Una chiacchierata Made in Naples con Raffaella Iuliano

“‪‎Napoli‬ è femmina. Mediterranea, seducente, sinuosa, formosa […]“.
Una piacevole chiacchierata Made in Naples con Raffaella Iuliano per la trasmissione ‘Spakkanapoli’ (Canale 9), sullo sfondo suggestivo della Reggia di Capodimonte nel “bel” mezzo di una tempesta di vento.

Briganti dell’informazione sul palco di Giugliano

Tratte dalla diretta televisiva di TeleClubItalia, le interviste ad Angelo Forgione, l’editore Gino Giammarino e Gennaro De Crescenzo (Mov. Neoborbonico), realizzate dopo il dibattito culturale moderato da Sara Giglio (Radio CRC), tenuto nella centrale piazza Matteotti di Giugliano (NA) nell’ambito della manifestazione ‘La Tammorra dei Briganti’.

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Convegno a Giugliano (NA) per “La Tammorra dei Briganti”

Sabato 30 aprile appuntamento a Giugliano (NA), ore 18, in piazza Matteotti. Convegno meridionalista con la partecipazione di Angelo Forgione, Gennaro De Crescenzo e Gino Giammarino nell’ambito della rassegna ‘La Tammorra dei Briganti’, evento storico culturale ed enogastronomico nel segno della storia del “brigantaggio” e del Sud e della valorizzazione di cultura e tradizioni del nostro territorio, organizzato dall’associazione Liberal, guidata da Domenico Ciccarelli, con il patrocinio morale del Comune di Giugliano. Tre giorni (29, 3 aprile e 1 maggio) di incontri, concerti, dibattiti, esposizioni artigianali, sfilate di carrozze e cavalli, degustazioni senza pause nel centro storico di Giugliano tra corso Campano e via Roma.

Pizza margherita tra verità e stereotipi: «a Napoli qualcuno è mariuolo»

