Una chiacchierata Made in Naples con Raffaella Iuliano

“‪‎Napoli‬ è femmina. Mediterranea, seducente, sinuosa, formosa […]“.
Una piacevole chiacchierata Made in Naples con Raffaella Iuliano per la trasmissione ‘Spakkanapoli’ (Canale 9), sullo sfondo suggestivo della Reggia di Capodimonte nel “bel” mezzo di una tempesta di vento.

La “Fior di margherita” con le mie mani

fiordimargheritaAngelo Forgione Mettersi al banco di lavoro di una pizzeria napoletana e dar vita a una pizza che sappia di storia di Napoli. È quel che mi capita a Le Parùle di Ercolano (NA), che già nel nome comunica quella storia. Le Parùle, in napoletano, significa “gli orti”… e Giuseppe Pignalosa prova proprio a raccontare nel suo locale la ricchezza di biodiversità dei prodotti della fertile terra vesuviana, che fino al secondo Settecento rappresentò il principale orto polmone di approvvigionamento di verdure per la città e per i napoletani, detti “mangiafoglia”. Poi arrivò la pasta di grano duro e divennero “mangiamaccheroni”. Anche “mangiapizza”, aggiungo io.
Marina Alaimo, giornalista enogastronomica, invita me e altri quattro personaggi (Serena Bernardo, Rosaria Castaldo, Carlo Olivari e Mimmo Gagliardi), tutti legati per diversi aspetti alla divulgazione della cultura napoletana a tavola, per #sonocometumivuoi, uno stimolante contest
creativo di assaggi. Tutti chiamati a fare i pizzaiuoli per un giorno e a realizzare le proprie idee di condimento. Tutti provvisti, tranne me, dei loro ingredienti per ideare pizze davvero mai viste e abbinamenti d’alta scuola che solo a vederli nelle vaschette mi prende l’ansia. Io armato dei più classici: pomodoro, fiordilatte e basilico. Punto sulla tradizione, ma incanalata nella tanto cara ricerca storica. Posso reggere il confronto solo dando un sapore e un aspetto diverso alla tradizione. Ed eccomi pronto a dar vita alla mia “Fior di margherita 1790”, in onore della pizza borbonica che precede la romantica leggenda della pizza inventata nel 1889 per la regina Margherita di Savoia.
Indosso il grembiule d’ordinanza e parto nel mio divertissement. Stimolante (ri)scrivere la storia con le mani in pasta, stendere il formidabile e soffice impasto di Peppe Pignalosa (che mi osserva divertito), accarezzarlo di San Marzano col cucchiaio, guarnirlo con il Fiordilatte tagliato a fette, disposte in modo radiale per disegnare i petali, con il pomodorino giallo Giagiù al centro a far da capolino, e con il basilico a tocco di foglie. Stupore e sorrisi alla vista dell’affresco, uno spettacolo emozionante solo a guardarlo crudo, prima di andare in cottura ed essere governato in pala dal sapiente addetto al forno a legna. Et voilà, pronta la margherita che parla di Napoli capitale e della rivoluzione alimentare dei Borbone di fine Settecento, quando la pizza è divenuta definitivamente rossa.
Di pizze ne assaporiamo tante, in uno stimolante panel di assaggi con gran riuscita di sapori per tutti i gusti, abbinati a diversi vini locali (la mia, con un Coda di Volpe). Bravi tutti, davvero! E per chiudere, la pizza fritta doc, stavolta approntata a regola d’arte da Pignalosa, che se non fosse eccezionale non ne avremmo per mandarla giù.
Perfetta l’atmosfera e bella la location, sulla via Benedetto Cozzolino, sospesa tra il golfo e il cono del Vesuvio, che ci offre Capri all’orizzonte. Nelle mie mani ancora l’esperienza sensoriale dell’impasto lavorato. Solo se la fai di persona puoi capire davvero una pizza. Bella “storia” davvero.

