––– scrittore e giornalista, opinionista, storicista, meridionalista, culturalmente unitarista ––– "Baciata da Dio, stuprata dall'uomo. È Napoli, sulla cui vita indago per parlare del mondo."
Angelo Forgione– A La Radiazza (Radio Marte), Gianni Simioli contatta Antonio Bartolomucci per chiedergli dell’ineffabile chiusura del servizio per il Tg5 sull’omicidio di Ginevra. La telefonata è da prendere come esempio di come certi operatori dell’informazione nazionale non percepiscano minimamente il danno che arrecano all’immagine di Napoli (e certo, non è la loro città; NdR), ma anzi lo facciano talvolta di proposito.
Bartolomucci, chiaramente infastidito, cerca prima di scaricare tutto sulla sudamericana intervistata (“assurda donna”), salvo poi parlare di «piagnisteo napoletano continuo». E conferma che quell’intervista l’ha selezionata apposta, «per far capire che Ginevra ha fatto un passo indietro e che loro usano questo sistema di paragone». E a questo punto mi sento autorizzato a pensare male, e cioè che la frase sia stata dettata alla passante. Almeno mi spiegherei il suo sorriso finale.
Angelo Forgione– Ci risiamo. Eravamo rimasti al Governatore della Puglia Michele Emiliano, barese, che solo qualche settimana fa affermava in diretta tivù che Bari criminale non è Napoli. E subito dopo, sempre in tivù, negli studi Rai di Napoli, il nutrizionista piemontese Federico Francesco Ferrero diceva che a Napoli qualcuno è mariuolo, parlando di pizza. Ora il microfono si sposta a Ginevra, dove per il massacro di una donna è Napoli a pagare, in termini di immagine. La vittima, una 29enne ricercatrice italiana, della provincia di Torino, che frequentava un dottorato di microbiologia molecolare nella città elvetica, è stata colpita con una spranga da un uomo che l’ha aggredita per strapparle la borsetta mentre rientrava a casa. La polizia cerca un uomo tra i 20 e i 30 anni. Sul posto giungono le telecamere del Tg5, con Antonio Bartolomucci, leccese, che chiede alle colleghe italiane della vittima quanto si sentano al sicuro a Ginevra. Poi è il turno di una donna sudamericana del posto, che si presta a una sentenza all’italiana: «Ormai abbiamo paura anche noi. E questa è Ginevra, non Napoli!». Parole tranquillamente montate nel servizio e diffuse a milioni di persone, in barba alle più elementari regole deontologiche.
Si tratta ancora una volta di stigmatizzare il giornalista e il direttore responsabile di redazione, non la signora piena di pregiudizi, perché una frase diffamatoria talmente gratuita non dovrebbe mai essere sdoganata da un network nazionale. In poche parole, in fase di montaggio, andrebbe censurata e tagliata, esclusa dal contributo video. E invece accade che vada in diretta su tutto il territorio, alimentando i pregiudizi su una città tartassata di prassi da certa stampa. Ed è esattamente questo il motivo per cui anche una donna di Ginevra si lascia andare a un’affermazione totalmente fuori luogo, traendo dal riverbero dei media italiani ma anche svizzeri le parole più inadatte da pronunciare davanti a un microfono di un telegionale italiano. Il problema è che per il telegiornale italiano, spesso e volentieri, non sono parole inadatte.
Angelo Forgione– È ormai usanza consolidata di tutte le principali città italiane quella di festeggiare l’arrivo del nuovo anno in piazza, al gran freddo della prima notte di Gennaio. Da ventitré anni va avanti così, ormai tradizionalmente, tra concerti, spumante e fuochi d’artificio sotto le stelle piuttosto che al tepore dei più riparati e costosi locali.
A fare da apripista alla rivoluzione di San Silvestro furono Napoli, Roma e Bologna, il 31 dicembre del 1994, quando in Italia era davvero impensabile catapultarsi in strada per salutare il nuovo tempo. Tre feste pubbliche sull’asse Sud-Centro-Nord, organizzate da tre sindaci che, in un epoca in cui Milano faceva da capitale della Tangentopoli nazionale, erano considerati a capo di amministrazioni progressiste: Antonio Bassolino a Napoli, Francesco Rutelli a Roma e Walter Vitali a Bologna.
