DOV’È LA VITTORIA – le due Italie nel pallone

Dov’è la Vittoria – Le due Italie nel pallone (Aspetti sportivi della malaunità politico-economica) è un saggio di indagine sulle cause delle differenti performance sportive dei movimenti calcistici del Nord e del Sud d’Italia, inquadrate nell’ottica del divario interno italiano su cui convergono da sempre la politica e la finanza nazionale, e approfondisce le dinamiche oscure che – da sempre – regolano il “dietro le quinte” del Calcio italiano.

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copertina Edizione 2015

Il Calcio italiano fa i conti con la sua credibilità. È influenzato, in modo fin troppo evidente, dalle pulsioni che attraversano la nostra società: le crisi economiche, i giochi della finanza, la corruzione politica, la sfiducia nelle istituzioni, le polemiche sui giudici (arbitri), le strutture inadeguate, l’insicurezza, i localismi, l’intolleranza. E poi, il divario Nord-Sud. L’Italia continua a non perseguire una vera unità e il suo divario interno, che è un unicum nel panorama dei paesi economicamente avanzati, continua a squilibrare anche il movimento calcistico nazionale. Insomma, il Calcio italiano, di fatto, riflette perfettamente la condizione del Paese, il suo regresso, che è anche, e soprattutto, causato dalla sua divisione interna che lo indebolisce.

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copertina Edizione 2017

La centocinquantennale “Questione meridionale” è un aspetto latente e mai analizzato a fondo – eppure assai decisivo – del Pallone italiano, dominato storicamente da tre squadre del Nord, espresse dal “triangolo industriale”, che sfruttano i vantaggi di localizzazione e attingono dal serbatoio di passione del Centro-Sud, un’altra forma di emigrazione meridionale, diversa da quella fisica di studenti e lavoratori. Sull’altro fronte, solo il Napoli e le squadre di Roma riescono a competere, a cicli alterni e diradati nel tempo.
Perché il Nord ha vinto più di 100 scudetti mentre il Sud non è arrivato neanche in doppia cifra? Perché le squadre del Sud faticano ad affacciarsi alla Serie A? Come hanno fatto le squadre settentrionali a prendere il pallino del gioco? E come l’hanno mantenuto? Cosa ha consentito a Cagliari, Napoli, Roma e Lazio di raccogliere le briciole lasciate dalle squadre del Nord? Perché Juventus, Milan e Inter sono squadre “nazionali”? E perché sono le più amate ma anche la più odiate? Perché il Napoli gode di una passione smisurata ed è considerata la vera nazionale dal suo popolo? Quando e come nasce la discriminazione territoriale? Chi ha manipolato la passione degli italiani? Tutti quesiti cui dare adeguate risposte, individuabili con una macrovisione dello show-business, fondamentale per comprendere il significato del fenomeno calcistico nella vita della Nazione unita e nel contesto storico, politico ed economico d’Italia.
La squadra più vincente d’Italia è legata a una famiglia piemontese che ha fatto la storia dell’industrializzazione italiana del Novecento. È una delle squadre di Torino, prima capitale del Regno e città dei Savoia, la dinastia che forzò un più corretto percorso di Unità nazionale e “piemontesizzò” la Penisola nel secondo Ottocento. Mentre si realizzava l’Unità geografica, in Inghilterra nasceva il Foot-ball, lo sport che, come tutti i costumi britannici, sarebbe divenuto uno strumento di affermazione egomonica della “Perfida Albione” nel mondo. Il Regno Unito, che esercitò la sua forte influenza nel piano sabaudo di unificazione monarchica della Penisola, avrebbe caricato i palloni da calcio a bordo delle proprie navi piene di merci e li avrebbe portati nei porti di mezzo mondo, compresi quelli italiani, importanti nella rotta verso il nuovo Canale di Suez, realizzato per accorciare le distanze con l’Oriente. Non a caso il Foot-ball di casa nostra vide la luce a Torino e in quella Genova che ne era il principale sbocco sul mare, per poi abbracciare Milano. Il “loro” campionato fu precluso alle squadre del Sud per circa trent’anni e l’Albo d’Oro contempla scudetti esclusivamente settentrionali, siglati prima che il Ventennio fascista aprisse la contesa anche al resto del Paese, procurando fastidio al movimento di quel Settentrione che nel frattempo riceveva massici favori nell’industrializzazione. Il dopoguerra consacrò il Calcio industriale. E oggi cosa accade?
Dov’è la Vittoria è un’indagine a carattere storico-sociologico-antropologico supportata da studi di economisti, docenti universitari e istituti di ricerca, per individuare le cause delle differenti performance sportive dei movimenti calcistici del Nord e del Sud d’Italia, inquadrate nello scenario del divario interno italiano. Anche attraverso la ricostruzione dei maneggi oscuri nel “dietro le quinte” della grande passione degli italiani – su cui convergono la politica e la finanza nazionale – ne viene fuori una fotografia del Calcio tricolore che illustra con completezza un aspetto poco dibattuto dell’annosa “Questione meridionale”. I veri protagonisti sono l’Italia e gli italiani, che in realtà non esistono, e trovano anche nel Football un linguaggio comune per dimostrarselo.

