La lezione di Giuseppe Abbagnale (ad Alex Schwazer)

Angelo Forgione Giuseppe Abbagnale, mito vivente del canottaggio italiano e presidente della Federazione, ha messo il figlio Vincenzo, campione del mondo e capovoga dell’otto in vista di Rio 2016, di fronte alle sue responsabilità. Il ragazzo ha saltato tre controlli antidoping per casualità fortuite, ed è andato sotto la scure della squalifica olimpica. Il primo controllo è saltato per una dimenticanza; il secondo perché il nuovo sistema gestionale, la cosiddetta piattaforma Adams, non gli ha confermato la segnalazione del luogo dove si trovava; il terzo per un contrattempo: un piccolo incidente stradale sulla Pontina che ne ha ritardato di 15 minuti l’arrivo a Sabaudia, luogo del test predisposto 75 minuti prima. Vincenzo Abbagnale è stato definito “un immaturo” dal padre, che ha preferito rendere la notizia pubblica di persona, senza attendere l’eventuale e probabile squalifica. «È giusto così, non è pronto per un evento del genere. Per trasparenza vogliamo essere noi a dare l’annuncio. Voglio però che non nascano illazioni. Se avessi il minimo dubbio che Vincenzo non è a posto, non lo farei sanzionare solo sul piano sportivo ma lo manderei in galera oggi stesso», ha detto il genitore-presidente, persona di alto spessore morale e di altissimi valori dello sport quali onestà, serietà e rispetto delle regole. C’era in ballo non solo il nome della FIC ma anche quello della famiglia Abbagnale, vanto e gloria dello sport italiano. E c’era in ballo anche il buon nome dello sport olimpionico napoletano, mai sfiorato da squalifiche per doping e offeso gratuitamente da Alex Schwazer qualche giorno prima di essere sorpreso da un test della Wada, l’agenzia mondiale antidoping, con cui fu rivelata la positività all’assunzione dell’Epo. Tutti ricordano la email che scisse al suo medico: «Posso giurare che non ho fatto niente di proibito… ti ho dato la mia parola e non ti deluderò. Sono altoatesino, non sono napoletano». Magari è Vincenzino Abbagnale a non aver fatto nulla di proibito, e salterà Rio per la troppa superficialità, ma il padre ha dato una lezione di lealtà a tutti, non solo all’immorale marciatore di Vipiteno. Avrebbe potuto dire che il figlio non si è dopato e che meriterebbe di andare in Brasile. E avrebbe potuto dire che Vincenzo non è altoatesino, e sarebbe caduto in basso, là dove sono precipitati altri.

“Napoli ha una cultura immensa che ha perso l’identità a causa di un manipolo di cretini…”

Angelo Forgione Riporto di seguito, dalle pagine napoletane de La Repubblica, un’intervista a cura di Stella Cervasio.

Lei parla bene di Napoli, ma a volte è controcorrente, ne è cosciente?
“Prendiamo il lapsus di papa Francesco: a Napoli “la corruzione spuzza” stava a significare che quella di Roma puzzava molto di più. Il mio libro contiene un prologo storico dal titolo “Garibaldeaux” dedicato a questo Fregoli della storia e in coda c’è “La corruzione spuzza”. In mezzo, tre “chroniques”, una del presente, una sull’epoca di Mussolini e l’altra sul XVII secolo, con 5 ritratti di donne. In exerga ho messo una frase di Alberto Savinio: “Mi piace credere che la follia di Gemito il greco viene da questa alienazione storica traboccante di menzogne”.

Quali sarebbero le menzogne?
“L’alienazione storica è quella nata dal 1860 in poi. Bugie che fanno parlare male di Napoli ancora oggi. Tra poco ci saranno le elezioni a sindaco: giuro che farei la campagna solo per uno che si impegnasse per restituire l’identità alla città”.

Come?
“Togliendo dalla Camera di Commercio la statua di Enrico Cialdini, plenipotenziario di Vittorio Emanuele II a Napoli. Con la scusa della guerra al brigantaggio fece una strage di civili. Un vero boia per la gente del Sud. Dovrebbe anche sbattezzare piazza Garibaldi e chiamarla piazza Enrico Caruso. Sarebbe un segno di rispetto per la civiltà napoletana e per i contemporanei che ritroverebbero l’orgoglio. Napoli ha una cultura immensa che ha perso l’identità a causa di un manipolo di cretini che avevano una sola idea: portare tutta la ricchezza del sud a nord. Penso allo scandalo del museo di antropologia criminale di Torino fondato da Lombroso. Espone le teste tagliate dei cosiddetti briganti come se fossero bestie feroci. Un peso enorme sulle spalle dei napoletani che devono avere sempre più coscienza della loro storia. Un altro scandalo è che i tifosi a Napoli non possono portare i colori della loro squadra, la polizia allo stadio gli sequestra le sciarpe. E ancora, la pizza Margherita non ha niente a che vedere con la regina Savoia, esisteva già un secolo prima”.

