Angelo Forgione – Il presidente dei Consiglio Enrico Letta, in un incontro sulla semplificazione normativa nel programma del summit dei capi di Stato e di governo dell’Ue, ha affermato che «bisogna lavorare affinché l’Italia non sia guardata più come il Paese più burocratico e borbonico».
Un classico modo di comunicare con quell’aggettivo dall’accezione sbagliata e offensiva della Storia del Sud che ormai non regge più. Traggo dal “passepartout” Made in Naples la già pronta risposta:
Sono stati i Savoia a governare l’Italia piemontesizzata per circa ottantacinque anni, non i Borbone. Dunque, può mai essere borbonico il retaggio governativo della Nazione italiana? La burocrazia italiana non è borbonica ma, semmai, figlia di quella sabauda e piemontese instaurata negli anni del Regno d’Italia, esasperata e finalizzata alla sparizione di soldi pubblici. Un modo d’intendere l’amministrazione statale da cui derivò una sfrenata “creatività” tributaria a Torino e la necessità di unirsi con chi aveva i conti in ordine e poche tasse. Perché, dopo il 1855, il Regno di Sardegna non compilò più il bilancio statale? Forse “per oscurare le informazioni”, come denunciò nel 1862 l’economista Giacomo Savarese. Fu questa l’origine del debito pubblico italiano, prettamente piemontese, come conferma la ricerca Un’Italia unificata? – Il Debito Sovrano e lo scetticismo degli investitori di Stéphanie Collet, pubblicata nel luglio 2012.
Magari l’Italia fosse considerata borbonica all’estero! Avrebbe ancora il rispetto perduto e che è ancora vivo per Napoli nelle corti europee esistenti per le quali la città è vista ancora come una capitale, più capitale delle capitali d’Italia Torino, Firenze e Roma.
Chissà poi cosa pensano di certe affermazioni i colleghi spagnoli di Letta. A giudicare dai radiosi sorrisi dei Borbone-Spagna alla parola “napoletano” pronunciata da Riccardo Muti (clicca qui per vedere) nel corso della consegna del “Premios Príncipe de Asturias” a Oviedo, tutto questo sdegno proprio non si avverte.
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Roma-Napoli, la verità sul gemellaggio interrotto (dai romanisti)
Non fu il gesto di Bagni il pomo della discordia ma l’appartenenza di Giordano.
(articolo scritto prima della morte di Ciro Esposito per gli scontri a Roma del 2014)

Angelo Forgione – Napoli e Roma. I rapporti storici tra le due città vicine sono sempre stati stretti e, talvolta, amichevoli. Basti ricordare che le Due Sicilie e lo Stato Pontificio furono legati da un profondo cattolicesimo e che Papa Pio IX, durante il suo esilio per la Repubblica Romana, fu ospitato per un anno e mezzo da Ferdinando II nei territori di Napoli, prima a Gaeta e poi a Portici.
Anche nel calcio, la partita Roma-Napoli conserva significati particolari. È detto il “derby del Sole”, il Centro-Sud che si oppone all’antico potere del Nord-ovest, il confronto dei due vessilli dell’identità territoriale più radicata, di due popoli per certi versi simili ma che oggi sono in aperta inimicizia calcistica. La storiaccia perdura da più di venticinque anni, ma prima, per più di un decennio, le due tifoserie si erano strette in un bellissimo gemellaggio, il più bello di sempre, e anche la nomenclatura storica dei gruppi delle curve lo sottolineavano: il Commando Ultrà Curva Sud della Roma andava a braccetto col Commando Ultrà Curva B del Napoli. I due nuclei si scambiavano bandiere al centro del campo, sfilavano sulle piste d’atletica degli stadi delle due città, gridavano il nome dell’avversaria durante gli incontri, adottavano cori comuni e si ospitavano a vicenda nelle rispettive curve. Fiumi di romani scendevano festanti a Napoli e la marea napoletana saliva a Roma, tutti ostentando serenamente i propri colori. Roma-Napoli era la più grande festa del calcio italiano!