All’ombra del Vesuvio, qualche mese prima, era stato rigenerato il “salotto reale” di piazza del Plebiscito, l’antico largo di Palazzo, pedonalizzato e liberato dalle auto con il maquillage del G7, che poi era stato G8 con l’invito accettato dalla Russia. Se ne erano innamorati tutti, non solo i capi di Stato presenti a quel summit ma soprattutto i cittadini, improvvisamente travolti dalla dimenticata regalità di quel fazzoletto di città e dalle speranze poi tradite del cosiddetto “rinascimento napoletano”. La sera del 10 luglio, giorno di chiusura del vertice mondiale, Bassolino aveva notato che gli automobilisti avevano già violato il divieto provvisorio di circolazione nello slargo neoclassico e, dopo aver riposizionato personalmente le transenne spostate, quella notte stessa aveva preso la decisione di pedonalizzarlo permanentemente. Cinque mesi dopo, a dicembre, avrebbe inaugurato i festeggiamenti del Capodanno musicale in piazza, una novità assoluta per Napoli, ma anche per l’intera Italia.
Sembrò una follia per una città abituata pure all’esplosività anche drammatica della mezzanotte, e in realtà fu una scommessa, vinta. La lira era crollata ma paradossalmente qualche milione di italiani se ne era andato all’estero a festeggiare. Non proprio pochissimi avevano invece preferito Napoli dopo aver visto in estate le immagini in mondovisione dei più influenti uomini del mondo con espressioni cariche di meraviglia per una dimenticata capitale che ritrovava gli antichi sfarzi. Bassolino fece un colpo di telefono a Luciano De Crescenzo e a Marisa Laurito, in città per le feste, invitandoli a scandire il countdown e a brindare tra la gente. Ebbe il sì, come pure quello di Enzo Gragnaniello, Antonio Onorato, Tony Cercola e Nello Daniele, designati a suonare incappottati. Don Antonio registrò un messaggio di fine anno davanti alle telecamere delle tivù locali, con cui invitò tutti in piazza, turisti e cittadini. Arrivarono in centomila al Plebiscito, e trovarono i musicisti sul palco, allestito in tutta fretta sul lato di palazzo Salerno, e poi artisti di strada, mimi, musici, attori, ballerini e clown qua e là. A mezzanotte il brindisi, e poi il promesso spettacolo pirotecnico sul mare, che non si vedeva dai tempi della già scomparsa festa di Piedigrotta. E per concludere la nottata, lasciata all’improvvisazione dei dj delle principali radio private, cornetti caldi a mille lire del vecchio conio nei chioschi allestiti dagli acquafrescai di Mergellina.
Contemporaneamente, in piazza del Popolo a Roma, i migliori jazzisti italiani suonarono le note di cento anni di cinema d’autore con cinquanta pianoforti, mentre le immagini delle più storiche pellicole furono proiettate su un megaschermo. Gran ballo in compagnia del sindaco Rutelli e fuochi d’artificio. Più su, a Bologna, in piazza Maggiore, fu messa in piedi la ‘Notte degli Angeli’ all’insegna della solidarietà. Uno spettacolo condotto da Paolo Bonolis con i maggiori nomi dello spettacolo bolognese: Lucio Dalla, Gioele Dix, Red Ronnie, Gianni Morandi, Ron, Luca Carboni e altri.
Così, in Italia, nacque il Capodanno in piazza. Fu un successo! Tutte le amministrazioni, negli anni successivi, si accodarono alla modernità lanciata da Napoli, Roma e Bologna, rendendo il brindisi sotto le stelle di San Silvestro un irrinunciabile appuntamento di tutte le città italiane. Oggi il cosiddetto “concertone di Capodanno” è tradizione nazionale.
