La frustrazione napoletana della vittoria che non arriva

Angelo ForgioneDurante la trasmissione del 2 giugno di Club Napoli All News, in onda sull’emittente TeleClubItalia, alla quale ho presenziato come ospite per presentare il mio libro Dov’è la Vittoria, un telespettatore è intervenuto in diretta per lamentarsi della scarsa confidenza del Napoli con lo scudetto, incarnando la filosofia imperante a Napoli del “noi vogliamo vincere”. Una filosofia che non ammette ragionamenti più ampi, sui quali invece tutti dovrebbero riflettere in una piazza come quella partenopea e in tutte quelle meridionali. La mia risposta – una di quelle offerte nel mio saggio – ha convinto amaramente sia il tifoso da casa che il conduttore Francesco Molaro.

De Laurentiis, Benitez, calciatori e tifosi. Perdono tutti.

Angelo Forgione – Si chiude una stagione sciagurata, inaugurata con un preliminare di Champions League affrontato con troppa sufficienza al cospetto di una squadra modesta, eliminata ben presto dallo scenario europeo. Era il tempo della campagna acquisti col freno a mano tirato, dell’indebolimento preventivato nella prospettiva del passaggio alla fase a gironi, che tale rimase perché il cammino in Champions si fermò lì. Per Benitez, già alla vigilia non si sarebbe trattato di un dramma, mentre il dramma sportivo lo viveva lui dovendo schierare Rafael al posto di Reina e il ripudiato Gargano di ritorno in luogo di Behrami. Non si dimise, ma si allineò alle volontà della Società, da aziendalista quale non è. Errore grave.
Eppure Aurelio De Laurentiis aveva fatto proclami roboanti: «lotteremo per lo scudetto», disse il patron. Ma in lizza il Napoli non c’è mai stato. È arrivato a dicembre alla conquista della Supercoppa, un bel regalo di Natale per i tifosi, ma non troppo di più sulla bilancia di una stagione in cui si è pure sfiorata la finale di Europa-League, senza acciuffare né quella né la qualificazione ai preliminari di Champions. Insomma, dai sogni di scudetto al posto cinque nella graduatoria della Serie A 2014-15.
Si chiude tristemente il biennio spagnolo, inaugurato con grandi auspici quando De Laurentiis volò in Inghilterra a convincere Benitez, una grande figura del Football internazionale, per rendere il Napoli ancora più europeo. Il mister ereditava la Champions diretta lasciatagli da Mazzarri – uscendone poi per differenza reti in un girone di acciaio – ma non sarebbe riuscito ad agguantarla nelle sue due campagne italiane. Il presupposto era quello di accrescere l’appeal internazionale del Napoli, ed è purtroppo fallito.
Benitez non si discuterebbe, perché il curriculum parla per lui, e se va al Real Madrid non è per improvvisa follia della dirigenza dei blancos. Una Coppa Italia e una Supercoppa pure le ha portate a casa, ma si separa dal Napoli in modo amaro, volando via, alla volta del club più prestigioso del pianeta, lasciandosi alle spalle le macerie di una squadra da ricostruire in buona parte. E sarà dura, perché due stagioni senza Champions League, per un club italiano che vuol crescere, precludono il sostegno agli investimenti importanti. La patata bollente resta tra le mani di De Laurentiis, già gravato dell’impegno per uno stadio almeno decente ma che, una volta reso presentabile, non porterà importanti entrate al club.
Perdono un po’ tutti in questi due anni che dovevano rappresentare ben altro. A cominciare dallo stesso De Laurentiis, che ha perso la sua scommessa, non avendo gli argomenti per rendere la presenza di un allenatore stimato nel mondo più di una semplice esperienza, e neanche positiva. Perde Benitez, che, troppo preso da se stesso, non ha saputo compattare una squadra la cui grande vulnerabilità è stata nella mancanza di vere motivazioni (vedi Empoli e Parma) più che nell’incredibile perforabilità, e che non ha saputo lasciare un buon ricordo prima di andarsi a prendere la più ambita delle panchine. Perdono i calciatori, compresi quelli più rappresentativi, privi di carattere, cattiveria e decisività. Perdono anche certi tifosi, che indegnamente hanno apostrofato con nomignoli poco eleganti un allenatore “rotondo” che ha sponsorizzato nel mondo le bellezze del territorio e che si sono abbandonati a cori disgustosi nei confronti della madre del presidente, defunta da poco. Non è questa la Napoli civile che ci si auspicherebbe. Sì, De Laurentiis ha i suoi difetti, non è certamente un benefattore, ma resta comunque artefice di un mezzo miracolo sportivo e di una gestione aziendale con pochi punti deboli. Il suo Napoli è sano, indipendente e con le spalle alle banche; è collocato al 20° posto del ranking europeo, seconda tra le italiane, pur essendo espressione del territorio più depresso dell’Eurozona. Ma la vicenda stadio dimostra quanto sia difficile fare Calcio a Napoli e nel Mezzogiorno d’Italia in generale. La maturità non giungerà mai finché ci si sentirà in diritto di pretendere la vittoria senza guardarsi intorno, senza comprendere che gli scudetti sono arrivati nella povera Napoli solo grazie a Maradona, acquistato grazie alle forze politiche degli anni Ottanta, per poi pagare il grande sforzo col fallimento.
La stagione degli sprechi è finita. Andate in pace… si fa per dire.

