Il luogo comune del magistrato di Treviso che lascia

Il luogo comune del magistrato di Treviso che lascia

«Scelta contro il burocratismo borbonico non da paese civile»

Il presidente del tribunale di Treviso Giovanni Schiavon lascia la magistratura dopo 44 anni di carriera per prendere le distanze dai mali della giustizia italiana, dagli organi di potere del CSM, dal correntismo e dalla spartizione correntistica che non gli consentirebbe di svolgere l’attività di magistrato in maniera indipendente. Il CSM ha rivelato che Giovanni Schiavon rischiava il trasferimento d’ufficio per incompatibilità parentale con il figlio che svolge la professione di avvocato. Forti le dichiarazioni di Schiavon che tira in causa la storia del Sud come termine di raffronto in negativo: «Scelta contro il burocratismo borbonico non da paese civile». Il Ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri ha risposto che la nostra burocrazia ha norme molto rigide e dure, “per cui a volte può sembrare un po’ borbonica”.
Ancora una volta “borbonico” viene usato per indicare qualcosa di inefficiente, ancora un uso spropositato del termine, ancora la storia del Sud infangata. A Schiavon va ricordato che l’inefficienza e la macchinosità della pubblica amministrazione attribuita ai Borbone di Napoli non sono altro che un falso storico. Anzi, in realtà l’aggettivo attribuisce ai napoletani un difetto dell’amministrazione piemontese.
È il caso di ricordare anche a Schiavon che il Cavalier Vittorio Sacchi, amico di Cavour, direttore delle contribuzioni e del catasto del Regno di Sardegna, fu inviato a Napoli per capire come erano ordinati i tributi e le finanze delle Due Sicilie. Da Napoli, Sacchi spedì una lunga lettera a Torino annotando che era partito per la grande metropoli con forti pregiudizi, smentiti da ciò che aveva visto con gli occhi e toccato con mano. Una lunga serie di apprezzamenti coi quali consigliò di applicare la burocrazia napoletana al nuovo Regno d’Italia in luogo di quella piemontese. “Nei diversi rami dell’amministrazione delle finanze napoletane si trovavano tali capacità di cui si sarebbe onorato ogni qualunque più illuminato governo”. Questo fu il sunto di quanto riportò minuziosamente il Sacchi. Non lo presero in considerazione, e pare che non gli consentirono di proseguire più i suoi incarichi. Finì in disgrazia, come Napoli cui bastarono 62 giorni di dittatura garibaldina per distruggere le floride finanze e l’economia del Sud.
Francesco Saverio Nitti demolì la leggenda del “burocratismo” meridionale con un’analisi puntuale, dimostrando come gli uffici dello Stato fossero prevalentemente concentrati al Nord (scuole, magistratura, esercito, polizia, uffici amministrativi ecc.). Il solo Piemonte ebbe, fino al 1898, 41 ministri contro 47 dell’intero Sud e la situazione era la stessa per tutti gli alti gradi dello Stato.
Il “Sole 24 Ore”, nel Marzo del 2011, ha attribuito al Piemonte il parto del debito pubblico. La causa? La burocrazia esasperata finalizzata alla sparizione di soldi pubblici, da cui derivò una sfrenata “creatività” tributaria e la necessità di unirsi, avete letto bene, con chi aveva i conti in ordine. Per giustificarla bisognava inventarsi una propaganda per legittimare un’aggressione contro le Due Sicilie creando attorno ai Napolitani delle “leggende nere” che ancora infestano tanti manuali scolastici e il lessico popolare figlio dei vocabolari. L’efficienza borbonica è riscontrabile in molti campi, ma di sentire inesattezze non si finisce mai. In Italia, e soltanto in Italia, “borbonico” suona male; non in Spagna, non in Francia, perchè li non c’è stato un Risorgimento. La revisione storica procede spedita ma certe incrostazioni, evidentemente, sono dure a morire.

Al quiz “l’Eredità”, il cavallo rampante di Napoli e ‘o ciuccio ‘e Fichella

Carlo Conti, il cavallo rampante e ‘o ciuccio ‘e Fichella

Quella domanda finale a “L’Eredità” che parte da qui

Nella puntata del 20 Aprile del noto quiz “L’Eredità” su RaiUno, curioso “omaggio” di Carlo Conti: la domanda decisiva per la designazione della nuova campionessa inerente alla storia del Napoli e di Napoli, per la compilazione della quale la redazione del programma ha attinto quale fonte a questo blog (o napoli.com). Il cavallo rampante, simbolo di Napoli, è tornato così a far parlare di se; peccato solo che il bravo presentatore fiorentino non abbia detto cosa rappresentasse.