Angelo Forgione – Non può che rallegrarmi, per evidenti motivi, che l’opera di demolizione del falso storico circa la pizza ‘margherita’, ingannevolmente inventata per la regina Margherita di Savoia, avanzi in modo spedito, talmente spedito che le narrazioni storiche iniziano a dare ormai per certo che si tratti di una romantica storiella utile, nel post-colera ottocentesco, a convincere gli italiani che l’acqua di Napoli, grazie al nuovo acquedotto del Serino, che aveva sostituito gli antichi acquedotti tufacei, non costituiva più un problema e la pizza non rappresentava più un temibile veicolo di contagio.
Fa oltremodo piacere notare che anche i discendenti – si fa per dire – della Real Casa sabauda inizino a confessare che la pizza napoletana ‘a margherita’, poi divenuta la regina delle pizze, non sia affatto un’invenzione dedicata alla loro sovrana ma semplicemente un omaggio di qualcosa di già esistente per ricamarci su una narrazione di stampo pubblicitario e rilanciare un alimento nato dalla rivoluzione agricola attuata da Ferdinando di Borbone tra la Real Tenuta di Carditello e i territori di San Marzano, i cui frutti [mozzarella e pomodoro] si incontrarono a Napoli, alla fine del Settecento, su un disco di pasta da cuocere in forno.
E però sembra che ci debba scappare comunque il più scontato dei luoghi comuni quando a ricostruire la verità è proprio un torinese. Come nel caso di Federico Francesco Ferrero, gourmet e nutrizionista piemontese, ospite alla trasmissione Kilimangiaro – Tutto un altro mondo di Rai Tre del 13 marzo, in onda proprio dagli studi di Napoli. Accade che Camila Raznovich, conduttrice milanese, gli chieda di Raffaele Esposito e della sua pizza tricolore omaggiata a Margherita di Savoia. Il distinto Ferrero prova a sfoderare subito la sua vena ironica, ma inciampa sullo stantio stereotipo: «Sai, qua siamo a Napoli, e sai che a Napoli qualcuno è anche un po’ mariuolo. Raffaele Esposito non inventò nulla, e la pizza tricolore esisteva già da quarant’anni alla stessa maniera». Molto probabilmente anche più di quarant’anni, a prescindere dai primi testi che ne riportano la preparazione, ma complimenti al nutrizionista di Torino per il coraggio di affermare davanti al pubblico napoletano in studio che Napoli è anche un po’ mariuola, nonostante a scippare un intero Regno, con tanto di marchio sul suo piatto principe, siano stati i piemontesi. In certi casi ci si appella all’autoironia partenopea, e così ha fatto il Nostro sulla sua pagina Facebook per rispondere alle proteste immediate. Ed è proprio qui il punto, perché Ferrero non voleva offendere ma essere simpatico con una battuta preparata, ed è proprio questa la dinamica sociologica con cui i preconcetti penetrano nella testa degli individui predisposti ad accoglierli. Ferrero è lì per affermare la legittimità della candidatura dell’arte dei pizzaiuoli napoletani a patrimonio immateriale dell’umanità, e lo fa benissimo dopo l’inciampo iniziale. «L’Unesco tutela l’intelligenza dell’uomo (al netto degli stereotipi e dell’autoironia per accettarli) e l’intelligenza, non di Raffaele Esposito ma dei napoletani, è stata quella di alzare e abbassare la pala all’interno del forno a legna per assicurare cottura, elasticità e digeribilità a una preparazione molto complessa». Poi la Raznovich divaga sulla pizza nello Spazio e i suoi problemi di consistenza, e Ferrero, ancora in gran vena ironica, la paragona per immangiabilità a quella che si fa a Torino. Applausi dal pubblico napoletano, risata dell’ospite e imbarazzo della conduttrice, che prende le distanze dall’affermazione per evitare disapprovazione dai telespettatori sabaudi. Peccato che pochi secondi prima non si fosse dissociata dalla battuta sui mariuoli. Morale della favola: napoletano mariuolo si può dire serenamente in tivù; pizza torinese immangiabile, no. Capito come funziona? Un po’ di pazienza, e per il momento accontentiamoci di sbriciolare lentamente l’altra favoletta, quella della pizza tricolore del 1889.

Un parmigiano a Caserta: «i campani sono legati all’età borbonica»

tatuaggio_giglioDa Parma a Caserta. È la storia di Carlo di Borbone, ma da qualche mese anche quella di Pier Maria Saccani, parmigiano, dallo scorso gennaio alla guida del Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana dop, ospite a Tagadà (La7) nella puntata dell’11 marzo (insieme al direttore della Reggia di Caserta Mauro Felicori; ndr). La padrona di casa, la napoletana Tiziana Panella, con un passato nella giunta provinciale casertana, gli chiede cosa l’ha colpito di più di Caserta. La risposta è chiara: «L’ospitalità, ma anche il legame col territorio. Ma, soprattutto, la conoscenza che i campani hanno del loro territorio e il grande orgoglio che hanno per la loro storia. Tutti conoscono la storia borbonica, ed è un legame morto forte!».
E se l’identità ha resistito a un secolo e mezzo di oblio storico…

La storia bandita al ‘San Paolo’. Dopo le bandiere tocca alle sciarpe.

