Una cassata ante-litteram alle falde del Vesuvio

Angelo Forgionecassta_olplonti_1Un affresco nella villa di Poppea Sabina (la seconda moglie di Nerone) degli scavi di Oplontis, l’antica Torre Annunziata, raffigurante un dolce tipico dell’epoca romana, è stato rinvenuto qualche anno fa, destando ovviamente grandissimo interesse. Pare trattarsi proprio di un tortino, qualcosa di molto simile alla moderna cassata, con la glassa di colore rosso, a differenza del verde. Tale dolce però, non era presente in nessuno dei documenti pervenutici sulle usanze culinarie degli antichi Romani, finché non sono stati rinvenuti, in una camera prigioniera della lava, alcuni papiri miracolosamente scampati al fuoco. In uno di questi è spuntata come per miracolo la ricetta dell’antica leccornia, scritta in un latino scorretto, il che ha fatto supporre che sia stata redatta da un semplice cuoco, uno schiavo non di madrelingua. Da qui, l’archeologa Eugenia Salza Prina Ricotti ha ricostruito gli ingredienti, riportandoli nel suo libro Ricette della cucina romana di Pompei e come eseguirle (L’Erma di Bretschneider, Roma, 2010): ricotta, miele, albicocche secche, prugne secche, uva sultanina, noci (o nocciole o mandorle), pinoli, datteri e farina di mandorle. La ricetta è già stata assimilata da alcuni ristoratori operanti attorno le aree archeologiche vesuviane, che la propongono ai loro clienti. Dunque, la più famosa cassata di Sicilia sembra proprio avere un’antenata nella Campania Felix.

La Collezione Farnese e la proposta antistorica di Dario Franceschini

Angelo Forgione – Tratto dalla trasmissione radiofonica La Radiazza su Radio Marte, con il contributo di alcuni interventi autorevoli, un mio chiarimento sulla proposta (decisamente antistorica) del ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini di portare ed esporre in Emilia alcuni pezzi della Collezione Farnesiana che Napoli protesse dalle pretese di Vienna.

Jean-Noël Schifano: «Napoli città di libertà, ma deve liberarsi di Garibaldi»

Venerdì 23 gennaio, al “Real Teatro di San Carlo”, si è svolta la serata di solidarietà “il San Carlo contro la violenza che minaccia tutte le libertà”, in relazione ai dolorosissimi fatti di sangue che hanno sconvolto la Francia, con una versione ridotta del dramma storico ‘Andrea Chénier’ in scena.
Lo spettacolo è stato introdotto dagli i
nterventi di Christian Thimonier (console generale di Francia a Napoli), Jean-Noël Schifano (scrittore ed intellettuale francese) e Philippe Vilain (scrittore francese). Significative le parole di Schifano, sul palco con un “je suis Naples” in una mano e il Trattato sulla tolleranza di Voltaire nell’altra, incisivo nel sottolineare che Napoli, unica città in Europa, in nome della libertà, ha accolto le diversità per trarne i vantaggi dell’integrazione, ha rifiutato l’Inquisizione e non ha mai creato ghetti nazisti; ma ora, in una nuova stagione di reidentificazione, deve rifiutare i simboli dell’invasione piemontese, a cominciare dalla piazza Garibaldi (messaggio espressamente indirizzato al sindaco De Magistris, assente; ndr). «L’aquila romana si inchina alla sirena Parthenope!». Applausi della magnifica sala.

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foto: Il mondo di Suk

Enzo Coccia e la fallace vulgata della pizza ‘margherita’

Il pizzaiuolo consapevole Enzo Coccia, intervistato da storienogastronomiche.it, dice la sua sulle vere origini della pizza ‘margherita’, sottolineando che la storia che la lega a Margherita di Savoia è un’operazione di marketing di fine Ottocento ma non la verità sull’origine della pizza con pomodoro, mozzarella e basilico, risalente alla fine del Settecento.

leggi la vera storia della nascita della pizza ‘Margherita’

Daverio: «di Napoli e del Sud non importa niente a nessuno»

Philippe Daverio è tornato a parlare di Napoli e del Sud in un’intervista concessa a Enzo Ciaccio di Retenews24.it. Interessanti alcuni passaggi di seguito riportati.

“Napoli è una città troppo poderosa rispetto al compito che oggi non le si chiede di svolgere. Vienna è stata la capitale di un impero e, pur essendo cambiato il mondo, ha mantenuto la sua originaria fisionomia aristocratica. Anche Napoli è ex capitale di un impero dissolto. Ma non si comprende più quale ruolo dovrebbe svolgere.
La perdita di identità risale all’unità d’Italia. A Napoli è stata affibbiata una mutazione di funzione e destino di cui non si è mai compresa la connotazione: da ex capitale, che cosa è diventata? Non si sa. E quel che è peggio: non se ne discute.
Palermo soffre di mali ben più gravi e complicati di Napoli. Il centro storico di Cosenza è in condizioni penose. Ma di Napoli e del Sud non importa niente a nessuno. Ci si sente voce nel deserto della distrazione, della semplificazione, della banalità.
Non ho mai visto i nostri parlamentari europei impegnarsi tutti insieme nell’elaborazione di qualche progetto che riguardasse la qualità della vita nel Meridione D’Italia, cioè in uno dei luoghi più affascinanti d’Europa. L’Unione europea dovrebbe prendere atto che senza la cultura di Napoli e Palermo i tedeschi camminerebbero ancora con le corna in testa.”

