Agguato di Roma: tentata strage di bambini?

ad “Attacco a Napoli” il clima d’odio tra napoletani e romanisti

Angelo Forgione – Interessante puntata di “Attacco a Napoli” su Piuenne, approfondimento d’indagine dei fatti tragici di via Tor di Quinto a Roma che hanno preceduto la finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina. Il dibattito, condotto da Raffaele Auriemma, ha goduto, tra gli altri, dei preziosi contributi di Sergio Pisani, uno degli avvocati del ferito Ciro Esposito, e della criminologa Angela Tibullo, criminologa nominata dello stesso pool di avvocati, che hanno fornito ulteriori particolari d’indagine dei fatti, di cui i pm hanno già un’idea abbastanza definita. L’ipotesi di incriminazione per tentata strage a carico di Daniele De Santis, da me avanzata nel dibattito, ha trovato fondamento nella ricostruzione degli eventi. La trasmissione, di cui è proposta una sintesi, ha anche tastato il polso all’assurdo clima d’odio che attanaglia le tifoserie di Napoli e Roma.

«Dracula è sepolto a Napoli. Sappiamo dov’è la sua tomba»

«Il conte Dracula è morto a Napoli, è stato sepolto nel cuore della città ed è ancora qui». Di questo è convinto un gruppo di ricercatori che da due anni lavora sulla presunta sepoltura napoletana di Vlad III di Valacchia. Da qualche giorno gli esperti, serissimi studiosi dell’università di Tallin in Estonia, accompagnati da un’equipe italiana, sono a Napoli, sulle tracce del conte vampiro, convinti di avere in mano i documenti che proverebbero la loro teoria ma di necessitare solo del luogo della sepoltura. E così sono andati dritti al chiostro di Santa Maria la Nova, lavorando davanti a una lapide marmorea con simbologie che riportano al Cinquecento. Sono certi che Dracula sia lì. Sarà vero?

Cenno storico sulle opere pubbliche nel Regno di Napoli

Angelo Forgione – È stato pubblicato in tiratura limitata un “Cenno storico delle opere pubbliche eseguite nel Regno di Napoli sotto l’augusta dinastia dei Borbone” (Stamperia del Valentino, Napoli), una riedizione di uno scritto del 1857 che sconfessa l’immobilismo borbonico e getta nuova luce su aspetti propagandistici che ancora oggi creano ostacoli alla ricerca della verità storica. La pubblicazione contiene una mia postfazione in cui analizzo la discussa politica di Ferdinando II, cercando di fornire un valido aiuto per comprendere quel tempo e questo che viviamo.