Nei secondi anni Ottanta, quando si sono invertiti i rapporti di forze e a sfidare le grandi del Nord si et proposto il Napoli di Maradona, l’amicizia si è improvvisamente rotta. Responsabilità addossata, per errore, sulle spalle di Salvatore Bagni, autore di un sgarbo alla fine dell’incontro dell’Olimpico nella stagione 1987-88. Carico di adrenalina il guerriero azzurro dopo che Pruzzo aveva portato in vantaggio i giallorossi. L’arbitro aveva espulso i napoletani Careca e Renica, e il Napoli aveva pareggiato in nove uomini con un’inzuccata di Giovanni Francini su corner di Dieguito. “Tore” si recò sotto la curva Sud e fece il gesto dell’ombrello. Apriti cielo!
Ma perché il numero 4 azzurro si lasciò andare a quel gesto? La tradizione orale, in ogni storia, rende spesso verità qualcosa che non lo è. Quel gestaccio ci fu, e Bagni continua a scusarsene, ma il particolare trascurato è che il gemellaggio era già rotto di fatto quando lo fece.
Il popolo azzurro gioiva per lo scudetto cucito al petto degli Azzurri ma veniva da anni di bocconi amari ingoiati, quando si era mostrato ben contento di sostenere la Roma di Liedholm nella corsa al titolo contro la Juventus nei primi anni Ottanta. Con l’arrivo di Maradona in maglia azzurra, gli equilibri erano mutati e, per puntare allo scudetto, il Napoli aveva ingaggiato nell’estate del 1985 anche il bomber Bruno Giordano, bandiera della Lazio. L’astio per l’ex laziale fu più forte dell’amicizia coi napoletani.
Era il 26 ottobre 1986 (guarda il video): il Napoli, quello che avrebbe vinto il primo storico tricolore, salì a Roma col solito seguito infinito di sostenitori. Previsto il rituale gemellaggio con scambio di vessilli e giro di campo, ma dalla Curva Sud si alzarono cori contro Giordano, già beniamino dei partenopei. Dalla Nord, che accoglieva i tifosi ospiti, partì una timida risposta indirizzata alla bandiera romanista Bruno Conti. Una crepa si aprì nei rapporti tra le due frange. La partita scivolò via serenamente, dentro e fuori dal campo, nonostante l’intera posta portata a casa dal Napoli con un goal di Maradona, imbeccato proprio da Bruno Giordano.
Il 25 ottobre 1987 (guarda il video), 364 giorni dopo l’apertura della prima crepa, il Napoli tornò all’Olimpico fregiato di tricolore. La Roma non era più la forte squadra capace di lottare per lo scudetto. Valori capovolti, anche grazie al contributo di un purosangue laziale. L’armonia tra le tifoserie era ormai guastata, ma si provò comunque a celebrare la recente amicizia. Prima della partita, i due portacolori si incontrano nel cerchio di centrocampo. Da lì, iniziarono a correre in direzione della Curva Nord, occupata dai napoletani, tutti insieme a urlare forte “Roma… Roma…”. Poi verso la Sud romanista, per il rituale dello scambio delle bandiere. Il tifoso napoletano non sentì partire il coro “Napoli… Napoli…”, eppure porse ugualmente lo stendardo al romanista, il quale lo mandò platealmente al diavolo con un gesto inequivocabile, dando il via a inaspettati e sonori fischi della marea giallorossa e al lancio di oggetti verso il malcapitato, evidentemente vittima di un tranello. Il portabandiera azzurro capì e riportò indietro lo stendardo, mentre i napoletani, ignari di cosa fosse realmente accaduto dall’altra parte dello stadio, continuavano a inneggiare alla Roma. Non compresero lo sgarbo finché non fu spiegato dallo sfortunato compagno.