Capitoli

  1. Un affare da “screanzati” – prefazione di Oliviero Beha
  2. Divide et impera – introduzione dell’autore
  3. Una Questione nazionale – il divario Nord-Sud
  4. Prima il Nord – la Federazione con la palla al piede
  5. Fatta l’Italia, facciamo i tifosi – il tifo nel Paese dei campanile
  6. Sudditi di Sua Maestà – impronte anglosassoni sul pallone
  7. Stringiamci a Coorte – il triangolo Genova-Torino-Milano
  8. Il Regno d’Italia – il matrimonio Juventus-Fiat
  9. Fratelli d’Italia – la discriminazione territoriale
  10. Libera frode in libero Calcio – un secolo di scandali italiani del pallone
  11. L’Italia chiamò – il maxiflop nazionale dei Mondiali ‘90
  12. Siam pronti alla morte – conclusioni dell’autore

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► Intervista su iogiocopulito.it de Il Fatto Quotidiano

Littizzetto e il sottile confine tra la difesa e l’offesa

Tratto da La Radiazza su Radio Marte, il mio commento alle parole di Luciana Littizzetto, che nel corso del suo spazio a Che Tempo che Fa del 19 aprile ha inteso stigmatizzare l’autolesionismo italiano dimostrando che gli hooligans di piazza di Spagna erano olandesi, mica napoletani! Si trattava certamente ed evidentemente di un tentativo di evidenziare come i tifosi violenti e incivili siano dappertutto, non solo in Italia, ma tirare in ballo i napoletani in un discorso in cui si ponevano altri esempi (senza altri paragoni del genere) ha sortito come effetto anche quello di affermare i napoletani stessi come i più incivili d’Italia. La comunicazione è un’arte, e il confine tra la difesa e l’offesa può risultare a volte molto sottile.

