180 anni fa partiva il primo treno napoletano. Così furono sabotate le “Ferrovie Meridionali”

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Angelo Forgione – Il 3 ottobre 1839 partiva il primo treno della penisola italiana, da Napoli verso Portici. Quattordici anni prima, nel 1825, il nuovo mezzo di locomozione a vapore aveva fatto la sua comparsa in Inghilterra.

Il giovane re delle Due Sicilie, Ferdinando II di Borbone, salito al trono nel 1830, appassionato di meccanica, si dimostrò incline alle novità che il progresso stava producendo e particolarmente attratto dalle nuove macchine locomotive.
Il 25 febbraio del 1836, accolse la richiesta dell’ingegnere francese Armand Joseph Bayard de la Vingtrie per la concessione di una strada ferrata da Napoli a Nocera, verso Salerno. Due anni dopo, il 27 marzo 1838, l’ingegnere Bayard presentò al governo la proposta tecnica ed economica per la tratta da Napoli a Torre del Greco, caratterizzata da alcune opere assai ardite, tra cui un ponte a sei arcate da 7,90 metri in uscita da Torre del Greco e un viadotto a 59 arcate che correva al di sopra della spiaggia di Torre Annunziata e che costituiva il manufatto più spettacolare della linea. Il progetto di Bayard comprendeva anche il tratto verso Nocera dove, all’ambiente marino, si sostituiva la fertile campagna dominata dalla sagoma del Vesuvio. Qui, nei pressi delle rovine romane da poco riscoperte, si trovava la stazione di Pompei. Da qui, la strada ferrata, con un tragitto pianeggiante, attraversava il fiume Sarno presso Scafati, entrando prima in Angri e poi a Pagani per affrontare l’ultimo tratto e raggiungere la stazione di Nocera. La linea comprendeva anche una diramazione per Castellamare che partiva alla fine del viadotto di Torre Annunziata attraversando terreni incolti e valicando il fiume Sarno con un ponte a tre archi di 5,50 metri di luce. I lavori iniziarono ad agosto, e quattordici mesi dopo, il 3 ottobre 1839, fu inaugurato solennemente il primo tratto del percorso, dalla strada dei Fossi di Napoli (oggi corso Garibaldi) al Granatello di Portici. Fu un giorno festoso e di grande orgoglio per la Capitale e per i suoi territori.

Alla prima linea ferroviaria della Penisola seguì, dieci mesi più tardi, la seconda, la Milano-Monza, concessa in appalto a un costruttore austriaco e progettata con tecnologia identica a quella della strada ferrata vesuviana.

Qualcuno ancora oggi racconta che quel treno era un giocattolo del Re, ma la realtà era ben diversa. Il Re inserì la prima strada ferrata in un più ampio progetto che prevedeva la realizzazione di due assi costieri, uno sul Tirreno e uno sull’Adriatico, da congiungere con linee interne, e tre linee in Sicilia. Tutto partiva da Napoli, collegata a Caserta tra il 1840 e il 1843, e poi a Capua due anni dopo, con finanziamento statale.
Lo sviluppo della rete ferroviaria procedette senza particolari ansie, rispettando un programma di risanamento del bilancio statale, gravato dal cosiddetto “debito galleggiante”, il persistente debito contratto con l’Austria e le sue truppe per tenere il trono di Napoli al riparo da ulteriori ribaltamenti dopo il Congresso di Vienna del 1815. Il Regno di Napoli, contando sulle già sviluppate vie del mare e sulla sua importante flotta, aveva già come spostare le merci. Lo sviluppo della rete ferroviaria poté procedere senza particolari ansie, rispettando un programma di risanamento del bilancio statale, gravato dal cosiddetto “debito galleggiante”, il persistente debito contratto con l’Austria e le sue truppe per tenere il trono di Napoli al riparo da ulteriori ribaltamenti dopo il Congresso di Vienna del 1815.

