––– scrittore e giornalista, opinionista, storicista, meridionalista, culturalmente unitarista ––– "Baciata da Dio, stuprata dall'uomo. È Napoli, sulla cui vita indago per parlare del mondo."
ad “Attacco a Napoli” il clima d’odio tra napoletani e romanisti
Angelo Forgione – Interessante puntata di “Attacco a Napoli” su Piuenne, approfondimento d’indagine dei fatti tragici di via Tor di Quinto a Roma che hanno preceduto la finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina. Il dibattito, condotto da Raffaele Auriemma, ha goduto, tra gli altri, dei preziosi contributi di Sergio Pisani, uno degli avvocati del ferito Ciro Esposito, e della criminologa Angela Tibullo, criminologa nominata dello stesso pool di avvocati, che hanno fornito ulteriori particolari d’indagine dei fatti, di cui i pm hanno già un’idea abbastanza definita. L’ipotesi di incriminazione per tentata strage a carico di Daniele De Santis, da me avanzata nel dibattito, ha trovato fondamento nella ricostruzione degli eventi. La trasmissione, di cui è proposta una sintesi, ha anche tastato il polso all’assurdo clima d’odio che attanaglia le tifoserie di Napoli e Roma.
Fluminense vs Italia, test premondiale per gli azzurri in vista dei Mondiali. La torcida del Flu, a metà del primo tempo, intona “Funiculì funiculà”, uno dei cori tipici di casa. Tutto a pennello in una serata in cui i cinque goal portano la firma dei napoletani Immobile e Insigne. La Stampa di Torino scrive che il canto sa di presa in giro. Non lo è. È semplicemente Napoli mondiale, biglietti a parte.
al C.U.M. di Nizza conferenza su “la désunité italienne”
Angelo Forgione per napoli.com – Sempre affascinato da Napoli, Jean-Noël Schifano, direttore letterario per l’editrice Gallimard e critico di Le Monde, ovunque si trovi, descrive la Capitale con stile e ricrea il fascino di una civiltà che mantiene la sua autonomia culturale.
Schifano è stato protagonista mercoledì 4 giugno di una conferenza al Centre Universitaire Méditerranéen di Nizza dal titolo “la désunité italienne”. Sì, la disunità italiana, raccontata proprio nella città natale di Garibaldi. Un’ora e mezza di racconti storici, più un quarto d’ora di risposte alle domande dei più di 300 presenti, per descrivere la realtà meno nota del Regno delle Due Sicilie nel 1860, le sue eccellenze, e l’interruzione del progresso ad opera di Garibaldi il nizzardo, Bixio, Cialdini, Vittorio Emanuele II e Cavour, «i criminali», attraverso «le menzogne e i plebisciti falsati agli occhi di tutti e sempre benedetti dalla Repubblica italiana». Il percorso storico è culminato nel disastro del presente, nel degrado sociale del Mezzogiorno di oggi che muore sempre più e non può trovare speranze nelle contraddizioni verbali del premier italiano Matteo Renzi, «un nanomachiavelli», prima lusinghiero in campagna elettorale europea nei confronti dell’antico Stato meridionale, a tal punto da eleggerlo a modello di rinascita economica, e poi offensivo subito dopo le elezioni.
Vibrante anche la denuncia del museo lombrosiano di Torino, definito da Schifano «un obbrobrio dell’umanità». Quando dal pubblico l’esposizione è stata definita “una sfumatura della storia”, Schifano ha risposto con decisione: «Fatti e date, caro Signore, fatti e date che il mondo intero può controllare… E, scusi, se lei scoprisse un bel giorno in un museo, su uno scaffale nuovo fiammante, in un boccale conservato da 150 anni, la testa del suo bisnonno, farebbe delle sfumature?» Applausi scroscianti in sala.
Significativa una citazione di Rocco Scotellaro: «Bisogna strappare le maschere con i denti…». Vera emozione del pubblico, unita alla commozione per le reclusioni nel forte di Fenestrelle e per la descrizione, con dovizia di particolari, di alcuni massacri commessi delle truppe piemontesi.
Schifano ha pure messo in evidenza le campagne denigratorie di cui Napoli è vittima da più di un secolo e mezzo, descrivendo per esempio le varie copertine de l’Espresso, tra cui l’ultima titolata “Bevi Napoli e poi muori”: «Innumerevoli umiliazioni per coprire la sola Città capitale d’Italia di onta identitaria e rinforzare a spazi regolari, da 154 anni, una xenofobia storica degna dei peggiori colonizzatori». «Non immaginate – ha detto l’intellettuale francese – con quanta rabbia Napoli e il Sud stiano riprendendosi sempre di più l’identità rubata, nonostante tutte le razzie economicamente mortali che da 154 anni si sono fatte, da Marsala alla Campania Felix. E questo grazie anche al coraggio di scrittori come Pino Aprile e Angelo Forgione (ringraziamenti, NdR), determinati a pubblicare libri-verità accecanti».
