De Laurentiis spaccanapoli

Angelo Forgione De Laurentiis sì, De Laurentiis no. I tifosi del Napoli sono ormai spaccati in due fronti, tra chi sostiene il progetto in corso e chi invece si professa totalmente ostile al presidente. La parola più gettonata dai secondi è “pappone”, quella che si insinua nei bar e negli uffici della città, dove la frustrazione per lo scudetto che non arriva mai cresce. Ma dov’è la verità? Chi ha ragione?
A leggere le cifre dell’ultimo bilancio della SSC Napoli, chiuso al 30 giugno 2014 con un record storico di 237 milioni (151 nel 2013), potrebbe venir fuori un quadro sinistro, fatto di un club che incassa tanto e spende solo in parte. Messa così sembra che non si possa non dar ragione ai contestatori, ma non tutto è come appare. Nell’ultima chiusura rientrano la faraonica  plusvalenza della cessione di Cavani e i ricavi della scorsa Champions League, e i costi di gestione sono aumentati, con un’impennata degli ingaggi e degli ammortamenti dei calciatori in organico. È lo scotto da pagare per poter ingaggiare qualche campione e tenere una società ad alti livelli, come quelli in cui si è attestato il sodalizio partenopeo (unica squadra italiana da cinque anni nelle coppe europee).
La bilancia è quasi in equilibrio, ma con l’eliminazione dalla Champions League di agosto e il mantenimento dei calciatori di prima fascia inizia a pendere verso il passivo: si va infatti incontro a un prossimo bilancio tutt’altro che florido. Stante la ferrea volontà di De Laurentiis di non indebitarsi con le banche, il tesoretto che ha in cassa non lo sperpererà di certo gettandolo dalle finestre prossime di mercato ma lo terrà in buona parte al sicuro per mantenere l’equilibrio dei conti. Insomma, la verità è che De Laurentiis ha sì il portafoglio col lucchetto ma non “pappa” granché. Nel calcio italiano di oggi vince chi si indebita e il patron azzurro non intende mettere la società nei guai. Dunque, in assenza di forti investitori all’orizzonte, un Napoli virtuoso è grasso che cola.
Il vero problema resta lo stadio. Secondo la relazione del Coni Servizi, firmata da Michele Uva, direttore generale del Coni Servizi, nella relazione consegnata al Comune di Napoli lo scorso luglio per stimare il valore d’uso dell’impianto in funzione del rinnovo della convenzione con la SSC Napoli, il “San Paolo”, se adeguatamente sfruttato, potrebbe fruttare oltre 31 milioni. Sempre pochi rispetto ai quasi 41 dello “Juventus Stadium”, ma molti rispetto ai 21,5 messi a bilancio dal club azzurro nel 2014 (15 nel 2013) a causa delle carenze dell’impianto di casa. Non spiccoli, ma soldi che, ad esempio, avrebbero potuto trattenere Reina, cioè conservare il valore del bisognoso reparto difensivo. E intanto un nuovo stadio, il cui progetto è da depositare in Comune entro il 31 maggio prossimo, è ancora una chimera.

dibattito sul progetto Napoli di De Laurentiis tratto da Club Napoli All News (Tele Club Italia)

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Rom e profughi spremuti come i meridionali. E l’Italia è prima per corruzione in UE

