1884-1904, i vent’anni del delitto di Stato: quando Napoli fu privata del suo mare

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Angelo ForgioneMolti napoletani non sanno che là dove oggi c’è la bella via Caracciolo un tempo vi era una lunga spiaggia, quella di Chiaja, l’ambiente naturale celebrato nelle guaches del Settecento e del primo Ottocento napoletano, il luogo dal quale napoletani e viaggiatori del Grand Tour ammiravano le spettacolari eruzioni del Vesuvio. Oggi quella grande risorsa non esiste più, e il popolo napoletano, che pure ha un rapporto viscerale col mare sin dai tempi della Palaeopolis, si “accontenta” di un’elegante strada asfaltata che lo costeggia.
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La cancellazione della risorsa prese il via nel 1884 con l’esplosione del colera e la successiva Legge per il risanamento della città di Napoli, che, dietro la necessità di risolvere i problemi dei rioni popolari, nascose la manomissione dell’aspetto urbanistico, operata in nome della vantaggiosa speculazione edilizia a vantaggio delle banche piemontesi. La questione igienica fu risolta, ma il degrado degli antichi rioni interessati dai lavori non sparì del tutto e fu semplicemente nascosto dietro le eleganti facciate dei lussuosi stabili costruiti su una colmata con cui fu fatto avanzare il lungomare di Santa Lucia. Fu rifatto il tratto lungomare tra il Castel dell’Ovo e la Villa Comunale (ex Reale), alzando eleganti edifici residenziali e alberghieri davanti al panoramico Chiatamone. Il maniero sul mare fu salvato dai deliri di abbattimento di un gruppo di tecnici e artisti operante in consiglio comunale, che lo definirono “brutto e ormai inutile, un rudere che non ha più ragione di essere in piedi”. La spiaggia di Chiaja fu cancellata e sostituita dall’asfalto e dal cemento. Le spese dell’opera se le accollò l’imprenditore privato belga Ermanno Du Mesnil, al quale fu concessa in cambio la possibilità di edificare gratuitamente in quello che è oggi il viale Gramsci.
Nel 1904, mentre Milano era ormai faro della modernizzazione nazionale e la sua Borsa Valori veniva posta al centro della finanza italiana, la Legge speciale per il Risorgimento economico della città di Napoli attivò provvedimenti speciali per arginare il declino economico del centro campano avviato dopo l’Unità, e significò la realizzazione delle acciaierie nel paradiso termale di Bagnoli, sulle rive di una delle baie più belle al mondo, nel giardino flegreo degli antichi Romani sul golfo di Pozzuoli riparato dalla collina di Posillipo, dove Lamont Young, il Gaudì napoletano, aveva previsto invece un quartiere del turismo e del tempo libero. Napoli perse anche il mare dell’area flegrea. Un perfetto delitto di Stato si completò nel giro di un ventennio.
Il litorale di Napoli è ancora oggi tutto uno spreco di risorsa turistica e balneare. Per i napoletani è davvero un’impresa bagnarsi nel loro splendido mare, mentre Barcellona fa della sua spiaggia artificiale uno dei motori delle proprie fortune post-olimpiadi.

il contributo video in testa all’articolo è una sintesi essenziale del programma Mare Nostrum di Rai Storia

‘Napoli Capitale Morale’ al Premio Troisi

Mercoledì 11 ottobre, alle ore 18,00, presso la biblioteca di Villa Bruno a San Giorgio a Cremano (NA), nell’ambito della rassegna letteraria della XVII edizione Premio Massimo Troisi diretta da Paolo Caiazzo, sarà presentato il libro Napoli Capitale Morale.  Con l’autore, Angelo Forgione, sarà presente Marco Esposito, giornalista de Il Mattino.L’evento è aperto al pubblico con ingresso gratuito.

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La vera storia della pizza margherita a ‘Melaverde’

Yuri Buono, giornalista pubblicista e imprenditore nel settore food, legge Made in Naples e racconta la vera nascita della pizza ‘margherita’, svelando il vero segreto della qualità napoletana, nella trasmissione ‘Melaverde’ di Canale 5.

Sud palla al piede o colonia del Nord?

Angelo Forgione A Quinta Colonna per reclamare che il Sud non è affatto palla al piede ma colonia, e che la vera questione nazionale è meridionale, non settentrionale.
A dibattito, io, scrittore, coi politici Maurizio Gasparri (FI), Davide Ermini (PD) e Roberto Marcato (LN) sul tema del separatismo e del secessionismo economico alla trasmissione filo-leghista di Rete 4 che ha analizzato l’inesistente questione settentrionale dimenticando l’atavica, cronica e primaria Questione meridionale. L’ho dovuta tirare in ballo io.
Il confronto più serrato è stato proprio col leghista Marcato, tra trasferimenti statali del Nord al Sud e flussi economici dal Sud al Nord. Indigesto per il Settentrione produttivo dover accettare la dipendenza dal Sud consumista.