Chiusura con una sentenza: «A giudicare dalla partecipazione, Garibaldi, a Nizza, sembra “seppellito” da molto tempo».
Angelo Forgione – La pizzeria Sorbillo ha festeggiato 125 anni della pizza “margherita”, una ricorrenza lanciata da Coldiretti, la quale ha voluto richiamare l’attenzione sulla sofisticazione dell’alimento più famoso al mondo, la pizza, simbolo del made in Italy a tavola, servita in due terzi delle pizzerie italiane con prodotti stranieri.
A la Radiazza, la popolare trasmissione radiofonica di Gianni Simioli sulle frequenze di Radio Marte, ho contestato a Francesco Borrelli, collega giornalista, la compartecipazione al falso storico sull’età della “margherita”, su fonti storiche documentali e normative continuamente ignorate. La lettera del capo dei servizi di tavola della Real Casa Camillo Galli, che nel 1889 convocò il cuoco Raffaele Esposito al Real Palazzo di Capodimonte perché preparasse per Sua Maestà la Regina Margherita le sue famose pizze, sancisce l’italianizzazione della pizza “margherita”, che si faceva già da tempo a Napoli, e fu offerta alla sovrana sabauda per i suoi colori. L’operazione “margherita” di Raffaele Esposito servì a sdoganare l’alimento pizza in Italia prima e nel mondo poi, ma il parto della pizza con mozzarella, pomodoro e basilico è lontano già due secoli.
«La Germania ha unito Est e Ovest. Noi ancora burocraticamente borbonici»
Due settimane fa aveva elogiato il modello delle Due Sicilie.
Angelo Forgione – Ci ha messo dodici giorni il premier Matteo Renzi, trionfatore indiscusso delle votazioni europee, per cadere in contraddizione. Il 14 maggio era stato a Napoli, in prefettura, e si era riferito al modello borbonico delle Due Sicilie per il rilancio del Sud, seppur apparendo già contraddittorio rispetto ad alcune sue dichiarazioni del passato. Storico Matteo! Non lo aveva fatto nessun Primo Ministro o alta carica dello Stato in 153 anni di storia unitaria.
Durante la trasmissione Rai Porta a Porta del 26 maggio, Renzi, da forza emergente al tavolo dell’Unione Europea, ha parlato di rapporti tra Italia e Germania in chiave continentale, anticipando le sue intenzioni rispetto alla cancelliera Angela Merkel. Ed eccolo di nuovo giocare con le parole: «Siamo in grado di andare dalla Merkel e dire “questa è la semplificazione della pubblica amministrazione italiana, che non può essere borbonica”?».
Certo, si tratta di uso di una parola sbattuta sul dizionario con l’accezione denigratoria della Storia del Sud che ormai non regge più, come da Renzi stesso evidenziato. E pure il suo predecessore Enrico Letta, nel corso del summit dei capi di Stato e di governo dell’Ue dello scorso ottobre, aveva affermato che «bisogna lavorare affinché l’Italia non sia guardata più come il Paese più burocratico e borbonico». Inutile – ma non lo è – ricordare ancora una volta che la burocrazia italiana è sabauda, non borbonica, e che sono stati i piemontesi a imporre e condurre la loro Italia, non i napoletani.
Renzi sia più fedele a quel che dice e non metta maschere diverse in base al palcoscenico che calca. Tanto più se cita l’esempio dell’unione tedesca, vera:«La Germania, negli anni Duemila, che cosa ha fatto? Ha fatto quello che noi non abbiamo fatto: ha fatto delle riforme strutturali per unificare Est e Ovest, investendo fortemente sul mercato del lavoro, e adesso è leader in Europa e fa registrale percentuali di crescita come nessun altro Paese».
Tutto giusto, tutto perfetto, a parole. Dunque, Renzi, ha la ricetta per unire l’Italia – ma non da oggi – e sa come cancellare il divario Nord-Sud, anche quello di stampo sabaudo, non borbonico. Se non lo farà, la colpa non sarà della Merkel.
tratto da Made in Naples (Magenes, 2013): Sono stati i Savoia a governare l’Italia piemontesizzata per circa ottantacinque anni, non i Borbone. Dunque, può mai essere borbonico il retaggio governativo della Nazione italiana? La burocrazia italiana non è borbonica ma, semmai, figlia di quella sabauda e piemontese instaurata negli anni del Regno d’Italia, esasperata e finalizzata alla sparizione di soldi pubblici. Un modo d’intendere l’amministrazione statale da cui derivò una sfrenata “creatività” tributaria a Torino e la necessità di unirsi con chi aveva i conti in ordine e poche tasse. Perché, dopo il 1855, il Regno di Sardegna non compilò più il bilancio statale? Forse “per oscurare le informazioni”, come denunciò nel 1862 l’economista Giacomo Savarese. Fu questa l’origine del debito pubblico italiano, prettamente piemontese, come conferma la ricerca Un’Italia unificata? – Il Debito Sovrano e lo scetticismo degli investitori di Stéphanie Collet, pubblicata nel luglio 2012.
