Angelo Forgione – Quando lo scorso maggio fu pubblicato il libro di Domenico De Masi Tag, qualche piccola anticipazione sul capitolo dedicato a Napoli mi era già ben nota, perché esternata nelle emittenti televisive in cui il sociologo molisano si era già espresso in modo netto nei confronti della creatività napoletana: «Mentre tutto il mondo ha inventato i microprocessori negli ultimi duecento anni, i napoletani solo la pizza». Ne venne fuori un dibattito a distanza, in più round, tra De Masi e chi scrive (ospitato dalle pagine del Corriere del Mezzogiorno), alimentato dall’attacco che l’accademico rivolse ai pizzaiuoli napoletani, rei, a suoi dire, di non aver mai brevettato e industrializzato la pizza, ovvero una specialità che può dirsi napoletana solo se artigianale e preparata secondo un preciso disciplinare.
Ci ritorno su a distanza di qualche mese, stavolta con un videoclip per dimostrare quanto sia falso il giudizio di De Masi e quanto Napoli sia, nonostante tutti gli ostacoli che incontra, città di creazione e sperimentazione in diversi campi, stavolta stimolato da un ulteriore giudizio sulla pizza napoletana vieppiù feroce pronunciato qualche tempo fa dal sociologo a La Zanzara (Radio 24), programma peraltro contraddistinto da una chiara e profonda avversione alla napoletanità in cui è spesso ospite: «La pizza è una delle boiate più grosse prodotte da Napoli, un qualcosa di interclassista che mette insieme degli avvinazzati attorno alla birra».



Oggi, in concomitanza dell’Expo dell’alimentazione, un napoletano restituisce a Milano il ruolo di “capitale morale del Paese”, 134 anni dopo un altro napoletano che, in occasione di un’altra esposizione milanese, quella industriale del 1881, quella lusinghiera definizione la coniò scrivendola per la prima volta sulle pagine del giornale che dirigeva. Da
Angelo Forgione