Chi ci guadagna di più? Non potevo certo entrare nel dettaglio in quel poco tempo concessomi. Lo faccio qui. Il calcolo è noto a chi mi legge, ed è presto ripassato.
Il residuo fiscale di Lombardia, Veneto, Emilia Roagna e, in parte, Piemonte, regioni che finanziano il resto del Paese per effetto della ridistribuzione dei trasferimenti statali, dall’area più ricca a quella più povera, è quantificato in circa 50 miliardi di euro annui dal sociologo Luca Ricolfi, docente torinese di psicometria, nel suo saggio Il sacco del Nord – Saggio sulla giustizia territoriale. Più considerevoli sono i 63 miliardi di euro (su 72 di spesa complessiva), sempre su base annua, che i meridionali versano per acquisti di beni e servizi settentrionali, pari a un terzo dell’intera produzione della parte industrializzata d’Italia. Il calcolo è dall’economista sardo Paolo Savona, professore emerito di politica economica e docente di geopolitica economica, coadiuvato dagli omologhi Zeno Rotondi (Unicredit) e Riccardo De Bonis (Banca d’Italia), nella pubblicazione Sviluppo, rischio e conti con l’esterno delle regioni italiane’. Lo schema di analisi della “pentola bucata. Nel conto in rosso del Sud ci sono anche circa 2 miliardi di euro annui (dati SDO-Sole 24 Ore Sanità) di spesa per la “migrazione sanitaria” dei meridionali che vanno a farsi curare in Alta Italia. Si tratta di risorse che vengono investite sul territorio di destinazione, incrementando il divario e riducendo la capacità di recupero del Mezzogiorno, le cui carenze, sia reali che percepite, sono mal gestite dal Servizio Sanitario Nazionale. Lombardia, Emilia Romagna, Toscana e Veneto le regioni, nell’ordine, che ci guadagnano di più; Lazio, Puglia, Sicilia, Calabria e, in fondo a tutte, Campania quelle che ci rimettono maggiormente. Il totale farebbe 65 MILIARDI, ma a questi bisogna aggiungere i 20miliardi di euro annui che il Sud spende per la formazione universitaria dei giovani che poi vanno a rifornire il Nord. Il totale farebbe 85 miliardi, senza considerare la spesa pubblica corrente (stipendi, pensioni, sanità) e la spesa in conto capitale (investimenti e opere pubbliche), superiore al Nord.
Ed ecco smascherato l’esercizio dei leghisti che, con la complicità forte e colpevole di buona parte dei media, hanno indirizzato il dibattito a Nord, sostituendo un proprio vantaggio ad un problema reale del paese. La questione prioritaria da meridionale è diventata settentrionale. Se si risolvesse la prima e il paese si riequilibrasse, il Nord smetterebbe di staccare l’assegno e il Sud smetterebbe di comprare l’intero 70% della produzione industriale del Nord. Altro che “sacco del Nord”, il sacco è a Sud ed è pieno di merci settentrionali.
50 miliardi contro 85. Il saldo è positivo per il Nord (anche escludendo i 2 miliardi di migrazione sanitaria meridionale e i 20 per la consegna “chiavi in mano” degli istruiti giovani del Sud). Serve dire altro? Sì. Controllate le etichette e comprate Sud!

Cambiano gli stereotipi ma Napoli continua ad attrarre. Che città trovano i turisti?

Quelli di Napoli da Vivere mi hanno chiesto di Napoli a tutto tondo. Ecco riportata l’intervista di Marco Palmieri.

Ha il dna Napoletano, profondo conoscitore e studioso della storia e cultura Partenopea da quando i primi esseri umani arrivarono nella Baia di Napoli. Proviamo a scoprire la passione e l’amore per questa città di Angelo Forgione, giornalista, scrittore e saggista. Buona lettura!

Quali sono i ricordi della tua infanzia? Ovviamente molto vaghi, ma ho avuto la grande fortuna di essere l’ultimo di cinque figli, e di vivere quindi i primi anni della mia vita in una famiglia numerosa, il che significa che almeno i racconti non mi mancano.

Cosa sognavi di fare da grande? Ricordo che mi piaceva giocare con gli sterzi, quelli finti e quelli veri. Mi facevo realizzare plance su tavole di legno dai miei fratelli maggiori e immaginavo di essere alla guida di qualche vettura. Mio padre mi faceva sterzare sulle sue gambe nel cortile condominiale. Credo di aver sognato di diventare un autista o un pilota.

Cosa ti appassiona di più del tuo lavoro? Della scrittura mi appassiona la ricerca, l’approfondimento degli eventi del passato non vissuti, cosa che mi consente di comprenderli e di conoscere le motivazioni che li hanno originati. La storia è scienza, e necessita di continua e rigorosa indagine. A me interessa operare da ricercatore storico per chiarire il presente e stimolare il miglioramento del futuro. 

Quali sono le tue fatiche letterarie, di cosa trattano? Tre saggi, scritti in sei anni di duro lavoro, due per ognuno.

Made in Naples, pubblicato nella primavera del 2013, con sottotitolo Come Napoli ha civilizzato l’Europa (e come continua a farlo) e con prefazione dell’italianista francese Jean-Noël Schifano, che l’ha definito “la bibbia dei napoletani”. Un libro in cui sono andato ben al di là dei riconosciuti e ormai conosciuti primati storici partenopei per aggiungerne di nuovi e davvero insospettabili. Immediatamente segnalato tra i più interessanti lavori di rivisitazione della cultura napoletana, si è consolidato nel tempo sia per la validità di ricerca storica che per i dati di vendita. Nelle librerie di Napoli e provincia è di quelli immancabili negli scaffali di storia e cultura locale, e del resto basta digitare su Google “i migliori libri su Napoli” e trovarlo ormai in vista tra i classici di sempre.
Nella primavera del 2015 ho partorito Dov’è la Vittoria, sottotitolo Le due Italie nel pallone (aspetti sportivi della malaunità politico-economica), con prefazione del compianto Oliviero Beha, nel quale ho raccontato la storia del calcio italiano e inquadrato l’origine del divario delle performance sportive tra club del Nord e del Sud nella creazione della Questione meridionale. Perché il nostro calcio è specchio della situazione storico-politica, e ho voluto raccontare come il movimento sportivo del nascente “triangolo industriale” si sia appropriato di questo sport e abbia ghettizzato il resto del Paese finché non è intervenuto il nazionalismo fascista. Eloquente un passaggio della prefazione di Beha, uno che difficilmente metteva la sua firma su un lavoro altrui, e lo faceva solo quando condivideva appieno: “Ma lo ‘screanzato’ Forgione ha fatto benissimo a osare. È un libro che ha diritto di cittadinanza tra quelli che finora raramente sono stati capaci di intrecciare il Calcio con la società che lo contiene e di cui è espressione macroscopica”.
Ed eccoci all’estate 2017, con Napoli Capitale Morale, sottotitolo Dal Vesuvio a Milano – storia di un ribaltamento nazionale tra Politica, Massoneria e Chiesa, un lavoro in cui ho messo in parallelo e in relazione le storie di Napoli e di Milano dal Rinascimento a oggi, per fare luce completa sulle vicende all’origine della Questione meridionale e le ragioni delle differenti velocità tra Nord e Sud dell’Italia di oggi. Pure questo saggio, per l’attenta e dettagliata descrizione degli eventi e per i nuovi argomenti proposti, si è reso subito protagonista tra le letture di quest’estate e anche per esso vale la ricerca dei migliori libri su Google, che si digiti Napoli ma anche Milano.