C’è dell’azzurro nei cattivi pensieri bianconeri

Angelo Forgione – Sul profilo Facebook di Marco Storari, secondo portiere della Juventus, è spuntato un video dei festeggiamenti della Juventus nello spogliatoio dopo la partita contro il Real Madrid. All’improvviso (a 11 secondi) qualcuno pare gridare: “Napoli m…!”. Il video sta facendo discutere a tal punto che è stato cancellato dal profilo originale e ricaricato in formato ridotto, col taglio dell’urlo della discordia. La traccia audio è veramente poco chiara, ed è difficile commentare qualcosa di incerto, nonché inutile. Del resto, il video era privato, anche se Storari l’ha reso pubblico, probabilmente senza rendersi conto di ciò che aveva catturato. Il vero problema è semmai ciò che si sente ogni domenica in pubblico, e anche durante la settimana. Perché stupirsi se nello spogliatoio chiuso di una squadra italiana qualcuno esprime odio per Napoli o semplicemente il Napoli? È “normale” in un paese in cui la cultura sportiva è all’età della pietra. In un clima del genere, di cui è colpevole la Federazione (che sa punire Benitez per ciò che nessuno ha ascoltato e non sa punire i tifosi per ciò che tutti ascoltano), i napoletani si sentano fieri di essere nei pensieri della squadra più forte e vincente d’Italia, che le uniche finali perse in questi anni di rinascita post-Calciopoli le ha dovute cedere al Napoli. Solo due volte i bianconeri hanno dovuto guardare gli avversari alzare la coppa. Non c’è dubbio che la Coppa Italia 2012 e la Supercoppa 2014 brucino ancora nello spogliatotoi juventino, a prescindere dal presunto urlo nel ventre del Santiago Bernabeu. Ora, per i bianconeri, la finale di Coppa Italia contro la Lazio e quella ben più ardua di Champions, contro il Barcellona, l’altra squadra-nazione sullo scenario europeo… oltre al Napoli, ovviamente.

Benitez, l’ispettore federale e la percezione delle offese

Angelo Forgione – Monello Rafa! Benitez in punizione per aver detto “calcio italiano di m…” durante Parma-Napoli del 10 maggio. Frase condannabile, certo, ma chi sapeva che l’aveva pronunciata? Nessuno, proprio nessuno, almeno fino alla squalifica inaspettata. L’unico che ha udito è stato uno zelante ispettore federale, che ha messo a referto e inviato tutto al giudice sportivo Tosel, a mo’ di intercettazione telefonica. E così una frase senza alcun effetto tangibile, che nessun quotidiano e nessuna tivù aveva riportato, e senza alcun soggetto dichiaratosi offeso, è spuntata fuori all’improvviso, due giorni dopo, amplificata in maniera deflagrante. C’e n’era il bisogno? E non veniteci a dire che Ibrahimovic ha preso 4 giornate di squalifica per aver detto “Francia paese di m…”. Lo fece davanti alle telecamere, e se ne accorse tutta la Francia.
Benitez non ci sta, e in conferenza stampa dall’Ucraina non le manda a dire: “Sono sorpreso che hanno sentito la mia frase sull’ostruzionismo del calcio italiano quando i cori sul Vesuvio erano sempre lì. E’ strano non sentire qualcosa per tutta la partita”. E il problema è tutto qui. Già, perché, come previsto dall’articolo 11 comma 3 del Codice di Giustizia sportiva, per i cori di discriminazione territoriale, cioè razzisti, vige l’aleatoria “dimensione e percezione reale del fenomeno”, cioè la valutazione caso per caso dell’entità del fenomeno e la relativa capacità di raggiungere l’offeso. Cioè, se cento tifosi urlano “Vesuvio lavali col fuoco” non sono punibili, perché rispetto a 30mila persone risultano irrilevanti, anche se l’ispettore federale li ascolta. Tutto discrezionale e soggettivo, quindi non verificabile e pure influenzabile da pressioni esterne. In poche parole, nessuna sanzione certa. Se invece Benitez offende l’Italia e il suo calcio, da solo e senza che nessuno se ne accorga, è punito politicamente, non sportivamente, con una giornata di squalifica, anche se l’unico che l’ha ascoltato e l’ispettore federale.
Offendere Napoli si può, a pagamento, e a volte anche gratis se si tratta di “sole” cento persone. Offendere l’Italia e il suo calcio non si può, anche se a farlo è una sola persona. È tutto così assurdo.