Il Borbone, convinto che il suo trono fosse esclusivamente quello del Sud, non pensò a diventare il Re d’Italia ma a sanare le finanze del suo regno e ad emanciparlo dalle dipendenze straniere, affrancandosi dalla smodata competizione liberista appena abbracciata dei paesi europei e dal perverso indebitamento progressivo presso le banche private che alimentava gli affari dei grandi finanziatori (Rothschild); e intraprese un programma di sviluppo autonomo del tutto svincolato dalla nuova finanza internazionale, che garantì una spesa verificata necessaria a ridurre la crisi del debito. Per dare avvio alla produzione siderurgica interna, estese la produzione di motori a vapore per le navi nel nuovo Real opificio di Pietrarsa, presso Portici, a rotaie, carri-merci e locomotive, tutto made in Naples. Tutto in sinergia con le Reali ferriere di Mongiana, in Calabria, dalle quali uscirono i primi ponti sospesi in ferro d’Italia e le rotaie per le prime tratte ferroviarie. I prodotti erano di qualità eccellente, e nulla avevano da invidiare a quelli francesi e inglesi.
Nel 1860-61 circolavano nella Penisola 75 locomotive made in Italy, di cui 60 erano costruite nelle Due Sicilie. Quattro a uno il rapporto produttivo del treno che alcuni Stati stranieri e lo stesso Piemonte acquistarono dal Regno delle Due Sicilie.

Il risanato Stato napoletano si presentò all’appuntamento con l’Unità del 1861 con il debito pubblico più esiguo d’Europa. Il Regno di Sardegna, al contrario, fortemente indebitato con i banchieri europei anche per l’accelerato sviluppo della propria rete ferroviaria che sopperiva all’assenza di rotte marittime interne, ebbe necessità di invadere il Sud e incamerarne le buone finanze. E allora il piano di sviluppo ferroviario borbonico fu cancellato in corsa e fra i primi provvedimenti del parlamento di Torino vi fu la sospensione dei lavori della ferrovia Tirreno-Adriatica tra Napoli e Brindisi, iniziata nel 1855. Eppure, le gallerie e i ponti erano già stati realizzati, ma a nulla valsero le proteste degli ingegneri convenzionati. Le “Ferrovie Meridionali” furono poi cedute a una compagnia finanziaria privata del banchiere livornese Pietro Bastogi, amico di Cavour e ministro delle Finanze, il quale le subappaltò clandestinamente a un’altra società, ripartendo il capitale tra banche di Milano, Torino e la sua Livorno, per una speculazione sulla costruzione della rete ferroviaria al Sud che coinvolse diversi governi del Regno d’Italia e aprì uno scandalo per il quale Bastogi fu costretto a dimettersi, ma fu “premiato” col titolo di conte da Vittorio Emanuele II. Mentre Pietrarsa e Mongiana venivano cedute a speculatori privati per essere poi smantellate, le Ferrovie Meridionali restarono al palo e quelle settentrionali si svilupparono intensamente con la regia di un’altra guida delle banche del Nord, un altro amico di Cavour, quel Carlo Bombrini che, da comproprietario dell’Ansaldo, coordinò le banche di Torino e Genova nel finanziamento delle imprese settentrionali.

Nacque una narrazione di Napoli e del Mezzogiorno lontana dalla realtà, calunniosa e ingigantita nei problemi che pure affliggevano il Sud pur di convalidarne l’invasione. L’arretratezza meridionale, che equivaleva all’arretratezza settentrionale, fu tradotta in immobilismo, massimo esempio del quale fu resa la sproporzione di estensione delle reti ferroviarie delle due Italie, al netto dei collegamenti marittimi. Falsità smentite dal presidente della Fondazione FS Mauro Moretti, non certo un meridionale e meridionalista, nel suo discorso al pubblico di inaugurazione del Museo nazionale di Pietrarsa del 31 marzo 2017:

«Ferdinando II fu un sovrano illuminato e lungimirante, che volle emancipare le Due Sicilie dalla dipendenza inglese e fece di Pietrarsa la Silicon Valley della tecnologia dell’epoca. I lavoratori di Pietrarsa, consapevoli del patrimonio industriale qui installato e della relativa superiorità tecnologica raggiunta, lottarono contro la delocalizzazione delle attività a vantaggio dell’industria del nord voluta dai sabaudi, fino alla carica dei bersaglieri che causò numerosi morti e feriti gravi».

Distante dai canoni narrativi della storia risorgimentale. Una diversa e più corretta lettura del Re che industrializzò il Regno delle Due Sicilie prima dell’invasione piemontese.