Angelo Forgione “Mafia de’ noantri”, “Mafia romana”, “Mafia capitale”… Chiamiamola pure come ci pare. È solo una questione di nome. Il fatto è che la nuova questione romana si annusava da decenni e non stupisce. La maestà del “cupolone“, nello specifico, è qualcosa che il capo-procura di Roma definisce «originario e originale, autoctono, con caratteri suoi propri rispetto alle altre organizzazioni mafiose cui è anche collegato». È una “Quarta Mafia” forse meno potente, sul piano militare, di quelle tradizionali perché poggia maggiormente su coperture politiche, e perciò più lacerante e invasiva, temuta e corteggiata, con grandi capacità di includere e condividere.
Scorretto però puntare il dito sulla sola Roma. Dove vi è politica vi è corruzione italiana, e se Roma, centro nevralgico del sistema nazionale, non poteva restarne immune lo stesso vale per ogni parte del Paese, zona più e zona meno. Le bande del MoSE e dell’Expo insegnano che certe organizzazioni hanno molteplici facce e diverse latitudini, ed è importante anche il loro contributo al non formidabile primato raggiunto quest’anno dal Belpaese: L’Italia è prima per corruzione tra i paesi dell’Ue. Il dato è fresco di notifica, consegnata da Transparency International, l’organizzazione internazionale non governativa che si occupa di stilare annualmente una classifica della corruzione percepita, il Corruption Perception Index, sulla scorta delle valutazioni degli osservatori internazionali sul livello di corruzione di 175 paesi del mondo. L’indice 2014 vede l’Italia al posto 69, fanalino di coda per trasparenza tra i paesi membri dell’Unione Europea. È la stessa posizione della classifica 2013, pressoché identica anche ai risultati degli anni precedenti, a testimonianza di una poco invidiabile stabilità conseguita in argomento, e per giunta le uniche europee che la precedevano, Bulgaria e Grecia, l’hanno appaiata, migliorando la loro posizione. Sullo scenario mondiale, in una scala da zero (massima corruzione) a 100 (corruzione assente), l’Italia fa segnare 43 punti e si colloca tra le nazioni che non raggiungono la sufficienza in trasparenza.
Ci si affretta a parlare di “meridionalizzazione”, riprendendo l’ormai antica identificazione scorretta del solo Sud con la parola «corruzione». La storia recente ha detto invece che la “Tangentopoli” di “Mani Pulite” degli anni Novanta è nata nella Milano di Bettino Craxi, da inchieste sugli amministratori del capoluogo lombardo, preludio ai crac emiliani di Parmalat e Bipop Carire e alle più recenti e note vicende. «La corruzione non è confinata solo al Sud-Italia ma sempre più nazionale», disse il mezzobusto che conduceva il TG1 Economia del 29 settembre per lanciare un servizio sulla corruzione italiana. In quel servizio (guarda) il presidente della Corte dei Conti Raffaele Squitieri precisava che «sostenere che il Sud sia il luogo dove la corruzione è maggiore è assolutamente falso».
L’impostazione conserva un certo retaggio storico della Nazione. Sembra che sia stato il Mezzogiorno a infettare il resto d’Italia, ma chi conosce la storia della corruzione in Italia sa bene che il teorema è facilmente sovvertibile, perché fu il governo del Regno d’Italia a delegare i politici meridionali a sostenere rapporti con le mafie per ricorrervi in occasione di tornate elettorali, mentre da Roma in su si verificava un’incredibile esplosione di scandali e fallimenti bancari che scandivano lo sviluppo politico post-unitario.
Da allora, nella capitale non è cambiato molto, ma poco è cambiato pure a nord e a sud del cupolone. Oggi il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ci racconta che Roma non è marcia, e che va punito chi ha rubato senza criminalizzare la città, forse allontanando l’ipotesi dello scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazione mafiosa. Atto che in un altra città sarebbe già scattato automaticamente, ma che per la capitale prefigura un gravissimo danno per la sua immagine all’estero, e per quella dell’Italia tutta. È la stessa dinamica dell’abolizione della chiusura degli stadi per discriminazione territoriale, sanzione cancellata per evitare ulteriori figuracce mondiali dopo lo scivolone estivo sulla buccia di banana del candidato presidente della FIGC Carlo Tavecchio, poi eletto. Alfano ridimensiona il fenomeno della corruzione romana e usa parole diverse rispetto a quelle che normalmente si adoperano per definire Napoli, Palermo, Reggio Calabria e tutte le città del Sud in cui il mondo imprenditoriale che conta non investe più per evidente massacro mediatico, vera metastasi del meridione. Da Roma in su invece sembra esserci sempre una cura per eliminare il tumore senza lasciare tracce dell’infezione. Il fatto è che, proprio come sui Rom e sui profughi che fruttano più della droga, anche sui meridionali – che non producono e comprano merci del Nord – poggiano i privilegi della ricchezza prodotta, e chi la detiene non intende perderla.