E no, caro Aurelio. Stavolta non mi sei piaciuto. Ho letto ciò che Anna Paola Merone del Corriere del Mezzogiorno ha carpito dalla tua bocca in occasione della presentazione del tuo nuovo “cinepanettone”. Alla domanda «Allestire un set in città?» pare che tu abbia risposto così:
È impossibile, come si fa? Io ho fatto qui La mazzetta con Nino Manfredi e mi è bastato. Ricordate Agostino ‘o pazzo? Si piazzava davanti alla telecamera pretendendo il pizzo. Io me lo portavo via, ci parlavo, chiedevo rispetto per le mie origini napoletane, per il lavoro che portavamo in città… Devo continuare? Pure Vittorio De Sica aveva fatto allestire i bassi a Cinecittà e ci aveva trasferito famiglie napoletane che vivevano lì giorno e notte per dare più verità al set»
Cerco di capire. Dici che Agostino ‘o pazzo, il diciottenne napoletano che per quattro notti, nell’estate del 1970, sfidò con la sua moto 125 la polizia sgommando a tutta velocità lungo via Toledo, dopo otto anni si era trasformato in Agostino ‘o pizzo? Non mi risulta, caro Aurelio. Antonio Mellino, questo il suo nome all’anagrafe, era un ragazzo cui piaceva la velocità e ci provò gusto a fare da lepre per le forze dell’ordine, entusiasmando la folla che ne fece un mito dalla sera alla mattina. Iniziò per caso, eludendo un posto di blocco perché stava andando dalla fidanzata contro il volere del padre. Durò pochi giorni, in cui se ne vedevano di tutti i colori alla sera. Lui, caro Aurelio, si rintanava serenamente in casa, in piazza dei Girolamini, mentre a via Toledo succedeva di tutto. Fu beccato, ma non braccato in un inseguimento. Lo fermarono in piazza del Gesù, fermo e tranquillo in auto con gli amici, e lo portarono al Filangieri. Gli scattarono una foto segnaletica con lo sguardo torvo e la camicia a pois, e gli diedero una severa condanna, ma lo trattennero solo per tre mesi. Poi lo riportarono a casa, dove viveva con la sua onesta e buona famiglia, perché fu presto chiaro che fosse solo un giovanotto sveglio con una forte passione delle due ruote. Erano i tempi di Giacomo Agostini, da cinque anni campione del mondo di Motociclismo, cui ci si ispirò per dargli un nome nello tsunami improvviso di fama che Antonio seppe alzare in quei giorni. E non mi risulta, caro Aurelio, che Antonio sia finito nei guai in seguito. Abita ancora lì, nel centro antico di Napoli, dove gestisce pure una nota bottega antiquaria. Di problemi con la giustizia, più nessuno. Anzi, per restare in tema, nel 1971 ebbe anche un’esperienza da attore-stuntman in Un posto ideale per uccidere con Ornella Muti e Irene Papas, un film poi ripudiato dal suo regista Umberto Lenzi e dallo stesso Antonio Mellino, perché Napoli ne usciva raccontata ancora una volta in modo sbagliato. «Non mi piacque, Napoli usciva negativa come sempre. Pure nei film – disse Agostino ‘o pazzo – vengono a riprendere i soliti sfondi gratis e il resto lo fanno a Roma. Ma perché non fanno mai vedere le cose belle e vere che abbiamo?». Ora, tu, Aurelio, dici che Antonio Mellino, nel 1978, invadeva il tuo set come un camorrista e pretendeva soldi per farti proseguire o forse per essere ingaggiato. Forse sarà proprio Antonio a chiarire e a dire la sua, ma in ogni caso sono passati 37 anni, di cui tu, Aurelio, ne hai trascorsi 11, gli ultimi, da presidente della squadra di Calcio della città. E da presidente del Napoli hai parlato alla nazione di napoletanità, di uno stile di vita che non può essere capito da chi non è napoletano, di una sofferenza nata dall’impoverimento esogeno. Proprio tu, Aurelio, hai detto che i napoletani sono «i vessati per eccellenza», e poi ci racconti di una Napoli impossibile? I film girati a Napoli neanche si riescono a contare da quando, sul finire dell’Ottocento, i fratelli Lumière vennero a riprendere le meraviglie della città e, soprattutto, da quando – nel 1919 – il napoletano Gustavo Lombardo fondò la Titanus e i primi