Postfazione di Angelo Forgione
 
     Da grande appassionato di cultura di Napoli ho indagato molto per comprendere quanto anche la sua storia fosse articolata e affascinante. La Città è stata protagonista tra il Seicento e il Novecento di un’incredibile produzione culturale sviluppata in un territorio senza peso politico nello scenario europeo e penalizzato da una piattaforma sociale molto complessa. L’Unità l’ha vista protagonista, nel momento in cui era di fatto l’unica metropoli europea d’Italia, meritevole del ruolo di capitale che invece Torino prese per sé. La dinastia borbonica è stata ovviamente rivestita di una considerazione non lusinghiera, che è però, a distanza di un secolo e mezzo, in fase di una più attenta rivisitazione, quanto mai necessaria. Cosa accadde veramente in quel preciso periodo storico? Erano quei sovrani dei tiranni reazionari e assolutisti da condannare tout court o semplici pedine sullo scacchiere geopolitico europeo dell’epoca non in grado di opporsi a un progetto politico-economico su scala internazionale? L’errore da non commettere è quello di descrivere il Mezzogiorno peninsulare d’Italia alla vigilia dell’Unità come una sorta di terzo mondo immerso in quel retrogrado immobilismo che sarebbe stato imposto da Ferdinando II. La visione degli sconvolgimenti ottocenteschi merita di uscire dalla narrazione celebrativa del potere affermatosi in seguito, per contemplare un quadro più complesso a tinte diverse e variopinte, una tela sorprendentemente attuale di cui Napoli è parte non trascurabile.
     Il continuo collasso dell’economia italiana dei nostri giorni, già penalizzata da un più ampio processo occidentale, fornisce una chiave di lettura dell’operato del quarto sovrano borbonico di Napoli, la cui politica protezionistica, accusata dalla storiografia liberale, fu ispirata dal giurista Luigi de’ Medici, presidente del consiglio dei ministri dal 1816 fino alla morte del 1830. L’esperienza governativa del capo di governo mirò al risanamento delle finanze e al rafforzamento della flotta mercantile, e questi due obiettivi programmatici consentono di capire meglio l’azione del Re.
     La prima metà dell’Ottocento è il periodo storico in cui l’economia europea si plasmò secondo i precisi dettami in cui siamo oggi immersi. Il secolo precedente aveva fornito due paradigmi assoluti: quello fondativo di Antonio Genovesi a Napoli, ovvero l’Economia Civile, e quello immediatamente successivo dell’Economia Politica dello scozzese Adam Smith, considerato erroneamente il primo economista classico e padre dell’Economia moderna. In realtà, i primi fondamenti furono posti nel Regno di Napoli da un intellettuale la cui opera è stata in buona parte eclissata per motivi evincibili da una più attenta riflessione sui tragici problemi che affliggono la Comunità Europea di oggi e, soprattutto, un Mezzogiorno che non riesce a riavviare il suo motore economico. Genovesi osservò la società napoletana del Settecento, individuando i freni alle sue ottime potenzialità e considerando l’economia un affare civile, quindi del popolo, che desse opportunità a tutti, in modo da bandire l’assistenzialismo degenerativo. Creò i presupposti per l’implosione del sistema feudale, per l’avvio dell’iniziativa privata e il libero commercio, e per le trasformazioni sociali di fine Settecento e dell’Ottocento. Smith fece altrettanto, ma, dovendosi preoccupare di una base sociale britannica meno problematica di quella napoletana, considerò l’economia un affare politico, ovvero statale ed elitario, proponendo un liberismo più integrale. La cattedra economista di Genovesi sfornò i più noti riformatori del Mezzogiorno, che avrebbero costituito l’ossatura della Scuola Napoletana di Economia. Non a caso, nel 1778, ispirata dal Supremo Consiglio delle Finanze, composto dagli economisti napoletani e preposto a dare impulso alle riforme economiche e sociali nel Regno, fu istituita da Ferdinando IV la Borsa Cambi e Merci, la prima Borsa Valori d’Italia, una delle più importanti d’Europa grazie alla presenza del porto, alle stabili relazioni internazionali e, soprattutto, agli investimenti degli enormi capitali della ricca famiglia ebreo-tedesca Rothschild. La famiglia dei grandi banchieri di Francoforte, in quel periodo, s’insediava nelle città più importanti d’Europa, là dove poteva avviare grandi affari, potendo contare sulla possibilità di trasferire i prestiti inglesi ai più importanti Stati europei che necessitavano di finanziamenti. Oltre alla casa madre di Francoforte, crearono fortune commerciali a Londra, Parigi, Vienna e Napoli, dove si trasferì Carl, uno dei fratelli Rothschild. Fu ben accolto da Ferdinando IV, ormai I delle Due Sicilie, traumatizzato dalle due destituzioni di inizio Ottocento e dai moti costituzionalisti del 1820-21, sedati con l’ausilio delle truppe austriache inviate nel Mezzogiorno d’Italia nell’età della Restaurazione post-napoleonica, che assicurarono la stabilità del trono borbonico. Per pagare circa trentacinquemila soldati di Vienna, rinforzati da tre reggimenti di fanteria svizzera, il Re necessitò di ingenti prestiti, e la famiglia Rothschild li garantì. Nel 1830, anno dell’incoronazione del ventenne nipote Ferdinando II, il de’ Medici era da poco deceduto e l’esercito straniero aveva lasciato il Regno delle Due Sicilie, dopo aver stanziato per un decennio, comportando notevole aggravio per le casse dello Stato e un forte disavanzo pubblico definito “debito galleggiante” per via della sua prolungata persistenza. Come dovremmo chiamare il disavanzo italiano dopo un secolare e costante allargamento?