L’ipocrisia di Tavecchio e della giustizia sportiva

Angelo Forgione Cori dal 1′ al 90′ contro Napoli. Striscioni offensivi nei riguardi di Antonella Leardi, madre di Ciro Esposito, accusata di lucrare sulla morte del figlio. Allo stadio Olimpico di Roma è andata in scena una nuova vergogna, e a nulla è servito il comportamento esemplare dei napoletani nel corso della partita di andata. Lasciamo stare che dal libro scritto la signora Leardi non caverà un euro e devolverà tutto in beneficenza (come in passato a beneficio del ‘Gemelli’ di Roma). Lo striscione più indecente è quello che recitava “Daniele con noi”, come a dichiararsi tutti idealmente solidali a un accusato di omicidio in quella curva giallorossa.
I romanisti non solo non si sentono colpevoli dell’omicidio di Ciro Esposito, dimenticando quanto odio razzista vomitano nei confronti dei napoletani anche quando non c’è il Napoli di scena nella capitale. Eppure l’Olimpico è l’unico stadio d’Italia che, in regime di squalifiche dei settori, ha subito la chiusura non solo delle curve ma anche delle tribune. Neanche la Roma, nel suo comunicato ufficiale, si è degnata di stigmatizzare il comportamento dei suoi tifosi fascisti, ma questo fa parte del teatrino. Come dello stesso teatrino fa parte l’atteggiamento del presidente della FIGC Carlo Tavecchio, che si è detto sorpreso per quanto accaduto e ha condannato il tutto annunciando l’interesse della Procura Federale, che non porterà a nulla. “Le partite del nostro campionato – ha detto Tavecchio – dovrebbero essere un luogo di gioia e non di insulto, per questo lavoriamo sulla trasmissione dei valori alla base del calcio: l’ignoranza e la violenza sono mali sociali che si estirpano con progetti comuni, di tutte le componenti sportive e politiche, oltre al contributo fondamentale dei media”. Parole vuote di un massimo dirigente federale inadeguato ed evidentemente già bruciato alla sua elezione, senza alcuna credibilità in tema di razzismo, artefice (per volontà altrui) della modifica con effetto immediato, alla sua elezione, dei rognosi articoli 11 e 12 del Codice di Giustizia Sportivo relativi alla chiusura dei settori per “discriminazione territoriale”. Con le manovre estive, risultato raggiunto: niente sanzioni dure, niente dibattiti televisivi, niente indignazione e tanti cori e striscioni offensivi nel luogo del delitto. Tutto come prima, peggio di prima. Un’ipocrisia senza fine.
Sfugge ai più che la modifica dell’articolo 12 stabiliva l’applicazione di ammende, invece delle tanto contestate chiusure parziali degli stadi, ma, nei “casi più gravi”, permaneva al comma 6 l’obbligo di disputare partite a porte chiuse; casi “da valutare in modo particolare con riguardo alla recidiva”. In sostanza, restò in piedi almeno la “valutazione”, ovvero l’interpretazione da parte del giudice sportivo, però soggettiva e influenzabile dalle già rumorose pressioni esterne. Quello della vigilia di Pasqua non è forse un caso così grave da meritare la chiusura dell’Olimpico?

‘Discriminazione territoriale’: adeguamento all’Europa? Fu proprio l’UEFA a chiedere severità

