Renzi bluffa: «il 22 dicembre inauguro la Salerno-Reggio». E i giornalisti stranieri ridono.

renzi_sa_rcAngelo Forgione


«Faccio l’ennesima pubblicità progresso. So che non ci crederete, ma il 22 dicembre inauguriamo la Salerno-Reggio Calabria». L’annuncio del Primo Ministro Renzi, fatto nella sede romana della stampa estera, ha fatto scattare immediatamente lo stupore e poi le risate dei giornalisti stranieri, anche loro consapevoli dello psicodramma tutto italiano della più interminabile tra le opere pubbliche d’Europa. Una vergogna nazionale su cui tutti i capi di governo che si sono succeduti negli ultimi decenni sono inciampati annunciandone il termine.
Renzi prova ad essere l’uomo della promessa mantenuta, anche se l’elenco dei lavori in corso sul sito dell’ANAS segnala la data ufficiale di chiusura della tratta Laino Borgo-Campotenese (dal km 153,400 al km 173,900) al 21 novembre 2017. Si chiuderà prima o Renzi dovrà rimangiarsi la promessa? Il premier, però, non ha precisato l’anno ma solo il giorno e il mese dell’inaugurazione. E non ha neanche spiegato che per potersi consentire un annuncio del genere ha ridotto, tramite il suo Esecutivo di Governo, gli investimenti previsti per alcuni lotti di lavorazione, sostituendo i progetti che prevedevano nuove tratte con nuovi elaborati che si limitano all’ammodernamento in sede dei tracciati esistenti.
In ogni caso, si tratterà di inaugurazione di un’opera certamente migliorata ma comunque incompiuta, perché i lavori della Salerno-Reggio Calabria saranno tutt’altro che finiti. Un tratto di circa 20 chilometri di strada, dopo Laino Borgo, verso Reggio, non sarà affatto un’autostrada moderna, come richiesto dall’UE. Senza corsia di emergenza e curve strette, tra l’altro mal asfalata, con toppe su altre toppe, ed erbacce che invadono i margini della carreggiata. Una tratta tracciata in modo da non disturbare le ville dei boss della ’ndrangheta, realizzata in nome del calcestruzzo e delle intimidazioni. “Lotto in progettazione e da finanziare”, dice la mappa dell’ANAS, che rimanda la soluzione ai posteri. Di tratti nelle stesse condizioni ce ne sono altri due: tra Cosenza e Rogliano (11 km) e tra Francavilla Angitola e Pizzo Calabro (10,7 km). Tutto sommato, circa 43 km di strada per niente europea, molto ingorgata e poco sicura. Tre tratti ancora da progettare e finanziare, di cui uno a forte rischio idrogeologico (Cosenza-Rogliano).
Insomma, l’annuncio di Renzi è ingannevole. Si tratta semplicemente di scommessa di chiusura dei cantieri aperti, ma altri se ne dovranno aprire in futuro per soddisfare le imposizioni dell’UE. Senza ammodernare tutta l’autostrada, qualsiasi proclama di inaugurazione dell’A3 non ha fondamento, e sicuramente non sarà il taglio del nastro, il prossimo 22 dicembre, a decretare la fine dei lavori di adeguamento agli standard europei.
Sono intanto trascorsi 20 anni dall’apertura dei cantieri. Era il 1997 quando l’Unione Europea obbligò l’Italia a far sì che la Salerno-Reggio Calabria rispondesse a chiare normative comunitarie. L’autostrada era stata costruita tra il 1962 e il 1972. Circa 11 anni per 495 chilometri, aggiunti ai 52 tra Napoli e Salerno già realizzati nel 1929. Presa in carico dallo Stato, attraverso l’ANAS, senza alcun coinvolgimento dei privati, fu realizzata con soluzioni tecniche sciagurate: due strette corsie, senza quella d’emergenza, che la condannarono presto all’interminabile ricostruzione su se stessa. Soli 8 anni, invece, e addirittura 3 mesi di anticipo sul termine previsto, per completare in tutta fretta i circa 760 km della A1 Milano-Napoli. Qui niente ANAS ma sostegno ai privati con la costituzione della Società Concessioni e Costruzioni Autostrade Spa, presieduta dal ministro dei Lavori pubblici. Quei privati erano Fiat, Eni, Pirelli e Italcementi, riuniti nel 1954 nella SISI Spa (Sviluppo Iniziative Stradali Italiane) per favorire il boom del mercato automobilistico a scapito del trasporto su ferro. Forti furono le pressioni per interessi molto ampi: con le autostrade, le macchine non le avrebbero acquistate solo i più ricchi borghesi delle grandi città e le merci prodotte dalle industrie del Nord sarebbero giunte al Sud anche su gomma. Il consorzio SISI dettò gli assi di “motorizzazione” in base ai propri interessi: uno orizzontale Torino-Milano-Venezia-Trieste, con diramazione da Milano per Genova, e uno verticale da Milano verso Bologna che si sarebbe biforcato, verso Roma-Napoli e verso Ancona-Pescara. Per le auto che sarebbero scese al Sud, mentre gli operai che le avrebbero costruite sarebbero saliti al Nord col “Treno del Sole”, occorreva un nome significativo: “Autostrada del Sole” era perfetto. Da Salerno in poi, in quel profondo Sud, povero e meno appetibile, iniziava la Serie B delle autostrade. Dopo 44 anni ancora si finge di completarla.

