciate, ipocrisie e scontri territoriali; questo è lo spettacolo che va in scena sui palcoscenici della Serie A. Non c’è affatto da meravigliarsi. Lo faccia chi non sa che l’Italia è un paese profondamente ignorante – tra i primi al mondo per odio razziale – che ignora la reale connotazione dei fenomeni immigratori e li rende negativi anche quando non lo sono. Insomma, Italia regno dei pregiudizi. C’è qualcuno – la Ipsos Mori in Gran Bretagna – che qualche tempo fa si è preoccupato di certificare il dato con una ricerca in 14 paesi del mondo con cui si evince che gli italiani hanno la più scarsa conoscenza di temi di pubblico interesse ed esprimono giudizi e sentimenti dalle deboli fondamenta. Insomma, italiani tutt’altro che brava gente. E allora non stupiamoci del razzismo negli stadi e nemmeno degli inciampi del presidente della FIGC Carlo Tavecchio. Ce lo meritiamo.