Maradona o Messi? Diego superiore perchè “limitato”

Lombalgia e tossicodipendenza per l’unico vero rivoluzionario del Calcio

 

Angelo Forgione Il paragone tutto argentino tra Messi e Maradona spunta sempre fuori ad ogni magia di Lionel, colui che si è già assicurato un posto tra i grandissimi di tutti i tempi a suon di goal e dribbling, e con una carriera ancora tutta da completare. Ma spunta anche ad ogni flop della “pulce”, che da modo di evidenziare lo scarso carisma di cui è dotato.


Un dato è certo: Messi è evidentemente più incisivo di Maradona in fase realizzativa ma nel complesso Diego fu ben altra cosa per decisività e genialità. Fu lui che, venendo via da Barcellona, fece grande un Napoli mediocre, portandolo ai vertici del calcio nazionale e internazionale. Fu lui a vincere un campionato mondiale sostanzialmente da solo. A Messi tutto questo, al momento, manca.
Immaginiamo che oggi Lionel lasci il comodo e ricco Barcellona e si trasferisca all’Udinese (paragonabile per risultati al Napoli del 1984), club che, mettendogli vicino degli ottimi calciatori e non dei fuoriclasse assoluti, vinca lo scudetto in tre anni, in un campionato territorialmente spaccato in due da sempre. È questo quello che fece Maradona lasciando la Catalogna per Napoli. Immaginiamo che Messi diventi decisivo in nazionale come non lo è mai stato, a tal punto da vincere un mondiale praticamente da solo. È questo quello che fece Maradona nel 1986.
È inconfutabile che Maradona abbia reso il Napoli campione d’Italia e d’Europa e l’Argentina campione del mondo. E lo fece su una magica caviglia sinistra ricostruita dopo l’operazione chirurgica che gli salvò la carriera, messa a rischio dall’entrata killer del basco Goikoetxea. La memoria corta fa dimenticare anche la cronica patologia del “pibe de oro”, la lombalgia che lo costringeva a continue e logoranti infiltrazioni di cortisone grazie alle quali spesso riusciva ad andare in campo. Come se non bastassero gli handicap fisici, Maradona limitò se stesso con la sua tossicodipendenza, nata a Barcellona e trascinata ben oltre la fine della carriera. Quando riuscì a tenerla a bada dimostrò al mondo di poter scendere in campo con una decina di calciatori neanche eccelsi e vincere una Coppa del Mondo. Pensiamo allora a un Diego con la gamba mai operata, senza mal di schiena, lontano dalle droghe e “regolare” come Messi. Solo così conciato sarebbe risultato umano e avvicinabile, anche per i suoi avversari, che per fermarlo puntavano dritto alle sue gambe; Maradona non era né rispettato né tutelato, come lo è invece Messi, ed era un capopopolo per due popoli: gli argentini e i napoletani. “Ripagati” i primi, privati delle isole Malvinas dagli inglesi, “ripagati” anche i secondi, sottratti del rispetto dai settentrionali.
Messi, pur al 100% delle sue capacità fisiche e con la sua immensa classe, non ha fatto il Barcellona, zeppo di fuoriclasse. Anzi, si può sostenere che sia più Messi ad esser stato fatto dal Barça, il club che ha creduto nelle sue qualità garantendogli assistenza sanitaria quando, in età preadolescenziale, era effetto da un disturbo della crescita, facendolo guarire e maturare nella sua “cantera” e rendendolo il più brillante gioiello tra i tanti gioielli. Messi lo sa, ed è per questo che è grato al Barcellona, che è la sua casa, il suo club eterno. I paragoni sono solo un gioco per soddisfare chi vuol dare allo show-business un nuovo Re, un nuovo idolo massimo per i tempi moderni. La verità è che “la pulce” rievoca “el pibe”, ricorda le sue magie, ma non sarà mai Diego, l’unico vero rivoluzionario del Calcio, il Che Guevara del pallone, il calciatore inviso ai potenti che sovvertì ogni gerarchia e fece vincere il Napoli, un club storico d’Italia, ma pur sempre della periferia del Calcio mondiale. Fu proprio lui a dire nel 1995 «tutti dicono: “Questo è stato il migliore del Barcellona, questo è stato il migliore del Real Madrid, questo è stato il migliore del Chelsea…”. Io sono orgoglioso di essere stato il migliore a Napoli». Il migliore… del mondo… a Napoli, non il migliore del Napoli. Maradona si è riempito d’orgoglio per aver conquistato il trono e la gloria dal basso, smettendo la maglietta del ricco Barcellona, e mica per infilare quella della Juventus! Pur di fuggire dall’inferno catalano accettò alla cieca la maglia che Paolo Rossi aveva rifiutato qualche anno prima.