Quando gli Squallor cantarono l’Africa italiana

Angelo Forgione Era il 28 gennaio 1985 quando fu registrato il brano We are the World, scritto da Michael Jackson e Lionel Richie; fu prodotto da Quincy Jones e inciso a scopo benefico da USA for Africa, un supergruppo di celebrità della musica pop, riunitesi secondo l’esempio della Band Aid di Do They Know It’s Christmas?. I circa 50 milioni di dollari raccolti con We Are the World, su idea di Harry Belafonte, furono devoluti alla popolazione dell’Etiopia, afflitta in quel periodo da una disastrosa carestia. Il brano uscì il 7 marzo dello stesso anno e fu un successo planetario. Vinse infatti il Grammy Award come “canzone dell’anno”, come “disco dell’anno”, e come “miglior performance di un duo o gruppo vocale pop”. Solo negli Stati Uniti ne furono vendute 7,5 milioni di copie.
In Italia, scimmiottando le ipocrisie e i luoghi comuni che il gran successone americano conteneva, fu incisa una parodia dai demenziali Squallor, intitolata Usa for Italy. Il gruppo abbandonò per un momento i suoi tipici testi “coloriti” e scrisse un brano che, diversamente dagli altri ricchi di turpiloqui, poté essere sdoganato dalle radio nazionali. Non a caso, l’album Tocca l’albicocca che conteneva Usa for Italy si rivelò il maggior successo commerciale della band.
Gli Squallor, trent’anni fa, non persero l’occasione data dal filone americano di denunciare a modo loro le povertà locali e composero una geniale denuncia delle due Italie, dove una delle due era associata metaforicamente all’Africa. Qualcuno pure non si rese conto che dietro la parola Italia si nascondeva il Mezzogiorno, nonostante il testo fosse estremamente chiaro: “Caro Michael Jackson, tu che mandi i soldi in Africa (…), ricordati di noi che stiamo a Napoli e un disco faccelo anche per noi. E poi, mandaci i danari. E se tu vuoi, mandali anche a Bari… e a tutti i meridionali for Italy. (…) E in riva al mar, dollari in contanti perché l’Africa canti for Italy.”

Classifica qualità della vita scontata: Nord e Sud divisi economicamente

Angelo Forgione La classifica della qualità della vita de Il Sole 24 Ore, che ogni anno confronta in modo non empirico le performance delle province italiane tramite un’articolata serie di parametri, lascia il tempo che trova, ma bisogna darne conto ogni anno, perché ogni anno, a prescindere dalla graduatoria stessa, ci dice una sola verità: il Paese è caratterizzato da un divario costante sotto il profilo della ricchezza diffusa. Il resto, lo ripeto da anni, è dibattito inutile.
L’ultima classifica, appena pubblicata, attribuisce il podio a Ravenna, che scalza Trento, vincitrice dell’edizione 2013. Poi Modena. ll Mezzogiorno riesce a spingersi nella prima parte della classifica con le sole province sarde di Olbia-Tempio, Sassari e Nuoro. Malissimo le province siciliane, calabresi e pugliesi. Male quelle campane. Milano scala due posti e si piazza ottava. Roma risale otto gradini e occupa il 12° posto. Torino (54) perde qualcosa, mentre Napoli, ultima nella scorsa edizione, guadagna undici posizioni e chiude 96ma. Ultimissima, al posto 107, Agrigento, dietro a Reggio Calabria, Foggia e Caserta. Le ultima delle settentrionali sono Alessandria, Novara e Venezia, allineate al 65° posto.
Clicca qui per vedere la classifica

