Quando Sant’Antonio detronizzò San Gennaro

Angelo Forgione – 13 giugno, Sant’Antonio da Padova, nato a Lisbona, per circa 15 anni patrono di Napoli, in luogo di San Gennaro.
All’alba del 1799, i giacobini francesi avevano instaurato la Repubblica Partenopea, affidandola alla pochezza politica della borghesia e della nobiltà locale, incapaci di produrre riforme e indulgenti rispetto ai furti di opere d’arte e danaro che i francesi operarono in città. Ferdinando IV fu costretto a riparare a Palermo ma godette del sostegno del popolo, che, ingrossando l’inferocito Esercito della Santa Fede guidato dal Cardinale Fabrizio Ruffo, risalendo dalla Calabria, dopo soli sei mesi gli restituì il trono. Su pressione inglese e per risentimento della tradita Maria Carolina, furono giustiziati un centinaio di repubblicani giacobini e furono inflitte detenzioni ed esili. Tra questi, Domenico Cirillo, ex medico personale della regina, ed Eleonora de Fonseca Pimentel, per vent’anni sua amica e bibliotecaria personale, prima di cambiare atteggiamento e definire la Regina “tribade impura”. Certamente, con quel centinaio di esecuzioni, al patibolo venne traumaticamente strozzata l’intellighenzia che aveva costituito linfa del grande Settecento napoletano cui attinse il mondo intero, ma le migliaia di civili massacrati in battaglia dai francesi e dagli stessi repubblicani, che gli riversarono colpi di cannone alle spalle da Castel Sant’Elmo, sembrano non aver mai pesato sul bilancio tra le parti. Stime ufficiali ne indicano circa tremila, ma ne furono probabilmente di più; il generale francese Paul-Charles Thiébault, tra i protagonisti di quelle vicende, trascrisse nelle sue memorie la stima, limitata ai primi cinque mesi di governo franco-giacobino, di sessantamila vittime complessive di parte napoletana-cristiana-borbonica, oltre ad incalcolabili saccheggi dalle Calabrie alle Puglie.
I napoletani arrivarono addirittura a “detronizzare” San Gennaro, accusato di parteggiare per i giacobini, artefici di una guerra sistematica contro la fede cattolica. Il generale francese Jean Étienne Championnet impose all’arcivescovo di Napoli, Capece Zurlo, di dichiarare che la liquefazione del sangue era avvenuta nel giorno dell’arrivo dei francesi. Quando le armate della Santa Fede giunsero a liberare la città, era proprio il 13 giugno, e il posto di patrono di Napoli fu assegnato a Sant’Antonio da Padova, raffigurato da quel momento con la bandiera borbonica. San Gennaro sarebbe tornato al suo “posto” solo dopo la Restaurazione del 1815, circa quindici anni dopo.
Celebre il Canto dei Sanfedisti, in cui Sant’Antonio è protagonista della riscossa.

Alli tridece de giugno sant’Antonio gluriuso.
‘E signure, ‘sti birbante ‘e facettero ‘o mazzo tante
So’ venute li francise, aute tasse n’ci hanno mise.
Liberté… egalité… tu arruobbe a me io arruobbo a te.
Sona sona sona Carmagnola
sona li cunsiglia viva ‘o rre cu la Famiglia.

Paradossale Paolo Guzzanti: «il Piemonte non voleva Napoli e Roma ma se le ritrovò»

Sulle modalità con cui fu realizzata l’annessione del Regno delle Due Sicilie a quello di Sardegna ne abbiamo lette di varie correnti, ma quelle che propone Paolo Guzzanti in un’intervista su Il Fatto Quotidiano del 26 marzo le battono davvero tutte in quanto ad originalità e fantasia.
Alla domanda “Lei crede alla Trattativa Stato-mafia?”, il giornalista-politico ha risposto così:

«Certo. C’è stata. Questo è un paese mafioso che con la mafia ha sempre trattato. […]
Il Regno di Napoli fu concesso dalla camorra. I piemontesi erano sbalorditi. Non avevano nessuna intenzione di prendersi il sud di Italia e tantomeno la Roma papalina e si ritrovarono a gestire questo peso gigantesco. […]»

Vero che mafia e camorra si allearono con gli invasori, ma che tra loro non vi fosse una “trattativa” è in contraddizione con la risposta stessa, e che i malavitosi avessero imposto ai garibaldini di prendersi il Sud controvoglia è roba da farsi una bella risata.