     Il nuovo Re ereditò un grosso deficit che si mise in testa di risanare seguendo la politica dettata dal defunto de’ Medici, e lo fece brillantemente, attuando delle misure oculate e pareggiando il bilancio nel 1845. Gran contributo al risultato lo diedero le trattenute sulle pensioni e sugli stipendi amministrativi e dei ministri, nonché i tagli dei costi delle amministrazioni dei ministeri. A quel punto diminuì le tasse esistenti invece di istituirne di nuove, protesse le fasce più deboli e non arrecò danni all’industria nascente, evitando di soffocare l’attività d’impresa. Con molta cautela, avviò un lento e controllato sviluppo infrastrutturale, mirato a contenere la spesa pubblica e a generare la disponibilità monetaria dello Stato meridionale, che risultò, al momento dell’Unità, in quantità doppia rispetto a quella di tutti gli altri Stati italiani messi insieme. Si concretizzò in poco più di un ventennio il passaggio dall’orlo del fallimento alla solida economia del Paese col debito pubblico più esiguo d’Europa, strumentalizzata da una propaganda di quel tempo e da una certa agiografia postuma per motivare un immobilismo di propaganda che, in realtà, non esisteva. Annullato il deficit, in occasione dei moti rivoluzionari del 1848 qualcosa di significativo accadde: gli investitori internazionali, su forte pressione inglese, misero in atto un “cartello” finanziario contro la Borsa di Napoli e i titoli del debito pubblico del Regno delle Due Sicilie. Perché?
     Ferdinando II, incosciente della sfida lanciata agli odiati inglesi, che chiamava “baccalaiuoli”, non volle aderire alla smodata competizione liberista dei Paesi europei ma portò avanti un controllato programma infrastrutturale che, se da un lato penalizzò la velocità di modernizzazione delle Due Sicilie rispetto al resto d’Europa, dall’altro garantì una spesa verificata necessaria a tener lontano l’insorgere di una nuova crisi del debito. Le potenze d’Europa, al contrario, spendevano molto più di quanto avevano in cassa, aderendo al sistema economico capitalista in affermazione a quel tempo, indebitandosi presso le banche private e alimentando gli affari dei grandi banchieri e delle potenze ricche da cui piovevano i finanziamenti. Questo fece il Regno di Sardegna, impegnato in dispendiose guerre e nella sfrenata realizzazione di opere pubbliche come la rete ferroviaria, non potendo contare su quelle rotte del mare che nel territorio borbonico erano ben sviluppate e consentivano lo spostamento delle merci e una più lenta realizzazione delle strade. Gli altri Paesi iniziarono a creare le voragini nei conti pubblici, avviando l’Europa alle problematiche sociali dei nostri giorni, tra imbrigliate politiche monetarie e indeboliti poteri tradizionali.
     Ferdinando II, convinto che il suo Regno chiuso dal mare e dallo Stato pontificio potesse essere tenuto lontano dai conflitti europei, fu certamente miope nella sua spavalda visione dello scenario politico internazionale, pensando di poter agire indisturbato e di poter governare a modo suo, senza suscitare antipatie, in un contesto in cui il capitalismo britannico iniziava ad allineare la politica economica della nuova Europa e il ceto medio auspicava maggiore slancio. I tagli alla spesa offrirono un avanzo che fu destinato ad accrescere i fondi per le necessarie opere pubbliche, e ne furono realizzate tante soprattutto nel territorio peninsulare del Regno. Certo, se ne sarebbero potute realizzare di più, perché la disponibilità economica lo consentiva, ma il Re preferì assicurare stabilità al Regno ed evitare il rischio di ricondurlo nelle condizioni in cui l’aveva ereditato.
     Il quadro proposto in questo volume indica proprio che il Regno delle Due Sicilie preunitario era ben distante dall’immobilismo – semmai più aderente allo Stato vaticano – e che i ventinove anni di trono di Ferdinando II furono periodo di conquiste civili importanti, non solo per Napoli ma anche per il resto del Regno. L’uomo che le guidò, per certi aspetti, andrebbe preso a modello da politici e cosiddetti tecnici dell’Italia di oggi, canalizzati nella globalizzazione dei mercati da soggetti opachi che frenano le funzioni pubbliche, incapaci di affrontare l’ingente passivo delle finanze se non accrescendo massicciamente il carico fiscale e colpendo le fasce più deboli, generando riduzione del Prodotto Interno Lordo e dilatando sensibilmente i tempi di realizzazione delle necessarie opere pubbliche. A Napoli, a metà dell’Ottocento, si andava nella direzione opposta, verso una vera spending review fatta di tagli mirati e abolizione di privilegi per i funzionari pubblici. Un vero risanamento delle casse dello Stato di cui necessita oggi l’Italia boccheggiante, che nulla fa per recuperare gli insegnamenti dell’Economia Civile napoletana, quella che crea posti di lavoro, rispetta i lavoratori, protegge l’ambiente, migliora i beni e sviluppa i servizi.
     L’esperienza descritta dimostra che per modernizzare un Paese non bisogna spendere ma spendere bene. Queste pagine possono aiutare ad acquisire quest’ottica e rivedere positivamente il non troppo lontano passato di Napoli.