Beppe Severgnini “diversamente leghista”

«Lega Nord nepotista come i Borbone, ma ne abbiamo bisogno»

Angelo Forgione – Disgustoso dibattito su La7 a “Le Invasioni Barbariche” del 6 Aprile, all’indomani delle dimissioni del leghista Umberto Bossi. Quello che doveva essere un piccolo processo alla Lega con Borghezio imputato si è trasformato in una sorta di apologia leghista. Indecente l’analisi dello scrittore lombardo e giornalista del Corriere della Sera Beppe Severgnini che, criticando la Lega da un punto di vista tutto settentrionale e non italiano, ha imputato al partito verde un nepotismo risalente al regno borbonico. Insomma, gira e rigira, il Nord è sul banco degli imputati e il Sud diventa termine di paragone negativo (ricordate Paolo Villaggio?). Scompare d’emblée il periodo tragicamente attuale di “parentopoli” e il problema viene riportato al regno preunitario del Sud, quindi monarchico, quando la discendenza diretta era un diritto-dovere dappertutto. Al termine della discussione, lo stesso Severgnini ho voluto dare alla Lega dei consigli per migliorarsi «perchè ce ne è bisogno, ma di una Lega che non dice sciocchezze sugli immigrati e che abbia il coraggio delle opinioni». Tutto qua, stop! Smussato questo spigolo, la Lega può continuare a dividere l’Italia. Omesso il principale difetto del partito secessionista: la propaganda anti-meridionali che ha devastato il Paese. Senza dimenticare che per Severgnini è Maroni l’uomo giusto «anche agli occhi degli italiani».
Detto che per i meridionali in primis, ma in generale per gli italiani, un partito secessionista non è mai un “bisogno” ma un’aberrazione, che della Lega può avere bisogno solo il Nord, che il nepotismo non è un male borbonico ma semmai della società italiana da sempre, che non si può non redarguire i leghisti per l’odio nei confronti del Sud se se ne analizzano i difetti, è facile dedurre che gli “italiani” di Severgnini sono i settentrionali “diversamente leghisti”.

Piccole precisazioni a “Il Mattino”

Piccole precisazioni a “Il Mattino”

Il Mattino, tramite il direttore Virman Cusenza, veicolo di diffusione di inesattezze storiche in risposta alla lettera inviata da Alessandro Tafuri circa i luoghi comuni sull’unità d’Italia. Ancora luoghi comuni superati da ricerche sempre più documentate.
Di seguito gli interventi di Angelo Forgione, Gennaro De Crescenzo e Lorenzo Terzi inviati in al direttore.

Gentile Direttore,
in merito alla Sua risposta ad Alessandro Tafuri firmatario della lettera “Quei luoghi comuni sull’Unità d’Italia”, non voglio snocciolarLe dati e statistiche sulla ormai sempre più crescente onda revisionistica. Ma voglio però chiederLe di non chiamare stranieri i Borbone di Napoli perchè questi erano, appunto, di Napoli, non di Spagna, Francia o Parma. Il capostipite, erede al trono di Spagna, era si Carlo III di Spagna ma prima ancora Carlo VII di Napoli. Nato si in Spagna da madre italiana, fu l’unico a non essere napoletano alla nascita ma quando salì a Madrid fu sancita la divisione delle corone. Poi vi furono Ferdinando nato a Napoli, Francesco nato a Napoli, Ferdinando II nato a Palermo e Francesco II nato a Napoli. Parlavano tutti, anche Carlo III, sia l’italiano che il napoletano, e lo erano a tutti gli effetti. Pertanto è un grave errore che il direttore di un importante quotidiano di Napoli dica una cosa del genere. Sarebbe come dire che la pizza napoletana non è napoletana, oppure che il Mattino di Napoli non è di Napoli.
Cordiali saluti.
Angelo Forgione

Caro direttore,
solo poche parole per suggerire a Lei e ad alcuni lettori qualche lettura che potrebbe evidenziare che, in quanto a situazione preunitaria del Sud, bisognerebbe effettivamente cambiare un po’ di storiografia:

1) I dati del famoso censimento del 1861 sull’analfabetismo sono parziali e inattendibili: limitati a poche aree dell’Italia, qualcuno può credere che qualche funzionario sabaudo sia andato in giro per il Sud ad accertarli in pieno caos, a guerra del “brigantaggio” iniziata e con l’esercito borbonico ancora in giro e non ancora tutto deportato nei lager dei Savoia? Studi aggiornati e documentati dimostrano che i dati del successivo censimento del 1871 misurarono gli alfabetizzati dopo 10 anni di chiusura delle scuole meridionali (le scuole dal 1860 non ottennero più finanziamenti pubblici ma solo comunali e limitati)
2) “due-tre esempi” della storiografia filoborbonica anche i 433 milioni di lire circolanti nele Due Sicilie (oltre ai famosi 443 delle nostre banche) (cfr. AA.VV. Dalla lira all’euro, 2011)? O i dati relativi al Pil e al reddito medio (CNR e Università di Catanzaro, 2007) “pari o superiori a quelli del resto d’Italia”? O anche quelli relativi all’industrializzazione  (1,6 milioni gli operai meridionali, “meno di 1,5 milioni quelli nel Centro-Nord”) (cfr, Svimez, 2011). Non è possibile, storiograficamente, ormai, dichiararsi equidistanti e mettere sullo stesso piano un secolo e mezzo di monopolio sostanzialmente filosabaudo e fondato sulla retorica e sulle mistificazioni e qualche anno di una storiografia sempre più documentata e diffusa…
Non sarebbe davvero il caso, infine, di interrompere questa dannosa e ormai indifendibile catena di luoghi comuni che offende tutti noi da 151 anni?
Cordiali saluti.
Prof.  Gennaro De Crescenzo.