Angelo Forgione Assordanti cori contro Napoli durante Lazio-Napoli di Coppa Italia, siamo alle solite. Il passo indietro della FIGC ha di nuovo reso possibile l’impunità. Il “castigo”, dopo la modifica degli articoli 11 e 12 del Codice di Giustizia Sportiva con cui è stata cancellata la chiusura dei settori responsabili di certi atteggiamenti, ricade esclusivamente sulle società, chiamate a pagare semplici multe senza rivalersi sui responsabili. Insomma, insultare Napoli si può, a pagamento dei non responsabili, ai quali una multa fa solo il solletico.
Il dietro-front sulla responsabilità oggettiva di Carlo Tavecchio, già apparecchiato al punto 2 del suo programma elettorale, fu ispirato in sede di candidatura dal suo gran sostenitore Galliani, con Lotito (proprio il presidente della Lazio) e di tutti i presidenti dei club più importanti a ruota, e ha autorizzato gli ultras a cantare vittoria nel braccio di ferro con le istituzioni del Calcio. Si è agito in direzione di una “armonizzazione a livello europeo della responsabilità oggettiva”. Falso, falsissimo, perché era stata proprio l’UEFA a chiedere severità alle varie federazioni. La FIGC fu allertata nella primavera 2013 da Platini e soci per la degenerazione degli eventi italiani, e dovette recepirne le nuove direttive, diramate il 23 maggio 2013 nel 37° Congresso Ordinario di Londra in cui il parlamento del Calcio europeo adottò la risoluzione Il Calcio europeo contro il razzismo, con cui furono inasprite le pene per i casi associati agli eventi internazionali. Attraverso l’Articolo 14 del proprio Regolamento Disciplinare, furono vietate dall’organismo internazionale le forme di propaganda ideologica e introdotte punizioni severe, compresa la chiusura parziale o totale degli stadi, per i tifosi che avrebbero insultato la dignità umana per ragioni di razza e origine etnica.
Da Londra, l’UEFA pretese altrettanta severità da ogni federazione affiliata, chiedendo di impegnarsi per favorire l’adozione di identiche politiche sanzionatorie “in relazione alle manifestazioni nazionali”, lasciando cioè ad ognuna la libertà di allargare le tipologie di discriminazione in base alle diverse problematiche presenti nei vari paesi. In Scozia, ad esempio, la questione riguardava da sempre l’ambito religioso, diviso in presbiteriani, cattolici ed anglicani. In Italia il problema interessava la divisione interna e l’aggressione ideologico-territoriale verso i meridionali, ma de facto contro i napoletani. La FIGC si adeguò, credendo di essere in grado di vincere un’antica battaglia culturale. L’insulto alla dignità umana, non potendo (volendo) la FIGC considerarlo “razziale”, fu rubricato come “discriminazione per origine territoriale”. L’Articolo 11 del Codice di Giustizia Sportiva fu adeguato alla nuova normativa UEFA con un inasprimento delle sanzioni in materia di razzismo. Gli ispettori federali furono chiamati a non tapparsi più le orecchie per far scattare la tagliola della chiusura dei settori.
Dopo le prime sanzioni e le forti proteste delle società, incapaci di svincolarsi dal ricatto dei tifosi, fu ben presto scardinata la certezza della punizione dall’intervento di Galliani. Risultato: modifica all’applicazione della norma e introduzione da parte del Consiglio Federale della ‘sospensione condizionale’, una sorta di ammonizione per le società, le cui pene sarebbero state congelate per un anno solare e applicate in modo cumulativo solo nel caso in cui i loro supporters, nel periodo interessato, si fossero resi responsabili di una seconda violazione. L’intento era quello di ridurre il rischio di chiusura parziale degli stadi, col subdolo presupposto che il Napoli sarebbe stato ospitato solo una volta l’anno da ciascuna società, ignorando però che la maleducazione dei tifosi più accesi si sarebbe manifestata anche in partite senza i partenopei di scena. Per rendere ancora più incerta l’applicazione della sanzione fu stabilito che il giudice sportivo, in caso di presenza del fenomeno, avrebbe dovuto valutarne l’entità e la capacità di raggiungere l’offeso. E su quali parametri? Tutto in modo discrezionale e soggettivo, quindi non verificabile e influenzabile da pressioni esterne. Infine, con l’elezione di Tavecchio al posto di Abete, la totale marcia indietro per conformarsi alle altre federazioni europee e “per evitare di sottoporre i club italiani a sanzioni superiori al resto dell’Europa”, come se dappertutto esistesse un problema interno come quello italiano e come se non fosse stata l’UEFA e chiedere severità, la stessa UEFA che ha squalificato Tavecchio per dichiarazioni di stampo razzista.

Thuram: «Napoletani terroni? Non ci trovo nulla da ridere!»

Angelo Forgione Significativa apparizione di Lilian Thuram a Le Invasioni Barbariche, talk-show in onda su La7. Impegnato nella lotta al razzismo, sfruttando la sua popolarità per una causa importante, l’ex calciatore di colore della Juventus e del Parma ha evidenziato, tra l’altro, l’anomalia di Carlo Tavecchio, eletto presidente federale dopo aver pronunciato frasi indegne (per le quali non è stato sanzionato dalla sua stessa Federazione, al contrario di UEFA e FIFA; ndr). «L’elezione di Tavecchio – ha detto il campione francese – ti fa capire qual è la situazione della società italiana». Intelligente il passaggio sul razzismo strisciante degli italiani del Nord verso quelli del Sud, e significativa la risposta alla conduttrice Daria Bignardi, scoppiata a ridere quando l’intervistato ha ricordato che il suo ex compagno di squadra Fabio Cannavaro, napoletano, veniva apostrofato come “terrone”. «Questo a me non faceva ridere perché dimostra i pregiudizi del Nord verso il Sud!». Così Thuram ha freddato la giornalista emiliana. Grazie a Tavecchio, il Calcio italiano è tornato a ridere della “discriminazione territoriale”, e lo stesso Thuram aveva già in passato dichiarato di non essere affatto d’accordo con le sole multe per questa forma di razzismo.