Insomma, tre lavori molto apprezzati, come dimostrano le tante valutazioni, tutte a cinque stelle, dei clienti Amazon, cosa che, oltre a gratificarmi, mi stimola a continuare nel metodo di lavoro adottato sei anni fa.

Quando presenti i tuoi libri che differenze trovi tra Nord e Sud? Nessuna. Chi propone argomenti di interesse e stimoli culturali è sempre ben accolto, a prescindere da quel che può essere il punto “geografico” di vista. Chi si reca a una presentazione di un libro è già incuriosito del tema o dal titolo. L’importante è modulare la discussione in base al pubblico che si ha di fronte, ma ciò che davvero è fondamentale è coinvolgere e sorprendere. Qualche giorno fa, per esempio, a La Feltrinelli di Napoli, presentando l’ultimo mio lavoro a un pubblico evidentemente locale, ho parlato molto più di Napoli che di Milano, ma alla fine si sono avvicinati dei turisti milanesi che erano entrati casualmente in libreria e, attratti dal titolo del mio libro, avevano deciso di sottrarre tempo alla loro passeggiata per curiosare in sala. Sono rimasti fino al termine, avvicinandosi con libro alla mano per ringraziarmi e congratularsi. La cultura, se è presentata con serietà, vince sempre, anche se ha dei connotati apparentemente territoriali. Ecco perché dico che sono prevenuti tutti coloro che provano ad attaccare al meridionalismo intellettuale, che è scienza seria, l’etichetta di leghismo rovesciato.

Cosa puoi dirci sull’informazione di oggi riguardo a Napoli? È guasta, perché è interessata alle sue ombre e snobba le sue luci. L’elemento principale della narrazione attuale è la criminalità organizzata, che occulta i valori positivi dietro l’immagine imposta del male. Quella del bene è sempre più oscurata dalla propaganda di insistenti filoni giornalistici, letterari e cinematografici che non propongono speranza ma solo dannazione. L’immensa cultura di Napoli non è un dato diffuso e la Città non è neanche percepita unanimemente come una capitale di Cultura quale è, eppure è uno scrigno pieno di un ricchissimo patrimonio ed è ancora oggi la città più viva sotto il profilo artistico dello Stivale. Il problema è che, come dimostra la recente Mostra del Cinema di Venezia, le qualità degli artisti napoletani sono valorizzate ed evidenziate quando si prestano a una narrazione che non valorizza davvero la città ma la inchioda all’immagine della maledizione. I protagonisti si sforzano di dire che Napoli non è solo camorra, ma poi accade che un giornalista del quotidiano britannico The Sun inserisca Napoli tra le 11 città più pericolose del mondo solo perché suggestionato dalla lettura de La Paranza dei bambini di Saviano, salvo poi depennarla dalla lista una volta rimproverato di aver usato questo elemento di giudizio. Il problema, evidentemente, è ampio e non riguarda la sola informazione, e viene da molto lontano. Nel secondo Ottocento, mentre nascevano l’espressione “Questione meridionale” e il “triangolo industriale” Milano-Torino-Genova, fu diffusa tra le masse popolari Nord-Italia una presunta diversità antropologica di Napoli e del Mezzogiorno in genere, ad opera della scuola criminale del Positivismo, che caricò l’analisi di enormi pregiudizi. La guerra, poi, ha inginocchiato la città e ha fatto incancrenire la povertà, l’emigrazione e la malavita. Ora siamo di fronte a una mutazione degli stereotipi e della retorica, passati dal più innocente “pizza e mandolino”, che peraltro ha vilipeso due simboli di grande dignità, al più eclatante “gomorra e boss delle cerimonie”. 

Perché sui social Napoli è spesso usata per fare audience? Non solo sui social. La retorica su Napoli, a base di camorra che strizza l’occhio a tutto il mondo, fa vendere libri, crea interesse su serie-tv e film, ma è anche utile per scrivere titoloni sui giornali per venderli, e per alimentare dibattiti e talk-show televisivi che fanno crescere l’auditel. Nel mondo moderno, in cui non conta la realtà ma la percezione che se ne ha, la dimensione della devianza di Napoli è amplificata dal condizionamento dei mezzi di comunicazione di massa, ed è falsata da una narrazione pregna di significati deteriori che non si riscontra per altri luoghi. L’opinione pubblica è educata a quest’immagine, ha una percezione sbagliata, e gli utenti dei social, che amano sfogare le proprie repressioni e i propri istinti bassi dietro una tastiera, alimentano il pregiudizio e l’odio di cui si nutrono. La verità è che Napoli è la città più espressiva d’Italia, nel bene e nel male, ed è quindi una sorta di brand riconosciuto di cui tutti cercano di sfruttare l’immagine senza pagarle i diritti. 

