Angelo Forgione – La storia di Napoli racconta che il ‘Corsiero del Sole’, il cavallo imbizzarrito di bronzo posto su un alto piedistallo marmoreo nei pressi della Basilica di Santa Restituta, dove in tempi antichissimi si trovava il tempio di Apollo eretto in onore del dio solare e dove poi fu edificato il Duomo, sparì nel 1322 per decisione dell’arcivescovo, il quale mal sopportava le credenze e le superstizioni attorno a quella scultura, della quale si diceva fosse stata scolpita da Virgilio con una stregoneria e che avesse il potere di guarire i cavalli malati. Erano passati sessantanove anni dalla conquista della città da parte di Corrado IV, il quale aveva fatto mettere un freno in segno di dominio sul popolo napoletano. E così il ‘Corsiero del Sole’ divenne simbolo della città. Il colossale cavallo fu fuso per farne campane per la cattedrale.
La storia è diventata leggenda intrecciandosi alle vicende della ‘Protome Carafa’, la testa di cavallo un tempo nell’atrio del palazzo di Diomede Carafa, Duca di Maddaloni, ai Decumani e oggi custodita nel Museo Archeologico Nazionale (una copia è nella stazione Museo della Metropolitana di Napoli e un calco di terracotta, in cattive condizioni, è nello stesso atrio). Il ‘Corsiero del Sole’ fu fuso integralmente, ma una certa corrente, nel corso dei secoli, ha prodotto una mistificazione dei fatti, narrando che fosse stata risparmiata la testa, e che fosse proprio la Protome. Falso! Del Corsiero del Sole non esiste più alcun pezzo e la testa di proprietà di Diomede Carafa è tutt’altra scultura, realizzata a Firenze da Donatello nella seconda metà del XV secolo.
Il professor Francesco Caglioti dell’Università Federico II di Napoli ci racconta che essa doveva essere parte di un monumento equestre che proprio Donatello iniziò per Alfonso V d’Aragona, re di Napoli dal 1442 al 1458. Il monarca desiderava un monumento equestre a lui dedicato – simile a quello che l’artista stava concludendo a Padova per il Gattamelata – per collocarlo al centro dell’arco superiore (oggi vuoto; ndr) dell’immane portale di ingresso a Castel Nuovo a Napoli, una delle più imponenti e ambiziose opere del primo Rinascimento italiano. Lo scultore prese spunto dalla testa di cavallo Medici-Riccardi, originale greco in bronzo di età classica che a metà del ‘400 adornava il giardino di Palazzo Medici (oggi nella collezione del Museo Archeologico Nazionale di Firenze; nda), ma dovette però sospendere la realizzazione dell’opera bronzea, non riuscendo a far fronte alle troppe commissioni, e con la morte nel 1458 di re Alfonso il monumento rimase definitivamente incompiuto. Nel 1466 morì anche Donatello e l’opera fu inviata a Napoli da Lorenzo de’ Medici nel 1471, proprio l’anno della conclusione del portale, quando Ferrante d’Aragona, successore di Alfonso, decise di donare la Protome, inutilizzabile per l’Arco, a Diomede Carafa, illustrissimo rappresentante della corte aragonese in città. Fu installata nel cortile del palazzo privato di via San Biagio de’ Librai e lì ammirata fino al 1806, quando i Carafa la donarono al Museo quale pezzo di gran pregio, poi sostituito nello steso cortile con una copia.
Angelo Forgione – Non solo pesce, legumi e frutta secca. Nell’antica Pompei, città di ricchi commerci, si gustavano anche cibi esotici come ricci, cosce di giraffa e fenicotteri, col condimento di spezie giunte dall’Indonesia.
Angelo Forgione – Chiari segni della fame di cultura meridionale. L’iniziativa nazionale “Una notte al Museo” del 28 dicembre è stato un successo, con il 45% in più rispetto all’edizione del 28 settembre scorso, anche in quell’occasione con ingresso gratuito. E tra i musei più visitati, complice anche la buona presenza di turisti a Napoli tra Natale e Capodanno, spicca la Reggia di Caserta con 6.394 visitatori, seguito dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli con 4.137, Palazzo Reale di Napoli con 3.594 e il Museo di Capodimonte con 2.800. Lunghe file anche al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, per ammirare i Bronzi di Riace, con 2454 ingressi dopo le 20.




Angelo Forgione – Non sto dalla parte di chi strumentalizza per screditare la rivisitazione storica dei fatti risorgimentali, ma non sto neanche con chi offre assist per farlo, rischiando di screditare a sua volta se stesso e tutti coloro che lavorano con serietà per un nobile scopo culturale-identitario. È per questo che, dopo aver smontato coi dati 

Nicola Spinosa, ex Sovrintendente Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico di Napoli, uomo di profonda conoscenza dell’arte Napoletana e non solo, racconta Napoli e la sua immensa cultura unica al mondo a John Elkann.
Angelo Forgione – Torno sulla rivisitazione risorgimentale, che è senza dubbio la chiave per capire dove nascano i guai sociali (e non solo sociali) della nostra nazione italiana. Questa volta ho messo insieme un collage di alcune “pillole” del critico d’arte Philippe Daverio, tratte da varie puntate della sua trasmissione “PASSEPARTOUT” (RAI) e non solo, così come pure interviste rilasciate ai quotidiani IL MATTINO di Napoli e LA STAMPA di Torino. Un lavoro divulgativo che sembra essere estratto da una puntata monotematica mentre in realtà è un puzzle dal senso compiuto che all’inizio pone presupposti e alla fine offre delle risposte, toccando un altro tema che mi sta a cuore: la distruzione del patrimonio monumentale che è figlio della cancellazione della cultura.
Napoli e dintorni, territorio ricchissimo di tesori e bellezze che non a caso fece innamorare greci e romani per primi. Uno dei più suggestivi e tra i meno reclamizzati è sicuramente il “Parco archeologico sommerso di Baia”, una vera a propria città romana in fondo al mare, area marina protetta.