In partita, al goal di Pruzzo, partirono gli insulti napoletani verso gli ex amici. La tensione salì, le espulsioni di Careca e Renica l’acuirono, e l’insperato pareggio di Francini fece esplodere la tifoseria partenopea, cui seguì tutto il più volgare sfogo di Salvatore Bagni sotto la Curva Sud. Maradona e gli altri Azzurri andarono invece verso la Nord per donare le loro sudatissime maglie ai napoletani. Da quel giorno i romanisti si allinearono ai cori razzisti delle tifoserie nordiche; anche per loro, apparentemente d’improvviso, i napoletani puzzavano e meritavo un’a’ardente lavata vesuviana. Il Napoli, non più cenerentola del campionato ma squadra in grado di tenere testa a Milan, Inter e Juventus, pulsava anche col cuore laziale di Bruno Giordano, amato dai tifosi partenopei. Fu di fatto lui il vero pomo della discordia. E poi con il gran cuore quello di Maradona, il fuoriclasse che fece vincere il Napoli e minacciò di farlo vincere ancora. Nell’ottobre del 1989, durante un Roma-Napoli disputato allo stadio Flaminio per l’indisponibilità dell’Olimpico, in rifacimento per i Mondiali italiani, i cori razzisti dei romanisti contro i napoletani piovvero esattamente il giorno dopo una storica marcia antirazzista per le strade della Capitale, la prima grande manifestazione nazionale contro il razzismo in Italia, promossa dopo l’omicidio dell’immigrato Jerry Masslo avvenuto due mesi prima. L’imbarazzo fu enorme, al punto da spingere la FIGC a introdurre la “discriminazione territoriale” nel Codice di Giustizia sportiva. Qualche mese dopo, nel giorno della finale del Mondiale ’90, l’odiato capopopolo di Napoli e carnefice della Nazionale italiana in maglia albiceleste, fu fischiato sonoramente dal pubblico dell’Olimpico durante l’esecuzione dell’inno argentino.
Più recentemente, un romanista doc qual è l’attore Massimo Bonetti ha raccontato il momento della rottura del gemellaggio tra romanisti e napoletani in un intervista concessa a Luca Cirillo per calcionapoli24:
“Io ricordo bene l’episodio che pose fine al bellissimo gemellaggio tra le due tifoserie, ero allo stadio. Andò così: partì il tifoso romanista dalla Curva Sud con la bandiera e si diresse verso la Nord strapiena di tifosi biancoazzurri napoletani. Quando arrivò lì ci furono applausi e cori per la Roma da parte loro, una cosa bellissima. Partito dalla Curva Nord quello napoletano, invece, una volta attraversato il campo e giunto alla Sud, prese fischi e bottigliette. Da romanista vero, doc, oggi chiedo scusa agli amici partenopei. Poi si è scritto del gesto dell’ombrello di Bagni ecc. ecc., ma quello è un episodio successivo e sicuramente, seppur deprecabile, fu la reazione adrenalinica dopo un gol che valeva un pareggio riacciuffato in netta inferiorità numerica, non certo la causa della fine di quell’amicizia. Spero che in futuro si possa ripristinare quel bel clima”.
Ricomporre la frattura, oggi, appare quantomai difficile, a testimonianza dell’ottusità di un mondo del calcio che è perfetta espressione delle pulsioni del Paese.
Napolitano vada nel “Triangolo della morte”
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sbarca a Napoli per celebrare i 70 anni delle Quattro Giornate, l’insurrezione popolare prevalentemente civile che permise di liberare la città partenopea dall’occupazione delle forze armate tedesche e indicò la via a tutt’Europa. Il programma prevede l’arrivo a Villa Rosebery, la partecipazione alle celebrazioni di sabato mattina, l’apertura della stagione sinfonica del Teatro San Carlo in serata e un intervento all’incontro a Villa Pignatelli per la “Giornata europea della cultura ebraica”, domenica 29 settembre.
Sarebbe bello se il Presidente trovasse un buco nel suo programma per recarsi in qualche punto della “Terra dei Fuochi” e del “Triangolo della morte”, magari sacrificando qualche caffè, per dare un segnale a chi chiede da lui una vera intenzione di liberazione della Campania dai disastri ambientali. Le bombe anglo-americane non devastano più Napoli ma ora le campagne a nord della città subiscono un altro genere di bombardamento, silenzioso ma micidiale alla stessa maniera. Il silenzio del Presidente della Repubblica non è più accettabile.