Enzo Coccia e la fallace vulgata della pizza ‘margherita’

Il pizzaiuolo consapevole Enzo Coccia, intervistato da storienogastronomiche.it, dice la sua sulle vere origini della pizza ‘margherita’, sottolineando che la storia che la lega a Margherita di Savoia è un’operazione di marketing di fine Ottocento ma non la verità sull’origine della pizza con pomodoro, mozzarella e basilico, risalente alla fine del Settecento.

leggi la vera storia della nascita della pizza ‘Margherita’

Eugenio Scalfari: «Altro che Unità! Fu occupazione piemontese»

Tratto da Repubblica TV, un’osservazione di Eugenio Scalfari, fondatore dell’omonimo quotidiano, stralciata da una chiacchierata sul nuovo libro di Umberto Eco Numero Zero (Bompiani). Sollecitato da Antonio Gnoli sul perché gli italiani non siano mai cambiati e restino sempre “diversi”, Scalfari ha sottolineato che il popolo italiano detesta lo Stato sin dalla sua nascita, e per via dell’occupazione piemontese.
«Non fu Unità! Fu occupazione piemontese, e se l’avesse fatta il Regno di Napoli, che era molto più ricco e potente, sarebbe andata diversamente. La mentalità savoiarda non era italiana. Cavour parlava francese. E gli italiani quel nuovo Stato l’hanno detestato.»

La Collezione Farnese che Carlo di Borbone salvò da Vienna

Il ministro Franceschini ipotizza il ritorno in Emilia di ciò che appartiene a Napoli

Angelo Forgione Bisogna essere davvero in malafede, se non ignoranti, per ipotizzare un ritorno della Collezione Farnese a Parma e a Piacenza, da dove fu trasferita a Napoli. Ad ipotizzare una simile follia è l’emiliano Dario Franceschini, il ministro dei Beni Culturali, che ha annunciato l’istituzione di una commissione per ridistribuire le opere d’arte nella Penisola, allo scopo di favorire il turismo attraverso “una ricollocazione di pezzi d`arte nei loro luoghi d`origine”. Chiariamoci: Franceschini si riferisce ad alcuni arredi e ai quadri di Ilario Giacinto Mercanti, detto lo Spolverini (non Lorenzo, come si legge nell’intervista al Ministro), attualmente conservati nei depositi di Capodimonte in attesa di rotazione espositiva, che giustamente potrebbero trovare un giusto spazio permanente. Ma in ogni caso i pezzi farnesiani appartengono a Napoli, e da lì non si muovono. Vediamo perché.
I beni farnesiani non appartenevano alle città emiliane ma erano pezzi di una raccolta privata, ereditata da Carlo di Borbone, il sovrano di Napoli che rinunciò al Ducato di Parma e Piacenza per prendere “la più bella corona d’Italia”, come la definì la madre. E chi era? La parmigiana Elisabetta Farnese, regina consorte di Filippo V di Spagna, ultima erede della famiglia visto che lo zio Antonio Farnese era morto nel 1731 senza eredi diretti. Al di là della piena facoltà detenuta da Carlo di Borbone di trasportare ovunque riteneva più giusto quel patrimonio di sculture, tele, armature, arredi e oggetti di ogni tipo, quello che a Parma chiamano furto, e che Dario Franceschini lascia intendere come tale, è in realtà un salvataggio di cui l’Italia ancora oggi deve essere riconoscente. Secondo i trattati che misero fine alla Guerra di Successione Polacca, l’Austria aveva scambiato nel 1735 i più vicini territori ducali di Parma e Piacenza (e Toscana) con quelli meridionali di Napoli e Sicilia e, soprattutto, con la scissione della dinastia borbonica in due rami distinti: quello di Spagna e quello di Napoli. Sempre per gli stessi trattati, la parte emiliana della Collezione Farnesiana, ereditata per intero dalla madre Elisabetta, sarebbe finita nelle mani asburgiche. Carlo, con iniziativa autonoma, evitò la perdita del tesoro di famiglia trasferendo quasi tutto a Napoli, e solo col trattato di pace del 1738 l’Austria rinunciò definitivamente a quanto si custodiva all’ombra del Vesuvio. Quest’atto fu certamente un sacrificio per Parma, che avrebbe in ogni caso salutato la Collezione, ma una provvidenza per l’Italia, senza la quale quel patrimonio sarebbe oggi a Vienna.
Da proprietà privata a proprietà di Napoli, il passo fu compiuto dal successore Ferdinando IV, che, per dare alla capitale dei degni musei, rinunciò alla proprietà privata dell’eredità di famiglia, concessagli in anticipo dal padre Carlo al momento di salire al trono di Madrid, pur di lasciare i tesori a Napoli. Ferdinando rese pubbliche le collezioni che il predecessore aveva fin lì custodito nelle regge. Tolse dai vincoli romani anche la preziosissima parte romana della Collezione Farnesiana, ereditata dalla nonna Elisabetta Farnese e custodita nell’omonimo palazzo romano di famiglia, ricca di sculture della Roma antica rinvenute nel Cinquecento da papa Paolo III Farnese nelle terme di Caracalla.
Insomma, la proposta di Franceschini non sta in piedi. Altro che furto, che tuttalpiù fu agli austriaci. I furti, semmai, li commisero, in sequenza, i napoleonici prima (nel 1799) e i sabaudi poi (nel 1860), e continuano ancora oggi. Proprio come i soldi e le riserve auree del Banco di Napoli, gli arredi delle regge borboniche – porcellane, specchi e mobili di pregio – furono trasferiti nelle residenze sabaude, sostituiti da un brutto riarredo tardo-ottocentesco, mentre Francesco II abbandonò Napoli lasciando tutto inviolato. Presiosi mobili, porcellane e piatti appartenenti alle regge di Caserta e Portici si trovano nei cataloghi d’arte, venduti all’asta a Milano e Londra, dalle case internazionali Christie’s e Sotheby’s. Già 138 dipinti della stessa Collezione farnesiana sono stati riportati in Emilia in epoca fascista, e persino un gruppo scultoreo vanvitelliano del parco della Reggia di Caserta fu trasferito nel giardino del Quirinale a Roma, risistemato dallo scultore Giulio Monteverde come Fontana delle Bagnanti, anche detta Fontana di Caserta. E che dire dei preziosi incunaboli, pezzi unici, della biblioteca del complesso dei Girolamini tanto cara a Giambattista Vico, sottratti con perpetui blitz notturni dal direttore Massimo Marino De Caro, persona legata al senatore e noto bibliofilo Marcello Dell’Utri? E gli strani furti nella storica biblioteca del Conservatorio di San Pietro a Majella? Attenzione a parlare di furti quando si parla di storia d’Italia.