Andrea Agnelli e il campanilismo di cultura

Angelo Forgione Le manovre estive di Carlo Tavecchio per il declassamento della ‘discriminazione territoriale’, di esecuzione più che di concetto, hanno sortito il risultato sperato. Che idea ci si sarebbe fatta all’estero dell’Italia alla vista delle curve della Serie A sbarrate e vuote per razzismo, dopo le polemiche per le frasi sul fantomatico Opti Pobà? Dunque, niente sanzioni dure, niente dibattiti televisivi, niente indignazione. L’attenzione è calata e le polemiche, sopite, non sono più in grado di sensibilizzare. Tutto come qualche anno fa. E Andrea Agnelli a lamentarsi di Tavecchio così come pure delle multe, sostenendo un presunto campanilismo italiano di buon costume:

«Mi dà fastidio che molte delle sanzioni applicate siano legate alla discriminazione territoriale che punisce a mo’ di razzismo il campanilismo, che invece fa parte della nostra cultura e non è razzismo. Vanno colpiti i “buuu”, gli altri cori sono nostre peculiarità.»

Il presidente bianconero non ci sta neanche a pagare il conto. Per lui il campanilismo è un valore peculiare, e tale ritiene ciò che invece è a tutti gli effetti razzismo interno. Questo ha fatto intendere nel corso di un incontro alla Triennale di Milano, in cui ha pure commentato le famose frasi razziste di Tavecchio:

«L’Italia ha un senso etico molto basso e gli scivoloni non creano particolare sorpresa.»

Detto da chi nasconde il malcostume e valorizza il campanilismo, e da chi ha anche concesso il perdono a Luciano Moggi. Non una novità, nonostante il clamore sollevato solo ora, perché Andrea Agnelli aveva già “assolto” l’ex dirigente ben quattro anni fa, con buona pace di John Elkann. Accadde il 27 ottobre 2010, appena insediatosi alla guida della Juventus, durante un’assemblea degli azionisti al centro congressi del Lingotto (guarda il video), quando rispose a un socio che gli chiese come la società avrebbe valutato un’eventuale richiesta di collaborazione da parte di Moggi:

«Io ho già ribadito la mia stima per Luciano Moggi, l’ho fatto di persona e lui lo sa perfettamente [applausi dei azionisti], e anche in maniera pubblica, per il lavoro svolto da noi ma anche in tutte le società in cui ha lavorato prima. Questa stima non verrà mai meno…»

Tavecchio sanzionato anche dalla Fifa

Angelo ForgioneLa sanzione Uefa inflitta a Tavecchio per la famosa gaffe sul fantomatico Opti Pobà è stata applicata anche dalla Fifa, per violazione dell’articolo 3 dello statuto e perché “la discriminazione non deve aver posto nel gioco del Calcio”. È bene ricordare che l’organo continentale e quello mondiale hanno ritenuto colpevole colui che la procura federale della Figc assolse, ovvero fu la stessa Federazione ad autoassolsversi. Come dire innocente in Italia ma colpevole nel mondo. Il danno d’immagine per il Calcio e le istituzioni italiane è sicuramente maggiore degli effetti pratici della sanzione che colpisce Tavecchio, il quale sostiene ancora oggi di aver cancellato la chiusura dei settori per discriminazione territoriale esclusivamente per adeguarsi all’Uefa, che invece aveva chiesto più rigore alle varie federazioni nazionali. Meditate gente.

Tavecchio è già vecchio. L’Europa lo brucia, l’Italia lo assolve.