Enzo Coccia, il pizzaiuolo consapevole
Angelo Forgione – Dopo la pubblicazione del contributo del compianto Vincenzo Pagnani, torno sull’argomento “pizza margherita” per evidenziare quanto detto dal maestro pizzaiuolo Enzo Coccia al Corriere del Mezzogiorno:
«L’11 giugno del 1889 non nasce la Margherita, ma solo il nome. Raffaele Esposito davvero si recò al bosco di Capodimonte e preparò tre tipi di pizze: bianca con lo strutto, l’altra con i pesciolini, verisimilmente alicette, e un’altra con pomodoro e mozzarella. Quest’ultima fu chiamata Margherita, ma già esisteva, come si legge nel libro di de Bourcard di quarant’anni prima».
Forse non nacque neanche il nome, visto che il filologo Emmanuele Rocco, nel secondo volume del libro Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti citato da Coccia, parla di “sottili fette di muzzarella”. E le fette, distribuite con disposizione radiale, dal centro verso il bordo, disegnavano il fiore di campo da cui è possibile che la pizza abbia preso il nome già ad inizio Ottocento, per essere offerta all’omonima Regina nel 1889.
È ora che tutti i pizzaiuoli di Napoli, come Enzo Coccia, raccontino la verità, quella che le associazioni locali di tutela del prodotto hanno ben trascritto nel Regolamento UE.
approfondimenti su “Made in Naples” di Angelo Forgione (Magenes, 2013)
Pietrarsa, 1863-2013. Napoli ricorda.
150 anni fa, a Pietrarsa, la prima strage del lavoro della storia d’Italia, ben prima di quella americana che inaugurò il 1 maggio nel mondo. Chi conosce questa storia, ha “apparecchiato” da anni questa data affinché una pagina dimenticata della storia nazionale venisse fuori e le istituzioni ricordassero.
Oggi, col patrocinio del Comune di Napoli e non solo, il Museo ferroviario di Pietrarsa diventa punto di ritrovo per ricordare in forma solenne e culturale. È ora che anche i sindacati si rechino presto a ricordare quei tragici fatti in quello straordinario e simbolico luogo che è Pietrarsa in un prossimo 1 maggio italiano, affinché tutti sappiano, finalmente.
Intanto, il delegato del Sindaco di Napoli Luigi de Magistris alla Commissione Toponomastica, Andrea Balìa, ha ottenuto di recente la titolazione di una strada o una piazza, in fase d’individuazione, ai “Martiri di Pietrarsa”.
Benitez: «Conosco la storia di Napoli e come la città è vista in Italia»
Nell ritiro di Dimaro, incontro coi tifosi di Benitez (e Insigne) che, con grande intelligenza, dimostra di essersi immediatamente calato nella realtà sociale napoletana. Alla precisa domanda di una fan «cosa l’ha spinta a venire a Napoli», il tecnico iberico ha risposto così: «il motivo è speciale perché il Napoli mi ha dimostrato che vuole crescere. Conosco la storia della città e che cosa succede in Italia, come si guarda la città e come si guarda la squadra. Per tutte queste cose, farà più piacere fare le cose per bene perché tutto assumerà un valore più importante».
Benitez sulle orme di Maradona, nuovo condottiero della causa identitaria applicata al calcio. Napoli ha bisogno di personaggi così, nello sport come in tutti gli altri settori sociali.