Renzi a Caserta, meglio di Cavour

renzi_stuporeAngelo Forgione Il presidente del Consiglio Matteo Renzi si è recato alla Reggia di Caserta per la riconsegna degli ambienti utilizzati sin dall’immediato dopoguerra dalla scuola specialisti dell’Aeronautica Militare alla direzione del palazzo vanvitelliano. Il Premier-prodigio, accompagnato dai ministri della Cultura e della Difesa, Dario Franceschini e Roberta Pinotti, ha visitato le sale che verranno riassegnate e poi, dopo lavori di adeguamento, saranno dedicate alla destinazione museale ed espositiva. Tour in tutto il Real Palazzo, e sul quaderno degli ospiti illustri immortalata tutta la sua meraviglia: “Sorpreso e stupito da tanta bellezza, abbiamo la responsabilità storica di garantirla in futuro”.
Poi conferenza stampa nel Real Teatro di Corte, aperta con una candida confessione: «È un luogo incredibile! Io qui non c’ero mai stato. Vorrei invitare i giornalisti ad avere lo stesso stupore per tanta bellezza di cui non ci rendiamo conto». Il Premier, alzando gli occhi alla volta affrescata del Teatro vanvitelliano, non ha fatto mistero di non aver mai messo piede in uno dei principali siti della Cultura del Paese, il monumento universale che il Sud dell’Italia ha regalato al mondo, chiedendo ai giornalisti di stupirsi come lui. Un’ammissione pubblica negli ambienti che Luigi Vanvitelli volle più belli della prima sala barocca del Real Teatro ‘San Carlo’ e che fece da palestra formativa per il collaboratore Giuseppe Piermarini, il quale sarebbe poi andato ad applicarne il modello nella Milano asburgica, con quella nuova chiave neoclassica vanvitelliana che consentì all’epigono Antonio Niccolini di raggiungere l’apice nella nuova sala sancarlina di Napoli. Forse ai giornalisti ha stupito più l’ammissione di Renzi che non l’evidente magnificenza della Reggia, ma al capo dell’esecutivo non dev’essere sembrata una gran lacuna quella appena colmata. «Dicevano che non venivo mai In Campania. Prima a Pompei, poi oggi a Caserta, e verrò anche a Napoli. Finirà che il Governatore De Luca mi caccia». Poco male per un quarantunenne Primo Ministro, inevitabilmente sollecitato dai promettenti numeri appena sfornati sulle presenze museali in Campania e ora, magari, un po’ più curioso del mondo della cultura meridionale di quanto non fu il suo predecessore Camillo Benso, il quale unì l’Italia dopo aver visitato Londra, Edimburgo e Parigi, ma mai Napoli, Roma e Palermo. Farà bene Renzi a conoscere veramente Napoli, le eredità del suo Regno e di tutta la sua storia trimillenaria che sono tra i veri motivi del suo valore per l’umanità e del suo fascino all’estero, e non certo la Bagnoli deturpata dalle acciaierie da sottrarre al degrado e alla propaganda politica.