Angelo Forgione sciarpeAncora sequestri di materiale recante lo stemma dell’antico Regno delle Due Sicilie allo stadio ‘San Paolo’ di Napoli. La vicenda ha ormai assunto connotati grotteschi. A novembre scorso partì la censura delle bandiere storiche, e il Gruppo Operativo di Sicurezza della Questura informò che tale simbologia avrebbe dovuto essere associata ai simboli e ai colori del Calcio Napoli. Ora, improvvisamente, vengono sequestrate sciarpe azzurre con simboli storici, e non è pensabile che siano state sottratte solo perché prive dello stemma ufficiale della SSC Napoli, o perché magari materiale non ufficiale. A questo punto bisogna chiedersi perché la linea ufficiale firmata dallo sponsor tecnico, che stava facendo registrare un picco di vendite mai verificatosi prima, sia improvvisamente sparita dagli stores ufficiali del club azzurro.
Quanto si sta verificando, con incomprensibile accanimento da qualche mese – lo dico da studioso e saggista di storia e scienze sociali – è grave. Non si tratta di affermare forme politico-nazionali ormai superate ma di diritto negato all’ostentazione dell’identità storica e alla rivendicazione non violenta, in un luogo pubblico come lo stadio, della dignità culturale di un popolo, peraltro bersagliato con cori e striscioni infamanti e razzisti in tutti gli impianti d’Italia, dove si vedono simboli ed espressioni offensive di ogni tipo.
Sulla vicenda si sono espressi univocamente anche Gianni Simioli, popolare conduttore de La Radiazza (Radio Marte) e il consigliere regionale di Davvero Verdi Francesco Emilio Borrelli:
“Questa vicenda non può passare sottotraccia. Pur non essendo neoborbonici, troviamo incredibile e ingiustificabile che delle sciarpe da tifosi con il simbolo delle Due Sicilie vengano sequestrate privandoli della libertà di esprimere le proprie idee culturali e storiche in modo pacifico. Negli stadi da anni sono stati consentiti simboli neofascisti o anche neonazisti senza che nessuno sia intervenuto. Sono state accettate scritte inneggianti alla violenza, alla criminalità o anche alla camorra. Quasi in ogni partita i tifosi napoletani vengono insultati e denigrati con cori razzisti o offensivi e ci si concentra nel sequestrare delle sciarpette con simboli identitari? Chi ha deciso il sequestro dovrà risponderne in tutte le sedi opportune”.

Una travel-blogger milanese innamorata di Napoli

Nella puntata del 21 dicembre di Capital in the World (Radio Capital) dedicata a Napoli, Sonia Sgarella, una travel-blogger milanese, descrive con emozione coinvolgente la città partenopea attraverso una scelta di citazioni, film e libri utili a capire davvero la città più indecifrabile del mondo. Tra i quattro libri scelti, anche Made in Naples.

Quattro chiacchiere con Angelo Forgione a Portici

La Questione meridionale “chiacchierata” attraverso lo sport e la Cultura napoletana! Un’occasione imperdibile per riscoprire, da un punto di vista completamente nuovo, le proprie radici e i perché di un’Italia che ancora oggi viaggia a due velocità!
Se ne discute oggi, 21 novembre, con Angelo Forgione. Appuntamento alle ore 17.30 alla libreria Libridine di Portici (NA), in via Diaz, 71.

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De Laurentiis: «il Napoli è nato nel 2004». Maradona, scudetti e storia cancellati?

Angelo Forgione – «Il Napoli è nato con me nel 2004, altro che 1926! Ho comprato un pezzo di carta per 33 milioni di euro. Il Napoli non esisteva più, potevo anche chiamarlo Partenope». Sono parole del presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis, per cui la storia del Napoli a lui preesistente non esisterebbe più. È chiaro che non sia così, e lo sa bene anche il patron azzurro, che magari non sa che la vera nascita del Napoli è datata 1922 ma era ben conscio, nel 2004, che avrebbe speso 33 milioni di euro per acquistare una storia importante, con un certo peso commerciale. Certo, avrebbe potuto cambiare la denominazione e partire dai dilettanti invece che dalla Serie C1, magari in un’altra città, senza spendere milioni per un pezzo di carta, senza palmarès, senza storia e senza ritirare la n.10. E invece l’ha fatto, e l’ha fatto a Napoli, dove non aveva concorrenza sportiva, perché non è persona sprovveduta ma lungimirante e attenta agli investimenti.
Tifosi irritati, e non solo i tifosi.
Ma Aurelio De Laurentiis non va preso alla lettera. Aurelio De Laurentiis va interpretato per i messaggi che manda a tutto l’ambiente. Ne ho parlato con il direttore di Tuttonapoli.net e coi tifosi alla trasmissione Club Napoli All News di Tele Club Italia, spaziando anche su temi extra-calcistici.