Egregio Direttore,
mi complimento innanzitutto con lei per il “lapsus” assai significativo: “il dato che mi allarma è che per il nostro Sud si debba ricorrere sempre al salvatore straniero (i Borbone, i Savoia)”. Allora ammette che i Savoia erano “stranieri”? Bene: facciamo progressi!
 Se me lo permette, ribalterei la sua conclusione: è proprio la tesi dell’arretratezza del Regno delle Due Sicilie a fornire ancora, dopo un secolo e mezzo di presunta “redenzione”, un comodo alibi a chi non vuole che si indaghi troppo sui misfatti delle classi dirigenti nazionali e locali degli ultimi centocinquant’anni.
Boutade a parte, a proposito delle “litanie” borboniche lamentate da qualche lettore: è la pura verità che i Borbone puntassero sulle cosiddette “autostrade del mare”. Tra l’altro, erano assolutamente nel giusto. Sbaglia chi fa della facile ironia (tipo: “comodissimo Napoli-Foggia!”). Infatti, proprio poche settimane fa, nel corso di un incontro con alcuni imprenditori pugliesi, questi ultimi lamentavano proprio la scomparsa della navigazione “al piccolo cabotaggio”, assai più conveniente – parole loro! – per il trasporto delle merci. E sa perché non è possibile effettuare tale navigazione? Perché una legge proibisce espressamente questa possibilità. Una nave mercantile che parte da un porto della terraferma italiana non può approdare in un altro porto nazionale, a meno che esso non si trovi su un’isola. Unica eccezione: Genova (?!).
Ma a tale proposito, lascio la parola a uno storico assolutamente non borbonico o neoborbonico, Nicola Ostuni, che ha esaminato la questione delle “strade ferrate” preunitarie: “Naturalmente gran parte del successo economico dell’iniziativa era legato alla possibilità per a ferrovia di accaparrarsi il trasporto che veniva effettuato via mare. Si trattava di un volume di affari cospicuo: il 60% dei prodotti provenienti dalla Capitanata [cioè, guarda caso, proprio da Foggia e dintorni] e la quasi totalità di quelli della Terra di Bari giungevano a Napoli su navi, pagando per l’intero tragitto da Manfredonia o da Barletta a Napoli, 24 grana per ciascun cantaio. Con la stessa cifra un cantaio di merci avrebbe percorso sulla ferrovia, a tariffa massima, 29 delle 90 miglia che separano Napoli da Foggia. Per battere la concorrenza delle navi la ferrovia avrebbe, quindi, dovuto applicare una tariffa pari a meno di un terzo di quella massima, tariffe che non avrebbero coperto neanche le spese di gestione, valutate, correntemente, tra il 40 ed i 50 % della tariffa massima”. Al di là di tutto, si ripete sempre lo stesso errore: “cristallizzare” la situazione al 1860, come se, alla vigilia del crollo del Regno delle Due Sicilie, i Borbone pensassero di aver concluso il ciclo dello sviluppo meridionale. Anzitutto, vi è da dire che, a quell’epoca, già non si poteva più parlare della “Napoli-Portici”. Nel dicembre 1843, infatti, era stata aperta al traffico la Napoli-Cancello-Caserta, completata successivamente con le diramazioni per Capua (1844) e Nola (1846), cui si aggiunse, nel 1856, la tratta Nola-Sarno. Nel 1860, quindi, le ferrovie napoletane contavano 131 km di linee in esercizio e davano mediamente un prodotto annuo per km di 6000 ducati circa. Altri 132 km di linee erano in avanzatissima costruzione o completamento. Inoltre, con decreto 28 aprile 1860 il governo di Francesco II programmò l’inizio a breve scadenza di altre importanti linee: la Avellino-Foggia-Bari-Brindisi-Lecce, la Salerno-Reggio Calabria, la Napoli-Pescara, oltre a tronchi minori ed alle linee siciliane, la Palermo-Catania, la Palermo-Messina, la Palermo-Agrigento, per un complesso di ulteriori presumibili 1400 km ed un investimento complessivo di cinquanta milioni di ducati. Molto probabilmente tutto ciò avrebbe comportato, per l’industria metalmeccanica napoletana, commesse ammontanti ad almeno 16 milioni di ducati.
A proposito, improvvido lettore: i vagoni e le motrici erano ormai fabbricati a Napoli, e non in Francia. Mai sentito parlare di Pietrarsa?
Litanie “scolastiche”. Se si fosse dotati di minore malafede, si guarderebbe quanto meno con sospetto al famigerato dato del 90% di analfabeti che sarebbero stati presenti nel Mezzogiorno al momento dell’unità. Quale validità può avere un rilevamento effettuato non si sa bene come, secondo criteri statistici ignoti e, comunque, di un secolo e mezzo fa, peraltro durante una situazione di grave instabilità dell’amministrazione e dell’ordine pubblico?
Già nel 1767, dopo l’espulsione dei Gesuiti, Ferdinando IV annetté allo Stato i ventinove, floridissimi collegi precedentemente retti dalla Compagni di Gesù. Nel 1768 approvò, inoltre, l’apertura di ventuno scuole “minori” – cioè “scuole secondarie con cattedre di leggere, scrivere e abbaco, di lingua latina e qualche volta di greco o matematica” – e di collegi-convitti in ogni città in cui risiedeva la Regia Udienza, ovvero Aquila, Bari, Capua, Catanzaro, Chieti, Cosenza, Lecce, Matera, Salerno. Dall’aprile al luglio del 1769 il provvedimento fu reso esecutivo. Le “minori” sorsero all’inizio in Paola e in Amantea; subito dopo analoghe istituzioni videro la luce in Acerno, Atri, Barletta, Benevento, Brindisi, Campobasso, Castellammare di Stabia, Latrònico, Massa, Modugno, Molfetta, Monopoli, Monteleone, Nola, Reggio, Sora, Sulmona, Taranto e Tropea.
Alla fine del Settecento, inoltre, nel Regno di Napoli e in Sicilia vennero fondate le “scuole normali”, che conobbero una diffusione immediata e capillare. Gli sforzi governativi ottennero quasi subito risultati assai lusinghieri: fra il 1792 e il 1793 si contano oltre centodieci istituti – sommando quelli presenti nella capitale e nelle province del continente – in cui venne applicato con successo il metodo normale.
Per quanto concerne la Sicilia, dove mirabile fu l’impegno pedagogico di Giovanni Agostino De Cosmi, alla munificenza di privati cittadini fu dovuta l’apertura delle scuole di Augusta e Randazzo; l’abate Santacolomba creò a sue spese un centro d’istruzione nel seminario di S. Lucia del Mela; due scuole vennero attivate dentro il Palazzo reale di Palermo grazie a un finanziamento del viceré Caramanico e altre cinque videro la luce a carico delle rendite della Real Magione in Prizzi, Palazzo Adriano, Chiusa Sclafani, Giuliana e Palermo. I municipi, dal canto loro, si adoperarono con impegno nell’istituire scuole normali, in una nobile gara che coinvolse tanto piccoli comuni – come, fra gli altri, Aci S. Antonio, Gagliano, Tortorici, Viagrande – quanto grossi centri urbani delle dimensioni di Caltagirone, Caltanissetta, Marsala, Noto, Termini.
Sebbene con alterne vicende, insomma, la consapevolezza, “del diritto e del dovere dello Stato di provvedere all’istruzione dei cittadini, non verrà più meno anche quando le vicende politiche ne offuscheranno o ne indeboliranno il valore”: sono parole – scritte nel 1927 – di uno storico che, ancora una volta, non ebbe nulla da spartire con il “borbonismo”, Alfredo Zazo.
Proprio Zazo riporta, alla fine della sua importante monografia sull’istruzione pubblica e privata nel Napoletano dal 1767 al 1860, una dichiarazione illuminante di un “padre della patria”, che dai Borbone era stato perseguitato, ovvero Luigi Settembrini: “Noi altri Napoletani paghiamo la pena di una nostra bugia: abbiamo gridato per tutto il mondo che i Borboni ci avevano imbarbariti e imbestiati e tutto il mondo ci ha creduto bestie, specialmente il Piemonte, che non aveva tutta la colpa quando ci mandò i sillabari e le grammatiche italiane”.
Lorenzo Terzi 

Storia, cultura e orgoglio al “San Paolo”

Storia, cultura e orgoglio al “San Paolo”

V.A.N.T.O., Neoborbonici e tifosi fanno centro!