L’immagine di copertina scelta dall’editore è una gouache del Tondo di Capodimonte dell’Ottocento, epoca in cui fu realizzato. Il raffronto con una foto contemporanea evidenzia l’edificazione selvaggia e lo sviluppo della sottocultura del brutto, che hanno cancellato la vista panoramica dalla scalinata. I Borbone, come evidenziano le vicende del corso Vittorio Emanuele a Napoli, antico corso Maria Teresa (approfondimenti su “Made in Naples” – Magenes, 2013), erano molto attenti a preservare la risorsa panoramica della città, riconosciuta in tutt’Europa.

capodimonte

Il calciomercato deve abitare al Sud

il Mezzogiorno non ha una sede istituzionale nel calcio

Angelo Forgione – Lo scompenso tra Nord e Sud del Paese è forte ed evidente anche nel mondo del calcio, che è un’economia d’impresa. È violenta la sproporzione, non solo nel numero di scudetti vinti dal movimento settentrionale rispetto a quello meridionale, e non sono secondari nell’analisi il coinvolgimento e l’esposizione mediatica di un calcio che “legge” un quotidiano sportivo nazionale a Milano e uno a Torino, a fronte di uno a Roma che cerca di estendersi all’utenza di una Napoli già priva di network televisivi, altrove capaci di influenzare l’opinione nazionale. Mettiamoci poi che la Lega calcio ha sede a Milano, che la Nazionale abita a Firenze e che la FIGC è di casa a Roma, dopo essere nata a Torino e transitata a Bologna. Il calcio che conta, più giù della capitale non scende.
Il governo del pallone avrebbe dovuto dare già da tempo un segnale di attenzione alla parte più depressa del Paese, e questo segnale può essere l’assegnazione della sede del calciomercato a Napoli, o a qualche località del Sud, riequilibrando territorialmente la propria presenza. Del resto, l’inventore del calciomercato, inteso come sessione di incontri, è stato un palermitano, stravagante nobile di nome Raimondo Lanza di Trabia, proprietario del Palermo. Negli anni Cinquanta frequentava l’hotel Excelsior Gallia di Milano, nella piazza della stazione, gettonato da molti uomini di affari, e lì iniziò a ricevere i presidenti delle altre squadre, spesso immerso nella vasca da bagno e con un bicchiere di whisky in mano. Era “l’uomo in frac” che ispirò Domenico Modugno, alcolizzato e morto suicida (ufficialmente) nel 1954 per essersi lanciato dalla finestra dell’hotel “Eden” di Roma. Fu lui a inventarsi la riunione dei dirigenti a fine campionato per intavolare trattative. Nel lussuoso albergo milanese, col tempo, iniziarono ad affluire sempre più operatori di mercato, con la stampa sportiva – a riprova della tendenza che ha sempre esercitato – che iniziò ad assegnare “lo scudetto del Gallia” alla squadra che metteva a segno il colpo più importante. L’affollamento e la denegerazione manageriale aumentarono sempre più, finché la direzione dell’hotel milanese non prese la decisione di non consentire, durante il calciomercato, l’accesso alle persone che non vi soggiornavano. Il Gallia sfrattò e il vicino Hilton, nel 1970, accolse tutti, allestendo una sala stampa con servizio di segreteria, telex, cabine telefoniche. Poi, nel ’76, venne il tempo del Leonardo da Vinci di Bruzzano, periferia milanese, dove, due anni dopo, apparvero i carabinieri per apporvi i sigilli. Si passò a Milanofiori, e poi all’Atahotel Executive, negli ultimi anni, sempre a Milano, ma ormai considerata sede caotica e inadeguata. Il contratto con la Lega è scaduto, quindi stop!
Il calciomercato “rischia” di abbandonare il capoluogo meneghino, c’è bisogno di strutture fieristiche più adeguate, ma c’è bisogno – aggiungo – di portare via da Milano il carrozzone del mercato del pallone e trasferirlo al Sud. Napoli sembra interessata, ed è bene che non lasci passare questo treno e si inserisca in questo momento propizio, perché una fiera del mercato calcistico significa vantaggi in ogni senso; ma intanto una candidatura ufficiale del Sud è già stata presentata ai vertici del calcio italiano, con un progetto che punta a portare gli operatori del settore nella regione di Raimondo Lanza di Trabia. È il Comune di Taormina a volerli da subito. Il sindaco Eligio Giardina, il responsabile del Servizio Turistico Regionale Salvo Giuffrida, il presidente di Confindustria Turismo e Alberghi Sebastiano De Luca hanno già incassato il gradimento di Claudio Pasqualin, noto procuratore sportivo. Il coordinatore del progetto, il giornalista Emanuele Cammaroto, si è espresso proprio per una maggiore attenzione al Mezzogiorno: «l’auspicio principale è che venga dato spazio al Sud in un contesto non solo sportivo ma di sistema-impresa che per tanti anni ha guardato solo a Nord. Abbiamo letto di recente che anche Napoli potrebbe essere interessata a questo evento e magari proprio un asse strategico Taormina-Napoli tra le due città simbolo del Meridione può essere la chiave giusta per aprire in Italia la strada a una nuova stagione di reale e doveroso equilibrio territoriale».