 

per approfondimenti: Made in Naples e Napoli Capitale Morale

Giancarlo Siani senza retorica

Angelo Forgione – È il giorno del 34esimo ricordo di Giancarlo Siani. Un giorno intriso anche di retorica attorno a un nome e un simbolo di cui spesso si abusa.
Dopo 34 anni, la camorra e le altre mafie sono vive e vegete, sempre necessari ammortizzatori sociali per scongiurare l’esplosione di pericolose tensioni sociali di un Sud ai margini del progresso. Il giornalismo, poi, è in agonia, tra compensi da fame, mancanza di tutela ed esercizio della professione di chi la verità non la cerca o, peggio ancora, la nasconde nel buio degli occulti diktat. Giancarlo era egli stesso un precario, un ragazzo che almeno intravedeva il miraggio del giornalismo di professione, e i giornalisti precari sono molti più che allora.
In questi anni ho visto nascondere la verità sul traffico di rifiuti tossici in Somalia scoperto da Ilaria Alpi (e Milan Hrovatin), e poi sulla situazione egiziana dopo la rivoluzione del 2011 descritta da Giulio Regeni, che giornalista non era ma scriveva articoli dietro pseudonimo. Ho visto trattative tra Stato e mafia. Ho visto lo Stato e il giornalismo asservito depistare per nascondere. La triste verità è che chi racconta verità scomode, con la schiena dritta e senza servilismo, non è tutelato e rischia la pelle.
Stamattina sono stato nel posto esatto in cui Siani prese pallottole di schiena, in via Romaniello. È qui il luogo silenzioso della vera riflessione, non le vicine rampe intitolate alla sua memoria. È qui che si “vede” Giancarlo riverso nella sua Méhari.

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Ci vediamo lunedì 16 settembre al Napoli Pizza Village per parlare di storia (vera) della pizza e de Il Re di Napoli. Perché senza pomodoro non esisterebbe l’epopea della pizza.pizza_village.jpg

Calciomercato stop! Che Napoli è?

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Angelo Forgione – Stop al calciomercato – vivaddio! – e il Napoli ne esce tutto sommato rafforzato, nonostante qualche mugugno. Poco male, dopo le classiche contestazioni estive con tanto di striscioni esposti in città.
Tirati fuori 115 milioni per puntellare la squadra e incassati 150 per tenere tutti i big e stabilizzare il bilancio in un quadro generale di stallo nella crescita dei ricavi. Solo così era possibile evitare, per il secondo anno di fila, sacrifici “fisiologici”, ferrea condizione posta da Ancelotti al suo arrivo. Resta anche Allan, la cui cessione era data per scontata a fine stagione, con tutto ciò che ne consegue in termini di monte ingaggi, cresciuto di oltre l’80% rispetto al 2013, ed è questo il segnale più importante. Nelle ultime tre sessioni, di rilevante è uscito il solo senatore Hamsik, tentato già un anno fa dalle ricche sirene cinesi, alle quali ha poi ceduto a gennaio con il placet del mister, una volta completato l’inserimento di Fabian Ruiz.
Innestati due elementi di spessore assoluto: Manolas, in luogo di Albiol, e Lozano, pallino di Ancelotti indicato come alternativa al pupillo James, elemento dal quale aveva avuto disponibilità al trasferimento. Fortissimi i segnali che portavano al colombiano e il mister non aveva fatto mistero della promessa fattagli dal sudamericano. Tutti lo avevamo dato in procinto di vestire l’azzurro, ma poi, dopo aver provato Pépé, a Ferragosto, le cose sono cambiate al Real, che non l’ha voluto e potuto cedere, e allora Carletto si è accontentato volentieri del messicano, segnato sul suo taccuino da un anno. Non sarebbero arrivati entrambi, e fu chiaro in tal senso De Laurentiis a giugno: «o prendo James ad Ancelotti o vado su Lozano». In troppi, non avendo compreso che l’uno escludeva l’altro, hanno atteso Rodriguez fino all’ultimo minuto del mercato, mentre Lozano già vestiva la maglia riservata a uno dei due e pure aveva già graffiato a Torino. Delusione destinata a svanire nella grande qualità del centroamericano, valore aggiunto non solo per il Napoli ma per l’intero calcio italiano.
Di Lorenzo si è preso velocemente la titolarità della corsia di destra. Elmas è già dentro la turnazione della linea mediana, valida alternativa ad Allan. Llorente, di certo non un fulmine di guerra, ci entrerà in qualche misura, aggiungendo centimetri utili ad alzare la palla all’occorrenza, e dando fiato a Milik, che ha solo bisogno di fiducia. Ancelotti e De Laurentiis hanno deciso di dargliela, mettendogli di fianco un concorrente che non gli pesti i piedi. Una punta che dopo due infortuni gravi realizza 17 reti senza rigori, quanto il capocannoniere Quagliarella e più di Ronaldo, il sostegno del club e dei tifosi lo merita.
Verdi via, ormai completamente chiuso là davanti. Il Torino la sua dimensione ideale. Esce anche il valido Chiriches, non integro per il cronico problema alla spalla e i numerosi infortuni che gli hanno concesso solo 15 presenze in 2 anni. Tonelli ad occuparne lo slot dei rincalzi.
Nota stonata, la permanenza di Hysaj dopo aver annunciato l’addio per andare a cercare vittorie altrove. Gli toccherà invece fare da coperchio agli esterni, almeno fino a gennaio.
Si poteva fare di più? Forse. E forse tanto valeva tenere Inglese invece di mettere dentro Llorente. Ma non si è fatto meno di quel che aveva chiesto il “felicissimo” Ancelotti. Ora tocca a lui, più che lo scorso anno.