Le disfunzioni però oggi continuano, prendiamo Bagnoli….
“Appena c’è qualcosa da fare a Napoli, Roma ci mette piede per soppiantarla. Le ciminiere funzionavano e anche Pietrarsa. Napoli è come l’ex voto, da 150 anni è smembrata, il cuore qui, una gamba là…bisogna riassemblare le parti, perché il corpo di Napoli respiri e torni a camminare”.

Parla come un neoborbonico…
“Chi non riconosce il valore dei Borbone non sa niente di Napoli. Carlo III è stato un grandissimo dirigente. Loro hanno costruito, i Savoia invece hanno distrutto, anche nel fare la galleria Umberto I hanno nascosto il teatro San Carlo”.

No, non sono mie dicharazioni, anche se lo sembrano decisamente. Basta leggere l’intervista intera per capire che le risposte sono di un mio carissimo amico, di un amico di Napoli, di Jean-Noël Schifano.

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video: ‘Una giornata a Napoli’

Da un’idea dello scenografo spagnolo Ignasi Cristià, un video su una giornata napoletana di novembre realizzato da Marco Rossano, regista partenopeo che divide la sua vita tra la sua città e Barcellona.
Il video proposto, nella versione montata dal regista, doveva essere proiettato al Museo della Scultura di Valladolid all’interno di una mostra sul presepe napoletano. Il “concept” iniziale prevedeva la rappresentazione di vita reale di Napoli, senza sofisticazioni e con scorci della città antica, per un’ideale rappresentazione del presepe napoletano attraverso la realtà. Ma questa prima versione è stata censurata da una dirigente del Ministero della Cultura spagnolo per la presenza di immagini (girate con la collaborazione dell’operatore di camera catanese Giuseppe Riccardi) ritenute scabrose poiché avrebbero potuto urtare la sensibilità dei minori (una danza definita “lesbica”). Il regista ha poi montato un’altra versione, accontentando la commissione con immagini della Napoli patinata da cartolina, lontano dall’idea originale, che non offre le piacevoli suggestioni del primo lavoro, questo sì meritevole di essere goduto fino in fondo. Un video ricco di umanità e verità, eppure censurato. Com’è lontana Napoli dal conformismo che rifiuta!

Una travel-blogger milanese innamorata di Napoli

Nella puntata del 21 dicembre di Capital in the World (Radio Capital) dedicata a Napoli, Sonia Sgarella, una travel-blogger milanese, descrive con emozione coinvolgente la città partenopea attraverso una scelta di citazioni, film e libri utili a capire davvero la città più indecifrabile del mondo. Tra i quattro libri scelti, anche Made in Naples.

Pulcinella, che vuol dirci costui?