Come ti spieghi che il turismo a Napoli è in crescita? È una questione contingente derivante dallo spostamento dei flussi turistici in Europa e nel mondo dettato dal terrorismo e non dipende da chissà quale strategia napoletana. Del resto ce l’ho fatto capire qualche mese fa lo spagnolo Josep Ejarque di FourTourism, esperto di management turistico, incaricato dal Comune di Napoli di dirigere un comitato tecnico per la redazione di un piano strategico del turismodicendo pubblicamente che «San Gennaro ha mandato i turisti a Napoli anche se non è stato fatto niente per attrarli». Ora, però, bisogna seriamente darsi da fare per incrementarli, per fare in modo che tornino e che siano nostri sponsor a casa loro, e non possiamo certo riuscirci finché presenteremo una Napoli sporca, degradata, inefficiente, perennemente cantierizzata e coi monumenti e gli edifici storici che cadono a pezzi e restano pure al buio di notte. Guardate le condizioni delle facciate del Real Teatro di San Carlo e della Galleria Umberto I, una vergogna che fa arrossire, soprattutto confrontando ad esse il teatro alla Scala e la Galleria Vittorio Emanuele II di Milano. E nessuno si indigna! Oggi Napoli offre l’esperienza della napoletanità, che è un’esperienza unica e non standardizzata di vita gioiosa e buon umore, e piace tantissimo per questo, ma pesa negativamente sul buon giudizio finale la sua connotazione di città dall’aspetto decadente, dall’anarchia imperante e dall’inciviltà strisciante. Fatevi un salto su qualche scogliera di Posillipo o Mergellina e troverete di tutto. Fatevi un giro a San Martino il sabato sera, e troverete i resti del selvaggio bivacco. Oppure una passeggiata serale a via Toledo o via Chiaja, tra scatoloni e rifiuti di ogni sorta. Manca un vero governo della città. Manca un’idea di città. E mancano l’amore per la storia e per i luoghi, l’educazione e un civismo diffuso a ogni livello, e così offriamo la preziosa ma offesa Napoli ai turisti, i quali sanno misurare la distanza tra narrazione e realtà napoletana ma non per questo chiudono gli occhi come facciamo noi.

Cosa è per te la Napoletanità? È un’identità che si manifesta in molteplici forme, la più espressiva e antica che ci sia in Italia, dai tempi di Neapolis greco-romana, che già allora, col Foedus Neapolitanum, impose le sue tradizioni ellenistiche e la sua lingua greca a Roma latina. Volete che vi dimostri come tutto questo sia ancora vivo dopo duemila anni? Pensate alle corna, che i greci ci insegnarono essere simbolo di potenza, e chiedetevi perché per i napoletani una persona con una marcia in più tene ‘e ccorna!, mentre per gli italiani il cornuto è una persona senza dignità, ossia ‘o scurnacchiato napoletano. Ora capirete perché una grande vergogna, a Napoli, si definisce scuorno, l’atto di perdere le corna. Napoli si porta dietro i suoi millenni di storia stratificata, in moltissimi campi, stando a contatto con diversi popoli, ed è per questo che la canzone napoletana, la cucina napoletana, la sartoria napoletana, il teatro napoletano e altri sostantivi declinati alla napoletana sono vincenti nel mondo. Il problema è che la napoletanità è spesso confusa con la napoletaneria, che è l’esaltazione della sottocultura, della volgarità e della sciatteria di certi autocompiacenti napoletani ignoranti. È anche da questi che bisogna difendersi, perché certi napoletani, sia della città che della provincia, questa città la sporcano, la rendono plebea e randagia, a tratti invivibile.

L’orgoglio di essere Napoletano che vuol dire per te? Conoscere davvero quello che Napoli ha rappresentato e rappresenta per la Cultura occidentale, ovvero un faro, una volta abbagliante e oggi meno vistoso ma sempre acceso.

Come reagisci agli stereotipi su Napoli? Non mi scompongo. Ho gli strumenti e la conoscenza per azzittire gli ignoranti. Perché tali sono coloro che giudicano senza sapere.

Come dovrebbe reagire un Napoletano? Con la conoscenza, appunto, e quindi leggendo e approfondendo. Purtroppo non sono abbastanza quelli che lo fanno. I napoletani leggono poco, purtroppo, e c’è una grande ignoranza di fondo in giro. Non è certo per caso che i monumenti vengano imbrattati e le strade sporcate. 

Quali errori non deve commettere Napoli? Chiudersi e considerarsi portatrice di una cultura che non ha bisogno di confronto. Dico sempre a tutti che Napoli è stata faro abbagliante quando si è aperta al mondo e ha allacciato rapporti culturali e diplomatici con le maggiori città d’Europa e anche oltre. Una città chiusa in se stessa è una città che non cresce, e oggi Napoli non cresce. Quantomeno, se i napoletani riuscissero a capire le altre realtà, capirebbero anche in cosa sbagliano. Purtroppo siamo calati in un nuovo “rinascimento napoletano” che non tarderà a lasciare tutti nuovamente delusi.

Come si può esportare la “Napoli da Vivere” nel mondo? Bisogna raggiungere il mondo con informazioni della “Napoli da Vivere”. I social stanno dando una grande mano, ma bisogna attivare le strategie di marketing territoriale e andarsi a prendere la fiducia della gente. Vi faccio un esempio: a Napoli vediamo manifesti pubblicitari della Reggia di Venaria Reale con la campagna pubblicitaria “Fatevi la Corte”. Esiste una campagna pubblicitaria della Reggia di Caserta a Torino? Abbiamo sempre bisogno di dire al mondo quanto siamo belli.

Fatti una domanda e datti una risposta… Al netto delle difficoltà economiche e territoriali che vive, Napoli sta facendo quel che può per rilanciare l’immagine del suo centro storico? La risposta è no! 

Chi ci ha guadagnato dalla cessione di Higuain e perché? Certamente il Napoli, mettendo in cassa 90 milioni e trovando in casa un Mertens altrettanto efficace in area di rigore.

Ultima domanda, quale suggerimento daresti a De Laurentiis? Aurelio, datti da fare per uno stadio di proprietà. Senza quello, la crescita ha pochi e insufficienti margini.

Le Quattro Giornate di Napoli, l’inizio del declino morale d’Italia.