Il corso Ferdinandeo di Caserta ritrova la sua storia. Addio a Trieste?

corso_tristeAngelo ForgioneIl consiglio comunale di Caserta ha deliberato l’approvazione della mozione “ripristino odonimo originario Ferdinando II per il corso Trieste”, la principale strada cittadina. Da un’idea del capogruppo consiliare di FLI Luigi Cobianchi, la molto significativa mozione (leggi) riallaccia i nodi della storia di Caserta, legata ai Borbone, e ricorda che “l’arteria, in onore del Monarca che l’aveva fortemente voluta, assunse il nome di corso Ferdinando II”. Così torna a chiamarsi. “Un omaggio ai Borbone da parte della Città di Caserta e del Consiglio Comunale che vota – ha spiegato il sindaco Pio Del Gaudio dandone notizia da facebook – al fine di avviare le procedure per cambiare il nome alla strada simbolo della Città”.
Il corso Ferdinandeo, lungo 1130 metri (e largo 18) a partire dalla piazza Carlo III (la più grande d’Italia, ai piedi della reggia vanvitelliana), fu una delle numerose opere di abbellimento volute dal penultimo sovrano di Napoli in un’epoca di grandi realizzazioni civili e militari, con attenta spesa attivata dal risamento delle casse statali. Fu realizzato in attuazione del progetto urbanistico di Luigi Vanvitelli, disponendo la creazione della “strada che dalla Reggia menava al Campo di Falciano”, e inaugurato il 30 maggio 1851, con spesa di 34.000 ducati, come riportato negli Annali Civili del Regno (1852). Fu subito ritenuto uno dei più bei corsi d’Italia, con botteghe importanti e una bella illuminazione assicurata da ottanta fanali a gambe. Venne poi rinominato corso Umberto I, poi corso Trieste e Trento, e in ultimo il più abbreviato corso Trieste. Prima della sua sistemazione, nel tratto prossimo ai Giardini della Flora, esisteva già sul suo antico percorso (corso Campano) il ‘palazzo delle quattro colonne’, l’abitazione casertana di Luigi Vanvitelli, che oggi versa in condizioni di indecoroso degrado.
Al di là di qualche polemica che l’approvazione pure solleverà, saranno ora da superare le difficoltà amministrative per il cambio di toponimo, certamente non meno grandi di quelle che incontrerebbero i casertani ad abituarsi al nuovo-antico toponimo. Ancora oggi molti napoletani si ostinano a chiamare via Roma l’antica strada di Toledo, tornata al suo vero nome negli anni Ottanta. Ma la delibera del Comune di Caserta è un atto di lealtà e di identità che sfida con orgoglio taluni mugugni irriverenti. Di strade, a Caserta e nell’intero Sud, da restituire alla loro storia sono tante, a iniziare dal corso Vittorio Emanuele a Napoli, prima tangenziale d’Europa, il cui odonimo originale era ‘Maria Teresa’, seconda moglie del determinato Ferdinando II, sempre lui, che fece realizzare quello che le cronache dell’epoca definirono “il più bel loggiato del mondo”.