Alle origini della ‘Parmigiana di melanzane’

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Angelo Forgione – Sono pochi coloro cui non piace una ricca ‘Parmigiana di melanzane‘, ma tantissimi sono quelli che non ne conoscono l‘origine. Alcuni sostengono che sia siciliana, magari rifacendosi a una teoria forzata per la quale il nome “Parmigiana” deriverebbe dalla parola siciliana parmiciana, con cui si indica dialettalmente un’imposta per finestre. Altri azzardano l’origine parmigiana, traditi dal nome stesso della pietanza, che però non indica la provenienza della ricetta ma la maniera di prepararla.
L’Enciclopedia universale Rizzoli Larousse del 1969 indica per cucina alla parmigiana “una preparazione abbondantemente arricchita di formaggio grana o parmigiano, donde il nome: Melanzane alla parmigiana (specialità campana, nonostante il nome)”, e sostanzialmente questo indicano gli attuali vocabolari Devoto-Oli, Garzanti e Hoepli. Era infatti noto già nel Settecento un modo di cucinare “alla parmeggiana”, che faceva riferimento ai territori del Ducato di Parma e Piacenza: ortaggi affettati, talvolta infarinati e fritti, accomodati con formaggio Parmigiano e poi messi in cottura. Questo modo era ben conosciuto dai cuochi che prestavano servizio a Napoli, la capitale del Regno di Carlo di Borbone, figlio della parmigiana Elisabetta Farnese, già Duca di Parma e Piacenza, che da questo territorio si era slanciato alla conquista del trono napoletano. E fu proprio a Napoli che le melanzane si iniziarono a preparare “alla parmigiana”. In Emilia, in quel periodo, la melanzana era sostanzialmente assente delle coltivazioni orticole. Al contrario, il formaggio Parmigiano era già abbondantemente usato nel Napoletano e nel Casertano, e si rese pure disponibile un surrogato, testimoniato da un avviso pubblicato sul Giornale del Regno delle Due Sicilie del 10 gennaio 1826, in cui si informava che dalle vacche svizzere del Real Sito di Carditello, così come da una serie di piccole fabbriche casearie, venivano fuori sufficienti quantità di latte “pel formaggio ad uso parmeggiano”.

Il percorso verso il consolidamento della ricetta delle ‘Melenzane alla parmigiana’ partì dalle indicazioni del pugliese Vincenzo Corrado, capocuoco al servizio presso il palazzo Cellamare di Napoli, che consigliò ne Il Cuoco Galante del 1773 di prepararle come comunemente già usavano fare i napoletani per le zucchine, e ancora si usa fare. Nella ricetta delle Zucche lunghe alla Parmegiana, ricetta ante litteram della tradizionale ‘Parmigiana di zucchine’, non era previsto ancora l’uso del pomodoro e dei latticini ma si procedeva con la salatura, la spremitura, l’infarinatura e la frittura delle zucchine nello strutto, poi tramezzate di parmigiano e burro, e ricoperte di tuorli d’uovo e ancora burro da rapprendere in forno.

Dopo il Corrado toccò al napoletano Ippolito Cavalcanti proseguire verso il consolidamento della ricetta delle melanzane “alla parmigiana”, di pari passo con l’invasione del pomodoro a bacca lunga di recente diffusione in tantissime pietanze partenopee. E fu nell’appendice dedicata alla cucina casareccia napoletana della prima edizione della Cucina teorico-pratica, quella del 1837, che spuntò la preparazione delle ormai rosse Molignane a la Parmisciana. Ricetta che non prevedeva la frittura delle melanzane, ma il Cavalcanti inserì il passaggio nella riedizione del suo trattato, quella del 1839, precisando anche che il formaggio andava grattuggiato. Cinque anni dopo, nella quarta edizione del trattato, quella del 1844, nella ricetta delle Milinsane alla parmegiana, scritta in italiano, spuntava anche l’uso dei latticini:

Prendi una decina di buone milinsane, le scorzerai, le fetterai, le porrai in sale sotto un peso, onde ne sgoccioli tutto l’amaro, quindi le netterai e poi le friggerai; l’accomoderai nel piatto proprio framezzandole di parmegiano grattugiato, del trito di basilico, e salsa di pomidoro; se ti piace potrai framezzarci ancora delle fettoline di mozzarella; porrai il piatto sopra di una calda fornella, e sopra il fornello con carboni accesi; fatto il brulè le servirai, nettando il bordo del piatto.

La pietanza napoletana fu adottata anche dai siciliani, giacché i due regni di Napoli e di Sicilia risultavano entrambi sotto l’egida dei Borbone. Nei territori di Palermo, Ferdinando aveva trascorso una decina d’anni, durante il breve periodo della Repubblica Napolitana e la ben più lunga occupazione napoleonica del Sud peninsulare di inizio Ottocento, e lì i cuochi di corte napoletani al seguito del Re erano venuti a contatto con quelli siciliani reclutati sul posto, influenzando la cucina isolana, altrettanto ricca di sapori, e venendone a loro volta influenzati.

La storia si proietta nel presente, in cui la ‘Parmigiana di melanzane’, o ‘Melanzane alla parmigiana’ che dir si voglia, è specialità elencata nelle liste dei prodotti agroalimentari tradizionali della Campania e della Sicilia, stilate dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali. Nel territorio compreso tra Campania e Sicilia, la Calabria, se ne fa una versione arricchita di uova sode e ingredienti più impegnativi. Di ‘Parmigiana’, nelle liste dei prodotti agroalimentari tradizionali dell’Emilia Romagna, non c’è alcuna traccia.
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Per approndimenti: Il Re di Napoli (A. Forgione, ed. Magenes, 2019)

La propaganda risorgimentale sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli

Angelo Forgione – Otto anni dopo l’Unità d’Italia, Vittorio Emanuele II fece apporre sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli le statue di sette dinastie straniere che avevano governato Napoli, seguite da quella del Re dell’Italia unita, che lo raffigurava. Ruggero il Normanno, Federico di Svevia, Carlo d’Angiò, Alfonso d’Aragona, Carlo V d’Asburgo, Carlo III di Spagna, Gioacchino Murat di Francia e, appunto, Vittorio Emanuele II d’Aosta. Anche ai più curiosi che si fermano sul passaggio sfugge che Carlo di Borbone è indicato come Carlo III, numerazione con cui governò in Spagna dopo venticinque anni all’ombra del Vesuvio. L’artificio servì al Re piemontese per nascondere la napoletanità dei Borbone che succedettero a Carlo, compreso lo spodestato Francesco II, e tramandare il falso, cioè che sette dinastie straniere e dominatrici erano state interrotte dall’ottava italiana, che però era francofona e spadroneggiava più delle precendenti.
Alla fine della sfilata, Vittorio Emanuele II è, non per caso, l’unico minaccioso con la spada alzata, fiero della cultura militare piemontese, a sottintendere la fine del giogo straniero, ma centoventisei anni dopo il suo effettivo concretizzarsi. La verità è che con il sabaudo il giogo straniero iniziò. Manca peraltro l’incisione “Roi de l’Italie”, come si legge nell’atto di proclamazione in rigorosa lingua francese redatto il 17 marzo 1861 dal primo parlamento italiano di Torino. Chi scriveva leggi in perfetto italiano erano invece i Borbone di Napoli, che si esprimevano a voce anche con quello che, sostituendo il latino nei documenti ufficiali e nelle assemblee per decreto del 1442 di Alfonso d’Aragona, un altro “straniero”, era già da tre secoli un vero e proprio idioma: il napoletano. Già, Alfonso d’Aragona… che da buon “straniero” trasferì la capitale del Regno catalano-aragonese da Barcellona a Napoli.
Le chiamiamo dominazioni straniere. Ma chi fu il vero re straniero che mise piede a Napoli? Quello che re di Napoli non fu mai, ovvio.