Angelo Forgione Era la mattina del 21 luglio 1941, ore seguenti il primo bombardamento degli Alleati anglo-americani su Napoli, quando i napoletani lessero un volantino di rivendicazione firmato dagli inglesi, su cui era scritto:

Noi inglesi, che mai finora fummo in guerra contro di voi, vi mandiamo questo messaggio.
Questa notte abbiamo bombardato Napoli. Non volevamo bombardare voi cittadini Napoletani perché non siamo in lite con voi. Noi vogliamo soltanto la pace con voi. Ma siamo stati costretti a bombardare la vostra città perché voi permettete ai Tedeschi di servirsi del vostro porto.
Finché partono da Napoli navi cariche di armi e materiali Tedeschi per le forze Germaniche in Libya, Napoli sarà ripetutamente bombardata.
Il bombardamento di questa notte è solo il primo rombo della tempesta che s’avvicina…

Una minaccia, insomma. Qualche giorno prima, il presidente degli Stati Uniti d’America Franklin Roosevelt aveva scritto al primo ministro del Regno Unito Winston Churchill:

[…] Noi dobbiamo sottoporre la Germania e l’Italia ad un incessante e sempre crescente bombardamento aereo. Queste misure possono da sole provocare un rivolgimento interno o un crollo.

Era iniziato l’accanimento bellico, una strategia psicologica, puramente terroristica a base di incursioni dal cielo finalizzate all’esasperazione popolare. Bisognava stimolare la sollevazione contro i tedeschi e la disapprovazione popolare nei confronti di Mussolini per la decisione di seguire la Germania di Hitler e trascinare l’Italia in una guerra proibitiva.
Roosevelt, tra il 1941 e il 1943, invitò più volte il primo ministro del Regno Unito Winston Churchill a sottoporre gli italiani ad un incessante e sempre crescente attacco aereo. Nell’ottobre del 1942, l’americano scrisse ancora all’inglese:

[…] deve essere nostro irrinunciabile programma un sempre maggior carico di bombe da sganciare sopra la Germania e l’Italia.

Nel luglio del ’43, sempre il presidente USA dichiarò:

Bombardare, bombardare, bombardare […] io non credo che ai tedeschi piaccia tale medicina e agli italiani ancor meno […] la furia della popolazione italiana può ora volgersi contro intrusi tedeschi che hanno portato, come essi sentiranno, queste sofferenze sull’Italia e che sono venuti in suo aiuto così debolmente e malvolentieri […]