Jean-Noël Schifano illustra la disunità d’Italia nella città di Garibaldi

al C.U.M. di Nizza conferenza su “la désunité italienne”

Angelo Forgione per napoli.com  – Sempre affascinato da Napoli, Jean-Noël Schifano, direttore letterario per l’editrice Gallimard e critico di Le Monde, ovunque si trovi, descrive la Capitale con stile e ricrea il fascino di una civiltà che mantiene la sua autonomia culturale.
Schifano è stato protagonista mercoledì 4 giugno di una conferenza al Centre Universitaire Méditerranéen di Nizza dal titolo “la désunité italienne”. Sì, la disunità italiana, raccontata proprio nella città natale di Garibaldi. Un’ora e mezza di racconti storici, più un quarto d’ora di risposte alle domande dei più di 300 presenti, per descrivere la realtà meno nota del Regno delle Due Sicilie nel 1860, le sue eccellenze, e l’interruzione del progresso ad opera di Garibaldi il nizzardo, Bixio, Cialdini, Vittorio Emanuele II e Cavour, «i criminali», attraverso «le menzogne e i plebisciti falsati agli occhi di tutti e sempre benedetti dalla Repubblica italiana».
Il percorso storico è culminato nel disastro del presente, nel degrado sociale del Mezzogiorno di oggi che muore sempre più e non può trovare speranze nelle contraddizioni verbali del premier italiano Matteo Renzi, «un nanomachiavelli», prima lusinghiero in campagna elettorale europea nei confronti dell’antico Stato meridionale, a tal punto da eleggerlo a modello di rinascita economica, e poi offensivo subito dopo le elezioni.
Vibrante anche la denuncia del museo lombrosiano di Torino, definito da Schifano «un obbrobrio dell’umanità». Quando dal pubblico l’esposizione è stata definita “una sfumatura della storia”, Schifano ha risposto con decisione: «Fatti e date, caro Signore, fatti e date che il mondo intero può controllare… E, scusi, se lei scoprisse un bel giorno in un museo, su uno scaffale nuovo fiammante, in un boccale conservato da 150 anni, la testa del suo bisnonno, farebbe delle sfumature?» Applausi scroscianti in sala.
Significativa una citazione di Rocco Scotellaro: «Bisogna strappare le maschere con i denti…». Vera emozione del pubblico, unita alla commozione per le reclusioni nel forte di Fenestrelle e per la descrizione, con dovizia di particolari, di alcuni massacri commessi delle truppe piemontesi.
Schifano ha pure messo in evidenza le campagne denigratorie di cui Napoli è vittima da più di un secolo e mezzo, descrivendo per esempio le varie copertine de l’Espresso, tra cui l’ultima titolata “Bevi Napoli e poi muori”: «Innumerevoli umiliazioni per coprire la sola Città capitale d’Italia di onta identitaria e rinforzare a spazi regolari, da 154  anni, una xenofobia storica degna dei peggiori colonizzatori».
«Non immaginate – ha detto l’intellettuale francese – con quanta rabbia Napoli e il Sud stiano riprendendosi sempre di più l’identità rubata, nonostante tutte le razzie economicamente mortali che da 154 anni si sono fatte, da Marsala alla Campania Felix. E questo grazie anche al coraggio di scrittori come Pino Aprile e Angelo Forgione (ringraziamenti, NdR), determinati a pubblicare libri-verità accecanti».
Chiusura con una sentenza: «A giudicare dalla partecipazione, Garibaldi, a Nizza, sembra “seppellito” da molto tempo».