A Napoli il primo cane per non vedenti a scuola ma l’insegnante mortifica la città

cane_scuola.pngAngelo Forgione Il liceo ‘Mazzini’ di Napoli prima scuola ad accogliere un cane per non vedenti in aula. Un bel primato di civiltà, non c’è che dire, anche perché in casi analoghi il permesso è stato più volte negato in passato. E al Vomero arrivano anche le telecamere del Tg5 per la rubrica L’Arca di Noè del 3 gennaio. Insieme alla studentessa non vedente Noemi Marano e alla sua ben addestrata accompagnatrice a quattro zampe, ad accogliere la giornalista Mediaset Maria Luisa Cocozza anche l’insegnante Sara Miele, cui spetta il compito di esprimere l’orgoglio per un segno di civiltà tutto partenopeo. Peccato che esordisca in modo infelice: «Sì, una volta tanto possiamo essere orgogliosi di essere napoletani». Consigliamo all’intervistata di esprimersi a titolo personale in una prossima ribalta televisiva, e non a nome dei tantissimi napoletani che orgogliosi di esserlo lo sono sempre, e non una tantum, per tutto ciò che Napoli rappresenta.

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Napoli in vetta, meritatamente!

Angelo Forgione Napoli in testa al campionato di Serie A dopo 25 anni e 7 mesi. Non è poco per chi quel 29 aprile 1990 non immaginava che dietro il sole del secondo scudetto si addensavano le nubi del dramma umano di Maradona, del conto da pagare per un lustro al vertice e del fallimento doloroso. Ed è tanta roba per i più giovani sostenitori partenopei, che dall’attico della Serie A non si sono mai affacciati. Gli azzurri, tornati solitari in cima ai danni dell’Inter, hanno ora l’obbligo di tornare subito in catena di montaggio delle vittorie e presentarsi all’esame Bologna scarichi dell’euforia di una piazza non avvezza alle vertigini. Non lo è neanche la squadra, e la partita contro i nerazzurri di Milano, dopo 70 minuti di dominio, l’ha evidenziato. Col doppio vantaggio e l’uomo in più è subentrata la certezza di aver domato gli avversari, e l’imperdonabile calo di concentrazione ha consentito a Ljajic di trovare il goal che ha disintegrato le convinzioni degli uomini di Sarri, piombati nella paura di perdere punti, vittoria e primato. Tutta l’inerzia dei 20 minuti finali ha preso la direzione della squadra di Mancini, in inferiorità numerica ma in superiorità psicologica e atletica. In quell’ultimo quarto di partita è affiorata tutta la storia di un club ben più avvezzo alla contesa di vertice, di una squadra quest’anno costruita per non fallire i primi due posti, di una compagine che non disputa le competizioni europee e che, perciò, ha potuto spendere qualcosa in più nel rettilineo finale. Ma di fronte ai gatti nerazzurri improvvisamente diventati leoni c’era la dea bendata, necessario rinforzo, e due uomini in maglia azzurra coi nervi più saldi di tutti: Higuain e Reina, di quelli che chiami fuoriclasse a ragion veduta perché capaci di indirizzare un risultato. E Il Napoli ha portato a casa l’intero bottino, afferrato sin dal primo minuto con una cannonata che ha abbattuto la porta avversaria e messo a rischio nell’ultimo. Il fischio finale ha detto che Napoli e Inter possono essere primedonne fino in fondo, che il Napoli è competitivo pure se mancano cambi come Mertens e Gabbiadini, perché ha uomini più decisivi e un impianto di gioco più convincente, e che l’Inter, obbligata a far sul serio, fa sul serio e, diversamente da Napoli, Roma, Juventus e Fiorentina, può beneficiare del prezioso riposo infrasettimanale.