Angelo Forgione È o non è un’offesa dare del “Pulcinella” al prossimo? È questo il tema scaturito dal modo con cui il tifoso interista Enrico Mentana si è rivolto al tifoso napoletano Raffaele Auriemma, entrambi giornalisti, seppur in diversi ambiti. Il fatto è che Pulcinella è finito nel Novecento sul podio del folklore partenopeo insieme alla pizza e al mandolino, coi quali condivide un’altissima dignità, svilita da quella profana superficialità che tutto trita. Tutto quanto è simbolo di una napoletanità fortemente espressiva, mal tradotta da chi parla un “linguaggio” diverso, rischia oggi di imbarazzare i napoletani stessi, o almeno quelli che subiscono passivamente ciò che è la vulgata nazionale predominante. Provare a chiarire i significati reconditi della notissima maschera napoletana della Commedia dell’Arte può aiutare a sgretolare un po’ di frivolezza soverchia.
Pulcinella è magnifico archetipo, rappresentazione universale di quella parte di umanità sofferente che affronta le difficoltà mascherandosi dietro un sorriso amaro. Pulcinella è messaggio esoterico: nasce dall’uovo alchemico della vita, e già dai primi respiri trova la morte a incombere; ma è esplosivo, figlio di una terra vulcanica, è fuoco, ed “erutta” con tutta la sua vitalità, pronto ad affrontare le difficoltà con la sua indole “leggera”, incurante del pericolo con cui esorcizza le paure e sfugge alle avversità dell’esistenza. È deforme, gibboso e panciuto, ha il naso adunco e la voce stridula, è affetto da ipogonadismo, motivo per cui è chiamato “piccolo pulcino”. Pulcinella è il bambino celato nell’adulto, è la morte dentro la vita, è la malinconia mascherata dall’allegria, è la saggezza popolare nascosta dalla sciocchezza, è il nero in mezzo al bianco. Pulcinella è il contrario di sè, è incoerenza fatta carne. Pulcinella, più di tutte le altre, è maschera. Il fatto è che è facile confondere l’incoerenza con l’inaffidabilità dalla quale nasce la sentenza “Pulcinella uguale cialtrone”.
Jean-Noël Schifano, in occasione dell’inaugurazione del busto in bronzo donato da Lello Esposito sito in vico fico Purgatorio ad Arco, definì antropologicamente Pulcinella «figura-simbolo partenopea, spesso bollata come folklore e invece vera porta sul genius loci della città… Pulcinella essere ermafrodito, Horus del popolo, figura esemplare del barocco esistenziale». Nella stessa occasione, l’intellettuale residente a Parigi si disse «molto felice di lasciare la torre Eiffel per una cosa autentica, vera e di filosofia che è Pulcinella». Con lui, il filosofo Aldo Masullo, appellandosi ai napoletani: «In nome della maschera di Pulcinella, togliamoci la maschera», cioè, recuperiamo la nostra vera identità.
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Bonghi nell’Ottocento, oggi Cantone. Napoli fa Milano “capitale morale”

ll presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, ha ricevuto dalle mani del sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, il Sigillo della Città. «È una soddisfazione per un terrone – ha detto il magistrato napoletano – essere insignito di un’onorificenza della città più importante d’Italia, quella che ha sempre avuto l’idea di essere la capitale morale della Repubblica. Milano si è riappropriata di questo ruolo, mentre Roma sta dimostrando di non avere quegli anticorpi di cui ha bisogno e che tutti auspichiamo possa avere. Il modello Milano messo in campo per l’Expo ha mostrato sinergie che a Roma mancano».
Cantone e Pisapia, dunque, proprio mentre l’Expo di Milano volge al termine, hanno in qualche modo decretato il compimento positivo della missione di pulizia della fase organizzativa dell’esposizione meneghina, dopo il grave danno di immagine generato dalle vicende giudiziarie legate agli appalti. Cantone, il salvatore della moralità di Patria, ha probabilmente evitato che quel danno fosse ancor più grande, ma è impensabile che un paragone con Roma possa bastare per riabilitare Milano e porre fine a un periodo buio esploso con la Tangentopoli di Mani Pulite degli anni Novanta.
Oggi, in concomitanza dell’Expo dell’alimentazione, un napoletano restituisce a Milano il ruolo di “capitale morale del Paese”, 134 anni dopo un altro napoletano che, in occasione di un’altra esposizione milanese, quella industriale del 1881, quella lusinghiera definizione la coniò scrivendola per la prima volta sulle pagine del giornale che dirigeva. Da Ruggero Bonghi a Raffaele Cantone, la storia si ripete, ed è sempre un napoletano a mettere Milano alla guida della Nazione.

Maggio dei Monumenti borbonico per riscoprire il 700 musicale napoletano

Angelo Forgione Dopo la discussa apposizione della targa in ricordo dei martiri giacobini del 1799, il Comune di Napoli ha deciso di dedicare il ‘Maggio dei monumenti‘ 2016, XXII edizione, al trecentesimo anniversario della nascita di Carlo di Borbone ed al 700 musicale ed artistico napoletano. La città che influenzò la grande musica d’Europa, ma anche altri campi delle arti, dopo l’opera meritoria del Maestro Enzo Amato col Festival Internazionale del 700 Musicale Napoletano, ha forse deciso di proporre ai turisti e ai napoletani stessi i grandi compositori colpevolmente dimenticati dall’Italia dal secondo Ottocento ai giorni nostri, sulla scia dell’opera di rivisitazione portata in Europa da Riccardo Muti (da me descritta in Made in Naples e su questo blog), che, si spera, non resti una voce nel deserto.