studios sulla collina del Vomero. Tu dirai che sto parlando di un secolo fa, ma negli anni in cui hai potuto vivere Napoli più da vicino il “sipario” napoletano è rimasto tutt’altro che chiuso. Pure per i musicisti, se è vero che Amedeo Minghi girò qualche anno fa il videoclip del suo brano Vicerè nei “quartieri spagnoli”, anzichè riprodurli a Cinecittà. Una notte intera, fino all’alba, circondato dai napoletani che portavano ciambelle e caffè. I Manetti Bros, romani anche loro, hanno girato recentemente Song ‘e Napule, a Napoli, non a Cinecittà, e non ebbero problemi. E anche loro non sono d’accordo con quello che hai detto. Vuoi che ti parli di Passione di John Turturro, girato interamente a Napoli, compresi i Campi Flegrei, nel 2009? Non mi risulta neanche che il regista-attore newyorchese abbia trovato difficoltà per i suoi ciack e per tradurre in pellicola il suo amore per Napoli. “Ci sono luoghi dove uno va una volta e basta. E poi c’è Napoli”, ha detto Turturro. E dai teleschermi Rai ha pure precisato: «Napoli è un luogo incredibilmente vibrante e vivo dove tornerò a lavorare con estrema facilità». Estrema facilità, Aurelio. Non mi pare poco. Forse sei tu che a Napoli sei andato a girare una volta e basta, mentre gli altri non vedono l’ora di tornare a farlo. Magari tu e Antonio Mellino ci chiarirete la tua dichiarazione, che però non aiuta Napoli a recuperare la sua immagine, quella che le spetta, quella che tu hai definito “vessata”. Sei un bravo imprenditore e sai come muoverti, hai portato il Napoli a grandi livelli, facendolo competere con gli squadroni del Nord, e per tutto questo ti auguro lunga vita sotto il Vesuvio. Hai la mia stima, e perciò ti ho regalato di persona i miei libri, al MAGNA. Ma tu sai benissimo che Napoli è un set, tra i più belli che ci siano, ed è ambito dal cinema comico e d’autore. Sai bene che Napoli è un laboratoro d’avanguardia nel campo dell’animazione. Quello che hai dato in pasto ai detrattori non mi è affatto piaciuto. Forse i miei libri non li hai ancora letti. Sono certo che se lo farai, poi, ci penserai due volte a vessare anche tu la napoletanità.
[…] Sull’arco fra le colonne del proscenio, colossale bassorilievo in argento. In mezzo, il tempo segna col dito l’ora su un quadrante mobile. Cosa strana, con tutta la fobia ufficiale per ciò che è francese, quest’orologio, unico in tutta la città, segna l’ora come in Francia. Che ne dirà, il patriottismo italiano? […]
Così Stendhal nel suo Roma, Napoli e Firenze – Viaggio in Italia da Milano a Reggio Calabria, per la dettagliata descrizione della nuova abbagliante sala neoclassica del Real Teatro di San Carlo (con stucchi in argento), inaugurata il 12 gennaio 1817 dopo l’incendio dell’anno precedente che aveva cancellato la sala barocca di Giovanni Antonio Medrano. Ardita la soluzione adottata dall’architetto Antonio Niccolini, e chissà cosa ne pensò Ferdinando di Borbone, appena ritornato sul trono dopo il crollo di Napoleone, a chiusura del turbolento ventennio dei giacobini e dei napoleonidi.
Angelo Forgione – Ursula Stumpe Lockheimer è una donna di Leimen, sud della Germania. Un tempo, la sua famiglia gestiva una birreria e qualcosa da smaltire di quegli arredi ancora le è rimasta in magazzino. Un pezzo ha voluto portarlo a Napoli, città che ama e sul cui sviluppo urbanistico ha incentrato, anni fa, la sua tesi di laurea. Ha caricato sulla sua auto una statua di Gambrinus, il mitologico Giovanni di Borgogna, il “senza paura”, Re della Fiandre e patrono della birra, ha acceso il motore ed è partita in direzione del Vesuvio. La sua meta era il Gran Caffè Gambrinus, in pieno centro. Quando è arrivata, dopo 1200 chilometri e 15 ore di viaggio, ha consegnato la scultura ai gestori dello storico caffè napoletano (foto F. Borrelli). La sua testimonianza appassionata è stata raccolta dal consigliere regionale Francesco Borrelli (clicca qui per il video).