Passata la paura è iniziata la festa liberatoria sugli spalti, purtroppo senza ‘o surdato nnammurato (sempre più dimenticato), e pure uno strano dibattito mediatico. Pare che sia stata l’Inter la vincitrice dello scontro al vertice, e che il Napoli ne sia uscito ridimensionato. Il dibattito lo ha indirizzato immediatamente Mancini, attaccando verbalmente gli opinionisti arbitrali, definiti bugiardi e inadeguati, e riversando sui microfoni tutta la bile per l’espulsione di Nagatomo, che però era stata decretata da due gialli ineccepibili. Un’irruenta ginocchiata alle terga di Callejon che aveva già lasciato il pallone, descritta dal Mancio come simulazione dell’azzurro, e una sconsiderata entrata su Allan valgono l’eslusione per doppia ammonizione, diretta conseguenza di un atteggiamento annunciato alla vigilia da Felipe Melo («bisogna menare Higuain») e confermato da Guarin al fischio d’inizio, colto dalle telecamere mentre chiedeva a Murillo, con eloquente gesto, di essere poco tenero con gli avversari. E l’allenatore interista, che aveva evidentemente caricato i suoi in tal senso per cercare di arginare il gioco partenopeo, e che a Napoli prese applausi da calciatore per un goal formidabile in maglia blucerchiata, ha alzato i toni, dimostrando di non meritare lo stipendio che percepisce, infinitamente superiore a quello del ben più umile e sereno Sarri. Il nervosismo del tecnico jesino dimostra che l’Inter deve arrivare in alto per missione aziendale.
Fino a notte fonda, i salotti televisivi hanno incentrato il chiacchiericcio sulla squadra sconfitta, dimenticando che la squadra in testa al campionato era il Napoli, che aveva vinto la squadra che aveva dominato la gara per tre quarti, chiudendo comunque con un 62% di possesso palla, pregiudicato da un finale pieno di errori di misura e imprecisione. A Tiki Taka (Mediaset), Raffaele Auriemma sbroccava per l’eccessivo panegirico sull’autostima nerazzura ed Enrico Mentana, che lo accusava di essere tifoso del Napoli, come se lui non fosse tifoso interista, lo invitava a stare buono dandogli del “Pulcinella” (minuto 0:14:10) e prendendosi, dopo un’ora di trasmissione, l’etichetta di “cafone” dal collega napoletano.
L’Inter, che non avrebbe scippato nulla se avesse pareggiato, è stata celebrata perchè nessuno si aspettava che fosse capace di esprimersi come mai aveva fatto in precedenza. Il Napoli è passato in secondo piano perché nessuno si aspettava che fosse messo in ambasce in casa, con due goal di vantaggio e un uomo in più. Il dato è che è il Napoli in testa alla classifica, dopo aver vinto in casa 3 scontri diretti su 3 (il quarto è all’orizzonte). Tutto frutto della miglior difesa e del terzo miglior attacco, del miglior marcatore, del record di inviolabilità della porta a livello europeo (533 minuti), del minor numero di sconfitte (1), cui va aggiunto il percorso netto in Europa League con analoghi record. Eppure sono bastati 20 minuti di forte difficoltà contro la (ex) capolista per adombrare quello che Sarri e i suoi hanno fatto fin qui. La realtà è che la vetta è stata scalata e raggiunta dalla squadra azzurra, che alla 5ª giornata pagava 9 punti di distacco dalla capolista Inter, e nelle successive nove giornate se l’è messa dietro, insieme ad altre dieci squadre. La realtà è che il Napoli aveva solo un punto di vantaggio sulla Juventus quando Sarri sembrava sull’orlo della defenestrazione, e ora ne ha 7 sui bianconeri in risalita. La realtà è che, in 19 partite stagionali, gli azzurri hanno collezionato 14 vittorie, 4 pareggi e una sola sconfitta allo start. La realtà è che con il Napoli, in testa alla classifica, ci va tutto un popolo, compreso chi a inizio stagione contestava e disertava. La strada è lunga e tortuosa, e un posto al sole alla 14ª giornata è tanto accattivante quanto effimero, ma dopo la rabbia di Mancini e la copertina dedicata alla sua squadra rimontata in nove giornate, una cosa è più certa che mai: quel nome lassù è minaccia di un colpo di Stato.