Angelo Forgione L’UEFA ha sospeso il presidente della FIGC Carlo Tavecchio dalle attività continentali per 6 mesi a causa delle frasi razziste (il famoso Optì Poba mangiabanane) pronunciate prima di essere eletto a capo della federazione italiana. Federazione che ha fatto una figuraccia internazionale proprio perché Tavecchio fu eletto dopo le frasi, non prima, col sostegno di buona parte delle componenti del movimento calcistico nazionale, che, dopo una prima flessione di popolarità del candidato, corsero ai ripari sostenendo che le sue parole, pur infelici, non erano gravi, e che il personaggio proposto non era un razzista. Non era quello il problema quanto, piuttosto, se egli fosse adeguato al delicato ruolo per cui si proponeva. Evidentemente non lo era, e la sanzione UEFA lo dimostra, ma fu eletto lo stesso. Tra l’altro, l’esito del procedimento in ambito internazionale non è lo stesso di quello locale. Il procuratore federale Palazzi, ad Agosto, archiviò tutto sentenziando così: “non sono emersi elementi disciplinari a carico di Tavecchio sia sotto il profilo oggettivo sia sotto il profilo soggettivo”. Poi inviò gli atti all’UEFA, che, con altri metri di valutazioni e nessun interesse sul soggetto indagato, ha ora contraddetto la FIGC, sanzionandone il presidente. Il presidente del CONI Giovanni Malagò ha commentato la sospensione con una dichiarazione che smaschera tutti, da chi ha eletto Tavecchio a chi lo ha assolto in Italia: “Non facciamo gli ipocriti, tutti sapevano tutto, chi sta nell’ambiente sapeva benissimo cosa sarebbe successo. Chiedete a chi lo ha eletto, in un’elezione assolutamente democratica. Il calcio italiano ha un problema di immagine, ma questo era un prezzo che nel mondo del calcio tutti conoscevano perfettamente”. Più chiaro di così?!
La “squalifica” di Tavecchio non sta tanto nei mesi di interdizione dai congressi ma nella sua esclusione sostanzialmente definitiva da ogni dibattito in tema di razzismo. Con quale faccia potrà prendere le distanze da cori e striscioni razzisti e di discriminazione territoriale che ascoltiamo e vediamo negli stadi di mezza Italia? Lui stesso sapeva, dopo la bufera, che gli avrebbero riso tutti in faccia, e anche per questo non ha battuto ciglio quando ha avuto la possibilità di nascondere sotto il tappeto la discriminazione territoriale (leggasi razzismo anti-Napoli) per pagare con molto piacere la prima cambiale a chi lo aveva sostenuto, riducendo l’impianto sanzionatorio in direzione di “sanzioni non drastiche ma più ponderate”. L’Italia del Calcio si è scelto un presidente federale ineleggibile, e lo sa. Per dimostare di voler davvero cambiare, dovrebbe commissariare la FIGC e mandare a casa il già vecchio Tavecchio. Ma non credo che ci si stia minimamente pensando.

Campanello d’allarme in FIGC. De Laurentiis ritiri il sostegno a Tavecchio

Angelo Forgione – La frase sul fantomatico Opti Pobà pronunciata da Carlo Tavecchio, candidato alla presidenza della FIGC, è bene rammentarla: «L’Inghilterra individua dei soggetti che entrano, se hanno professionalità per farli giocare. Noi invece diciamo che Opti Pobà è venuto qua, che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare nella Lazio, e va bene così». E la sua forte candidatura ha iniziato a scricchiolare.
Attenzione a non sottovalutare il problema, identico a quello creatosi con l’applicazione della norma sulla discriminazione territoriale. Tavecchio ha detto qualcosa di eticamente sbagliato e i suoi sostenitori, Galliani in testa, sono corsi ai ripari sostenendo che la frase, pur infelice, non è grave, e che Tavecchio non è razzista. Proprio come quando, sempre gli stessi (insieme a certa stampa), dicevano nel corso della scorsa stagione che i cori contro Napoli erano semplici sfottò. Il problema non è se Tavecchio sia razzista o meno, dibattito che andrebbe ignorato totalmente per dedicarsi piuttosto al suo non pulito curriculum di sindaco nel Comasco, ma se egli sia adeguato al delicato ruolo che chiede di ricoprire. Con che coraggio Tavecchio, in qualità di presidente della FIGC, potrebbe accodarsi alla campagna contro il razzismo di FIFA e UEFA? Con quale faccia potrebbe prendere le distanze da cori e striscioni razzisti e di discriminazione territoriale che abbiamo ascoltato e visto negli stadi di mezza Italia? Gli riderebbero tutti in faccia. Ecco perché il napoletano De Laurentiis dovrebbe ritirarne il sostegno. Tavecchio non è più credibile in questo senso ed è di fatto bruciato. Dopo la frase “infelice”, una Federazione in ginocchio e bisognosa di rinnovamento lo metterebbe alla porta, a prescindere dai programmi. È una questione etica, non personale, e tra le due cose c’è un netto confine, quando c’è serietà. Invece gli interessi in ballo tengono in piedi una persona ormai impresentabile. Se dovesse essere eletto sarebbe non solo l’ennesima conferma di irresponsabilità del “palazzo” ma un nuovo pericolosissimo segnale. Intanto abbiamo già capito che la morte di Ciro Esposito non ha insegnato nulla.