volantino_alleatiLe bombe, dopo aver demolito i siti strategici, dovevano abbattere anche il morale della gente. Il piano, concertato tra Washington e Londra, fu accettato in modo occulto anche dalla Casa Reale Savoia a Roma e, soprattutto, dalla Massoneria italiana in cerca di riscatto dalla messa al bando fascista, cui era legato il maresciallo piemontese Pietro Badoglio, candidato a sostituire Mussolini alla guida del Governo, ruolo conferitogli poi, nel luglio del 1943, dal massone Vittorio Emanuele III, il quale ordinò l’arresto del Duce. Il Regno d’Italia concordò e siglò segretamente l’armistizio con gli Alleati anglo-americani, ma l’accordo fu reso noto solo l’8 settembre per insistere ancora qualche mese nella strategia psicologica, poiché la guerra non si poteva vincere senza convincere. Tutti corresponsabili di immotivate vessazioni sulla pelle dei napoletani pur di rovesciare il dittatore. Tra congiure di palazzo e bombardamenti sugli innocenti, Napoli fu messa letteralmente in ginocchio. Il porto fu raso al suolo e i monumenti risultarono gravemente danneggiati. Persino la Reggia di Caserta e gli scavi di Pompei furono ripetutamente, violentemente e selvaggiamente colpiti, perdendo reperti e preziosissimi dipinti.
Napoli, con tutto il Sud, fu colta di sorpresa dall’annuncio dell’armistizio, quando in città vi erano circa ventimila tedeschi. La situazione divenne di colpo caotica e il popolo, senza protezione alcuna, divenne ostaggio e vittima della furia vendicativa nazista. L’esacerbazione popolare diede soddisfazione agli Alleati con la rivolta delle Quattro giornate di Napoli del settembre 1943, in cui i partenopei, spazientiti dall’ordine di sfollare il centro urbano e rassicurati dall’avanzata degli anglo-americani da Salerno, poterono portare a compimento la cacciata dei nazifascisti tanto stimolata da Roosevelt. La Resistenza avrebbe trionfato nell’aprile del 1945, ma grazie alla positiva conclusione dell’operazione militare segreta “Sunrise”, occultata dalla storiografia ufficiale per non sminuire lo spirito partigiano, ma decisiva per la resa separata delle truppe tedesche in Italia e per risparmiare al Nord ulteriori distruzioni civili e industriali.
Migliaia di famiglie napoletane in lutto, un terzo degli edifici in macerie, il porto distrutto, mancanza di gas, carenza d’acqua e di viveri, condizioni igieniche pessime e tifo petecchiale insorto per la promiscuità nelle affollate cavità sotterranee adibite a ricoveri pubblici. In queste condizioni Napoli, la città più bombardata d’Italia (circa 200 raid di cui 120 a segno), inaugurò il suo dopoguerra molto prima che finisse la guerra e si inoltrò in un periodo senza terrore ma con mille angosce. Per ben un anno e mezzo, infatti, i napoletani furono costretti a badare a se stessi, rappresentando un mondo a parte, duramente martirizzato e umiliato, che si arrangiava alla meglio sotto il controverso controllo degli Alleati. La precoce liberazione segnò purtroppo l’avvio di una caduta morale e spirituale di un popolo che tanto ricco di dignità si era mostrato durante la cacciata dei nazisti.
Governatore di Napoli fu il colonnello americano Charles Poletti, riferimento per la mafia e già governatore in Sicilia, dove gli Alleati erano sbarcati e avevano sostituito i sindaci fascisti con mafiosi allontanati dal regime. Con atteggiamento utilitaristico, l’alto funzionario statunitense scelse come aiutante e interprete don Vito Genovese, socio del famigerato Lucky Luciano e boss di una delle cinque famiglie mafiose di New York, rifugiatosi in Italia per sfuggire a un processo per omicidio, passato opportunamente dalla parte degli antifascisti e resosi molto utile, grazie ai suoi particolari legami, allo sbarco sull’Isola degli Alleati, cioè all’inizio dell’invasione nazionale che portava la liberazione. Il boss, approfittando del razionamento dei viveri, fece prosperare il commercio clandestino dei generi alimentari a Napoli, coperto dagli ufficiali americani che ne favorivano gli affari.
La delinquenza dilagò enormemente. Centinaia di detenuti cui i tedeschi in fuga aprirono le celle nelle prigioni napoletane ebbero campo libero per depredare e alimentare la criminalità. La camorra fece un ulteriore salto di potere. Quando, nel 1945, la Criminal Investigation Division giunse a Napoli per indagare sulle connivenze tra la malavita locale e i militari americani, i loschi affari di don Vito Genovese si interruppero di fronte all’arresto e all’estradizione negli Stati Uniti. Il boss fu sottoposto al processo che aveva cercato di evitare fuggendo in Italia, durante il quale un testimone chiave morì avvelenato in circostanze “misteriose”. Don Vito fu assolto dalle accuse per mancanza di prove, e partì alla conquista dei vertici della mala statunitense. La sua repentina ascesa diede modo alla camorra napoletana di allacciare rapporti e collegamenti con la mafia d’America e con i poteri internazionali, orientando gli affari verso l’allettante traffico intercontinentale della droga. Riaffiorò più forte di prima la malavita organizzata, con drammatiche conseguenze morali e sociali nel futuro di Napoli, sulla cui pelle furono impresse le cicatrici di un lunghissimo periodo di anarchia e sostanziale autogestione.
Nella povertà napoletana degli anni Cinquanta guadagnò potere la camorra, ingannevolmente cancellata dal regime fascista ma maggiormente rinvigorita dal narcotraffico instaurato con le cosche statunitensi e dai rapporti con i politici repubblicani. Complici i clientelismi politici crescenti, le mafie del Sud aumentarono progressivamente il loro radicamento e la loro influenza sia nel tessuto sociale della plebe che negli ambienti più decisivi dell’amministrazione.
Molti malavitosi meridionali furono mandati al confino settentrionale dal ‘soggiorno obbligato’, una legge del 1956 con cui la classe politica del tempo pensò di allontanare dai territori d’origine i mafiosi senza condanna, nella convinzione che al Nord non sarebbero riusciti a ricreare una rete criminale. E invece l’operazione finì con il ribaltare l’assioma secondo cui le mafie erano esclusivo frutto della sottocultura meridionale e che il trapianto fosse impossibile in zone con un più alto tasso di civismo e di capitale sociale. A Milano e nei centri limitrofi furono relegati circa quattrocento uomini delle cosche, soprattutto calabresi, che sfruttarono le convenienti condizioni economiche del florido periodo postbellico e la maggiore autonomia d’azione rispetto alle lontane zone di origine, facendo di quei luoghi dei veri e propri quartieri generali del crimine organizzato. Nei favolosi anni Sessanta iniziarono ad allacciarsi i primi occulti rapporti fra mafiosi meridionali e imprenditori lombardi. Nella zona esplose il fenomeno dei sequestri di persona a scopo di estorsione, gestiti per lo più dalla ’ndrangheta, talora con l’appoggio entusiasta delle bande locali. Ben presto, il capoluogo lombardo divenne uno dei mercati più importanti per il traffico e il consumo di stupefacenti, e la nuova possibilità permise ai clan di acquisire ingenti capitali e liquidità utile a creare importanti legami con l’imprenditoria e la politica del posto. La zona si consacrò come cuore economico della malavita organizzata e si avviò a posizionarsi tra le peggiori d’Italia per numero di reati mafiosi.
Proprio in questi giorni si discute del maxi blitz contro le infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombardia. “Milano come San Luca”, titolano i quotidiani di oggi, ma è così da decenni. Grazie alla “liberazione” americana, interessata a imporre la sua egemonia economica e commerciale in Europa, e alla fallimentare politica repubblicana d’Italia, per nulla diversa da quella del periodo monarchico, cioè da quell’ottantennio 1861-1945 in cui Napoli è passata dall’essere città più importante d’Italia, ordinata capitale, a emblema di un crollo morale ed economico tuttora drammaticamente in corso.

(brani essenziali dell’articolo tratti da Napoli Capitale Morale, Magenes 2017​)

‘Napoli Capitale Morale’ alla libreria Iocisto

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Appuntamento con Napoli Capitale Morale alla libreria Iocisto di Napoli per giovedì 28 settembre, ore 18, in piazza Fuga al Vomero.

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Il Saviano in salsa giacobina che nasconde i tradimenti