Bagnoli, l’Expo e quelle cifre che non convincono

Angelo Forgione 200 milioni di euro per il Giubileo a Roma, 150 milioni per il post-Expo a Milano, 150 milioni per la Terra dei Fuochi, 50 milioni per la bonifica di Bagnoli, 30 milioni per la Sardegna, 10 milioni per Reggio Calabria, 25 milioni per le case popolari, 50 milioni per l’emergenza maltempo, 100 milioni per impianti sportivi in periferia, 100 milioni per il servizio civile, 25 milioni per il tax credit per il cinema e 10 milioni per l’export. Sono così suddivisi i 900 milioni di euro che il Governo stanzierà con il decreto legge “Misure urgenti per gli interventi nel territorio” approvato dal Consiglio dei Ministri.
Salta all’occhio l’indirizzamento di risorse verso le tre città più grandi del Paese. 200 milioni per Roma, 150 per Milano e 50 per Napoli, cui vanno aggiunti in qualche modo i 150 milioni per far sparire le ecoballe dalle campagne tra il capoluogo campano e il Casertano. Ma a ben vedere non è proprio tutto oro ciò che luccica, perché i 150 milioni per Milano seguono gli stanziamenti per l’Expo, grande occasione di sviluppo per il territorio lombardo, e saranno destinati alla riconversione dell’area espositiva, per la quale si intende creare un centro ricerca su big data e genomica, una sorta di Silicon Valley d’Italia. All’area di Bagnoli va un terzo delle risorse destinate all’area Expo, che è due volte e mezzo più piccola (240 ettari contro 100). Ancora un’opportunità, l’ennesima, per Milano, già città guida dell’economia nazionale, mentre è evidente che per Napoli ci si limiti alle risorse per la bonifica di un pezzo di paradiso inquinato da anni, che meriterebbe la realizzazione di un polo turistico di prim’ordine. Bagnoli è una grande occasione per il rilancio di Napoli, e per ottenerlo non ci si può limitare alla soluzione del problema ambientale, che non è neanche certa nelle modalità, visto che tutto sarà più chiaro solo dopo le analisi dei terreni, che ci diranno se la colmata sarà rimossa totalmente, parzialmente o solo tombata.
C’è una sostanziale differenza tra sviluppo e bonifica. Perciò le cifre stanziate per Milano (e Roma), confrontate con quelle per Napoli, sembrano davvero sproporzionate. Sarebbero state più corrette se invertite, visto che tra le due città è certamente la seconda ad avere più bisogno di rilancio.

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Ottobre. E il Sud attende ancora il masterplan renziano.

renzi_tennisAngelo Forgione “Il presidente del Consiglio Matteo Renzi, con la colonnina di mercurio sopra i 40 gradi d’Agosto, ha lanciato la bolla contro i piagnistei, ipotizzando per metà settembre un masterplan per il rilancio del Sud. Lo ha fatto alla riunione della Direzione del PD, limitando la discussione al suo partito ed escludendo le altre forze politiche. Il Sud sta ancora aspettando quel masterplan, e fin qui si è dovuto accontentare di una finale tutta pugliese degli US Open di tennis femminile, con Renzi in prima fila a New York invece che a Bari per l’inaugurazione della Fiera del Levante.”

Il virgolettato si riferisce a un passaggio del mio pezzo per il n.13 del quindicinale Informazionesenzafiltro dedicato al Sud (per leggere l’intero articolo clicca qui).

«Rottamare il piagnisteo – disse Renzi il 7 agosto in Direzione PD – non vuol dire non denunciare ciò che non va, ma ricordarsi che ti pagano per risolverlo il problema». L’hashtag #zerochiacchiere lanciato in quell’occasione dal Primo Ministro, evidentemente, non decolla.

Per vedere l’intero intervento di Renzi sul Sud del 7 agosto clicca qui.

Interpellanza sulla crisi del Sud a Montecitorio: tutti al mare!