Perfido Caprarica: «Barboni vs Windsor è sceneggiata napoletana contro dramma shakespiriano»

Angelo Forgione Antonio Caprarica, leccese di nascita ma inglese di auto-adozione, in un intervento alla trasmissione Tagadà (La7) riduce il revisionismo storico meridionalista a sceneggiata napoletana, e la sottopone al dramma shakespiriano della “sua” Inghilterra. «Barboni», sì, proprio barboni ha definito gli ultimi Re di Napoli, poveri accattoni al cospetto dei nobili Windsor. E definisce bufala il travaso dell’oro del Banco di Napoli al Banca Nazionale, come se la Legge del corso forzoso del 1866 fosse un’invenzione. Ne prende le distanze in quanto meridionale, ovvero di diritto uno di quelli che potrebbe “sfruttare gli interessi della bufala”. E poi ci racconta che la monarchia vive se non è contro il popolo, intendendo sottilmente che i Borbone sono decaduti perché contro i napoletani, che però li hanno rimessi sul trono nel 1799 e hanno salutato favorevolmente la restaurazione del 1815, che chiudeva i tumulti napoleonici. Semplicistico parlare di rivoluzioni risorgimentali, fomentate dalle aspirazioni di una minoranza del ceto medio, mentre Ferdinando II attuava una politica interna vicina al popolo. Che la monarchia britannica sia rimasta sul trono lo si deve all’imperialismo e alle massonerie d’oltremanica, di cui Napoli ha fatto le spese. La Regina Elisabetta sarà pur longevissima, ma Caprarica sappia che deve ancora battere il record di Ferdinando I, sul trono tra il 1759 e il 1825: 66 anni tra mille insidie, a cavallo della Rivoluzione francese e degli sconvolgimenti napoleonici. Elisabetta, nei suoi 64 anni di regno post-bellico, dopo le bombe sganciate dagli Alleati anglo-americani per inginocchiare Napoli, ha potuto godersi persino le Olimpiadi.
Qui da noi, nel Sud-Italia, se c’è un dramma, quello è la “questione meridionale”, e non è shakespiriano. Le sceneggiate le lasciamo ai libri sull’amata “perfida Albione” di Caprarica, in cui è ben descritta la pompa cerimoniale che ruota intorno alla monarchia britannica. La classe politica d’Oltremanica sa che una monarchia debole è la migliore garanzia di governo, molto meglio di un presidente della repubblica ficcanaso, alla Napolitano. Il vero re in Gran Bretagna è il Primo Ministro. Né Tony Blair né quelli che attendono il momento di succedergli hanno interesse a mettere in discussione un sistema che garantisce, meglio di una democrazia repubblicana, il loro potere. Continui pure a scrivere i suoi libri, il buon Antonio. Noi che scriviamo quelli sulla Magna Grecia ben sappiamo che il dramma meridionale, anche leccese, non nasce a Torino ma a Londra.

Luca Abete e Napoli a ‘Striscia’. Tutto autentico o alla milanese?

Angelo Forgione Striscia la Notizia e i servizi di Luca Abete da Napoli sono spesso oggetto di spaccatura tra napoletani che ne condividono i presupposti e altri che invece vi trovano forzature. Personalmente ne ho sempre fatto una questione milanese, nel senso che i servizi di tutti gli inviati passano al vaglio della redazione di Mediaset, e non è difficile pensare che dall’inviato campano ci si possa attendere una certa caratterizzazione dei contributi napoletani per renderli appetibili al pubblico nazionale e per soddisfare naturali esigenze di audience in prima serata. La penso in tal senso da qualche anno, cioè da quando (nel 2009) chiesi a Luca di realizzare un servizio sul maxischermo sotterraneo (abbandonato) e sull’illuminazione artistica (sabotata) in piazza del Plebiscito. Convocai Valerio Maioli, titolare dell’azienda ravennate che realizzò quel magnifico impianto, il quale venne direttamente da Ravenna per parlarne ai microfoni di Luca (foto). Ci recammo poi a palazzo San Giacomo per chiedere conto all’assessore competente dell’epoca. Risultato: il servizio fu montato il pomeriggio stesso a Napoli e poi inviato a Milano, dove fu bocciato perché ritenuto “poco interessante”. Per me, perché poco “napoletano”. Per Luca, perché lui non era stato all’altezza di renderlo interessante. Ne abbiamo parlato in un breve confronto radiofonico a La Radiazza di Gianni Simioli (Radio Marte) che non ha sgretolato le mie sensazioni. Ne riparleremo de visu.

Gargano più insolente dei tifosi insolenti. Problema di ignoranza.