Napoletani e londinesi, differenti per clima e… bevande

Limonata e cognac per spiegare come Napoli fosse meno pericolosa di Londra

Angelo Forgione Quando Johann Wolfgang Goethe giunse a Napoli, nel 1787, non era impreparato. Ricordava le belle parole che il padre, dopo averla visitata, aveva sempre usato per descriverla, racchiuse in una definizione che lui stesso immortalò su carta:

“[…] mio padre non riuscì mai ad essere del tutto infelice, perché il suo pensiero tornava sempre a Napoli”.

Da buon viaggiatore, il drammaturgo tedesco, prima di partire alla volta dell’Italia, aveva letto il volume Notizie storico-critiche d’Italia dell’amico Johann Jacob Volkmann, in cui, nel capitolo Napoli e i suoi dintorni, era scritto che per le strade della città c’erano dai trenta ai quarantamila oziosi. Goethe volle verificare di persona prima di scrivere le sue memorie e si mischiò tra la gente, sperimentando con curiosità la realtà napoletana, in cui individuò evidenti differenze col mondo nordico ma attribuendole a motivi climatici e sociali. Solo dopo aver osservato coi propri occhi la Napoli capitale negò l’esistenza di un atteggiamento refrattario al lavoro, ed entrò in polemica con Volkmann.
Per Goethe, i napoletani erano semplicemente diversi dai tedeschi di Prussia ma non per questo da considerare peggiori. Era la diversa piattaforma sociale a far apparire il popolo partenopeo una massa di mendicanti per vocazione. Apprezzata invece la possibilità di godersi la vita, vero motivo per cui coloro che erano impossibilitati a farlo – i più laboriosi nordici – consideravano inoperosi quelli che non lavoravano tutto il giorno. Il 28 maggio 1787 scrisse:

“[…] Non tardai a sospettare che il ritenere fannullone chiunque non s’ammazzi di fatica da mane a sera fosse un criterio tipicamente nordico. Rivolsi perciò la mia attenzione preferibilmente al popolo, sia quando è in moto che quando sta fermo, e vidi, bensì, molta gente mal vestita, ma nessuno inattivo.
[…] Più mi guardavo intorno, più attentamente osservavo, e meno riuscivo a trovare autentici fannulloni, nel popolino minuto come nel ceto medio, sia al mattino sia per la maggior parte del giorno, giovani o vecchi, uomini o donne che fossero.
[…] Sarei quasi tentato d’affermare per paradosso che a Napoli, fatte le debite proporzioni, le classi più basse sono le più industriose. Non si può pensare, beninteso, di mettere a paragone quest’operosità con quella dei paesi del Nord, la quale non ha da preoccuparsi soltanto del giorno e dell’ora immediati, ma nei giorni belli e sereni deve pensare a quelli brutti e grigi e nell’estate deve provvedere all’inverno. Postoché è la natura stessa che al Nord obbliga l’uomo a far scorte e a prendere disposizioni, che induce la massaia a salare e ad affumicare cibi per non lasciare sfornita la cucina nel corso dell’anno, mentre il marito non deve trascurare le riserve di legna, di grano, di foraggio per le bestie e così via, è inevitabile che le giornate e le ore più belle siano sottratte al godimento e vadano spese nel lavoro. Per mesi e mesi si evita di stare all’aperto e ci si ripara in casa dalla bufera, dalla pioggia, dalla neve e dal freddo; le stagioni si succedono inarrestabili, e l’uomo che non vuol finire malamente deve per forza diventare casalingo. […] È la natura che lo costringe ad adoperarsi, a premunirsi. Senza dubbio tali influenze naturali, che rimangono immutate per millenni, hanno improntato il carattere, per tanti lati meritevole, delle nazioni nordiche; le quali però applicano troppo rigidamente il loro punto di vista nel giudicare le genti del Sud, verso cui il cielo s’è dimostrato tanto benigno.
[…] E un cosiddetto accattone napoletano potrebbe facilmente sdegnare il posto di viceré in Norvegia e declinare l’onore, se l’imperatrice di Russia gliel’offrisse, del governatorato della Siberia.
[…] Se si pensa alla quantità di alimenti che offre questo mare pescoso, dei cui prodotti la gente è obbligata per legge a nutrirsi in alcuni giorni della settimana; a tutti i generi di frutta e d’ortaggi offerti a profusione in ogni tempo dell’anno; al fatto che la contrada circostante Napoli ha meritato il nome di Terra di Lavoro (dove lavoro significa lavoro agricolo) e l’intera sua provincia porta da secoli il titolo onorifico di Campania felix, campagna felice, ben si comprende come là sia facile vivere.”
[…] Si giungerebbe forse allora a concludere che il cosiddetto lazzarone non è per nulla più infingardo delle altre classi, ma altresì a constatare che tutti, in un certo senso, non lavorano semplicemente per vivere ma piuttosto per godere, e anche quando lavorano vogliono vivere in allegria.
Nel quinto capitolo della sua Storia Naturale Plinio concede soltanto alla Campania una descrizione diffusa. «Quelle terre» egli dice, «sono così felici, amene e beate che vi si riconosce evidente l’opera prediletta della natura.
[…] Su questo paese i Greci, popolo che aveva una smisurata opinione di sé, hanno espresso il più lusinghiero giudizio dando a una sua parte il nome di Magna Grecia.”