Angelo Forgione – Venerdì 11 settembre, nel giorno dei funerali di Gennaro Cesarano, 17enne ucciso dalla Camorra, l’Aula di Montecitorio doveva occuparsi anche del Meridione. Era all’ordine del giorno la discussione dell’interpellanza al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’economia e delle finanze e al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, sulla “perdurante situazione di grave crisi economica e sociale del Mezzogiorno e lo stato di attuazione del programma di utilizzo dei fondi europei ad esso destinati” (leggi il testo). Deputato a rispondere il sottosegretario Claudio De Vincenti. Rispondere a chi? A 11 parlamentari su 630. Aula vuota! È così che Montecitorio ha fatto avvertire il suo interesse al Sud. “È una scissione silenziosa, il tricolore e l’inno sono soltanto un guscio vuoto”, questo è il commento di Roberto Speranza, deputato lucano del PD. Mancava anche il deputato avellinese Gianfranco Rotondi (FI), componente della commissione per le Politiche dell’UE, colui che ad Agosto scrisse un cervellotico tweet: “se Napoli accogliesse tutti i migranti e li usasse per pulire le strade avremmo risolto metà dei problemi della città”.
rotondiIl giorno seguente si è aperta a Bari la Fiera del Levante, disertata dal premier Renzi, che è invece volato a New York per assistere alla finale femminile degli US Open tra la brindisina Flavia Pennetta e la tarantina Roberta Vinci. Travolto da non sterili polemiche, non dopo l’estate calda resa rovente dai dati Svimez che ha acclarato che il Mezzogiorno d’Italia è la macroarea più arretrata dell’Eurozona. Il Primo Ministro avrebbe potuto dimostrare un fermo interesse per il Sud ma nel capoluogo pugliese è andato ancora il sottosegretario Claudio De Vincenti, cha ha provato a gettare acqua sul fuoco: «È una giornata di sole per tutti. Era doveroso che il presidente del Consiglio fosse oggi a New York al fianco di Flavia e Roberta. Trovo ridicole le polemiche lette qua e là sugli organi di stampa». La platea ha risposto con il silenzio e qualche timido fischio. «Non sono qui per portare promesse, ma fatti» ha proseguito De Vincenti, annunciando i presunti vantaggi per il territorio derivanti dal discusso gasdotto TAP, che dovrebbe portare il metano dall’Azerbaigian in Italia e all’Europa, via Salento. I sindaci dei comuni salentini, decisamente contrari all’opera per questioni ambientali, hanno inscenato una silenziosa protesta lasciando la sala, qualcuno sfilandosi la fascia tricolore. Certamente, nel Salento non sono tornati con un Frecciarossa.

Rom e profughi spremuti come i meridionali. E l’Italia è prima per corruzione in UE

Angelo Forgione “Mafia de’ noantri”, “Mafia romana”, “Mafia capitale”… Chiamiamola pure come ci pare. È solo una questione di nome. Il fatto è che la nuova questione romana si annusava da decenni e non stupisce. La maestà del “cupolone“, nello specifico, è qualcosa che il capo-procura di Roma definisce «originario e originale, autoctono, con caratteri suoi propri rispetto alle altre organizzazioni mafiose cui è anche collegato». È una “Quarta Mafia” forse meno potente, sul piano militare, di quelle tradizionali perché poggia maggiormente su coperture politiche, e perciò più lacerante e invasiva, temuta e corteggiata, con grandi capacità di includere e condividere.
Scorretto però puntare il dito sulla sola Roma. Dove vi è politica vi è corruzione italiana, e se Roma, centro nevralgico del sistema nazionale, non poteva restarne immune lo stesso vale per ogni parte del Paese, zona più e zona meno. Le bande del MoSE e dell’Expo insegnano che certe organizzazioni hanno molteplici facce e diverse latitudini, ed è importante anche il loro contributo al non formidabile primato raggiunto quest’anno dal Belpaese: L’Italia è prima per corruzione tra i paesi dell’Ue. Il dato è fresco di notifica, consegnata da Transparency International, l’organizzazione internazionale non governativa che si occupa di stilare annualmente una classifica della corruzione percepita, il Corruption Perception Index, sulla scorta delle valutazioni degli osservatori internazionali sul livello di corruzione di 175 paesi del mondo. L’indice 2014 vede l’Italia al posto 69, fanalino di coda per trasparenza tra i paesi membri dell’Unione Europea. È la stessa posizione della classifica 2013, pressoché identica anche ai risultati degli anni precedenti, a testimonianza di una poco invidiabile stabilità conseguita in argomento, e per giunta le uniche europee che la precedevano, Bulgaria e Grecia, l’hanno appaiata, migliorando la loro posizione. Sullo scenario mondiale, in una scala da zero (massima corruzione) a 100 (corruzione assente), l’Italia fa segnare 43 punti e si colloca tra le nazioni che non raggiungono la sufficienza in trasparenza.
Ci si affretta a parlare di “meridionalizzazione”, riprendendo l’ormai antica identificazione scorretta del solo Sud con la parola «corruzione». La storia recente ha detto invece che la “Tangentopoli” di “Mani Pulite” degli anni Novanta è nata nella Milano di Bettino Craxi, da inchieste sugli amministratori del capoluogo lombardo, preludio ai crac emiliani di Parmalat e Bipop Carire e alle più recenti e note vicende. «La corruzione non è confinata solo al Sud-Italia ma sempre più nazionale», disse il mezzobusto che conduceva il TG1 Economia del 29 settembre per lanciare un servizio sulla corruzione italiana. In quel servizio (guarda) il presidente della Corte dei Conti Raffaele Squitieri precisava che «sostenere che il Sud sia il luogo dove la corruzione è maggiore è assolutamente falso».
L’impostazione conserva un certo retaggio storico della Nazione. Sembra che sia stato il Mezzogiorno a infettare il resto d’Italia, ma chi conosce la storia della corruzione in Italia sa bene che il teorema è facilmente sovvertibile, perché fu il governo del Regno d’Italia a delegare i politici meridionali a sostenere rapporti con le mafie per ricorrervi in occasione di tornate elettorali, mentre da Roma in su si verificava un’incredibile esplosione di scandali e fallimenti bancari che scandivano lo sviluppo politico post-unitario.
Da allora, nella capitale non è cambiato molto, ma poco è cambiato pure a nord e a sud del cupolone. Oggi il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ci racconta che Roma non è marcia, e che va punito chi ha rubato senza criminalizzare la città, forse allontanando l’ipotesi dello scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazione mafiosa. Atto che in un altra città sarebbe già scattato automaticamente, ma che per la capitale prefigura un gravissimo danno per la sua immagine all’estero, e per quella dell’Italia tutta. È la stessa dinamica dell’abolizione della chiusura degli stadi per discriminazione territoriale, sanzione cancellata per evitare ulteriori figuracce mondiali dopo lo scivolone estivo sulla buccia di banana del candidato presidente della FIGC Carlo Tavecchio, poi eletto. Alfano ridimensiona il fenomeno della corruzione romana e usa parole diverse rispetto a quelle che normalmente si adoperano per definire Napoli, Palermo, Reggio Calabria e tutte le città del Sud in cui il mondo imprenditoriale che conta non investe più per evidente massacro mediatico, vera metastasi del meridione. Da Roma in su invece sembra esserci sempre una cura per eliminare il tumore senza lasciare tracce dell’infezione. Il fatto è che, proprio come sui Rom e sui profughi che fruttano più della droga, anche sui meridionali – che non producono e comprano merci del Nord – poggiano i privilegi della ricchezza prodotta, e chi la detiene non intende perderla.