Diego era un antiaziendalista capace di dettare campagne acquisti a Ferlaino. Giordano e Careca, giusto per citare la storica Ma-Gi-Ca, li volle lui al suo fianco, e quelli lasciarono le loro squadre del cuore, la Lazio e il São Paulo, pur di giocare col più grande di tutti. Diego condizionò le convocazioni in nazionale del cittì Carlos Bilardo. E si mise contro i dinosauri della FIGC, della sua AFA e della FIFA, che gli fecero pagare tutto.
Messi è nel gotha del Calcio ma nel Barcellona più forte di sempre vi è nato, vi è cresciuto e vi “morirà”. Determina risultati e segna a raffica, più di Maradona, ma nel suo fortissimo club, e molto meno in nazionale. Delizia tutti gli amanti del Calcio nel mondo, ma non cambia gerarchie, non detta gli acquisti, non indirizza le convocazioni in nazionale e non ha il piglio del rivoluzionario. Diego fu un calciatore che sfidò e piegò le leggi della fisica e della logica, un calciatore che andò ben oltre il football. Insomma, Messi sarà pure un Carracci ma Maradona è un Caravaggio.

25 anni fa lo scudetto dei veleni. Festa a Napoli e ira a Milano.

29 aprile 1990 – 29 aprile 2015: 25 sono gli anni trascorsi dal secondo e ultimo scudetto del Napoli. Un quarto di secolo, un periodo in cui solo Roma e Lazio, indebitandosi fino al collo, sono riuscute a portare altri due scudetti nel sud del Calcio.
Quello del 1990 fu lo scudetto dei veleni, uno scontro tra Nord ricco e Sud guastafeste, tra organizzazione ed estro. Vinsero Maradona e compagni, in situazioni poco chiare e tra strane dinamiche su ambo i fronti. Monetine (ininfluenti) e goal fantasma a far da sfondo a un finale di stagione pre-Mondiali culminato nell’ira di Berlusconi e soci, che non riconobbero la vittoria degli avversari, loro che due anni prima avevano trionfato tra gli applausi e la legittimazione dei napoletani, pur delusi da uno scudetto gettato alle ortiche. Il team manager Silvano Ramaccioni, in diretta tivù nazionale, affermò di non riconoscere “lo scudetto napoletano della slealtà”. Il regolamento della responsabilità oggettiva vigeva da anni ed era stato applicato più volte in precedenza, ma l’episodio interessò la lotta per lo scudetto tra una squadra ricca e potente del Nord e una straordinariamente forte del Sud. Vinse la seconda e la normativa fu rivista sulla scia dell’ira di Berlusconi e Galliani, ancora oggi influenti nelle scelte della giustizia sportiva (cancellazione chiusura settori per discriminazione territoriale).
Quello storico tricolore decretò la chiusura del grande ciclo del Napoli (anche se ne seguì una roboante vittoria in Supercoppa contro la Juventus) e la fine di un duello acerrimo e velenoso col nuovo potere berlusconiano, in forte ascesa. Dietro quel confronto sportivo tra Napoli e Milano (con l’Inter terzo incomodo) si addensano ancora oggi nubi nere: accuse di scudetti venduti e scommesse clandestine, di arbitri schierati; confessioni camorristiche di manovre politiche pro-Milan e di accordi di palazzo pro-Napoli (dettagli e approfondimenti sul mio saggio Dov’è la Vittoria di prossima uscita). Un’epoca così lontana, eppure così attuale. Anzi, eterna. Un’epoca riassunta in una dedica più recente di Maradona ai napoletani: «Abbiamo vinto contro tutto e tutti».