Lo scrittore britannico Harold Acton, nella sua opera The Bourbons of Naples del 1956, racconta che un contemporaneo inglese di Goethe ne condivise l’analisi e l’approfondì con uno straordinario esempio utile a spiegare perché la delinquenza napoletana non era più spaventosa di quella di Londra. Tutto racchiuso nelle bevande preferite dai due popoli:

“A Napoli vi è un numero molto inferiore di moti rivoltosi o di reati di qualsiasi tipo di quanto non ci sarebbe aspettati di avere in una città dove la polizia è ben lungi dall’essere severa, e dove ogni giorno si incontrano moltitudini di poveri disoccupati. Questo deriva in parte dal carattere nazionale [napolitano] che, secondo me, è quieto, sottomesso e rifugge dalle sommosse e dalle ribellioni; e in parte deriva anche dal fatto che il popolo è universalmente sobrio, e mai infiammato dall’alcool, come avviene invece nei paesi nordici. L’acqua ghiacciata e la limonata sono cose di lusso tra la gente più povera; […] Il lazzarone seminudo ha spesso la tentazione di spendere quel poco denaro che è destinato al mantenimento della sua famiglia in questa magica bibita, come il più dissoluto tra i poveri di Londra lo spende in gin e in cognac, così che ciò che rinfresca la povera gente di una città tende ad eccitare quella di un’altra fino a far compiere atti di smoderatezza e di brutalità.”

Certe abitudini, evidentemente, non sono cambiate granché.

1860/1861, L’Irpinia in rivolta – Appuntamento con ‘Made in Naples’ alla presentazione del docufilm

copertina_1Appuntamento con Made in Naples ad Avellino, sabato 29 novembre presso la sala congressi dell’Hotel de la Ville di via Palatucci 20. Alle ore 17 si terrà la presentazione del film-documentario “1860/1861 l’Irpinia in rivolta“, realizzato da Antonio Di Martino con il contributo artistico del maestro Pino Lucchese, autore delle immagini presenti nel filmato. All’incontro, organizzato dall’Accademia dei Dogliosi, parteciperà anche lo scrittore e giornalista Angelo Forgione, che parlerà della cultura napoletana e meridionale. Durante la cerimonia saranno in mostra le tavole di Pino Lucchese, appositamente ideate e realizzate a corredo del documentario.
La storia del docufilm racconta le drammatiche scene di violenza durante l’invasione piemontese nei territori irpini, dalla rivolta di Carbonara (Aquilonia) fino ai moti del luglio del 1861 nelle valli del Sabato e del Calore, che coinvolsero anche Montefalcione e Montelmiletto.