Renzi e le sue contraddizioni

«La Germania ha unito Est e Ovest. Noi ancora burocraticamente borbonici»
Due settimane fa aveva elogiato il modello delle Due Sicilie.

Angelo Forgione – Ci ha messo dodici giorni il premier Matteo Renzi, trionfatore indiscusso delle votazioni europee, per cadere in contraddizione. Il 14 maggio era stato a Napoli, in prefettura, e si era riferito al modello borbonico delle Due Sicilie per il rilancio del Sud, seppur apparendo già contraddittorio rispetto ad alcune sue dichiarazioni del passato. Storico Matteo! Non lo aveva fatto nessun Primo Ministro o alta carica dello Stato in 153 anni di storia unitaria.
Durante la trasmissione Rai Porta a Porta del 26 maggio, Renzi, da forza emergente al tavolo dell’Unione Europea, ha parlato di rapporti tra Italia e Germania in chiave continentale, anticipando le sue intenzioni rispetto alla cancelliera Angela Merkel. Ed eccolo di nuovo giocare con le parole:
«Siamo in grado di andare dalla Merkel e dire “questa è la semplificazione della pubblica amministrazione italiana, che non può essere borbonica”?».
Certo, si tratta di uso di una parola sbattuta sul dizionario con l’accezione denigratoria della Storia del Sud che ormai non regge più, come da Renzi stesso evidenziato. E pure il suo predecessore Enrico Letta, nel corso del summit dei capi di Stato e di governo dell’Ue dello scorso ottobre, aveva affermato che «bisogna lavorare affinché l’Italia non sia guardata più come il Paese più burocratico e borbonico». Inutile – ma non lo è – ricordare ancora una volta che la burocrazia italiana è sabauda, non borbonica, e che sono stati i piemontesi a imporre e condurre la loro Italia, non i napoletani.
Renzi sia più fedele a quel che dice e non metta maschere diverse in base al palcoscenico che calca. Tanto più se cita l’esempio dell’unione tedesca, vera: «La Germania, negli anni Duemila, che cosa ha fatto? Ha fatto quello che noi non abbiamo fatto: ha fatto delle riforme strutturali per unificare Est e Ovest, investendo fortemente sul mercato del lavoro, e adesso è leader in Europa e fa registrale percentuali di crescita come nessun altro Paese».
Tutto giusto, tutto perfetto, a parole. Dunque, Renzi, ha la ricetta per unire l’Italia – ma non da oggi – e sa come cancellare il divario Nord-Sud, anche quello di stampo sabaudo, non borbonico. Se non lo farà, la colpa non sarà della Merkel.