‘Dov’è la Vittoria’ e ‘Made in Naples’ a Domenica Luna Live

«A noi fa piacere sapere la verità, la verità secondo Angelo Forgione». Così la conduttrice Paola Mercurio chiude la chiacchierata con l’autore di Dov’è la Vittoria e Made in Naples nel salottino domenicale dell’emittente campana Tv Luna.

Amedeo Minghi e il “linguaggio” napoletano

Amedeo Minghi, coi suoi cinquant’anni di carriera, è uno dei cantautori più longevi sul panorama nazionale. Da artista colto, nella sua lunga attività ha avuto modo di omaggiare anche la canzone napoletana, madre di quella italiana. Rosa (1988) e Viceré (1994) sono due brani cantanti in lingua partenopea, tra i più famosi della produzione artistica dell’artista romano. Il videoclip li mette insieme, proponendo una registrazione amatoriale del dicembre 2009 al teatro Ghione di Roma (di Svetlana Mastica), dove lo stesso Minghi introdusse il suo canto partenopeo illustrando piccole nozioni di quello che fu, e tuttora è, il “linguaggio” universale di Napoli.
“Credo che ogni artista debba sentirsi in obbligo di ringraziare gli inarrivabili musicisti napoletani, Beatles compresi”, scrive l’artista sul suo profilo facebook.

Il Comune di Napoli ricorda (solo) i giacobini (e inciampa sull’Illuminismo)