Il restauro (inutile) dei monumenti equestri al Plebiscito

Angelo Forgione I timori che nutrivo alla lettura del progetto di restauro dei monumenti equesti al Plebiscito erano fondati. Era in corso un vivace scambio di battute a La Radiazza, su Radio Marte, tra Francesco Borrelli e una dipendente della ditta “TecniKos restauro”, che sta operando al restauro, quando quest’ultima, infastidita dalle polemiche sulla lentezza del lavoro agitate dal programma radiofonico, ha chiesto di impegnarsi invece in una battaglia per l’installazione di adeguate recinzioni. Ed è proprio ciò che sto sollecitando da anni, cioè da quando la II Municipalità ha operato il ripristino delle statue di Dante e di Paolo Emilio Imbriani, attorno le quali sono state installate delle recinzioni non invasive che si sono rivelate il miglior deterrente contro i malintenzionati privi di sensibilità culturale, i quali con troppa facilità deturpano i preziosi monumenti della città.
La richiesta fatta dalla restauratrice evidenzia il problema serio che si ripresenterà a restauro completato: l’immediata ricomparsa di nuove scritte sui basamenti, di cui la ditta stessa è consapevole. Il progetto, infatti, prevede una “protezione e integrazione cromatica” con un protettivo per le parti lapidee a base di polimeri paraffinici per garantire una piu agevole pulitura in seguito, ma lascia comunque esposte tali parti e facilmente raggiungibili dai ‘vandali’. Peraltro, al punto 4 relativo alle “raccomandazioni e interventi di manutenzioni”, si legge che “completato il restauro, nasce l’esigenza di garantire un servizio regolare di controllo e di manutenzione necessario alla conservazione dell’opera restaurata […]“.
Dunque, la ditta operante sa benissimo che, senza una recinzione adeguata, i monumenti e tutto l’emiciclo saranno di nuovo imbrattati dai ragazzi presenti in zona, i cui comportamenti sono stranoti. Nella sezione “Integrazione al progetto”, si legge appunto che è previsto “il monitoraggio dello stato di conservazione del bene restaurato per sei mesi”, periodo durante il quale saranno rimosse le scritte vandaliche apposte, e che nei sei mesi successivi si potrà valutare una proroga dei tempi manutentivi, di sei mesi in sei mesi. Ciò conferma la consapevolezza dell’altissimo rischio di recidiva, fenomeno che altrove, con una buona recinzione, si è evidentemente azzerato.
Voci di corridoio dicono che sia la Sovrintendenza a impedire l’installazione delle recinzioni, che, se fatte con criterio e ricercatezza stilistica, non pregiudicherebbero in nessun modo l’opera. Non trascurabile, inoltre, il fatto che nel progetto non si fa menzione neanche del ripristino dei leggii posti alle spalle dei monumenti, il che vorrebbe dire che i cittadini più “distratti” continuerebbero a non capire l’identità e il significato dei soggetti borbonici raffigurati in livrea romana, nonché la stessa fattura dei monumenti e il contesto storico-artistico (neoclassico; ndr) in cui furono realizzati, sulla scia della scoperta delle antiche città vesuviane sepolte dall’eruzione del 79 dC.
Saranno soldi spesi bene?

Bandiera delle Due Sicilie in caserma, storia di sconfinamenti.