Due simboli carichi di storia, cultura, orgoglio e identità nella serata di Napoli-Juventus esposti al San Paolo, dopo Napoli-Catania dello scorso campionato.
Nel settore Distinti un gran bandierone delle Due Sicilie affidato al gruppo “Anni ’90”, nella Curva B degli Ultrà decine di bandiere delle Due Sicilie e lo striscione “1861-2011: noi capitale dell’orgoglio, voi capitale dell’imbroglio” a ricordare il nostro passato e la fine della Napoli capitale dei primati positivi meridionali ad opera dei sabaudo-piemontesi (con saccheggi e massacri annessi) con il presente delle cronache più recenti e imbarazzanti per la Juventus dei tribunali napoletani e non. Il tutto al grido “sapete solo rubare”.
Con un Sud sempre più umiliato ed offeso oltre il dovuto e sempre meno rappresentato a livello politico, culturale ed economico, una dimostrazione di esigenza di verità storica e di radici, sulla scia di una squadra e ad un società sportiva che si stanno affermando in Italia ed in Europa. 
Sempre nei Distinti, firmata dai “The Boys”, è apparsa la scritta “tu… mezzo francese… eri sommerso da debiti e spese… sei diventato gran sovrano rubando al popolo napoletano” ispirata al testo della canzone “Malaunità” di Eddy Napoli, a dimostrazione di una consapevolezza sempre più crescente delle vicende storiche, spesso mistificate, utile ad una proiezione nel futuro scevra da sterili visioni retoriche.
Nessuna intenzione monarchica o secessionistica, evidentemente, ma solo l’esigenza crescente di gridare un senso di appartenenza sempre più necessario da ritrovare per le prossime importanti sfide (non solo calcistiche) che attendono Napoli e il Sud verso un riscatto che gli antichi Popoli meridionali aspettano da troppo tempo.
Con l’auspicio che i napoletani possano dimostrare concretamente l’amore per Napoli in ogni momento della vita sociale e non solo all’interno dello stadio “San Paolo, si ringraziano i ragazzi dei Distinti e della Curva B per la maturità dimostrata e la disponibilità concessa e tutte le persone che hanno contribuito col cuore e con la tasca all’iniziativa.
(Uno speciale ringraziamento a Raffaele Auriemma che su Premium Calcio, commentando le coreografie sull’inquadratura del bandierone, ha citato V.A.N.T.O. «capace di valorizzare tutto ciò che di buono c’è a Napoli» e un plauso a Carlo Alvino che ha condito la sua telecronaca su SKY con ingredienti storici).

l’UNESCO fa retorica risorgimentale, ma si ravvede

protesta al WHC, e la storia cambia

Il centro storico di Napoli, come molti sapranno, è sito UNESCO patrimonio dell’Umanità. Anzi, è il più vasto centro storico d’Europa che si estende per 1700 ettari, conservando tracce di 2.700 anni di storia.
Sulla relativa pagina del sito ufficiale dell’UNESCO era saltata all’occhio la parte finale della “Descrizione Storica” in inglese (ma anche in francese). Si leggeva testualmente:
“With the return of the Bourbons in 1815, Ferdinand IV took the name and title Of Ferdinand I, King of the Two Sicilies. The tyrannous regime ensued that was brought to an end with the entry of Garibaldi’s army in 1860”. Ovvero, “Con il ritorno dei Borbone nel 1815, Ferdinando IV acquisisce il nome e il titolo di Ferdinando I, Re delle Due Sicilie. Al regime e alla tirannia che seguirono fu messo fine con l’ingresso dell’esercito di Garibaldi nel 1860″.
Dunque, anche l’UNESCO mostrava di essere vittima di una certa retorica risorgimentale stereotipata. V.A.N.T.O. ha quindi provveduto a chiedere una correzione al testo che è stata approvata e prontamente apportata, senza alcuna opposizione e con estrema cortesia da parte dei responsabili dell’Organizzazione Culturale Internazionale, quella che manca quando simili situazioni vengono sottoposte all’interno dei confini italiani. Ora la pagina del Centro storico di Napoli riporta nella descrizione storica che The Bourbon dynasty was brought to an end with the entry of Garibaldi’s army in 1860″, cioè semplicemente che “la dinastia borbonica finì con l’entrata dell’esercito di Garibaldi nel 1860”. E così anche nella versione in francese.
L’interlocutore, dal nome italiano, nella sua cortese risposta ha così definito l’errore: a misleading part” of the historical description text on the Historic Centre of Naples, ossia una “parte fuorviante” sulla descrizione storica di Napoli.
Un piccolo tassello che contribuisce a riscrivere la storia e a cancellare una denigrazione troppo feroce per chi seppe fare di Napoli Capitale la città dei primati. Almeno l’UNESCO, che ha il compito di salvaguardare la cultura dei siti che protegge, ha dimostrato di saper avere rispetto per la storia di Napoli, comprendendo la nostra protesta che è scevra da nostalgie monarchiche ma carica di rispetto per il passato della città.