Ma perché il Re della birra ha dato il nome al locale simbolo del caffè di Napoli? La storia inizia nel 1860, quando, al piano terra del lato di piazza San Ferdinando del palazzo della Foresteria, l’elegante edificio costruito nel 1816 che oggi ospita la Prefettura, l’impreditore Vincenzo Apuzzo apre il Gran Caffè. Diviene in breve tempo il salotto del bel mondo cittadino, tanto da ottenere il raro e prestigioso riconoscimento di “Fornitore della Real Casa” per la bontà dei suoi prodotti. Nel 1890, in piena Belle Èpoque, il Gran Caffè viene ristrutturato in stile liberty dall’architetto Antonio Curri, da poco reduce dalle decorazioni della nuovissima Galleria Umberto I, con il prezioso lavoro di quaranta tra artigiani e artisti, e ribattezzato Gran CaffèGambrinus in nome del leggendario Re delle Fiandre e della birra, colui che, secondo il poeta tedesco del Cinquecento Burkart Waldis, apprese l’arte della birra da Iside. Chiaro il riferimento esoterico, visto che la birra è da sempre figlia di un processo alchemico capace di esaltare l’umore, di ridurre i freni inibitori e di rendere impavidi, cioè “senza paura”; da sempre, simbolo del sacro fuoco anche nel nome (dal greco pyros: fuoco). Ma perché, mentre in tutta Europa il Re senza paura dà il nome a diverse birrerie, a Napoli veniva associato a un Caffé? In piena Unità d’Italia, l’intenzione è quella di mettere insieme, nell’immaginario, la classica bevanda fredda e chiara del nord con quella bollente e scura ormai tipicamente napoletana. Un respiro internazionale per il nuovo Gambrinus, che si consacra come tempio dell’élite intellettuale napoletana, europea ed oltre, dove ritrovarsi per fare politica, letteratura e arte, rendendosi uno dei più riusciti esempi in Italia di caffè letterario di ispirazione europea. Nell’agosto 1938, in pieno Fascismo, il Gran Caffè Gambrinus viene chiuso perché accusato di essere luogo di ritrovo antifascista, mentre è in realtà un affollato e chiassoso ritrovo proprio sotto l’abitazione del Prefetto e Signora. I locali vengono assegnati a un’agenzia del Banco di Napoli fino al 1952, quando l’ala su Via Chiaia viene restituita alla precedente funzione e gestita dall’imprenditore Michele Sergio, i cui figli, dopo una battaglia con il Banco, riescono a riappropriarsi anche del resto degli sfarzosi saloni. Oggi, in nome della birra, una tedesca è scesa a Napoli per stringere la mano ai figli di Sergio, signori del caffè.
Angelo Forgione –Ma quali parole vogliamo trovare per definire la scelta del tema “biglietti omaggio per lo stadio San Paolo destinati ai consiglieri comunali di Napoli” proposto da L’Arena di Massimo Giletti nel pomeriggio domenicale di Rai Uno, con la non straordinaria ma scontatissima partecipazione di Matteo Salvini? Quando Carlo Iannello, a metà ottobre, propose la votazione per l’abolizione del privilegio in una seduta del consiglio comunale sapeva benissimo che non avrebbe avuto successo. La notizia, semmai, è che a Napoli qualcuno abbia proposto di abolire un privilegio che è usuale in tutte le città, e a cui nessuno vuole rinunciare. A Torino, la Torino di Giletti, nella guerra tra il Torino Calcio e il Comune di Torino per il fitto dello stadio Olimpico (che doveva essere di proprietà del club granata prima che i costi dei lavori contribuissero a mandarlo in fallimento e a restituire lo stadio al Comune) il presidente Urbano Cairo, accusato di pagare un fitto irrisorio, risponde agli uomini di Fassino che “bisognerebbe calcolare il palco e i 50 biglietti a partita messi a disposizione dell’assessore Gallo e i 40 ingressi per i consiglieri”, quantificando che “solo quelli valgono 80mila euro l’anno”. Un più ridotto quantivo lo elargisce anche la Juventus, “per atto di cortesia”, perché in questo caso si tratta di stadio di proprietà. Nella Milano di Salvini accade lo stesso, e anche lì è forte l’ostracismo affinché questo benefit non sia considerato un privilegio. A Roma è ancora più forte il fenomeno, visto che lo stadio Olimpico è di proprietà del Coni, e all’ufficio relazioni esterne del Comitato Olimpico arrivano continuamente fax di richieste di accredito. Biglietti