Eugenio Scalfari: «Altro che Unità! Fu occupazione piemontese»

Tratto da Repubblica TV, un’osservazione di Eugenio Scalfari, fondatore dell’omonimo quotidiano, stralciata da una chiacchierata sul nuovo libro di Umberto Eco Numero Zero (Bompiani). Sollecitato da Antonio Gnoli sul perché gli italiani non siano mai cambiati e restino sempre “diversi”, Scalfari ha sottolineato che il popolo italiano detesta lo Stato sin dalla sua nascita, e per via dell’occupazione piemontese.
«Non fu Unità! Fu occupazione piemontese, e se l’avesse fatta il Regno di Napoli, che era molto più ricco e potente, sarebbe andata diversamente. La mentalità savoiarda non era italiana. Cavour parlava francese. E gli italiani quel nuovo Stato l’hanno detestato.»

Aldo Masullo: «’napoli’ non può stare sul vacabolario come termine razzista»

Angelo Forgione È trasalito anche Aldo Masullo, intervistato da Dario De Martino per il Roma del 28 dicembre 2014 sulla presenza nel dizionario Hoepli dell’accezione spregiativa della parola ‘napoli’ (non nàpuli): “Un termine del genere non ha alcun diritto di entrare nella lingua italiana”, ha detto il filosofo napoletano.
Intanto, Massimo Pivetti, curatore del Grande Dizionario Hoepli-Gabrielli, informa che la voce è entrata nell’edizione del 1993, da lui stesso approvata, e che è opportuno che ci sia perché nell’uso è diventato un nome comune.
“In questi passaggi – dice Pivetti – il nome proprio di partenza ci perde sempre qualcosa, perché l’attenzione si concentra tutta su un unico aspetto di quanto esso designa, che oscura tutti gli altri: così Napoli (con la maiuscola) perde tutto quanto il nome della città evoca in termini di storia civile, di bellezze naturali, di ricchezza culturale, e si riduce a denominazione di un luogo geografico, come capitale di un Mezzogiorno dal quale tanti sono emigrati in cerca di lavoro. Nel nostro caso, l’uso con intento spregiativo di napoli (con la minuscola) col significato di napoletano o meridionale è ben poco attuale; anzi, sa molto di anni ’50. Ciò non toglie che il termine sia legittimato a far parte del nostro patrimonio linguistico, anche per merito di scrittori di un certo peso; e per chi si occupa di dizionari, l’impiego di una parola da parte di autori “consacrati”, come Pavese, Fenoglio, Testori. Lo spreg. vuol dire anche: state attenti che, se dite così, chi vi ascolta è probabile che si offenda; un po’ come accade a noi italiani quando ci sentiamo dare del macaronì dai Francesi. Sta però di fatto che questa parola esiste, e io non posso farci niente”.
Pivetti informa che la parola è presente anche nei dizionari Treccani, Battaglia, De Mauro, Devoto-Oli e Zingarelli. Ciò non assolve ma condanna ancor di più un paese velatamente razzista che finge di non esserlo, un paese che nella propria “cultura” lascia entrare certi termini, anche se la lingua italiana avrebbe il compito di unire.
Le colpe non sono di chi ha realizzato i vocabolari ma, evidentemente, di quegli autori “consacrati” a cui fa riferimento Pivetti, che hanno trasformato il piemontese “nàpuli” in italiano “napoli” per uso comune. Bisognerebbe chiedersi solo perché certi vocaboli entrano nei dizionari con tanta facilità e non ne escono più. Altro esempio? Il termine “borbonico”, nonostante ormai sia stato dimostrato che gran parte di quanto fatto al Sud nell’epoca borbonica è tutto fuorché retrogrado.

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Natale, ritorno a Sud

Angelo Forgione Napoli, Bari, Reggio Calabria, Palermo, Cagliari… tutte le città e i paesi del Sud in questi giorni hanno qualcosa in più. E poco c’entrano gli addobbi delle strade, le fiere e gli eventi. C’è qualcosa di molto più umano e caldo sottotraccia: le persone.
Le feste di Natale sono occasione per il rientro a casa. Per il Sud-Italia più che al Centro-Nord, dove pure c’è spostamento senza ripopolamento. Solo negli ultimi quindici anni sono emigrati oltre due milioni di meridionali, di cui cinquecentomila giovani tra i 15 e i 34 anni (trentamila laureati). Le frontiere della speranza sono, nell’ordine, la Lombardia e l’Emilia-Romagna, mentre campani e sardi scelgono il Lazio; e poi la Germania, la Svizzera e la Gran Bretagna. Si tratta di un vero e proprio svuotamento silenzioso delle città del Sud, che si ripopolano parzialmente a Natale. Una marea di persone che vivono altrove per lavoro e studio rientra per riabbracciare parenti e amici e per trascorrere con loro le festività. Si tratta in buona parte di chi riapre la scatola dei ricordi per gustare i sapori locali, per rivedere strade, paesaggi e panorami persi, per riconciliarsi con il luogo di origine, privato di opportunità, dal quale non ci si sarebbe mai voluti staccare.
È il ritorno alle origini a dare quel qualcosa in più al Natale dei meridionali. Mi sfuggiva negli anni della mia immaturità. Sfugge ancora a troppi quel che comporta per le comunità il sistematico e drammatico sradicamento.