DOV’È LA VITTORIA – le due Italie nel pallone

Dov’è la Vittoria – Le due Italie nel pallone (Aspetti sportivi della malaunità politico-economica) è un saggio di indagine sulle cause delle differenti performance sportive dei movimenti calcistici del Nord e del Sud d’Italia, inquadrate nell’ottica del divario interno italiano su cui convergono da sempre la politica e la finanza nazionale, e approfondisce le dinamiche oscure che – da sempre – regolano il “dietro le quinte” del Calcio italiano.

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copertina Edizione 2015

Il Calcio italiano fa i conti con la sua credibilità. È influenzato, in modo fin troppo evidente, dalle pulsioni che attraversano la nostra società: le crisi economiche, i giochi della finanza, la corruzione politica, la sfiducia nelle istituzioni, le polemiche sui giudici (arbitri), le strutture inadeguate, l’insicurezza, i localismi, l’intolleranza. E poi, il divario Nord-Sud. L’Italia continua a non perseguire una vera unità e il suo divario interno, che è un unicum nel panorama dei paesi economicamente avanzati, continua a squilibrare anche il movimento calcistico nazionale. Insomma, il Calcio italiano, di fatto, riflette perfettamente la condizione del Paese, il suo regresso, che è anche, e soprattutto, causato dalla sua divisione interna che lo indebolisce.

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copertina Edizione 2017

La centocinquantennale “Questione meridionale” è un aspetto latente e mai analizzato a fondo – eppure assai decisivo – del Pallone italiano, dominato storicamente da tre squadre del Nord, espresse dal “triangolo industriale”, che sfruttano i vantaggi di localizzazione e attingono dal serbatoio di passione del Centro-Sud, un’altra forma di emigrazione meridionale, diversa da quella fisica di studenti e lavoratori. Sull’altro fronte, solo il Napoli e le squadre di Roma riescono a competere, a cicli alterni e diradati nel tempo.
Perché il Nord ha vinto più di 100 scudetti mentre il Sud non è arrivato neanche in doppia cifra? Perché le squadre del Sud faticano ad affacciarsi alla Serie A? Come hanno fatto le squadre settentrionali a prendere il pallino del gioco? E come l’hanno mantenuto? Cosa ha consentito a Cagliari, Napoli, Roma e Lazio di raccogliere le briciole lasciate dalle squadre del Nord? Perché Juventus, Milan e Inter sono squadre “nazionali”? E perché sono le più amate ma anche la più odiate? Perché il Napoli gode di una passione smisurata ed è considerata la vera nazionale dal suo popolo? Quando e come nasce la discriminazione territoriale? Chi ha manipolato la passione degli italiani? Tutti quesiti cui dare adeguate risposte, individuabili con una macrovisione dello show-business, fondamentale per comprendere il significato del fenomeno calcistico nella vita della Nazione unita e nel contesto storico, politico ed economico d’Italia.
La squadra più vincente d’Italia è legata a una famiglia piemontese che ha fatto la storia dell’industrializzazione italiana del Novecento. È una delle squadre di Torino, prima capitale del Regno e città dei Savoia, la dinastia che forzò un più corretto percorso di Unità nazionale e “piemontesizzò” la Penisola nel secondo Ottocento. Mentre si realizzava l’Unità geografica, in Inghilterra nasceva il Foot-ball, lo sport che, come tutti i costumi britannici, sarebbe divenuto uno strumento di affermazione egomonica della “Perfida Albione” nel mondo. Il Regno Unito, che esercitò la sua forte influenza nel piano sabaudo di unificazione monarchica della Penisola, avrebbe caricato i palloni da calcio a bordo delle proprie navi piene di merci e li avrebbe portati nei porti di mezzo mondo, compresi quelli italiani, importanti nella rotta verso il nuovo Canale di Suez, realizzato per accorciare le distanze con l’Oriente. Non a caso il Foot-ball di casa nostra vide la luce a Torino e in quella Genova che ne era il principale sbocco sul mare, per poi abbracciare Milano. Il “loro” campionato fu precluso alle squadre del Sud per circa trent’anni e l’Albo d’Oro contempla scudetti esclusivamente settentrionali, siglati prima che il Ventennio fascista aprisse la contesa anche al resto del Paese, procurando fastidio al movimento di quel Settentrione che nel frattempo riceveva massici favori nell’industrializzazione. Il dopoguerra consacrò il Calcio industriale. E oggi cosa accade?
Dov’è la Vittoria è un’indagine a carattere storico-sociologico-antropologico supportata da studi di economisti, docenti universitari e istituti di ricerca, per individuare le cause delle differenti performance sportive dei movimenti calcistici del Nord e del Sud d’Italia, inquadrate nello scenario del divario interno italiano. Anche attraverso la ricostruzione dei maneggi oscuri nel “dietro le quinte” della grande passione degli italiani – su cui convergono la politica e la finanza nazionale – ne viene fuori una fotografia del Calcio tricolore che illustra con completezza un aspetto poco dibattuto dell’annosa “Questione meridionale”. I veri protagonisti sono l’Italia e gli italiani, che in realtà non esistono, e trovano anche nel Football un linguaggio comune per dimostrarselo.