gratis anche a Firenze, e poi a Palermo, dove l’ingresso allo stadio Barbera è benefit riconosciuto nello statuto, insieme a computer e telefonino. Insomma, va così da Nord a Sud, ma una puntata su una proposta (bocciata) di abolizione viene messa in piedi solo su Napoli. Non è stata la prima, visto che ci aveva già pensato Massimo Gramellini – anch’egli torinese – a Che tempo che fa, scegliendo di spendere il suo prezioso tempo televisivo per demolire moralmente il teatrale consiglio comunale di Napoli invece di stigmatizzare il vicepresidente della Regione Lombardia Mario Mantovani, arrestato per aver truccato gli appalti sanitari per i dializzati. Giletti la mette lì, con Salvini, in amicizia: “Voglio rendere omaggio a lui, è uno dei pochi politici che ci mettono la faccia. Complimenti”. Strano per una trasmissione che ha come canovaccio la lotta alla casta, che invita i politici e poi li richiama all’ordine. Per Salvini, coinvolto anch’egli negli scandali Lega, tante congratulazioni. Ma congratulazioni andrebbero indirizzate al suo ufficio stampa, così tempestivo e martellante da ottenere ospitate a ripetizione e ad imporne la figura già da molto prima che divenisse segretario della Lega Nord, nel vano tentativo di far dimenticare le ruberie di Umberto Bossi, famiglia e compagni. Massimo Giletti, nell’occhio del ciclone per l’attacco ai politici napoletani, non ha svergognato Napoli ma quegli stessi politici rappresentati dall’avvocato Antonio Crocetta, il quale ha accusato la Rai di non dedicare spazio al Sud, oscurato dal Nord, che è invece invadente in tv con figure come quella incensata in studio. “Da Salvini non abbiamo nulla da imparare. Dobbiamo parlare degli investimenti che non si fanno nel Sud – urlava il consigliere comunale di Napoli – però lei non ne può parlare. Voi non fate questo tipo di interventi perché la Rai non vuole parlare del Meridione. Voi parlate solo di problemi minimalisti. Lei sta facendo campagna elettorale, caro Giletti. Il governo è assente su Napoli”. Il conduttore gli ha così ribattuto: “Non consento di parlare male della Rai, che fa un lavoro straordinario. Voi iniziate a far andare avanti la vostra città che è indecorosa in certi punti. Se lei esce dalla centrale della stazione uno trova immondizia in tutti i vicoli. I napoletani subiscono gli effetti di una politica molto scarsa”.
Il paradosso sapete qual è? Che bisogna dare ragione sia a Crocetta che a Giletti. Il vero problema è imbastire un dibattito sui biglietti gratuiti per lo stadio di Napoli, e farlo con Salvini in studio, santificandolo pure. Messina da giorni senz’acqua, la Calabria in ginocchio per il maltempo e il Sannio sommerso dal fango e ignorato da Renzi non meritano un teatrino del genere in tivù.
Angelo Forgione –Erri De Luca assolto dall’accusa di istigazione a delinquere perché il fatto non sussiste. Bisognava stabilire se la parola “sabotare” fosse sinonimo di ostacolare o danneggiare la TAV piemontese. Ha prevalso la prima opzione, ovviamente, ma soprattutto per aver compreso che trasformare uno scrittore in pregiudicato del Pensiero sarebbe stato un boomerang per la Magistratura. La vicenda è emblematica di un tipo di censura che scatta in Italia per chi ha il coraggio di far valere proprie idee, quando queste si scontrano con particolari interessi. Il vero sabotaggio, spesso, è dell’espressione che mina quegli interessi superiori. Ma chi sono i piemme che avevano chiesto 8 mesi di condanna per lo scrittore napoletano? Antonio Rinaudo e Andrea Padalino sono coloro che si occupano del filone violento del movimento “No TAV”. Rinaudo fu coinvolto in Calciopoli, intercettato più volte al telefono con Moggi. Cenava con lui e riceveva biglietti e favori in cambio di favori. Andrea Padalino è colui che la scorsa primavera indagò sulla bomba carta lanciata dai tifosi della Juventus all’indirizzo di quelli granata, durante il derby di Torino allo stadio Olimpico, ipotizzando la fantasiosa dinamica di “fuoco amico”, ovvero l’accensione dell’ordigno da parte degli stessi supporters del Toro e l’inesistenza del lancio dal settore ospiti. Fu presto smentito dalle immagini.