Angelo Forgione Roberto Saviano ci ha raccontato in Sanghenapule (con Mimmo Borrelli) di un San Gennaro laico e giacobino, quello della Repubblica partenopea, ripudiato da una Napoli che odia chi, a suo dire, professa la verità, una Napoli stracciona e feroce, quella dell’esercito sanfedista “che sembra l’Isis”. Quanti passaggi mancano in questo racconto teatrale del 1799 così tagliente? Direi pochi, ma davvero fondamentali.
Il massone Gaetano Filangieri fu davvero il giurista universale che tutto il mondo riformista occidentale lesse con ammirazione, quello che Napoleone definì “il maestro di tutti noi”, del cui pensiero fu forte l’influsso sui “fratelli” francesi e pure su quelli americani, che sul suo “diritto alla felicità” stesero la propria costituzione. Filangieri fu davvero il riformatore che nel dicembre del 1782 scrisse al “fratello” americano Benjamin Franklin di sognare di trasferirsi in America, ma è lo stesso uomo che nel febbraio del 1786 ospitò nella sua abitazione in largo Arianello ai Tribunali il “fratello” tedesco Goethe, il quale annotò nei suoi appunti di viaggio che “il cavalier Filangieri è profondamente rispettoso del suo re (Ferdinando) e del reame, benché non approvi tutto quel che vi accade”. E da quel re, di lì a poco, il noto giurista ottenne la nomina di membro del Supremo Consiglio delle Finanze… re al quale, insieme al “fratello” Antonio Planelli, stava offrendo la sua opera per la stesura dello Statuto di San Leucio, che avrebbe visto la promulgazione nel novembre del 1789 e avrebbe rappresentato il punto di origine della società industriale, ma basata su un corretto sviluppo sociale, e l’inizio di una decennale esperienza sociale di significato universale sulla collina casertana, dove Ferdinando e Carolina avrebbero di fatto convissuto coi coloni sperimentando l’uguaglianza sociale e di genere, nuovi diritti e nuovi doveri. Insomma, il massone Filangieri collaborava col Borbone, come aveva fatto anche il non massone Antonio Genovesi, e il governo borbonico pre-rivoluzioni non si stava sclerotizzando ma, al contrario, provava a reagire alla sclerosi dei latifondisti e della Chiesa, producendo importanti esempi progressisti ispirati proprio dai grandi riformatori.
“I riformisti napoletani creano nuove idee per governare”, dice Roberto Saviano, ed è vero. Ma lo fecero inizialmente in modo legittimista, a braccetto con la monarchia. Erano tutti a corte, e non erano tutti giuristi ma svolgono le professioni più disparate, come il medico personale della Regina, Domenico Cirillo, e la bibliotecaria della Regina, Eleonora de Fonseca Pimentel. E però la volontà della Massoneria napoletana del secondo Settecento di migliorare il governo borbonico divenne stranamente volontà di governare. Stranamente, sì, perché manca alla narrazione di Saviano il concretizzarsi di questa mutazione. Manca il motivo di quello che fu un tradimento esiziale.
La collaborazione e la modernizzazione si incrinarono per i favoritismi della regina Maria Carolina, inizialmente offerti a Francesco d’Aquino, gran calibro tra gli iniziati napoletani, ma poi indirizzati al britannico John Acton, chiamato a Napoli nell’estate del 1778 per riordinare la deficitaria Real Marina. La presenza a corte dello staniero, sempre più ingombrante, generò malumore, e ne approfittò con grande opportunismo un uomo deputato ad amplificare i dissidi. Si trattava del teologo luterano Friederich Münter, massone danese di origine tedesca, personaggio mai menzionato nei libri di storia e tantomeno da Saviano, nonostante la decisiva influenza che ebbe sugli intellettuali napoletani del tempo. Apparteneva all’Ordine degli Illuminati di Baviera, una società occulta, paramassonica e filo-rivoluzionaria, promotrice di un vasto piano eversivo internazionale finalizzato a rovesciare i governi monarchici e le religioni, con l’obiettivo di instaurare un nuovo ordine politico. Münter fu incaricato di viaggiare tra il Regno di Napoli e la Sicilia, in veste di vero e proprio agente segreto in missione per il reclutamento dei massoni del sud della Penisola da rivoltare contro i loro sovrani, e una volta giunto a Napoli, nel settembre del 1785, incontrò diverse personalità vicine alla corte, tra cui Gaetano Filangieri e Francesco Mario Pagano, ma anche Domenico Cirillo ed Eleonora de Fonseca Pimentel. Approfittando dei malumori sorti per il declassamento del d’Aquino, il teologo straniero esortò tutti a coinvolgere altri Fratelli partenopei nell’istituzione di un ramo locale degli Illuminati di Baviera, e riuscì a convincerli a fondare ‘La Philantropia’, il primo nucleo di illuminatismo napoletano, una loggia eversiva filo-bavarese che, dal giugno del 1786, iniziò a seminare le idee repubblicane a Napoli.
Gli Illuminati puntavano ai grandi calibri internazionali, e Münter, a Napoli, lavorò per sobillare soprattutto Gaetano Filangieri, il faro dell’Illuminismo napoletano apprezzato dall’intero mondo occidentale, senza però riuscire a rivoltarlo contro la monarchia borbonica. Il danese rientrò a Copenaghen nel luglio del 1787 e da lì continuò ad auspicare una nuova riforma massonica partenopea, proseguendo a scambiare lettere con Filangieri e i napolitani. Il gran giurista morì nel luglio del 1788, con funerali prima cristiani e poi massonici, ma “profondamente rispettoso del suo re e del reame”, come scrisse Goethe, anche lui vicino all’illuminatismo di Baviera. Ma l’azione di Münter al Sud diede comunque una più decisa impronta politico-eversiva alla Massoneria napoletana. Molti di coloro che aderirono alla loggia partenopea degli Illuminati erano stati a stretto contatto con Maria Carolina, compreso l’abate vibonese Antonio Jeròcades, massone e sostenitore della Regina prima di entrare in stretto contatto con Münter e di iniziare a diffondere gli ideali anti-borbonici.
Proprio nel momento in cui s’innescavano le prime avvisaglie della Rivoluzione Francese, l’ostilità dei massoni verso la monarchia borbonica crebbe in modo evidente, e poco bastò all’austriaca per accorgersi che i suoi collaboratori della prima ora costituivano ormai una seria minaccia. Una volta avvedutasi delle nuove tendenze politiche degli uomini a lei vicina, la viennese mutò il suo atteggiamento e spinse Ferdinando ad opporvisi con un editto anti-massonico con cui furono chiuse di fatto le porte ai traditori di corte. Le logge napoletane si trasformarono allora in centri clandestini di aggregazione segreta per uomini prontissimi ad abbracciare i principi politici del Giacobinismo rivoluzionario francese e a mettersi in corrispondenza con le società patriottiche di Francia. Antonio Jeròcades, insieme allo scienziato Carlo Lauberg, fondò nel 1793 la Società Patriottica Napoletana, il primo club giacobino della Penisola, di chiara ispirazione filo-francese e di netto orientamento repubblicano. Il movimento partenopeo aprì nel 1794 la fase italiana del giacobinismo insurrezionale, ma venne scoperto e represso duramente con tre condanne a morte. Crebbero in Maria Carolina timori e risentimenti, e la frattura tra monarchia ed élite intellettuale si indirizzò agli eventi del 1799, allorché l’arrivo delle terribili milizie parigine portò massacro per migliaia di uomini del popolo e costrinse Ferdinando e Maria Carolina a mettersi in salvo a Palermo. Circa cinque mesi di governo repubblicano slegato dal basso ceto e dall’identità locale, intento a far calare dall’alto un modello esterofilo, non produssero alcuna riforma, e furono interrotti dalla fine della protezione militare francese ai giacobini napoletani, garantita finché possibile dalle scorribande napoleoniche in Alta Italia. Con la riconquista della città da parte dei sanfedisti guidati dal cardinale Ruffo, la resa dei conti fu repentina e violenta: centodiciannove repubblicani giacobini furono giustiziati, mentre ai graziati furono inflitte detenzioni ed esili.
Indubbiamente, parte della rappresentanza della migliore classe intellettuale partenopea fu spazzata via, ma non si trattò di totale azzeramento. Tanti furono gli uomini graziati che si recarono in altre città settentrionali ed estere, alcuni dei quali tennero in vita un sostrato massonico che si rigenerò all’indomani della riconquista italiana di Napoleone, quando molti esuli napoletani rientrarono con il loro carico di odio più o meno latente verso i Borbone, pronti a far crollare il restaurato ma sempre pericolante Regno delle Due Sicilie.
Friederich Münter morì nel 1830, in pieno vento carbonaro. L’intera corrispondenza tra il teologo danese e i massoni del Sud Italia, sostenuta dal 1786 al 1820, è conservato negli archivi bibliotecari del Grande Oriente d’Italia, testimone di una mutazione genetica e ideologica della Massoneria napoletana, delle cui origini cristiane e legittimiste e dei cui scopi di miglioramento dell’uomo, e non del governo, resta solo quel fantastico testamento di pietra che è la Cappella di Sansevero nel cuore di Neapolis.
Certi particolari il Saviano in salsa giacobina non li ha narrati, ma sicuramente li conosce.
(per approfondimenti: Napoli Capitale Morale)