Sgarbi shock: «denapoletanizzare Pompei»
Il critico d’arte smonterebbe le rovine per rimontarle altrove
Angelo Forgione – In un’intervista a Il Giornale, e poi in varie radio, Vittorio Sgarbi ha parlato dello stato di abbandono e degrado in cui versa Pompei, proponendo una “denapolenatizzazione” del sito archeologico per sottrarlo ai problemi del Sud e trasformarlo poi in un club Mediterranée. Il critico d’arte vorrebbe portare idealmente gli scavi al Nord, diversamente da quanto detto da un altro critico d’arte, quel Philippe Daverio, meno fumoso e più concreto, che, al contrario, ha chiesto di sottrarre Pompei all’inadeguata e fallimentare Italia perché se ne occupi l’Europa. Sgarbi è ben cosciente che le antiche città romane ci sono perché la lungimiranza dell’antico governo borbonico del Sud le riportò alla luce e che, finché era il Sud ad occuparsene autonomamente, erano in continua evoluzione. Sgarbi non può dimenticare che Pompei non è sotto l’egida della Regione Campania ma sotto quella dello Stato italiano che ha clamorosamente fallito, e non solo sotto al Vesuvio. E allora, Pompei non è da denapoletanizzare ma, semmai, da deitalianizzare. Napoli ha indicato la via della cultura all’Europa e sono state le classi dirigenti dell’Italia unita, figlie delle ideologie politiche sorte a inizio Ottocento, a spegnere la cultura della città di Giambattista Vico, padre dell’Illuminismo napoletano, italiano ed europeo. A Napoli, che assorbe simili attacchi da più di un secolo, tocca sopravvivere al moderno torpore della cultura, ad un sistema italiano che sta consegnando i suoi monumenti unici alla rovina. È Napoli che è sotto denapoletanizzazione (in Made in Naples dedico l’ultimo significativo paragrafo proprio a questo processo), nel senso che è costretta a perderà lentamente la sua identità, e non è certo la città partenopea, comunque uno dei pochi centri di grande cultura del Paese, a spegnere la cultura italiana… per cui non c’è più attenzione e rispetto. Proprio Sgarbi, qualche tempo fa, ebbe a dire in tv che i fermenti culturali di Napoli sono superiori a quelli di Milano. «Napoli vive, Milano muore… smettiamola di dire che Milano è la capitale, è la capitale del c…o, del nulla», disse il critico d’arte a L’Ultimaparola. E allora voglio sperare che per Pompei denapoletanizzata abbia voluto intenderla sottratta alla morte culturale che l’Italia sta imponendo soprattutto al Sud. Sposo comunque la forma di denuncia di Philippe Daverio, corretta e ineccepibile.
minuto 2:25
Un Re lazzarone… ma non troppo

Angelo Forgione – La storiografia ufficiale descrive come un ignorante quel Ferdinando I di Borbone che paga nella reputazione le teste tagliate dopo la repressione della Repubblica partenopea del 1799, l’eccessiva propensione al diletto e il prolungarsi di un trono perso e riconquistato più volte tra il 1759 e il 1825: tredici lustri a cavallo della Rivoluzione francese e degli sconvolgimenti napoleonici in cui, tra mille insidie, governò riconoscendo i suoi limiti e fidandosi della consorte Maria Carolina e delle idee degli uomini di pensiero accolti a corte. Ma era davvero un sovrano incapace? Non proprio, a giudicare dal profilo che ne tracciò il Goethe nella sua biografia del pittore di corte Jacob Philipp Hackert, grazie al quale possiamo conoscerlo meglio.
“Fin dalla gioventù il Re era un cacciatore appassionato. Lo avevano educato alla caccia. Nei suoi verdi anni era stato delicato di salute. Fu l’esercizio della caccia a renderlo forte, sano e scattante. L’Hackert ebbe un giorno l’onore di essere invitato a caccia insieme con lui e con sorpresa vide che su cento colpi, ne mancava solo uno. Non era solo la caccia, ma anche la vita all’aria aperta che lo manteneva in buona salute. Ciò che il Re ha imparato lo fa bene e con esattezza. Hackert è andato spesso con lui a Capri e a Ischia. Il Comandante governava la corvetta solo di notte, mentre di giorno lo faceva il Re, con la capacità di un provetto ufficiale di marina. Conosceva bene anche la tecnica della pesca e lo dimostrava nel lago di Fusaro, il quale dai tempi antichi è collegato col mare mediante un canale, il che rende salate le sue acque. Il Re aveva fatto venire le ostriche da Taranto e le aveva messe qui in vivaio. In pochi anni ebbe un successo strepitoso. […] Il Re sapeva remare come il più bravo dei marinai e si arrabbiava molto se i suoi compagni di remo non andavano al giusto ritmo. Tutto quello che sa, lo fa esattamente e se vuole apprendere qualcosa, non si dà pace fino a quando non l’ha imparato. Scrive abbastanza bene, velocemente; si fa capire, con buone espressioni. Hackert ha visto le leggi per S. Leucio, prima che fossero stampate. Il Re le aveva date ad un amico per farle correggere se ci fossero stati degli errori di ortografia. C’erano da cambiare pochissime cose e di scarsa importanza. Se lo avessero fatto studiare seriamente, invece di fargli perdere tempo con la caccia, sarebbe diventato uno dei migliori regnanti d’Europa.”