La magistratura piemontese, molto vicina agli ambienti juventini proprio nelle vicende di Calciopoli, fu indicata di un’inaspettata fuga di notizie che mise in forte difficoltà la Procura di Napoli che indagava “segretamente” (maggiori dettagli nel mio libro Dov’è la Vittoria; ndr), e sembra ancora influenzata da ideologie estranee alla Giustizia e al buonsenso. E tra Torino e Napoli, forse, dal 2005, continua a scorrere cattivo sangue. Un napoletano che andava a mettere il naso negli affari piemontesi non era il massimo della digeribilità. Chi vuol capire, capisca.
Angelo Forgione – «Tra De Laurentiis e Ferlaino butterei ovviamente giù Ferlaino, perché all’inizio andavamo d’accordo ma, alla fine, lui e Matarrese hanno manovrato per farmi fuori». Lo ha detto Diego Armando Maradona, intervenuto alla trasmissione “In casa Napoli” sull’emittente Piuenne. E però le opinioni che hanno avuto più risalto sono state quelle sul tecnico Sarri, che per l’ex Pibe de Oro «non è il tecnico giusto per un Napoli vincente. Colpa di De Laurentiis». Mi perdonerete, ma a me interessa decisamente più il risentimento per l’ex patron azzurro e per l’ex presidente della Federazione che organizzò il mondiale della grande delusione nazionale, perché è un passaggio storico del Calcio mai chiarito di cui mi sono interessato approfonditamente nella scrittura del mio ultimo libro Dov’è la Vittoria.
Forse un giorno Diego ci racconterà cosa accadde il 17 marzo del 1991, e perché fu trovato positivo all’antidoping nonostante fosse dipendente dalla cocaina da almeno otto anni, dai tempi dei suoi disagi catalani, quelli in cui furono le sue mani a rovinarlo. Forse ci racconterà perché la strana immunità terminò proprio quando la tossicodipendenza raggiunse picchi tali da renderlo ingestibile, e solo nel momento in cui il Napoli piombò nella seconda metà della classifica, cioè a chiusura di un ciclo di 5 anni di podi e trionfi di un club che spendeva molto più di quanto incassava. Forse un giorno ci racconterà perché da allora ha preso ad accusare di mafia Antonio Matarrese, senza mai una risposta, e perché ha iniziato a detestare Corrado Ferlaino, che pure ha sempre incassato. Forse un giorno Luciano Moggi ci racconterà perché proprio prima della partita, con perfetta contemporaneità, annunciò alla stampa la fine del suo rapporto col Napoli, dichiarando che lo storico ciclo azzurro era ormai chiuso. Forse anche l’ex compagno Andrea Carnevale, un giorno, ci dirà cosa volle intendere qualche tempo fa dicendo che «fin quando gli è servito, Ferlaino ha usato Diego». Forse anche Massimo Mauro ci spiegherà perché «con un altro presidente avremmo vinto 6 scudetti invece di 2». Forse anche Giovanni Verde, già vicepresidente del Csm, ci chiarirà perché a la Repubblica abbia dichiarato di essere convinto che Maradona sia stato tradito: «Maradona non pensava mai di poter essere sorpreso dal doping e sia lui che il suo staff mi lasciarono intendere che si trattava di una trappola, utile a rescindere il contratto». Sicuramente non sarà il GIP Vincenzo Trivellini a spiegarci perché, dopo le accuse di Zeman al Calcio italiano nel 1998, archiviò la posizione di Matarrese nonostante la Guardia di Finanza avesse riscontrato la sparizione dal laboratorio antidoping CONI dell’Acqua Acetosa dei risultati delle analisi chimiche sul ramo Calcio. E non sarà neanche lo stesso Matarrese a spiegare perché, una volta azzerato il laboratorio, dopo decenni di Calcio apparentemente pulito, finirono improvvisamente nella rete dei controlli Bucchi e Monaco del Perugia, Couto e Stam della Lazio, Guardiola del Brescia, Davids della Juventus, Caccia e Sacchetti del Piacenza, Torrisi del Parma, Gillet del Bari, Da Rold del Pescara e via discorrendo.
Maradona continua a intingere la sua lingua nel fiele e indirizzare parole avvelenate a Ferlaino e Matarrese, in ogni occasione. Forse un giorno i tifosi del Napoli sapranno la verità, o forse no. Intanto, di questa vicenda, ne ho ricostruito il torbido scenario nel mio saggio, cercando di spiegare quello che Diego non spiega quando si dice rovinato dalla congiura dei baroni.