Forgione – Borrelli, vivace contraddittorio sulla “margherita”

fiordimargherita_8Angelo Forgione – La pizzeria Sorbillo ha festeggiato 125 anni della pizza “margherita”, una ricorrenza lanciata da Coldiretti, la quale ha voluto richiamare l’attenzione sulla sofisticazione dell’alimento più famoso al mondo, la pizza, simbolo del made in Italy a tavola, servita in due terzi delle pizzerie italiane con prodotti stranieri.
A la Radiazza, la popolare trasmissione radiofonica di Gianni Simioli sulle frequenze di Radio Marte, ho contestato a Francesco Borrelli, collega giornalista, la compartecipazione al falso storico sull’età della “margherita”, su fonti storiche documentali e normative continuamente ignorate. La lettera del capo dei servizi di tavola della Real Casa Camillo Galli, che nel 1889 convocò il cuoco Raffaele Esposito al Real Palazzo di Capodimonte perché preparasse per Sua Maestà la Regina Margherita le sue famose pizze, sancisce l’italianizzazione della pizza “margherita”, che si faceva già da tempo a Napoli, e fu offerta alla sovrana sabauda per i suoi colori. L’operazione “margherita” di Raffaele Esposito servì a sdoganare l’alimento pizza in Italia prima e nel mondo poi, ma il parto della pizza con mozzarella, pomodoro e basilico è lontano già due secoli.

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Referendum per la Repubblica del ‘46, sangue su Napoli

11 Giugno ’46: fine della monarchia, a Napoli è l’inferno

Angelo Forgione – 2 e 3 giugno 1946, il referendum sancisce un passaggio storico per la Nazione italiana dopo la guerra: la fine della monarchia e la nascita della Repubblica. I Savoia, dopo 86 anni di regno e di danni, perdono per sempre il trono.
Alla vigilia, il Nord del Paese spinge per la Repubblica ma gli italiani del Sud e delle Isole sono nella stragrande maggioranza monarchici. Dietro le tendenze monarchiche si nasconde il timore che le forze di sinistra possano mutare l’Italia a proprio piacimento, forti del forte legame tra il Partito Comunista Italiano e l’Unione Sovietica. In realtà gli aiuti poi stanziati dal Piano Marshall, tra il 1948 e il 1951, ricostruiranno le fabbriche del Nord a patto di licenziare gli operai comunisti.
Il 4 giugno è il giorno degli spogli e a metà delle operazioni la monarchia sembra in vantaggio; la previsione parla di vittoria del re Umberto II nonostante i misfatti del padre Vittorio Emanuele III nella guerra appena conclusa. È a questo punto che Palmiro Togliatti, leader del Partito Comunista, decide di intervenire direttamente assegnando ai funzionari addetti alle circoscrizioni «autonoma gestione dei voti al di fuori di ogni controllo». Tradotto in soldoni, bisogna far vincere la Repubblica a tutti i costi. All’alba del 5 giugno, senza risultati ufficiali, lo stesso Togliatti comunica l’esito pro-repubblicano ad Umberto II. Dopo un durissimo scontro tra i servizi segreti americani favorevoli alla Repubblica e quelli inglesi favorevoli alla Monarchia, nella notte tra il 5 ed il 6 giugno i risultati si capovolgono in favore della Repubblica con l’immissione di una valanga di voti di dubbia provenienza.
Nonostante i ricorsi presentati alla Cassazione sui cui giudici Togliatti fa pressioni, lunedì 10 giugno vengono comunicati i risultati: 12.672.767 voti per la Repubblica, 10.688.905 per la monarchia. In un clima di forti tensioni, tra denunce di schede mai verificate e nascoste nelle cantine del Viminale (altre verranno poi ritrovate non scrutinate nei luoghi più disparati e distrutte), Umberto II parte il 15 giugno per l’esilio in Portogallo parlando di colpo di Stato nel suo comunicato: «Questa notte, in spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano della magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario assumendo, con atto unilaterale e arbitrario, poteri che non gli spettano e mi ha posto nell’alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza. Proclamo pertanto lo scioglimento del giuramento di fedeltà al Re, non a quello verso verso la Patria, di coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove».
Lo spargimento di sangue, in verità, c’è già stato, e il Re non vuole che continui. Accade
 l’11 giugno del 1946, a Napoli, la città più monarchica d’Italia, psicologicamente e politicamente sottomessa, aggrappata al potere della sciagurata monarchia sabauda presente nel centrale Palazzo Reale e nella posillipina Villa Rosebery. Nella città piegata ottantasei anni prima il voto è ampiamente a favore di Umberto II: 903.651 voti contro 241.973. L’esito del referendum e l’ombra dei brogli spingono i monarchici napoletani a scendere in piazza tra le autoblinde quando, attraversando via Medina, una frangia si dirige verso la sede del PCI dove sono state da poco esposte la bandiera rossa e il tricolore privo dello stemma sabaudo. Spunta una scala che viene piazzata per raggiungere la bandiera italiana ma un marinaio che vi sale è fatto precipitare, perdendo la vita il giorno dopo in ospedale. La polizia fa muro per proteggere il portone del palazzo che ospita il PCI e, sotto ordine giunto da Roma, inizia a sparare sulla folla inferocita. È una carneficina: in 7 arrivarono morti all’ospedale Pellegrini, 1 agli Incurabili e 10 tra i circa 150 feriti muoiono in agonia. Tutti giovani, alcuni sono anche bambini, tra i 12 e i 14 anni. Su queste morti cala il silenzio e nessun processo rende giustizia a quelli che vengono definiti teppisti. Per placare gli animi e “risarcire” la città, il 28 giugno l’Assemblea Costituente elegge un monarchico napoletano a Capo dello Stato, Enrico De Nicola.
Un’altra vicenda che i libri di scuola non riportano, utile a testimoniare come la storia d’Italia sia costellata di cambi di potere imposti con la forza. Prima l’invasione al Sud della monarchia Sabauda, poi il fascismo, e ancora il comunismo repubblicano… Tutte forme di governo ricche di misfatti per affermare il potere e far vegetare il popolo sulla menzogna.
Napoli, in ogni epoca, ha versato il suo tributo di sangue. La strage di Via Medina somiglia a quella di Pietrarsa del 1863, quando Bersaglieri, Carabinieri e Guarda Nazionale di parte piemontese spararono sugli operai napoletani che difendevano il lavoro. Ottanta anni dopo circa, quello stesso popolo si fece sparare addosso per difendere chi gli aveva sparato contro. Il referendum del 1946, nelle sue modalità poco trasparenti, ricorda molto i più spudoratamente falsi plebisciti sabaudi del 1860. I “teppisti” di Via Medina non sono differenti dai “briganti” antisabaudi, i primi sotto il fuoco della monarchia, i secondi sotto quelli della Repubblica.
Dinamiche perverse che testimoniano la perdita di memoria dei popoli, frutto di una pianificata costruzione della coscienza storica italiana basata sulla sottrazione della verità. La confusione contemporanea è l’unico esito possibile, alimentata da Giorgio Napolitano, figlio politico di Togliatti, che in quei giorni era segretario federale del PCI a Napoli e Caserta e oggi è Presidente della Repubblica capace di festeggiare il 17 marzo monarchico-sabaudo e il 2 giugno repubblicano. “Tutto cambia affinché nulla cambi“, insegna Il Gattopardo.