‘A Carogna napoletana non spara ma fa più rumore di Gastone il pistolero

chi ha sparato non è napoletano e non ha un soprannome spendibile

Angelo Forgione L’analisi dei problemi del calcio italiano non può non passare anche attraverso quella delle brutte vicende di sabato sera all’Olimpico, prima della finale di Coppa Italia, che hanno aperto l’ennesima pagina nera dell’informazione italiana. Ancora una volta è stato sminuito l’unico vero fatto saliente della serata, che è di cronaca nera: un folle squilibrato, appartenente alla tifoseria estrema di destra della Roma, ha inizialmente inveito e lanciato petardi e fumogeni all’indirizzo dei napoletani a piedi, alcuni dei quali hanno deviato il tragitto e si sono avvicinati minacciosi al disturbatore, che ha sparato con una pistola beretta 7×65 con matricola abrasa all’indirizzo degli odiati napoletani gridando «vi ammazzo tutti»: cinque colpi di pistola andati a segno quattro volte, con tre persone finite a terra. Uno di questi ha trafitto Ciro Esposito al torace perforando il polmone e conficcandosi nelle vertebre. Qualcuno che spalleggiava il pistolero ha poi provveduto a nascondere la pistola in un vivaio. Evento premeditato, un terremoto che avrebbe potuto essere devastante per l’ordine pubblico. Con 4 persone ferite a terra (tutte arrestate per rissa), sono cominciati gli scontri con la polizia, ultimo anello di una reazione a catena innescata dalla provocazione dell’ultrà romanista. Dopo i colpi di arma da fuoco si è creata una situazione di ordine pubblico gravissima, con le forze dell’ordine attaccate perché accusate di non fare arrivare in tempo i soccorsi e con l’intera curva colpita da una prima notizia che parlava di decesso di Ciro Esposito. La tensione è salita alle stelle e bisognava rassicurare i tifosi. Hamsik, Formisano e Bigon sono andati a parlare coi capiultrà per questo.
La famigerata “carogna” napoletana è stata sbattuta in prima pagina come il mostro colpevole, per colpa della sua vergognosissima t-shirt, per il ruolo che gli è stato dato e per il suo “folcloristico” soprannome napoletano, che fa meno sensazione di “Gastone” ed è molto più spendibile. Nella vicenda, ‘a carogna è indifendibile per quella maglietta che offende milioni di cittadini e infanga tutta la gente che aveva alle spalle, e su ciò non si discute. Ma quella maglietta non è il big-bang degli eventi ed è stata strumentalizzata, troppo attraente, soprattutto se abbinata al suo soprannome e alla sua provenienza. Un mix allettante che l’ha reso colpevole dei tumulti, anche se non aveva alcuna pistola in mano, anche se non ha sparato alcun colpo di pistola, anche se ha soccorso l’agonizzante Ciro Esposito dopo la rissa e se, proprio perché sapeva del fattaccio, è divenuto il riferimento dei napoletani che volevano notizie e soggetto importante attraverso il quale calmare un’intera curva imbufalita. Per l’Italia è ‘a carogna il colpevole, non Gastone. E sono colpevoli i napoletani che sono tutte carogne, sempre e comunque, perché dopo quello che è successo erano agitati e hanno avuto la sfortuna di essere inquadrati dalle telecamere quando hanno lanciato fumogeni in campo, non i fiorentini che hanno esposto lo striscione “Coppa Italia voi che ci fate?” e cantato “Napoli colera” senza uno straccio di sdegno. Benedetta norma sulla discriminazione territoriale maltollerata da dirigenti e certa stampa, che con la loro opposizione hanno aggravato la caccia al napoletano.