Angelo Forgione Sì, ha ragione Walter Gargano. Certi napoletani sono davvero invadenti coi calciatori (e non solo), maleducati, nel senso che sono educati al culto del calciatore, cioè molto male. Quell’uomo che si arricchisce con la passione della gente, a Napoli è interprete della passione di un popolo che deborda talvolta in fanatismo cieco, e diventa una divinità. E poco importa se quell’uomo vale o non vale niente.
Gargano, ora in forza ai messicani del Monterrey, è colui che annunciò di aver rassicurato il connazionale Cavani a raggiungerlo a Napoli da Palermo, perché i napoletani erano caldi e unici: «Gli ho detto che un calore così non si trova in nessun posto del Mondo. Gli ho spiegato che io vivo benissimo qui». Gargano era anche quello che alla playstation sceglieva l’Inter, e che vestendo il nerazzurro pensava di aver fatto il salto di qualità. Non aveva capito che era un declassamento. A Milano non era nessuno. A Napoli tornò da perdente, un gambero che faceva però il passo avanti senza rendersene conto.
Non è una verità a far male ma il modo con cui la dici, e il momento. Le volgari risate alla radio messicana, tutte quelle confessioni a mo’ di presa per i fondelli per un club e un ambiente ai quali non imputava nulla finché gli davano “da mangiare” e gli facevano toccare l’apice in carriera, fanno di quest’uomo l’esempio vero dell’insolenza che disprezza l’insolenza.
Se si comprendesse che il calciatore dev’essere sostenuto in campo e ignorato fuori, sarebbe un gran bel passo avanti per tutti. È, appunto, un problema di ignoranza, da qualsiasi punto lo si analizzi.

Solita storia, lo Scudetto resta al Nord. È il n. 104!

Angelo Forgione Scudetto numero 32 per la Juventus. E la ripartizione dei diritti televisivi del Calcio (tabella a lato), primaria fonte dei bilanci dei club italiani, continua a rappresentare un grande limite alla competitività della Serie A. Finché sarà assegnata in base ai bacini d’utenza, cioè al numero dei tifosi, il club bianconero, più di Milan e Inter, otterrà la fetta più grossa e beneficerà del grande seguito dell’Italia bianconera, Sud compreso. Qualcuno, per cambiare la storia, studia la modifica del sistema, proponendo il parametro della densità popolativa delle città al posto dei bacini d’utenza (frutto di sondaggi e non di censimenti), e l’aumento della percentuale da dividere in parti uguali (oggi il 40% della torta).
Tratto dal ‘Brigantiggì’, il mio commento all’epilogo del campionato italiano di Calcio, vinto ancora una volta dalla Juventus, tra limiti strutturali e caratteriali di Napoli e Roma ed errori arbitrali.

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Clicca qui per vedere l’intera puntata del Brigantiggì

Briganti dell’informazione sul palco di Giugliano

Tratte dalla diretta televisiva di TeleClubItalia, le interviste ad Angelo Forgione, l’editore Gino Giammarino e Gennaro De Crescenzo (Mov. Neoborbonico), realizzate dopo il dibattito culturale moderato da Sara Giglio (Radio CRC), tenuto nella centrale piazza Matteotti di Giugliano (NA) nell’ambito della manifestazione ‘La Tammorra dei Briganti’.

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Convegno a Giugliano (NA) per “La Tammorra dei Briganti”

Sabato 30 aprile appuntamento a Giugliano (NA), ore 18, in piazza Matteotti. Convegno meridionalista con la partecipazione di Angelo Forgione, Gennaro De Crescenzo e Gino Giammarino nell’ambito della rassegna ‘La Tammorra dei Briganti’, evento storico culturale ed enogastronomico nel segno della storia del “brigantaggio” e del Sud e della valorizzazione di cultura e tradizioni del nostro territorio, organizzato dall’associazione Liberal, guidata da Domenico Ciccarelli, con il patrocinio morale del Comune di Giugliano. Tre giorni (29, 3 aprile e 1 maggio) di incontri, concerti, dibattiti, esposizioni artigianali, sfilate di carrozze e cavalli, degustazioni senza pause nel centro storico di Giugliano tra corso Campano e via Roma.