Angelo Forgione – Corre sul web la notizia della denuncia (non arresto) di due persone, Ferdinando Ambrosio (36) e Nicola Terlizzi (38), per aver esposto la bandiera del Regno delle Due Sicilie al termine della Corsa Storica dei Bersaglieri a Monte di Dio del 22 ottobre. Sarebbero stati fermati dalla Digos e denunciati per vilipendio alla nazione italiana e introduzione in luogo vietato.
Ambrosio e Terlizzi, evidentemente, intendevano lanciare un messaggio preciso, ben consci che i Bersaglieri (come i Carabinieri) sono un’Arma di origine piemontese, costituita nel 1836, utilizzata negli stupri e nei saccheggi dei territori meridionali durante l’invasione del Regno delle Due Sicilie, e rappresentano un simbolo di piemontesizzazione della Penisola. Il problema, nella poco chiara vicenda di cui sono protagonisti i due manifestanti, sta proprio nel luogo in cui sarebbe avvenuto il fermo: la caserma “Nino Bixio”, tra l’altro assegnata alla Polizia di Stato ma un tempo “Gran Quartiere di Pizzofalcone”, fortezza del Seicento costruita per accogliere le truppe fino ad allora alloggiate ai Quartieri Spagnoli e poi assegnata dopo l’Unità al 1° Reggimento dei Bersaglieri di Napoli, dedicata a Nino Bixio, colui che nel 1863 scrisse alla sorella riguardo al Meridione: “[…] Se io dovessi vivere in queste regioni preferirei bruciarmi la testa… […] Questo insomma è un paese che bisognerebbe distruggere o almeno spopolare e mandarli in Affrica a farsi civili!”.
Storie di altri tempi che qualcuno cerca di riaffermare. «Abbiamo mostrato la bandiera alla fine della parata – dice Nando Ambrosio – quando alcune telecamere della Rai stavano riprendendo i bersaglieri che si salutavano. A quel momento è successo un pandemonio, coi bersaglieri intorno che ci gridavano di tutto. Siamo stati circondati e poi condotti in una stanza, dove ci hanno perquisiti, interrogati e denunciati».
È bene chiarire che non esiste una legge che vieti l’esposizione di uno stato preunitario, ma esiste un Cerimoniale di Stato, secondo il quale è vietato esporre sugli (e negli) edifici pubblici istituzionali bandiere e vessilli non istituzionali o privati o di parte, ovvero possono essere esposte esclusivamente bandiere pubbliche istituzionali. Il fatto è che i manifestanti hanno evidentemente mostrato la bandiera in un edificio istituzionale d’ambito militare, durante un evento celebrativo, e questo giustificherebbe il sequestro del corpo del reato, ossia il vessillo. Altra faccenda è il vilipendio alla Repubblica, alle istituzioni, alle forze armate e alla bandiera italiana, che non appare chiaro dai fatti denunciati dai due manifestanti, i quali assicurano (e se ne assumono la responsabilità) di non aver lanciato insulti o frasi ingiuriose. L’Articolo 290 del Codice Penale prevede una multa da euro 1.000 a euro 5.000 “a chi pubblicamente vilipende le forze armate dello Stato o quelle della liberazione”. Gli articoli 291 e 293 prevedono la stessa sanzione per chi vilipende la nazione italiana e chi offende la bandiera o altro emblema di Stato attraverso ingiuria, distruzione, dispersione, deterioramento, occulatamento e imbrattamento della bandiera nazionale. Il verbale di sequestro indica il vilipendio alla nazione italiana. Non risulterebbe insulto o atto di manomissione da parte dei fermati, la cui colpa sembra essere quella di aver esposto la loro amata bandiera in un luogo in cui non potevano neanche entrare, per giunta in prossimità di telecamere, non di averla esposta. Insomma, una storia di sconfinamenti. Del resto, l’Italia è nata da un’invasione.

Territorio italiano disastrato? Perché cancellati gli insegnamenti borbonici.