Angelo ForgioneNei giorni scorsi, a cura del Comune di Napoli e dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, è stata scoperta una targa commemorativa presso l’entrata della Basilica del Carmine in ricordo del martirio dei giacobini napoletani. Giusto ricordare gli eventi drammatici che posero fine alla Repubblica Napoletana del 1799, con le circa 120 esecuzioni tra gli aderenti alla stessa, ma pure manca un ricordo per gli almeno 3000 napoletani del popolo che persero la vita nel tentativo di evitare l’ingresso in Città delle milizie francesi del generale francese Jean Étienne Championnet.
Furono mesi, quelli da gennaio a giugno, molto difficili, sporcati da sangue, morte e barbarie, che impressero una ferita mai rimarginata. La cultura locale è da allora spaccata tra giacobini e sanfedisti, tra repubblicani e monarchici, ma ogni contesa che genera accesi estremismi e distanti fazioni finisce con lo scompaginare gli eventi e renderli poco chiari. La Storia di Napoli è complessa e va invece analizzata serenamente, senza nostalgie, recriminazioni e strumentalizzazioni. Accade quindi che anche il Comune di Napoli incappi in un non lieve errore storico nel comunicato stampa della Giunta (leggi qui), parlando di martirio degli “illuministi napoletani”. Gli uomini della Repubblica Napoletana non erano illuministi ma più correttamente colti esponenti della borghesia filomassonica. Gli illuministi, i riformatori che fecero di Napoli il centro universale dei Lumi, erano stati Pietro Giannone, Giambattista Vico, Bartolomeo Intieri, Ferdinando Galiani, Antonio Genovesi e Gaetano Filangieri. Gli eccezionali scritti di quest’ultimo animarono gli intellettuali della Repubblica, ma il giurista napoletano aveva sostenuto e consigliato il primo ministro monarchico Bernardo Tanucci; e prima ancora, Antonio Genovesi aveva sostenuto la monarchia illuminata di Carlo di Borbone. Certamente un anello di congiunzione tra il giacobinismo e l’illuminismo furono alcuni figli della dottrina economica di Antonio Genovesi, tra cui spiccava Francesco Mario Pagano; ma questi, dopo l’assorbimento degli influssi rivoluzionari, deviarono il grande Pensiero napoletano rivolto alla soluzione dei problemi locali verso la corrente francese nata da una piattaforma sociale diversa. Quella parte di borghesia massonica era pure stata a Corte, ben vista e agevolata dalla massona Maria Carolina (Eleonora Pimentel Fonseca sua bibliotecaria, Domenico Cirillo suo medico, etc). Fu proprio grazie alla regina che accrebbero posizione e influenza. Tradirono la grande fiducia che la sovrana concesse loro per riformare il Regno quando il Gran Maestro napoletano Francesco d’Aquino fu rimpiazzato nel ruolo di favorito dall’inglese John Acton. Ripicche politiche da perdita di influenza, insomma, e ancora nel 2015 si confonde l’Illuminismo napoletano col giacobinismo, che fu invece il sottoprodotto dell’esterofilia della dotta borghesia filomassonica.
Bisogna anche chiarire il concetto di “rivoluzione”, e chi la fece. Una rivoluzione la fa il popolo, e il popolo, in quei mesi turbolenti, fece la resistenza. Il resto furono intrighi politici e interessi personali annegati purtroppo nel sangue. La “rivoluzione” partenopea non fu compiuta dal popolo napoletano e neanche dagli intellettuali della borghesia, bensì dalle milizie francesi, con lo scopo di assorbire soldi e opere d’arte in città. Dieci anni di tasse non pagate dai cittadini francesi dopo la Presa della Bastiglia necessitavano di rimedio, e l’Italia offriva liquidità da spremere nonché la nuova moda europea del momento, scoppiata col rinvenimento dei reperti vesuviani operato: il Neoclassicismo. Il temibile esercito francese, tra grandi resistenze, entrò a Napoli anche grazie ai giacobini napoletani, che aprirono il fuoco alle spalle del popolo da Castel Sant’Elmo, lasciando a terra migliaia di corpi esanimi. Erano napoletani, popolani, che cercavano di fermare l’ingresso del più forte esercito d’Europa con una strenua resistenza, ammirata dal generale Championnet, lo stesso condottiero che, come testimonia la pubblicazione Souvenirs du général Championnet (Flammarion – Parigi, 1904), annunciava con delle lettere inviate al ministero dell’Interno del Direttorio di Parigi la spedizione di gessi, statue, busti, marmi e porcellane di pregio trafugate a Napoli (lo straordinario pieno di opere d’arte in Italia e oltre consentì a Napoleone di riorganizzare nel 1800 l’esposizione del Louvre). Persino l’Ercole Farnese, principale obiettivo francese, fu imballato e approntato per andare a Parigi. Non partì perché i transalpini indugiarono. Eleonora Pimentel sapeva e qualcosa pure la raccontò sul suo Monitore Napoletano (la sottrazione di tutte le collane d’oro dispensate ai cavalieri del Toson d’Oro). Lei e tutti gli intellettuali giacobini sostenevano la tesi di Parigi per cui la Francia era l’unica nazione capace di garantire l’inviolabilità delle grandi opere e garantirle all’umanità nei secoli futuri.
E fu sempre il popolo a riprendersi la città e il Regno, dopo neanche sei mesi, approfittando dello sbandamento delle truppe napoleoniche, via dall’Italia dopo gli affanni di Bonaparte in Egitto e ovviamente disinteressato a dare protezione agli uomini della Repubblica Napoletana, che nel frattempo non avevano prodotto alcuna riforma politica. Non conoscevano le necessità del popolo, dimostrando di non  aver recepito l’altissimo insegnamento di Genovesi. I dotti massoni di Corte tradirono, sapendo a cosa andavano incontro. Il tradimento, ai quei tempi, era punito dappertutto con la pena capitale. Sapevano anche di mancare di adesione popolare ma erano sicuri di essere protetti dai fortissimi francesi. Fecero male i loro calcoli.
Stime ufficiali indicano circa 3.000 morti a Napoli, ma ne furono di più nell’arco di quei sei mesi; il generale francese Paul-Charles Thiébault, tra i protagonisti di quelle vicende, trascrisse nelle sue memorie la stima di 60.000 vittime in tutto il Regno, limitata ai primi mesi del ‘99. Morti che sembrano non aver mai pesato sul bilancio tra le parti.
E allora, di quale rivoluzione si continua a parlare a distanza di più di due secoli? Qualche anno fa, in una puntata del programma televisivo Passepartout di Philippe Daverio, Nicola Spinosa, ex Sovrintendente Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico di Napoli  (premiato nel 2008 col “FIAC Excellency Award 2008” come uomo che ha più contribuito alla diffusione della cultura italiana negli Stati Uniti), si espresse con toni molto duri nei confronti di chi continua a raccontare male e faziosamente la storia, definendo quella che ancora oggi tramandiamo come “rivoluzione napoletana” come qualcosa che non ha lasciato alcun segno nella cultura della Città, «un recupero storicistico operato da certi settori dell’intellighenzia napoletana» (guarda qui). Settori che hanno stimolato la realizzazione della nuova targa commemorativa in piazza Mercato e che però spingono per dimenticare le migliaia di morti tra il popolo napoletano perché poveri, incolti, straccioni.
Dunque, se è vero che per la repubblica il popolo è sovrano, ricordiamo anche il massacro dimenticato di migliaia di “lazzari” oltre alle notissime decapitazioni tra la borghesia partenopea… per rispetto della Storia e in nome dei diritti civili e della Libertà.