Di seguito la corrispondenza tra VANTO e UNESCO

Dear Committee,
i’m a journalist and historical researcher, but also the coordinator of a cultural movement for the promotion of Naples.
 The page of the “Historical Center of Naples” at the end reads: “Ferdinand IV Took the name and title Of Ferdinand I, King of the Two Sicilies. The tyrannous regime ensued that was brought to an end with the entry of Garibaldi’s army in 1860”.

The description is disrespectful and offensive to a dynasty that gave glory and primates to the city. The description “tyrannous regime” is wrong and should be replaced with the simply words “Bourbon dynasty” to respect the great history of Naples Capital of the ‘700 and ‘800. Also in french language.
 I’d like to get an answer.
Thanks.

Angelo Forgione
Movimento V.A.N.T.O.

Dear Mr Forgione, 
Thank you for your messages to call our attention on a misleading part of the historical description text on the Historic Centre of Naples. We corrected the text in both languages.
Best regards,

Alessandro Balsamo
Nominations and Tentative Lists Manager
Policy and Statutory Implementation Section
World Heritage Centre, UNESCO

(un ringraziamento speciale a Tony Quattrone per la partecipazione)

Fantasmi al museo tra cultura e verità

Fantasmi al museo tra cultura e verità
e ora l’architetto Albarano non sparisca

Angelo Forgione – Non sto dalla parte di chi strumentalizza per screditare la rivisitazione storica dei fatti risorgimentali, ma non sto neanche con chi offre assist per farlo, rischiando di screditare a sua volta se stesso e tutti coloro che lavorano con serietà per un nobile scopo culturale-identitario. È per questo che, dopo aver smontato coi dati la denigrazione borbonica del direttore della Gazzetta del Mezzogiorno Marco Demarco, sento il bisogno di analizzare, seppur marginalmente, la posizione di chi ha innescato una reazione a catena dannosa e prevedibile con la scoperta del fantasma all’interno del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, uno dei più belli e importanti del mondo.
Oreste Albarano, architetto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, impelagato negli intoppi dei lavori di ampliamento del museo, ha tirato fuori la fotografia che mostra senza equivoci la sagoma di uno dei fantasmini disponibili sull’applicazione “Ghost Capture” per I-Phone (a lato), come dimostrato anche dal servizio del Tg3. Lui giura che la foto è autentica e che non possiede il noto telefonino di Apple.
Mi chiedo cosa ne guadagni l’architetto Albarano ad insistere su questa strada sbarrata, anzi murata. 
Eppure mi aveva fatto piacere sapere che proprio lui, un revisionista amante della storia di Napoli, voleva ripulire spontaneamente il Foro Carolino di Piazza Dante a Marzo scorso, quando comparve misteriosamente la vistosissima scritta “VIVA IL BRIGANTAGGIO”. In quell’occasione rimasi fortemente addolorato per aver visto un monumento di Napoli oltraggiato da qualcuno che ostentava una sorta di rivalutazione della storia della Napoli preunitaria. Arrivò Albarano a promettere che ci avrebbe pensato lui, spinto dalle sue idee revisioniste sull’unità d’Italia. Bene così, pensai; un meridionalista condanna l’atto e promette soluzione ad un autogoal. Ma col passare del tempo la scritta non andava via, e oggi è ancora li. Albarano invece è sparito proprio come un fantasma, per riapparire col fantasma e dire che quella scritta non l’ha potuta cancellare perchè è enorme e permea profondamente il supporto lapideo. Va bene, dico, ma la scritta non si è ingrandita rispetto a quando è stata fatta sullo stesso supporto, e un tecnico del Ministero può mai fare proclami con simile leggerezza?
Il tempo passava ed, essendomi occupato della vicenda, mi si chiedeva perchè mai la scritta permanesse nonostante le promesse di Albarano.
A distanza di cinque mesi è arrivato il fantasmino del museo made in Steve Jobs, e in genere 1+1 fa sempre 2. Forse il 2 lo ha fornito il sottosegretario ai Beni Culturali Riccardo Villari che si è felicitato della vicenda per l’ìnteresse suscitato intorno al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. E così Albarano, magari, avrà forse fatto luce sulla vicenda commentando che «Solo Villari è stato intelligente, capendo che al Museo non faccio che del bene… in fondo a Ferragosto sono stati staccati solo tre biglietti».
E allora, alla luce di tutto ciò, una dichiarazione su tutte va evidenziata e sottoscritta; quella del Ministro della Cultura Galan che ha ben detto: «c’è poco da sorridere, la gloriosa storia dell’archeologia partenopea non merita certe irritualità, per il rispetto che va portato sempre e comunque a ciò che Napoli è ed è stata».
Non è facile analizzare la figura di Albarano che nel 2009 ebbe l’idea di accostare alcune poesie erotiche Napoletane del periodo borbonico allo show delle pornodive di “Erotica Tour“, che è piombato in soccorso del decoro di Piazza Dante senza dare seguito al proposito, che al Corriere del Mezzogiorno avrebbe dichiarato di aver preso più di 250 voti alle ultime Amministrative di Napoli col Partito del Sud mentre i dati ufficiali del Comune di Napoli dicono che ne ha presi 34.
Ad ogni modo l’architetto Albarano ha una sola opzione possibile, e cioè quella di far periziare la foto e dimostrare pubblicamente che sia autentica e non manipolata, senza sparire di nuovo come un fantasma. Per il rispetto che si deve alla grande storia e gli importantissimi musei di Napoli.
In conclusione, una considerazione è d’obbligo: se davvero il mondo del revisionismo storico vuole riaffermare la verità risorgimentale e ricostruire un rinnovato orgoglio sopito, non può consentirsi informazioni fantasmagoriche e fantasmi informatici. Verità e cultura, quelle a cui ogni meridionalista onesto deve attienersi, non vanno d’accordo con le domande senza risposta.