L’arte del pizzaiuolo napoletano

pizzaiuoloAngelo Forgione – “L’Arte tradizionale del pizzaiuolo napoletano” è riconosciuta come parte del patrimonio culturale dell’umanità, identificata come espressione di una cultura che si manifesta in modo unico, perché la manualità del “pizzajuolo”, cioè il mestierante della pizza nelle strade della Napoli del Settecento, non ha eguali e fa sì che questa produzione alimentare possa essere percepita come marchio di napoletanità, ma anche italianità, nel mondo.
Del resto, nella parola “pizzaiuoli” vi è una “u” in più a differenziare i napoletani dagli altri; u come unicità, u come universalità. I “pizzajuoli” venivano dal popolo, e il popolo sfamavano. Loro per primi hanno messo mano al pomodoro delle Americhe, unendolo al frumento della Mesopotamia, all’olio della Grecia, alla bufala e al basilico delle Indie; hanno messo insieme il mondo e hanno modellato la pizza mediterranea, che per circa tremila anni era rimasta bianca. È a Napoli che è nata come cibo di strada, ed è da Napoli che è divenuta ciò che è dappertutto, filante e meravigliosamente rossa.

Elogio del kayak, andar per mare a Posillipo

La spiaggia cancellata a Napoli è un grosso scempio compiuto tra il 1884 e il 1904. Un forte limite al rapporto dei napoletani con il loro mare, ma non per la mia libertà di andare in paradiso, che è un consiglio per tutti. Perché in fondo la serenità deve avere in sé qualcosa di immenso, ingovernabile, selvaggio.

1836, Pulcinella va sulla Luna

Angelo Forgione – Cinquant’anni sono passati dal 20 luglio del 1969, giorno del primo allunaggio, ma già nell’Ottocento, agli albori della tecnologia di volo che preludeva ai palloni aerostatici, si iniziava a fantasticare l’approdo sul nostro satellite.
Nel lontano 1835, Sir John Herschel, figlio del famoso astronomo William, costruì in Sudafrica il più grande telescopio dell’epoca. Fu così che un giornale americano, il New York Sun, cominciò a fantasticare su ciò che si vedeva con quello strumento, e pubblicò una lunga serie di servizi con immagini di improbabili creature alate che abitavano la Luna. Il giornale divenne popolarissimo, raddoppiando le vendite, ma dopo alcune settimane il direttore capì che era il caso di piantarla con quell’enorme bufala, pur senza smentirla. Si inventò che il gran telescopio era stato bruciato inavvertitamente dal Sole e che non si poteva più proseguire con le cronache.

Le fake news americane arrivarono fino a Napoli, dove nel 1836 furono date alle stampe 13 litografie firmate da Fergola, Wenzel, Gatti e Dura con illustrazioni lunari fantastiche e bizzarre. Tra queste, tre tavole di un immaginario viaggio sulla Luna di Pulcinella che raffiguravano la partenza, l’arrivo e il ritorno della maschera napoletana.

Pronto ad accertarsi della veridicità della storia, Pulcinella partì a bordo di un piccolo veliero spaziale con ruote dentate che si incastravano negli anelli di una catena tesa tra il molo Beverello e la Luna, e una vela tesa a sfruttare il vento e, nello spazio, l’aria generata da un soffietto per camino. In quell’immagine c’era tutta l’avanguardia cantieristica della Napoli borbonica, che solo cinque anni prima aveva varato il primo piroscafo da crociera al mondo, il Francesco I, straordinariamente veloce rispetto alle navi a vapore dell’epoca grazie ai 120 cavalli motore, contro il massimo degli 80 francesi.

Nella stampa della partenza venne illustrato il telescopio di Herschel orientato verso la Luna, inquadrando una città lunare nella quale gli abitanti alati puntavano a loro volta un grandioso telescopio verso la Terra. E Pulcinella, come san Tommaso, esclamava:

S’io no lo bbevo / s’io non lo ttocco / io no lo credo / non mme lo mmocco!

Varie stampe illustravano l’escursione satellitare di Pulcinella, la prima maschera sulla Luna, mentre in quella del ritorno sulla Terra scendeva brindando al successo dalla sua missione e al funzionamento della sua spaziale barca a vela, con le catene ormai arrotolate:

Mirabbilia aggio visto e aggio toccato / Ercel le scoperte toje frietelle / io cchiù sfunno de te songo arrivato / e aggio visto cose strane e belle / ’nfaccia a sta vela videle pittate.

Sulla vela erano rappresentati gli straordinari animali che popolavano quel mondo lontano, che solo 133 anni più tardi sarebbe stato raggiunto davvero dagli americani, stavolta mostrando al mondo la verità dell’immenso deserto lunare.

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