Pizza fritta (di Sorbillo) lurido cibo di Napoli nella signorile Milano

Angelo Forgione Vittorio Blùm come Carlo Collodi. 24ILMagazine de IlSole24Ore si scaglia contro la pizza fritta napoletana di Gino Sorbillo, da poco approdata a Milano. “Sarà un flop”, scrive il fantomatico autore del pezzo che parla dell’avvio della “Antica Pizza Fritta da Zia Esterina” all’ombra del Duomo.

“A Milano non siamo abituati a circolare con un arnese in mano lungo una banana e mezza e largo come un vecchio vhs, una sorta di baionetta grondante olio, provolone e pomodoro incandescenti, che se lo addenti schizza molecolarmente a raggera rischiando di trascinare te e i posteri in sanguinose cause di risarcimento danni solidi e morali ai famigliari dell’avvocato d’affari appena sbucato da piazzetta Liberty che hai centrato perfettamente nell’occhio chiudendoglielo per sempre”.

Come a dire: questa lurido cibo napoletano è un’indecenza nella signorile Milano dei professionisti. Sembra proprio di rileggere i toni sprezzanti che usò nel 1886 Carlo Collodi, autore di Pinocchio, per presentare agli italiani la pizza napoletana. Era il secondo Ottocento unitario, e il cibo partenopeo tentava di conquistare l’Italia, mentre gli italiani del Nord la consideravano un alimento da straccioni e poveracci napoletani afflitti dal colera, un alimento che poteva provocare il contagio, un lurido pasticcio per maleducati che lo mangiavano con le mani:

“Vuoi sapere cos’è la pizza? E’ una stiacciata di pasta di pane lievitata, e abbrustolita in forno, con sopra una salsa di ogni cosa un po’. Quel nero del pane abbrustolito, quel bianchiccio dell’aglio e dell’alice, quel giallo-verdacchio dell’olio e dell’erbucce soffritte e quei pezzetti rossi qua e là di pomidoro danno alla pizza un’aria di sudiciume complicato che sta benissimo in armonia con quello del venditore.

Il nuovo acquedotto del Serino risolse i problemi idrici causati dagli antichi acquedotti tufacei di Napoli. Acqua pulita, incontaminata, buonissima… e pizza pronta a partire alla conquista della nazione. E così fu inventata la favoletta patriottica della “pizza Regina” del 1889. Inziò la scalata, lunga, perché ancora negli anni del Fascismo, a Milano si diceva «mi la pizza la mangi a Napoli» (io la pizza la mangio a Napoli). Dopo la guerra, la pizza, il “sudiciume complicato“, invase non solo Milano, non solo l’Italia ma tutto il mondo.
La storia si ripete. Non bastavano le parole di Domenico De Masi (
«La pizza napoletana è una boiata interclassita per avvinazzati»). Ora anche la descrizione della pizza fritta napoletana di Sorbillo a Milano. Il nuovo Collodi si chiama Vittorio Blùm. Se tanto mi dà tanto, la pizza fritta napoletana sta per invadere l’Italia.

Dibattito “Difendo la città, come reagire allo Sputtanapoli”

Sabato 23 aprile dalle 18:00 alle 21:00 si terrà, all’Agorà demA di Napoli, il dibattito pubblico “Difendo la città. Come reagire allo Sputtanapoli”. Tema molto sentito dal popolo napoletano che, come altre comunità nel mondo, è sottoposto ogni giorno a pesanti attacchi mediatici alla propria identità e immagine.
Il clima di risveglio e consapevolezza che si respira nella nostra Città, e che si spinge anche nei comuni della Città Metropolitana, apre nuove scenari ed esigenze di reazione costruttiva verso chi svilisce ogni giorno la dignità dei napoletani.
Un incontro pensato dalla lista civica MO! per suggerire alternative creative e coraggiose che, partendo dall’osservazione critica della colonizzazione mentale subìta attraverso un lungo processo di apprendimento, consentono di attivare un impegno per il cambiamento che sia efficace e libero da agiti violenti.

Moderano l’incontro:
Gianni Simioli (speaker Radio Marte)
Marco Esposito (giornalista de Il Mattino)

Intervengono:
Angelo Forgione, scrittore
Luca Delgado, scrittore
Flavia Sorrentino, portavoce nazionale di Unione Mediterranea
Emilio Coppola, avvocato
Francesco Labruna, avvocato
Antonio Lombardi, mediatore per non violenza nei conflitti

Agorà demA – Napoli via Santa Brigida, 65
Ingresso libero

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