Angelo Forgione – Siamo certi di sapere proprio tutto di un simbolo del made in Italy nel mondo qual è il gelato? La genesi di questo prodotto è davvero lunga, complessa e incerta, e attraversa la storia e la geografia, partendo dagli antichi babilonesi e dagli egiziani, che consumavano già ghiaccio tritato o neve con la frutta. Furono gli arabi, nel IX secolo, a portare in Sicilia lo Sherbeth (bevanda fresca), un infuso a base di acqua, zucchero, erbe e spezie che veniva ghiacciato con l’aggiunta di sale. La variante siciliana, italianizzata in “Sorbetto”, prevedeva l’uso della neve dell’Etna e delle Madonie. Nonostante nel Cinquecento sia stato l’artista fiorentino Bernardo Buontalenti a introdurre l’uso dell’uovo per l’invenzione della “crema fiorentina”, anche detta “gelato buontalenti”, il sorbetto divenne una vera maestria dei napoletani, tant’è che il marchigiano Antonio Latini, scalco (capocuoco) al servizio del reggente spagnolo del viceregno di Napoli Esteban Carillo Salsedo, attribuì proprio ai napoletani un’abilità speciale nella preparazione dei Sorbetti: “(…) qui in Napoli pare ch’ ogn’uno nasca col genio e con l’istinto di fabricar Sorbette”. Lo scrisse ne LoScalco alla moderna, overo l’arte di ben disporre i conviti, pubblicato tra il 1692 e il 1694, a pochi anni dalla sua morte; un trattato di cucina in cui racchiuse tutta la sua esperienza sul campo, tra Roma, le Marche e Napoli. Particolare attenzione fu posta alla cucina napoletana, compresi i sorbetti, tra cui la “Sorbetta al latte”: “una caraffa e mezza di latte, mezza d’acqua, tre libbre di zucchero, once sei di cedronata o cocuzza trita”. È un sorbetto cui si aggiungeva il latte, ovvero l’antenato del gelato. Il palermitano Francesco Procopio aveva già aperto a Parigi il primo caffè-sorbetteria della storia, il tuttora famosissimo caffè Procope.
Nel 1775, il medico Filippo Baldini pubblicò a Napoli il “De’ Sorbetti”, primo libro completamente dedicato al particolare prodotto, classificato in tre tipi: subacido (alla frutta), aromatico (alla cannella, al cioccolato, al caffè) e lattiginoso. Iniziò così a diffondersi la distinzione tra sorbetto e gelato, il primo a base d’acqua, il secondo a base di latte. La città partenopea, tra le grandi capitali europee, era ormai rinomata per la qualità e la quantità di gelati e sorbetti, di cui era notoriamente ghiotto Giacomo Leopardi, e i Borbone presero a concedere titoli nobiliari anche a maestri artigiani di queste specialità.
La storia moderna del gelato la scrive Filippo Lenzi, alla fine del Settecento, aprendo la prima gelateria in terra americana. Il gelato ebbe un tale successo negli States che fu l’americano William Le Young a brevettare, a metà dell’Ottocento, la sorbettiera a manovella, precedentemente escogitata da Nancy Johnson. Si trattava di un meccanismo grazie al quale la miscela, mantenuta in continuo movimento, si raffreddava in maniera uniforme dando un composto finale cremoso invece che granuloso.
Nel primo Novecento, il bellunese Italo Marchioni, nato a Vodo di Cadore ed emigrato negli Stati Uniti, registrò il brevetto della tazza di cialda, con tanto di manico, adatta a contenere il gelato, per sostituire i bicchieri di vetro. Capitava frequentemente che i medesimi non venissero restituiti, o che si rompessero accidentalmente scivolando dalle mani dei clienti. Dal bicchiere al cono, il passo fu breve. Solo che il gelato, sciogliendosi, spugnava la cialda. E rieccoci a Napoli, nel 1960, quando il gelataio napoletano Spica ebbe la geniale idea di “impermeabilizzare” artigianalmente la superficie interna del cono rivestendola con uno strato di olio, zucchero e cioccolato. Il brevetto di Spica lo acquistò nel 1974 il colosso industriale anglo-olandese Unilever. Nacque così il “Cornetto”, re dei gelati industriali.