 (clicca per ingrandire)

Sulla nuova maglia del Napoli torna un po’ di storia di Napoli

Sulla maglia del Napoli torna un po’ di storia di Napoli
finalmente verso l’azzurro, finisce l’epoca del celeste

Angelo Forgione – L’avevo sottolineato a Maggio nell’articolo sulla storia del simbolo e dei colori sociali del Napoli: “il Calcio Napoli confonde la storia di Napoli”. E scrivevo così: “Anche la tonalità di azzurro, in origine fedele a quello più intenso borbonico, è divenuta col passare del tempo sempre più tenue, fino al quasi celeste dell’era De Laurentiis”.
Il colore d’origine del Napoli è l’azzurro borbonico, dedicato dall’Associazione Calcio Napoli 1926 alla storia della città insieme al cavallo rampante. Ma la tonalità di azzurro è divenuta col passare del tempo sempre più tenue, fino al quasi celeste dell’era De Laurentiis.

Finalmente la nuova maglia della stagione 2011-12 si avvicina un po’ di più al passato con un briciolo di rispetto in più per la storia non solo del Napoli ma anche di Napoli. La casacca firmata Macron è stata presentata a bordo della nave da crociera MSC “Splendida”, ispirata a quella storica del 1986-1987, stagione del primo scudetto azzurro.
L’azzurro è stato scurito e torna un po’ più vicino a quello borbonico, in rispetto di una storia che nessuna esigenza di marketing deve dimenticare; sparisce quindi la tenue tonalità celestina adottata nell’era De Laurentiis per volontà di Pier Paolo Marino.
La maglia, come detto, è una rivisitazione moderna di quella indossata da Maradona e compagni nella fantastica cavalcata tricolore. Nel colore, ma anche nel colletto stile polo con bordino bianco, che se risvoltato svela sul retro la scritta SSC NAPOLI, e nei numeri retrò identici a quelli dell’epoca.
La maglia è caratterizzata dalla vestibilità “fitted” con alto coefficiente di aderenza garantito da un tessuto elasticizzato e traspirante. I calzoncini sono bianchi con inserti azzurri sull’orlo, mentre i calzettoni sono azzurri.
Due gli sponsor: all’ormai familiare Lete si è aggiunto MSC Crociere. Già la prima aveva imposto negli anni un rettangolo rosso poco piacevole, ora se ne aggiunge uno blu. Quei marchi, per risultare gradevoli come non lo sono ora, andrebbero in bianco, senza i colori di contorno (vedi simulazione in basso). E se da una parte tutto ciò vanifica l’intenzione e la ricerca di Macron, dall’altra il Napoli porterà in giro per l’Europa due importanti brand campani.

clicca sulle immagini per ingrandire

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Ecco un’esercitazione stilistica per dimostrare quanto ne guadagnerebbe in bellezza la nuova maglia annullando i rettangoli nei quali sono incastonati gli sponsor. Viene da chiedersi se sia un’esigenza dettata dagli sponsor oppure una “miopia” estetica.