Dalla Germania, il re della birra nel tempio del caffè

Angelo Forgione Ursula Stumpe Lockheimer è una donna di Leimen, sud della Germania. Un tempo, la sua famiglia gestiva una birreria e qualcosa da smaltire di quegli arredi ancora le è rimasta in magazzino. Un pezzo ha voluto portarlo a Napoli, città che ama e sul cui sviluppo urbanistico ha incentrato, anni fa, la sua tesi di laurea. Ha caricato sulla sua auto una statua di Gambrinus, il mitologico Giovanni di Borgogna, il “senza paura”, Re della Fiandre e patrono della birra, ha acceso il motore ed è partita in direzione del Vesuvio. La sua meta era il Gran Caffè Gambrinus, in pieno centro. Quando è arrivata, dopo 1200 chilometri e 15 ore di viaggio, ha consegnato la scultura ai gestori dello storico caffè napoletano (foto F. Borrelli). La sua testimonianza appassionata è stata raccolta dal consigliere regionale Francesco Borrelli (clicca qui per il video).
Ma perché il Re della birra ha dato il nome al locale simbolo del caffè di Napoli? La storia inizia nel 1860, quando, al piano terra del lato di piazza San Ferdinando del palazzo della Foresteria, l’elegante edificio costruito nel 1816 che oggi ospita la Prefettura, l’impreditore Vincenzo Apuzzo apre il Gran Caffè. Diviene in breve tempo il salotto del bel mondo cittadino, tanto da ottenere il raro e prestigioso riconoscimento di “Fornitore della Real Casa” per la bontà dei suoi prodotti. Nel 1890, in piena Belle Èpoque, il Gran Caffè viene ristrutturato in stile liberty dall’architetto Antonio Curri, da poco reduce dalle decorazioni della nuovissima Galleria Umberto I, con il prezioso lavoro di quaranta tra artigiani e artisti, e ribattezzato Gran Caffè Gambrinus in nome del leggendario Re delle Fiandre e della birra, colui che, secondo il poeta tedesco del Cinquecento Burkart Waldis, apprese l’arte della birra da Iside. Chiaro il riferimento esoterico, visto che la birra è da sempre figlia di un processo alchemico capace di esaltare l’umore, di ridurre i freni inibitori e di rendere impavidi, cioè “senza paura”; da sempre, simbolo del sacro fuoco anche nel nome (dal greco pyros: fuoco). Ma perché, mentre in tutta Europa il Re senza paura dà il nome a diverse birrerie, a Napoli veniva associato a un Caffé? In piena Unità d’Italia, l’intenzione è quella di mettere insieme, nell’immaginario, la classica bevanda fredda e chiara del nord con quella bollente e scura ormai tipicamente napoletana. Un respiro internazionale per il nuovo Gambrinus, che si consacra come tempio dell’élite intellettuale napoletana, europea ed oltre, dove ritrovarsi per fare politica, letteratura e arte, rendendosi uno dei più riusciti esempi in Italia di caffè letterario di ispirazione europea. Nell’agosto 1938, in pieno Fascismo, il Gran Caffè Gambrinus viene chiuso perché accusato di essere luogo di ritrovo antifascista, mentre è in realtà un affollato e chiassoso ritrovo proprio sotto l’abitazione del Prefetto e Signora. I locali vengono assegnati a un’agenzia del Banco di Napoli fino al 1952, quando l’ala su Via Chiaia viene restituita alla precedente funzione e gestita dall’imprenditore Michele Sergio, i cui figli, dopo una battaglia con il Banco, riescono a riappropriarsi anche del resto degli sfarzosi saloni. Oggi, in nome della birra, una tedesca è scesa a Napoli per stringere la mano ai figli di Sergio, signori del caffè.