avellino_1861

Pepe Reina e il gran cuore dei napoletani

Angelo Forgione Ha lasciato il segno nel cuore dei tifosi del Napoli il portiere Pepe Reina, oggi secondo di Neuer al Bayern. Lo spagnolo, nato a Madrid e con esperienze in carriera a Barcellona, Villarreal, Liverpool e Monaco di Baviera, nel corso di un’ampia confessione durante il programma televisivo Hay una cosa que te quiero decir, ha mandato un messaggio d’amore ai napoletani.
«L’ambientamento a Napoli è stato particolare. C’è un film che si chiama Benvenuti al Sud, dove in una scena si dice che a Napoli si piange due volte: quando si arriva e quando si va via. Sembra assurdo, ma è effettivamente così. Quando arrivai rimasi disorientato: la gente ha tanta fretta, la vita ha un ritmo quasi folle, però alla fine non puoi far altro che rimanere rapito. Ti rendi conto che i napoletani hanno un cuore spettacolare. Ti danno tutto quello che hanno, fanno tutto quello che possono per aiutarti e quando vai via lasci tanti buoni amici importanti.»

Andrea Agnelli e il campanilismo di cultura

Angelo Forgione Le manovre estive di Carlo Tavecchio per il declassamento della ‘discriminazione territoriale’, di esecuzione più che di concetto, hanno sortito il risultato sperato. Che idea ci si sarebbe fatta all’estero dell’Italia alla vista delle curve della Serie A sbarrate e vuote per razzismo, dopo le polemiche per le frasi sul fantomatico Opti Pobà? Dunque, niente sanzioni dure, niente dibattiti televisivi, niente indignazione. L’attenzione è calata e le polemiche, sopite, non sono più in grado di sensibilizzare. Tutto come qualche anno fa. E Andrea Agnelli a lamentarsi di Tavecchio così come pure delle multe, sostenendo un presunto campanilismo italiano di buon costume:

«Mi dà fastidio che molte delle sanzioni applicate siano legate alla discriminazione territoriale che punisce a mo’ di razzismo il campanilismo, che invece fa parte della nostra cultura e non è razzismo. Vanno colpiti i “buuu”, gli altri cori sono nostre peculiarità.»

Il presidente bianconero non ci sta neanche a pagare il conto. Per lui il campanilismo è un valore peculiare, e tale ritiene ciò che invece è a tutti gli effetti razzismo interno. Questo ha fatto intendere nel corso di un incontro alla Triennale di Milano, in cui ha pure commentato le famose frasi razziste di Tavecchio:

«L’Italia ha un senso etico molto basso e gli scivoloni non creano particolare sorpresa.»

Detto da chi nasconde il malcostume e valorizza il campanilismo, e da chi ha anche concesso il perdono a Luciano Moggi. Non una novità, nonostante il clamore sollevato solo ora, perché Andrea Agnelli aveva già “assolto” l’ex dirigente ben quattro anni fa, con buona pace di John Elkann. Accadde il 27 ottobre 2010, appena insediatosi alla guida della Juventus, durante un’assemblea degli azionisti al centro congressi del Lingotto (guarda il video), quando rispose a un socio che gli chiese come la società avrebbe valutato un’eventuale richiesta di collaborazione da parte di Moggi:

«Io ho già ribadito la mia stima per Luciano Moggi, l’ho fatto di persona e lui lo sa perfettamente [applausi dei azionisti], e anche in maniera pubblica, per il lavoro svolto da noi ma anche in tutte le società in cui ha lavorato prima. Questa stima non verrà mai meno…»