La Gatta Cenerentola, remake napoletano della napoletana Zezolla

Angelo Forgione Reduce dal grande successo ottenuto alla 74esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha conquistato ben quattro premi, torna a Napoli per festeggiare il suo debutto nelle sale del 14 settembre La Gatta Cenerentola, remake d’animazione “made in Naples” con l’omonimo titolo della fiaba tramandata per via orale e fissata su carta nel 1632 da Giambattista Basile nel Pentamerone, più noto come Lo Cunto de li Cunti, cinquanta fiabe scritte in lingua vernacolare in cui il letterato campano mise la grande risorsa del vasto repertorio della tradizione orale napoletana, trasportando nel mondo fiabesco la realtà popolare e locale della città seicentesca del vicereame. L’opera ebbe gran fortuna presso le corti italiane e, complici alcune traduzioni e rifacimenti nelle diverse lingue straniere, si diffuse nel Settecento oltre confine, fino a raggiungere le corti europee, divenendo la fonte d’ispirazione per il genere letterario della letteratura di fantasia continentale. I fratelli Grimm, Perrault, la Walt Disney e, per ultima, la factory napoletana Mad Entertainment ripropongono, a quattro secoli di distanza e a modo loro, una delle cinquanta fiabe di Basile, che nella sua versione originale presenta una Cenerentola assassina tra pastiere e casatielli.
La Cenerentola rivisitata da Mad riprende l’originale del 1632 di Basile, che uccide la prima inaffettuosa matrigna per aiutare la sua maestra di cucito a conquistare sua padre, ma si ritrova con una seconda matrigna ancora più odiosa della precedente e con sei sorellastre dispettose e maligne. La Gatta Cenerentola di Mad commette proprio un omicidio, ed è sì orfana ma di uno scienziato, Basile appunto, il quale sognava la rinascita del porto e di Napoli attraverso il progresso, ed è cresciuta con la matrigna e le sue sei figlie all’interno della Megaride, un’enorme nave da crociera che è metafora della città stessa, prima resa dallo scienziato faro del progresso scientifico e poi, dopo la sua scomparsa, divenuta bordello e covo di spaccio, ferma per anni. La scarpetta, ovvero lo chianiello, muta nel simbolo di una perdita che tutti affrontano con il passaggio all’età adulta.

Maggiori approfondimenti sull’opera di Basile su Made in Naples (Magenes, 2013)

‘Napoli Capitale Morale’ presentato a La Feltrinelli di Napoli

Affollata presentazione di Napoli Capitale Morale al megastore la Feltrinelli di Napoli. Il dibattito sui temi della storia e del presente, animato dall’autore, da Pino Aprile e da Agnese Palumbo, è stato moderato dallo speaker radiofonico Gianni Simioli. Angelo Forgione ha attraversato alcuni temi del saggio, stimolato dalle riflessioni e dalle domande di Agnese Palumbo, che ha sottolineato la grande completezza di informazioni e di racconto incontrate nella lettura, così come Pino Aprile, il quale ha sottolineato l’importanza di riconoscere come Napoli, fino al momento dell’Unità d’Italia, abbia fatto prima e meglio degli altri, compresa Milano, la capitale morale dell’Italia unita che viviamo. «Possibile che si lasci che il Real Teatro di San Carlo e la Galleria Umberto di Napoli si presentino nelle condizioni disastrose in cui versano ormai da anni, mentre la Scala e la Galleria Vittorio Emanuele II di Milano sono il simbolo dell’ineccepibile decoro milanese?». Lo ha “domandato” Forgione in uno dei momenti di grande coinvolgimento della platea, della quale hanno fatto parte anche Maria e Domenico Barbaja, discendenti di quel Domenico Barbaja, il più napoletano dei milanesi, che fece le fortune del Real Teatro di San Carlo nel primo Ottocento, uno dei tanti profili delineati in un libro che analizza nei dettagli il “ribaltamento nazionale” tra Napoli e Milano.

 

intervista di Davide Schiavon per NapoliToday