Capitoli

  1. Un affare da “screanzati” – prefazione di Oliviero Beha
  2. Divide et impera – introduzione dell’autore
  3. Una Questione nazionale – il divario Nord-Sud
  4. Prima il Nord – la Federazione con la palla al piede
  5. Fatta l’Italia, facciamo i tifosi – il tifo nel Paese dei campanile
  6. Sudditi di Sua Maestà – impronte anglosassoni sul pallone
  7. Stringiamci a Coorte – il triangolo Genova-Torino-Milano
  8. Il Regno d’Italia – il matrimonio Juventus-Fiat
  9. Fratelli d’Italia – la discriminazione territoriale
  10. Libera frode in libero Calcio – un secolo di scandali italiani del pallone
  11. L’Italia chiamò – il maxiflop nazionale dei Mondiali ‘90
  12. Siam pronti alla morte – conclusioni dell’autore

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► Intervista su iogiocopulito.it de Il Fatto Quotidiano

L’ipocrisia di Tavecchio e della giustizia sportiva

Angelo Forgione Cori dal 1′ al 90′ contro Napoli. Striscioni offensivi nei riguardi di Antonella Leardi, madre di Ciro Esposito, accusata di lucrare sulla morte del figlio. Allo stadio Olimpico di Roma è andata in scena una nuova vergogna, e a nulla è servito il comportamento esemplare dei napoletani nel corso della partita di andata. Lasciamo stare che dal libro scritto la signora Leardi non caverà un euro e devolverà tutto in beneficenza (come in passato a beneficio del ‘Gemelli’ di Roma). Lo striscione più indecente è quello che recitava “Daniele con noi”, come a dichiararsi tutti idealmente solidali a un accusato di omicidio in quella curva giallorossa.
I romanisti non solo non si sentono colpevoli dell’omicidio di Ciro Esposito, dimenticando quanto odio razzista vomitano nei confronti dei napoletani anche quando non c’è il Napoli di scena nella capitale. Eppure l’Olimpico è l’unico stadio d’Italia che, in regime di squalifiche dei settori, ha subito la chiusura non solo delle curve ma anche delle tribune. Neanche la Roma, nel suo comunicato ufficiale, si è degnata di stigmatizzare il comportamento dei suoi tifosi fascisti, ma questo fa parte del teatrino. Come dello stesso teatrino fa parte l’atteggiamento del presidente della FIGC Carlo Tavecchio, che si è detto sorpreso per quanto accaduto e ha condannato il tutto annunciando l’interesse della Procura Federale, che non porterà a nulla. “Le partite del nostro campionato – ha detto Tavecchio – dovrebbero essere un luogo di gioia e non di insulto, per questo lavoriamo sulla trasmissione dei valori alla base del calcio: l’ignoranza e la violenza sono mali sociali che si estirpano con progetti comuni, di tutte le componenti sportive e politiche, oltre al contributo fondamentale dei media”. Parole vuote di un massimo dirigente federale inadeguato ed evidentemente già bruciato alla sua elezione, senza alcuna credibilità in tema di razzismo, artefice (per volontà altrui) della modifica con effetto immediato, alla sua elezione, dei rognosi articoli 11 e 12 del Codice di Giustizia Sportivo relativi alla chiusura dei settori per “discriminazione territoriale”. Con le manovre estive, risultato raggiunto: niente sanzioni dure, niente dibattiti televisivi, niente indignazione e tanti cori e striscioni offensivi nel luogo del delitto. Tutto come prima, peggio di prima. Un’ipocrisia senza fine.
Sfugge ai più che la modifica dell’articolo 12 stabiliva l’applicazione di ammende, invece delle tanto contestate chiusure parziali degli stadi, ma, nei “casi più gravi”, permaneva al comma 6 l’obbligo di disputare partite a porte chiuse; casi “da valutare in modo particolare con riguardo alla recidiva”. In sostanza, restò in piedi almeno la “valutazione”, ovvero l’interpretazione da parte del giudice sportivo, però soggettiva e influenzabile dalle già rumorose pressioni esterne. Quello della vigilia di Pasqua non è forse un caso così grave da meritare la chiusura dell’Olimpico?