Da questa descrizione, firmata da un osservatore autorevole, ne viene fuori un Re molto napoletano, amante sin da piccolo dell’aria aperta, fatto che, evidentemente, lo salvò da una salute non ottimale (morì alla soglia dei 74 anni, nonostante una vita molto faticosa, un’eta molto tarda per quel tempo). Un Re comunque molto intelligente, pratico e capace di comprendere l’importanza della cultura, affidandosi a Maria Carolina che sapeva essere ben più dotta. Del resto, fu proprio sua la memorabile e storica decisione di cancellare nel 1777 la proprietà privata delle collezioni di famiglia per renderle pubbliche e donarle alla città, dando vita al Real Museo di Napoli, la prima esposizione classica al mondo ma anche il primo museo dell’Europa continentale, un ventennio prima della realizzazione del museo del Louvre voluto da Napoleone. E riuscì proprio lui, nonostante l’opposizione di papa Pio VI, a togliere dai vincoli romani la preziosissima parte romana della Collezione Farnesiana, ereditata dalla nonna Elisabetta Farnese (come quella Parmigiana comprendente dipinti e oggetti vari trasferita nella reggia di Capodimonte) e custodita nell’omonimo palazzo romano di famiglia, ricca di sculture della Roma antica rinvenute nel Cinquecento da papa Paolo III Farnese nelle terme di Caracalla. Le fece trasferire a Napoli, via Tevere e mare, per arricchire la sua Capitale. Chissà oggi dove sarebbero tutte quelle preziosità se Ferdinando non fosse stato così lungimirante.
Inoltre, il cosiddetto “Re lazzarone” esentò la ricca committenza privata napolitana dai dazi doganali affinché facesse lavorare gli artisti residenti oltreconfine e arricchisse i nobili palazzi della Capitale con opere d’arte, a partire da quelle di Canova, che lui stesso interpellò per abbellire e impreziosire Napoli, e al quale diede la soddisfazione di lavorare per l’unico sovrano italiano protettore delle arti, così come simbolicamente, nelle vesti di Minerva, lo scolpì per il Real Museo.
Fu inoltre vero stimolatore di una rivoluzione agricola di cui beneficiamo tutti noi oggi, tra pasta, pomodoro, mozzarella di bufala e tanto altro ancora. Sviluppò l’artigianato, a partire da quello serico di San Leucio.
Superò le superstizioni del tempo circa i primissimi vaccini contro il terribile vaiolo e fece avviare la prima vaccinazione di massa infischiandosene degli anatemi della Chiesa e dello stesso cattolicissimo padre Carlo, partendo da se stesso e dalla sua intera famiglia, rendendo obbligatoria l’inoculazione per i bambini. Fece non troppo meno del celebratissimo genitore, del quale nessuno si azzarda a ricordare quanto fosse non troppo più istruito di lui.