La Coldiretti e il compleanno sbagliato della pizza “margherita”

l’associazione festeggia i 125 anni di una pizza che ne ha almeno 204

Angelo Forgione per napoli.com – A rammentare il 125esimo anniversario della pizza “margherita” è la Coldiretti, e sbaglia. Lo fa riferendosi alla lettera del capo dei servizi di tavola della Real Casa Camillo Galli, che nel giugno del 1889 convocò il cuoco Raffaele Esposito della pizzeria “Pietro… e basta così” al Palazzo di Capodimonte, residenza estiva della famiglia reale, perché preparasse per Sua Maestà la Regina Margherita le sue famose pizze. Ma, come attestato da ormai noti testi ottocenteschi, Raffaele Esposito, in quell’occasione non inventò la pizza con pomodoro, basilico e mozzarella ma la fece semplicemente conoscere alla regina piemontese. Già nel 1866, infatti, il filologo Emmanuele Rocco, nel secondo volume dell’opera Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti del 1858, coordinato da Francesco de Bourcard, parlò di combinazioni di condimento con ingredienti vari, tra i quali basilico, “pomidoro” e “sottili fette di muzzarella”. E le fette, distribuite con disposizione radiale, disegnavano verosimilmente il fiore di campo su una pizza che Raffaele Esposito avrebbe proposto quarant’anni dopo alla regina sabauda.
La nascita della “margherita” è databile all’inizio dell’Ottocento, ben in anticipo rispetto all’omaggio ai Savoia di Raffaele Esposito. Del resto la produzione della mozzarella fu stimolata nei laboratori della Reale Industria della Pagliata delle Bufale di Carditello, un innovativo laboratorio avviato nel 1780, mentre il pomodoro giunse dall’America latina intorno al 1770, in dono al Regno di Napoli dal Vicereame del Perù, e ne fu subito radicata la coltura nelle terre tra Napoli e Salerno, dove la fertilità del terreno vulcanico produsse una saporitissima varietà. È dunque assai arduo credere che i napoletani abbiano potuto metterci più di cento anni per versare pomodoro e mozzarella, insieme, su una pizza.
Il fatto è che si ignora il Regolamento UE n. 97/2010 della Commissione Europea riportato nella Gazzetta Ufficiale del 5 febbraio 2010 accreditante la denominazione Pizza Napoletana STG nel registro delle specialità tradizionali garantite, che al punto 3.8 dell’Allegato II, riporta testualmente:

“Le pizze più popolari e famose a Napoli erano la “marinara”, nata nel 1734, e la “margherita”, del 1796-1810, che venne offerta alla regina d’Italia in visita a Napoli nel 1889 proprio per il colore dei suoi condimenti (pomodoro, mozzarella e basilico) che ricordano la bandiera dell’Italia.”