Verona contro Napoli, in principio fu Dirceu

verona_0Angelo Forgione Verona-Napoli, incrocio timbrato da squallide storie di intolleranza all’italiana. I primi conati razzisti del ‘Bentegodi’ affiorarono il 20 novembre 1983 (Verona-Napoli 1-1). In quegli anni il Veneto non era il Nord-Est di oggi ma una terra molto chiusa nel suo provincialismo. La curva scaligera, la prima ad appellarsi al Vesuvio, salutò il brasiliano del Napoli José Dirceu, ex gialloblu, con un messaggio di “integrazione territoriale”: “ORA NON SEI PIU’ STRANIERO, NAPOLI TI HA ACCOLTO NEL CONTINENTE NERO”. E ancora, “DIRCEU CI HAI TRADITO, NELLA M…A SEI FINITO”.
Maradona, dieci mesi più tardi, al suo esordio in Serie A, ne avrebbe letto un altro di striscione: “BENVENUTI IN ITALIA”. Benvenuto anche a Diego nel Calcio del Nord contro il Sud, dei ricchi contro i poveri. Tutto subito chiaro, bastò tanto a fargli intendere che la missione non poteva essere solo sportiva. Il fuoriclasse argentino ci mise poco a capire che i napoletani erano per i settentrionali ciò che gli argentini erano per gli spagnoli, e si fece interprete di un’istintiva rivalsa sportiva.
Buon sangue l’hanno fatto invece alcuni striscioni divertenti passati alla storia alla storia del tifo d’autore, come lo straordinario “GIULIETTA È ‘NA ZOCCOLA” srotolato negli anni Ottanta proprio dai tifosi napoletani per rispondere al “Vesuvio facci sognare” degli ostilissimi veronesi. Evidente differenza di utilizzo dello strumento comunicativo e sublime finezza, consacrata come la più ironica delle frasi mai esposte negli stadi. Forse avrebbe sorriso anche Shakespeare, e non avrebbe avuto troppi dilemmi alla lettura della postuma integrazione con la quale i tifosi azzurri pennellarono lo spasimante della Capuleti: “ROMEO CORNUTO”… colpiti e affondati anche i Montecchi. Venti gli anni necessari per ricevere una risposta dagli scaligeri: “NAPOLETANI FIGLI DI GIULIETTA”. Tentativo di ricalcare l’ironia partenopea fallito e chiaro autogol con un’ammissione sui cattivi costumi del simbolo femminile di Verona.