tratto da Made in Naples (Magenes, 2013):
Sono stati i Savoia a governare l’Italia piemontesizzata per circa ottantacinque anni, non i Borbone. Dunque, può mai essere borbonico il retaggio governativo della Nazione italiana? La burocrazia italiana non è borbonica ma, semmai, figlia di quella sabauda e piemontese instaurata negli anni del Regno d’Italia, esasperata e finalizzata alla sparizione di soldi pubblici. Un modo d’intendere l’amministrazione statale da cui derivò una sfrenata “creatività” tributaria a Torino e la necessità di unirsi con chi aveva i conti in ordine e poche tasse. Perché, dopo il 1855, il Regno di Sardegna non compilò più il bilancio statale? Forse “per oscurare le informazioni”, come denunciò nel 1862 l’economista Giacomo Savarese. Fu questa l’origine del debito pubblico italiano, prettamente piemontese, come conferma la ricerca Un’Italia unificata? – Il Debito Sovrano e lo scetticismo degli investitori di Stéphanie Collet, pubblicata nel luglio 2012.

Renzi, il Sud e i Beni Culturali orfani di Bray

ecco perché l’apprezzato ministro uscente del MiBAC è stato silurato

renzi_brayAngelo Forgione – L’incoronazione di Renzi, terzo premier consecutivo senza maggioranza eletta, non ha entusiasmato affatto chi ha criticato l’assenza nel suo intervento di riferimenti al Mezzogiorno durante la replica al Senato per la fiducia. La questione meridionale continua ad essere ignorata dall’agenda politica nazionale, ma Renzi ha risposto così: «erano meglio gli impegni verbali e i disimpegni sostanziali degli ultimi decenni, le parole in libertà?», che può avere due interpretazioni: o questo Governo non fa proclami per passare ai fatti oppure, sapendo di non voler fare i fatti, preferisce non parlare del Sud.
Brutti segnali sono arrivati dal totoministro ai Beni Culturali. In quel Dicastero, da più parti è stata chiesta la riconferma di Massimo Bray, promosso cum laude. Un vero e proprio plebiscito sui social network per il ministro uscente, sostituito per logiche partitiche da Dario Franceschini, proprio colui che Renzi aveva definito “il vice-disastro” quando questi, nel 2009, era stato eletto segretario del PD.
Bray è già rimpianto per l’autentica passione dimostrata e per i passi compiuti, cercando di riportare la cultura al centro delle politiche del Paese e puntando a cambiamenti sostanziali senza troppo chiasso ma instaurando un rapporto più vicino ai cittadini, ringraziati nel suo commosso commiato. Ha interrotto la disastrosa serie di Sandro Bondi, Giancarlo Galan e Lorenzo Ornaghi, parlando del patrimonio umiliato, ma è stato messo da parte nonostante abbia evitato che Pompei finisse in mani inaffidabili, abbia rimesso in vetrina i Bronzi di Riace, abbia mantenuto la promessa di ricomprare la Reggia di Carditello (e ora?), e abbia fatto qualcosa di significativo in tutto l’arco del suo operato. È stato proprio questo il freno di una persona fattiva che ha trovato opposizione da parte dei “vertici” a ogni tentativo di riorganizzazione radicale del suo Ministero. Un nuovo mandato avrebbe probabilmente permesso a Bray di proseguire in direzione di una vera e necessaria riforma, altro motivo per cui era caldeggiata la sua riconferma. Lui ha parlato di tutto il patrimonio nazionale e si è interessato finalmente anche a quello del Sud. Infine, fatto non trascurabile, è andato in Rai a parlare di intelligenza dei Borbone (clicca qui), dimostrando di essersi immerso senza pregiudizi nella grande storia del Sud e di volerla valorizzare rivisitandola. Anche questo ha pagato chi ora, insieme a tutti i suoi sostenitori, deve confidare nella buona sorte dei nostri monumenti, affidati a Franceschini, il “vice-disastro”.