video: Cruciani e le coltellate alla grande storia del Sud

video: Cruciani e le coltellate alla grande storia del Sud
la mistificazione degli sprovveduti

Vergognoso e deplorevole atteggiamento di Giuseppe Cruciani (già noto per alcuni commenti velenosi sul Napoli a “Controcampo”) e David Parenzo durante la trasmissione radiofonica “La Zanzara” di Radio24. Un radioascoltatore salentino interviene in diretta dichiarandosi “neoborbonico” e revisionista per poi snocciolare scomode verità storiche. I due conduttori lo incalzano e lo trattano come un pazzo per l’uso della parola “borbonico” fatto senza alcuna sudditanza, per poi “imbavagliarlo” con scherno e irrisione dietro alle quali si nasconde l’ignoranza di due disinformati che zittiscono l’unico informato della discussione.
Ancora una dimostrazione di come il “regime di pensiero italiano” imponga la ghettizzazione di chiunque rivaluti a ragion veduta la grande storia del Sud che gli intellettuali di ogni parte del mondo conoscono, e di come si voglia a tutti i costi sopprimere la voglia di restituire alla parola borbonico un significato più fedele alle fama che la dinastia napoletana seppe dare a Napoli e al Sud preunitario.

Mentre Napoli soffoca sotto i rifiuti, che sono rifiuti della lega a cooperare, l’attacco alla città è anche storico ed è in atto non solo nelle stanze della politica ma anche negli studi televisivi e radiofonici.

È possibile protestare scrivendo a:
giuseppe.cruciani@radio24.it 
 lazanzara@radio24.it

Di seguito, il botta e risposta di V.A.N.T.O. con Cruciani

Caro Cruciani,
la sua ignoranza nei confronti della storia del Sud è sesquipedale. Lei è il suo collega Parenzo non solo non vi ponete dubbi nella vita ma avete così tante certezze sbagliate da andare incontro a brutte figure come quella col ragazzo salentino che è intervenuto in trasmissione sulla storia del meridione borbonico.
I migliori uomini di cultura, e oltre a quelli citati nel video ne potrei snocciolare tantissimi anche stranieri, rispettano le verità storiche mentre personaggi come voi finiscono col fare danni alla cultura che neanche immaginate. O forse si, perchè il sospetto che lo facciate di proposito è molto più che semplice sospetto.
Si guardino questo video e poi chiedano scusa al ragazzo salentino e a tutti i meridionali, sia quelli che sanno che quelli che non sanno.
Nella vita bisogna diffidare da quelli che hanno certezze, non da chi ha dubbi. Le persone di cultura sono anche umili, sanno ammettere i propri errori.

Risposta di Cruciani (in copia generica a tutti)

Abbiamo semplicemente detto che rimpiangere il Regno delle Due Sicilie è ridicolo. Nessuno ha mai voluti denigrare quella storia. Il resto sono chiacchiere. Grazie.

Controreplica di V.A.N.T.O.

Non giochiamo con le parole. Così peggiorate l’immagine di voi.
Non avete detto che è stupido rimpiangere. Le testuali parole evidenziate nel video sono:
“Ma quale passato glorioso, non diciamo stupidaggini. Il Regno delle Due Sicilie un passato glorioso? Ma stiamo dicendo sul serio o dobbiamo chiamare quattro ambulanze?!”
E poi… “Mo, adesso… il Regno delle Due Sicilie… i Borbone… era un periodo rispetto ad adesso e all’unità d’Italia migliore”.
E ancora Parenzo: “Il Regno delle Sicilie più industrializzato? Ma si rende conto?”
Per poi irridere chi ne sapeva più di voi con la sirena dell’ambulanza per dipingerlo come un matto da legare, e così zittirlo. Bel modo di fare informazione e cultura!
Non ci prendano in giro con simili risposte e attenuanti. Se proprio Loro non sono così umili da fare pubblica ammenda, almeno la smettano di infangare la nostra Napoletanità e meridionalità.
È ora che la smettiate tutti Voi di infangare Napoli e la sua grande storia basandovi su un presente che è risultante del nostro subire in silenzio, sia in casa nostra che fuori… un presente in cui gli unici fessi siamo noi che abbiamo assorbito per 150 anni.
E glielo dice uno che crede ancora nel valore dell’unità d’Italia. Ma che sia fatta davvero, perchè da un secolo e mezzo non se ne vede l’ombra.
Continuate a festeggiarvela mentre noi soffriamo nei rifiuti e vediamo la più bella città del mondo stuprata da politica e camorra che, insieme, le rubano l’anima.
Se non riuscite ad avere rispetto per la nostra storia che invidiate, almeno abbiate rispetto per la nostra sofferenza.