Angelo Forgione L’ennesima alluvione a Genova ha creato di nuovo distruzione e lutto, per la seconda volta nell’arco di tre anni. Al di là degli sconvolgimenti climatici ormai irreversibili, le cause sono note e raccontano di una delle tante emergenze del territorio italiano, in cui le conseguenze delle calamità naturali producano sempre più danni. Corsi d’acqua ingovernabili, pareti montuose ad alta possibilità di frana, rischio sismico ignorato dal metodo edilizio… lo stato d’allerta ha ormai da tempo superato la soglia dell’imponderabilità. Oggi Genova è di nuovo in ginocchio e rivoltata come un calzino, e nel frattempo abbiamo dovuto assistere al disastro sismico in Emilia. E ritorna in testa la famosa frase di Paolo Villaggio, che tre anni fa tuonò contro la “cultura sudista meridionale borbonica, piaga di tutta l’Italia”, che, al contrario, insegnò a governare il territorio e a limitare gli effetti catastrofici della natura. Se i canali di scolo non fossero stati cementificati e si fosse costruito utilizzando il legno in muratura, così come ci insegnarono i Borbone, non saremmo arrivati a questo. Ribadire con i videoclip quanto ho scritto con maggiore approfondimento in Made in Naples consolida il messaggio, soprattutto se dopo la pubblicazione del lavoro ci hanno pensato scienziati e ricercatori a rafforzarne la veridicità, sconfessando la cultura storica tradizionale e tutti coloro che accusano di nostalgie chi indaga nella storia con serietà. Il passato, invece, può insegnarci a magliorare le conoscenze e la società futura. Vi siete mai chiesti, ad esempio, perché nelle università italiane di ingegneria non si insegna a progettare in legno, col risultato che nelle zone ad alto rischio sismico si costruisce con solo cemento armato, spesso di scarsa qualità?

Monumenti equestri al Plebiscito: via al restauro senza recinzione

Angelo Forgione – ll Comune di Napoli ha dato il via libera al restauro dei monumenti equestri del Canova di piazza del Plebiscito, affidandoli alla “Fimmaster events”, che si avvarrà della “TecniKos restauro” con spesa assunta dalla Ferrero sottoforma di compenso per la festa dei 50 di Nutella ospitata nel largo lo scorso maggio. Il termine dei lavori è stato fissato in 60 giorni e nel progetto è prevista anche la realizzazione di un cortometraggio che racconti la differenza tra i graffiti artistici e la vandalizzazione delle opere d’arte.
Nella determinazione non compare purtroppo alcun intervento di realizzazione di una idonea recinzione monumentale esterna a quella facilmente violabile risalente all’Ottocento e sulla falsa riga di quanto fatto dalla II Municipalità per le statue di Dante Alighieri e Paolo Emilio Imbriani nelle piazze Dante e Mazzini, rimaste linde. Evidentemente, l’esempio non è servito a convincere che è quella la soluzione migliore per preservare l’intervento di recupero. Il progetto (scarica), infatti, prevede una opportuna “protezione e integrazione cromatica” con un protettivo per le parti lapidee a base di polimeri paraffinici per garantire una piu agevole pulitura in seguito, ma lascia comunque esposte tali parti e facilmente raggiungibili dai malintenzionati. Peraltro, al punto 4 relativo alle “raccomandazioni e interventi di manutenzioni”, si legge che “completato il restauro, nasce l’esigenza di garantire un servizio regolare di controllo e di manutenzione necessario alla conservazione dell’opera restaurata […]”. Senza una recinzione adeguata, i monumenti rischiano di essere imbrattati immediatamente dai ragazzi presenti in zona, i cui comportamenti sono arcinoti. Nella sezione “Integrazione al progetto”, si legge appunto che è previsto “il monitoraggio dello stato di conservazione del bene restaurato per sei mesi”, periodo durante il quale saranno rimosse le scritte vandaliche apposte, e che nei sei mesi successivi si potrà valutare una proroga dei tempi manutentivi, di sei mesi in sei mesi. Ciò conferma la consapevolezza dell’altissimo rischio di recidiva, fenomeno che altrove, con una buona recinzione, si è evidentemente azzerato.
Non trascurabile il fatto che nel progetto non si fa menzione neanche del ripristino dei leggii posti alle spalle dei monumenti borbonici, il che vorrebbe dire che i cittadini più “distratti” continuerebbero a non capire l’identità e il significato dei soggetti in livrea romana raffigurati, nonché la fattura dei monumenti e il contesto storico-artistico (neoclassico) in cui furono realizzati, sulla scia della scoperta delle antiche città vesuviane sepolte dall’eruzione del 79 dC.
Progetto di restauro tanto invocato ma, evidentemente, incompleto. Basteranno i cortometraggi a salvare le statue dall’ignoranza e dal malcostume?