Quando i telecronisti hanno annunciato che i fiorentini non avevano alcuna colpa è passato un messaggio pericoloso: la colpa è solo dei napoletani, e non di un folle romano. Il questore di Roma, Massimo Mazza, durante 90° Minuto sulla RAI, ha precisato che nella vicenda non può esserci polemica con Napoli, perché il problema l’ha creato Gastone. E invece il dito di gran parte dei media è stato puntato su Napoli, la città della camorra, della delinquenza e della carogna da sbattere in prima pagina. Pensiamo se Gennaro, invece di calmare i suoi, avesse dato l’ordine di scatenare la vendetta. Cosa sarebbe successo? Agli ultras del Napoli era stato fornito un pretesto su un piatto d’argento, e invece non è successo sostanzialmente nulla. E poi ci sono i risibili interventi fuoriluogo, uno su tutti quello di Tuttosport, quotidiano sportivo di Torino: “i tifosi del Napoli ci hanno messo appena 11’ a dimenticare i fratelli feriti e l’orgoglio di gruppo. È bastato un gol di Insigne. Il raddoppio dello stesso attaccante, ne siamo certi, avrà convinto qualcuno che la doppietta di uno scugnizzo è il segno della benevolenza di San Gennaro per la sofferenza patita dai tifosi partenopei. Evidente, comunque, come la Fiorentina sia stata la squadra più danneggiata dalla sceneggiata partenopea. Il Napoli ha portato a casa una partita francamente imbarazzante, che però ha fatto talmente agli addolorati tifosi del Napoli che si sono messi a cantare o’surdato ‘nnammurato e tutto passa in cavalleria”. Non stavano parlando dell’Heysel.
Spostare i problemi dai riflettori significa non volerli risolvere e non volerci liberare dalle carogne e dai gastoni, significa non volor togliere potere a chi, nelle curve, può continuare a comandare perché fa comodo a chi comanda. Ecco perché, da tempo, siamo arrivati allo sfascio. Ma per l’opinione pubblica cosa importa? Tanto c’è sempre un napoletano di Scampia coinvolto in una sparatoria e un camorrista dietro i quali nascondere i tumori della Nazione, che si scandalizza dei significativissimi fischi all’inno come ha fatto Andrea Della Valle, presidente della Fiorentina, inquadrato dalle telecamere mentre scuoteva sdegnato la testa come a dire “che schifo, non ci siamo proprio”, lui che per salvare la sua squadra dalla retrocessione, insieme al fratello, ha truffato altri club e milioni di scommettitori scendendo a patti con la cupola di Luciano Moggi, etichettata come associazione a delinquere dal Tribunale di Napoli. Col fratello è uscito dal processo per prescrizione e senza opporsi alla scorciatoia del colpo di spugna sulla condanna a un anno e 3 mesi ricevuta in primo grado. Il suo sdegno fa vomitare quanto la maglietta e tutte le brutte immagini viste; ma mai quanto la pistola. Cercasi disperatamente foto di Gastone da sbattere su tutti i telegiornali, i quotidiani e i siti del mondo. Uno che spara, ricatta il presidente della sua squadra, ferma un derby capitolino con diffusione di false notizie e tenta l’avventura politica alle comunali di Roma con una lista civica di nome “Il Popolo della Vita” merita un po’ di notorietà.