Nel video, il riassunto della puntata del 12 maggio di Clandestino su Tele Club Italia. “Napoli maledetta” tema del dibattito televisivo, tra accanimento mediatico per i fatti relativi alla finale di Coppa Italia di Roma, le polemiche su Roberto Saviano per la fiction “Gomorra” e umiliazione della cultura napoletana, sostanzialmente ignorata dai media nazionali.
Angelo Forgione – Il premier Matteo Renzi, a Napoli per incontrare in prefettura i Comuni che rientrano nella Città Metropolitana e discutere sui fondi strutturali, ha annunciato nel suo discorso ai presenti che il modello di rilancio di Napoli e del Sud è il Regno delle Due Sicilie, l’antico stato preunitario che, coi suoi progressi in ogni campo, si faceva notare in Europa e nel mondo. “Noi vogliamo smontare due considerazioni: che l’Italia sia il problema dell’Europa e che il Sud sia il problema dell’Italia”. Così ha chiosato l’ex sindaco di Firenze.
Il contraddittorio Renzi, l’unico a conoscere il significato del 17 marzo in un triste servizio de Le Iene fuori Montecitorio (guarda il video), è il presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica dell’Italia unita, quell’entita geopolitica che, con la sua nascita, ha segnato di fatto l’interruzione di quel progresso e la nascita della “questione meridionale”. Almeno a parole, dopo un secolo e mezzo, un’alta carica istituzionale annuncia di volerlo riattivare e riallacciare i fili col retaggio culturale e sociale del Mezzogiorno, ed è la prima volta che accade. Tra il dire e il fare, però, c’è di mezzo la politica, che i fischi all’inno nazionale li stigmatizza ma, evidentemente, inizia a capirli.
«Se fossi stato napoletano avrei fischiato anch’io l’inno nazionale sabato sera. Ma quali fratelli d’Italia, i fratelli della p2, della massoneria, della ‘ndrangheta e della camorra? O i fratelli del Nord, che vi hanno portato tonnellate di rifiuti tossici? Lo Stato italiano qui non lo avete mai visto e vi ha fatto solo cattiverie». Così Beppe Grillo in serata a Napoli nel Rione Sanità durante un comizio elettorale. «Non posso credere che Genny ‘a carogna sia il responsabile di tutti i mali del mondo – ha aggiunto Grillo – e ci dobbiamo stupire della polizia che dice “scusi signor carogna, possiamo giocare?” o del presidente della Repubblica che riceve un condannato in via definitiva al Quirinale? Voi napoletani avevate inventato tutto e vi hanno portato via tutto.»
Angelo Forgione – Mentre tutti erano distratti da Genny ‘a carogna e dai fiumi di parole sulla sua maglietta e sulla trattativa per svolgere o meno la finale di Coppa Italia, una silenziosa circolare del Consiglio Superiore della Magistratura, presieduto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, azzerava il pool di Palermo, che non ha eguali per competenza, le cui indagini nel quadro delle trattative Stato-Mafia hanno delineato nuovi misteri legati a figure appartenenti ad ambienti di potere decisamente più alti di quelli toccati dalle precedenti attività investigative. La direttiva ordina che tutti i nuovi fascicoli d’inchiesta sulla mafia debbano essere affidati esclusivamente a chi fa parte della Dda, la direzione distrettuale. Striscioni contro lo Stato e a sostegno del pool antimafia di Palermo sono apparsi sui cavalcavia di viale Regione siciliana, nel capoluogo isolano. In uno degli striscioni è scritto: “Lo Stato carogna blocca il pool antimafia”.
Vale la pena ricordare che nel gennaio 2013 la Corte costituzionale accolse il ricorso del Quirinale contro la Procura di Palermo per conflitto di attribuzione e dispose la distruzione delle intercettazioni tra il presidente Napolitano e l’ex presidente del Senato Mancino.
Angelo Forgione – Nel corso della trasmissione radiofonica Si gonfia la rete di Raffaele Auriemma, ho espresso il mio parere sui fatti dell’Olimpico e motivato i fischi all’inno nazionale, che nulla o quasi hanno a che vedere coi tumulti avvenuti dentro e fuori lo stadio. Quei fischi hanno un significato che il Paese bolla come manifestazione di ignoranza, ostinandosi a non volerli comprendere. Eppure già due anni fa si erano verificati in occasione della finale della stessa competizione contro la Juventus. Nessuno si è preoccupato di capire il malessere e la disaffezione di Napoli verso i simboli della Nazione, concentrandosi sulla più deleteria e volgare gogna mediatica a danno dei napoletani.
Nel corso della trasmissione è intervenuto anche il direttore del Corriere del Mezzogiorno Antonio Polito, il quale ha invitato a non individuare nella questione sociale e storica la matrice dei fischi, trovando il disaccordo di Raffaele Auriemma.