‘Discriminazione territoriale’: adeguamento all’Europa? Fu proprio l’UEFA a chiedere severità

Angelo Forgione Assordanti cori contro Napoli durante Lazio-Napoli di Coppa Italia, siamo alle solite. Il passo indietro della FIGC ha di nuovo reso possibile l’impunità. Il “castigo”, dopo la modifica degli articoli 11 e 12 del Codice di Giustizia Sportiva con cui è stata cancellata la chiusura dei settori responsabili di certi atteggiamenti, ricade esclusivamente sulle società, chiamate a pagare semplici multe senza rivalersi sui responsabili. Insomma, insultare Napoli si può, a pagamento dei non responsabili, ai quali una multa fa solo il solletico.
Il dietro-front sulla responsabilità oggettiva di Carlo Tavecchio, già apparecchiato al punto 2 del suo programma elettorale, fu ispirato in sede di candidatura dal suo gran sostenitore Galliani, con Lotito (proprio il presidente della Lazio) e di tutti i presidenti dei club più importanti a ruota, e ha autorizzato gli ultras a cantare vittoria nel braccio di ferro con le istituzioni del Calcio. Si è agito in direzione di una “armonizzazione a livello europeo della responsabilità oggettiva”. Falso, falsissimo, perché era stata proprio l’UEFA a chiedere severità alle varie federazioni. La FIGC fu allertata nella primavera 2013 da Platini e soci per la degenerazione degli eventi italiani, e dovette recepirne le nuove direttive, diramate il 23 maggio 2013 nel 37° Congresso Ordinario di Londra in cui il parlamento del Calcio europeo adottò la risoluzione Il Calcio europeo contro il razzismo, con cui furono inasprite le pene per i casi associati agli eventi internazionali. Attraverso l’Articolo 14 del proprio Regolamento Disciplinare, furono vietate dall’organismo internazionale le forme di propaganda ideologica e introdotte punizioni severe, compresa la chiusura parziale o totale degli stadi, per i tifosi che avrebbero insultato la dignità umana per ragioni di razza e origine etnica.
Da Londra, l’UEFA pretese altrettanta severità da ogni federazione affiliata, chiedendo di impegnarsi per favorire l’adozione di identiche politiche sanzionatorie “in relazione alle manifestazioni nazionali”, lasciando cioè ad ognuna la libertà di allargare le tipologie di discriminazione in base alle diverse problematiche presenti nei vari paesi. In Scozia, ad esempio, la questione riguardava da sempre l’ambito religioso, diviso in presbiteriani, cattolici ed anglicani. In Italia il problema interessava la divisione interna e l’aggressione ideologico-territoriale verso i meridionali, ma de facto contro i napoletani. La FIGC si adeguò, credendo di essere in grado di vincere un’antica battaglia culturale. L’insulto alla dignità umana, non potendo (volendo) la FIGC considerarlo “razziale”, fu rubricato come “discriminazione per origine territoriale”. L’Articolo 11 del Codice di Giustizia Sportiva fu adeguato alla nuova normativa UEFA con un inasprimento delle sanzioni in materia di razzismo. Gli ispettori federali furono chiamati a non tapparsi più le orecchie per far scattare la tagliola della chiusura dei settori.
Dopo le prime sanzioni e le forti proteste delle società, incapaci di svincolarsi dal ricatto dei tifosi, fu ben presto scardinata la certezza della punizione dall’intervento di Galliani. Risultato: modifica all’applicazione della norma e introduzione da parte del Consiglio Federale della ‘sospensione condizionale’, una sorta di ammonizione per le società, le cui pene sarebbero state congelate per un anno solare e applicate in modo cumulativo solo nel caso in cui i loro supporters, nel periodo interessato, si fossero resi responsabili di una seconda violazione. L’intento era quello di ridurre il rischio di chiusura parziale degli stadi, col subdolo presupposto che il Napoli sarebbe stato ospitato solo una volta l’anno da ciascuna società, ignorando però che la maleducazione dei tifosi più accesi si sarebbe manifestata anche in partite senza i partenopei di scena. Per rendere ancora più incerta l’applicazione della sanzione fu stabilito che il giudice sportivo, in caso di presenza del fenomeno, avrebbe dovuto valutarne l’entità e la capacità di raggiungere l’offeso. E su quali parametri? Tutto in modo discrezionale e soggettivo, quindi non verificabile e influenzabile da pressioni esterne. Infine, con l’elezione di Tavecchio al posto di Abete, la totale marcia indietro per conformarsi alle altre federazioni europee e “per evitare di sottoporre i club italiani a sanzioni superiori al resto dell’Europa”, come se dappertutto esistesse un problema interno come quello italiano e come se non fosse stata l’UEFA e chiedere severità, la stessa UEFA che ha squalificato Tavecchio per dichiarazioni di stampo razzista.