Certamente paga i fatti del 1799 e le turbolenze di quel tempo. Con quel centinaio di esecuzioni al patibolo, per reprime il tradimento subito, strozzò traumaticamente l’intellighenzia locale (accolta a corte) che aveva costituito la linfa del grande Settecento napoletano cui attinse il mondo intero, ma bisogna conoscere a fondo le vicende del ’99 e sapere delle migliaia di civili massacrati in battaglia dai francesi e dagli stessi repubblicani locali, che riversarono sul popolo napoletano colpi di cannone alle spalle da Castel Sant’Elmo. Stime ufficiali ne indicano circa tremila, ma il generale francese Paul-Charles Thiébault, tra i protagonisti di quelle vicende, trascrisse nelle sue memorie la stima di sessantamila vittime napolitane, limitata ai primi mesi del ‘99.
Made in Naples e il caffè napoletano sbarcano in Francia
Angelo Forgione – Il numero 67 (maggio / giugno 2013) della rivista francese RADICI, un bimestrale di attualità e cultura italiana, dedica sei pagine al libro Made in Naples, estraendo il capitolo su “il Caffè” e proponendolo ai propri lettori, in lingua francese, il mio scritto sulla storia e sui segreti della bevanda nera a Napoli, aggiungendo un breve approfondimento sul “caffè sospeso”. Che sia il prologo ad una traduzione del libro in Francia?
La cultura di Napoli che ha civilizzato l’Europa continua a interessare l’Europa. E Made in Naples prova ad esportarla nella sua veste più completa.
Daverio per i monumenti del Sud
Angelo Forgione – “Save Italy”, il movimento d’opinione di Philippe Daverio per la sensibilizzazione alla salvaguardia dei monumenti d’Italia, è giunto a Caserta per richiamare l’attenzione sull’incuria nazionale nei confronti del patrimonio del Sud, proprio mentre il ministro per i beni culturali Massimo Bray visitava la Reggia.
Insieme ad una nutrita rappresentanza del Movimento V.A.N.T.O., che ha esposto un evidentissimo striscione, ho ringraziato il noto critico d’arte donandogli il mio lavoro editoriale Made in Naples (guarda il video), decisamente attinente alla tematica dell’evento e in nome di una cultura da rivalutare. Su di un palco improvvisato (una carrozzella a cavallo) con il sindaco Del Gaudio, Daverio ha parlato ai presenti iniziando il suo appello condividendo uno grosso striscione esposto dal Movimento V.A.N.T.O.: «Sono d’accordo – ha detto – ma non sia una non unità. È vero che quello che è successo con l’Unità nazionale è ancora da dibattere e da discutere. Noi parliamo oggi davanti a un edificio che fu un esempio per il cambio del gusto dell’Europa intera (come descritto anche in Made in Naples), è un pezzo del cuore dell’Europa. Chiedere allo Stato unitario italiano, che si è trovato a gestire i soldi di uno Stato unico dei militari piemontesi, di conservare l’immensa ricchezza degli Stati preunitari, è ormai inutile. Dobbiamo chiederlo all’Europa che deve salvare la culla nella quale è nata perché altrimenti non c’è avvenire. La moneta unica europea non può essere unificante ma può esserlo la cultura. La qualità del manufatto è fondamentale in quest’era in cui il passato non trova destino e in cui l’Europa non sa che strada prendere… ed è fondamentale l’importanza di mantenere il manufatto come testimonianza per i nostri discendenti ma anche per quelli un po’ più giovani che tengono lo striscione e per i quali bisogna trovare subito una soluzione. Siamo qui per immaginare cosa inventare domani. Il domani non è il disinteresse per la cultura, il domani è questa roba qui (indicando la facciata della reggia). Da Caserta deve partire l’appello per il restauro del Meridione. Le utopie sono obbligatorie e su quelle si fonderà l’avvenire dei ragazzi che denunciano la malaunità. Tornerò qui tra 150 anni.»
Daverio si è poi concesso alla gente, mischiandosi anche al gruppetto del Movimento V.A.N.T.O. con cui ha scambiato qualche battuta. «Non chiedetemi di leggere Made in Naples velocemente – ha detto l’alsaziano – ci metterò un po’ di tempo». «Mi chiami pure tra 150 anni – gli ho risposto – e mi dica se le è piaciuto». Poi via, verso la Reggia di Carditello. La giornata al capezzale delle Reali delizie borboniche è continuata lì.