Offerta alla regina d’Italia, dunque, non inventata per la regina d’Italia. La pizza “margherita” di anni ne ha almeno 204.

Brasile ’14: biglietti elettronici made in Naples

Angelo Forgione – C’è un paese nell’hinterland di Napoli, alle spalle dall’aeroporto di Capodichino, dove si producono i passaporti elettronici. È Arzano, dove ha sede la GEP SpA (Global Electronic Passports), un’azienda specializzata nello sviluppo di sistemi operativi anti-contraffazione nata nel 1999, unico centro in Italia capace di realizzarre microprocessori contactless, ovvero chip da inserire nei prodotti: passaporti, appunto, ma anche carte d’identità, smart card e ticket. La GEP è al top anche nel mondo, e sul tetto del pianeta ci è giunta in questi ultimi mesi. La FIFA, infatti, in vista dei Mondiali di calcio in Brasile, si è affidata all’azienda napoletana per evitare la contraffazione dei circa 4 milioni di biglietti per le 64 partite in programma. I ticket realizzati per il torneo hanno due componenti: un chip con antenna Rfid, per l’identificazione a radiofrequenza e un sistema di crittografia che ne impedisce la clonabilità, e una carta di sicurezza che contiene fibrille inserite nella polpa della carta prima della stampa e non dopo come avviene con l’inchiostro. Le fibrille reagiscono alla lampada ultravioletta e i dati non posso essere letti ad occhio nudo ma solo con un particolare lettore.
28 dipendenti tutti meridionali, di cui 7 donne, fatturato in crescita e una competenza che ha sbaragliato la concorrenza di cinesi e non solo. Cesare Paciello, 42 anni, direttore generale di GEP, dichiara con sicurezza e orgoglio al TG1 (guarda il video): «Noi abbiamo la possibilità di farcela contro chiunque a livello mondiale se portiamo avanti sviluppi innovativi. È la nostra burocrazia a pregiudicare la nostra competitività, ma in quanto a risorse umane siamo quasi imbattibili». Innovazione e eccellenza, tutto nel solco della tradizione napoletana che non muore certo all’ombra dei classici stereotipi di sorta.

Alla Pizzeria Lombardi l’Illuminismo Partenopeo per il Pizzafestival

Il Pizzafestival è il Festival Internazionale della Pizza, legato all’Associazione Verace Pizza Napoletana. L’evento, che partirà il 27 maggio, terminerà il giorno 30, giorno in cui l’Associazione celebrerà i suoi primi 30 anni di attività.
La Pizzeria Lombardi parteciperà all’iniziativa con due importanti eventi: mercoledì 28 con “l’Illuminismo Napoletano” ed il giorno successivo per “il 100% Pizza”. Un percorso fatto di tradizione e di ricercatezza che ha più di 100 anni.

  • 28 Maggio – Illuminismo Partenopeo: l’evento è dedicato alla storia napoletana del 700, del suo massimo splendore e del suo periodo più florido; grazie alla partecipazione delle cantine Mastroberardino SPA verrà presentata in esclusiva la Pizza “Luce di Partenope”, nata da un’idea di Enrico Lombardi; all’evento sarà presente anche lo scrittore Angelo Forgione, autore del testo Made in Naples, che attraverso questa sua ultima fatica sta dando grosso impulso alla riscoperta della cultura illuminista napoletana e dell’orgoglio partenopeo;

Menu della serata:
– Alici fritte del Golfo
– Pizza “Gigi” con pomodorini freschi del Vesuvio e Bocconcini di Bufala.
– Pizza “Luce di Partenope”: una pizza speciale creata appunto per il Pizza Fest. Fatta con polpa di riccio, fior di latte, cozze e ciuffetti di ricotta di bufala. In abbinamento alle pizze, ci saranno un Greco di Tufo DOCG ed un Lacryma Christi Rosso DOC delle Cantine Mastroberardino SPA.
– In conclusione Sfogliatella Napoletana accompagnata da un Passito “Mélizie” Mastroberardino.
Prezzo della serata 18,00€ e prenotazione Obbligatoria.

Via Foria 12/14 – Napoli
info@pizzerialombardi.it
http://www.pizzerialombardi.it
Phone: 081.45.62.20