A battesimo la rinascita di Carditello

Rinasce la Real Tenuta di Carditello! Nella mattinata di sabato 29 ottobre la piccola reggia borbonica in tenimento di San Tammaro, riacquistata dallo Stato grazie all’interessamento dell’ex ministro dei beni culturali Massimo Bray, riaprirà al pubblico, dopo un primo restauro durato un anno e mezzo che ha riedificato l’immagine complessiva del sito assicurando un primo livello di fruizione. Nel galoppatoio antistante l’edificio centrale andrà in scena lo spettacolo “Cavalli e Cavalieri”, esibizione equestre in tre momenti: una rievocazione storica sul cavallo Persano a Carditello nel XVIII secolo, un saggio d’alta scuola italiana e delle esibizioni del 4° Reggimento Carabinieri a Cavallo con fanfara.
Presto si passerà a un secondo lotto di lavori che restituirà definitivamente la Tenuta borbonica alla sua vocazione propulsiva per la rinascita del territorio, dopo decenni di abbandono e saccheggi, di lotte e storie commuoventi, su tutte quella di Tommaso Cestrone.

Il culto del caffè a Napoli (Acino Ebbro – Radio Siani)

Tratto da Radio Siani, l’intervento di Angelo Forgione alla trasmissione Acino Ebbro di Marina Alaimo sulla storia del caffè e del suo radicamento nella cultura napoletana e italiana.

L’intera puntata, con l’intervento di Paola Campana della torrefazione artigianale Campana, che racconta le diverse varietà, le origini geografiche e il metodo di tostatura, è disponibile qui.

 

Quando Garibaldi fu “licenziato” da Vittorio Emanuele II

Tratta dal portale Vesuvio Live, una mia analisi sui reali significati dello storico incontro del 26 ottobre 1860 tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II a Teano, o meglio a Vairano.

► Clicca qui per leggere.

vairanoRicostruzione del “licenziamento” di Garibaldi da parte di Vittorio Emanuele II nello sceneggiato Garibaldi il Generale del 1987

A Caivano il “Festival del Pomodoro” per il riscatto della Campania

Il pomodoro si ergerà a simbolo del riscatto della Campania Felix. È questo l’obiettivo prefissato dal “Festival del Pomodoro” che si terrà a Caivano il prossimo 24 ottobre, alle ore 18, presso l’Auditorium Caivano Arte in via Necropoli. Promosso dalla dottoressa Paola Dama, fondatrice del gruppo di studio “Task Force Pandora”, la manifestazione sarà presentata da Salvatore Calise e Mary Aruta e annovererà tra gli organizzatori anche il dottor Pasquale Crispino, presidente dell’ordine degli agronomi. Tra i partecipanti, lo scrittore Angelo Forgione, il dottor Umberto Minopoli, presidente di Sviluppo Campania Spa, e personaggi dello spettacolo come Nando Varriale, Enzo Fischetti, Maria Bolignano, Gaetano De Martino e il cantautore Tommaso Primo.
Lo scopo è rilanciare un territorio martoriato che ha visto demonizzare i prodotti agricoli coltivati in quella terra che una volta era Felix ed oggi è stata ribattezza “Terra dei Fuochi”. Si punterà in particolare a spiegare, attraverso un percorso storico-culturale, le origini ed i molteplici volti dell’inquinamento ambientale. La scelta di puntare sul pomodoro è stata dettata dal suo rappresentare una delle eccellenze di un’area diventata in questi anni icona della Campania avvelenata.
“Il Festival del Pomodoro” mira a portare, attraverso un evento culturale ed educativo, corretta informazione sul fenomeno della “Terra dei Fuochi” con lo scopo di far comprendere quanto realmente si conosce questa area puntando sulla maestosa opera di caratterizzazione delle varie matrici che hanno permesso di individuare le criticità territoriali. Nell’area del’emergenza ambientale si concentrano di fatto tanti affari della criminalità che hanno colpito anche i pomodori, una delle eccellenze campane. Eppure su un totale di 1.076 km quadrati di terreni mappati in 57 comuni, le aree ritenute sospette rappresentano soltanto il 2% per un totale di 21.5 km quadrati. Il dato è contenuto nell’indagine compiuta dal Ministero delle Politiche Agricole in seguito all’approvazione del Dl 136/2013 per fronteggiare l’emergenza ambientale in questa zona della Campania. Nasce dunque l’esigenza di restituire credibilità ai prodotti campani che, pur provenendo in larghissima parte da terreni non contaminati, hanno subito un crollo delle vendite.
«Non sono mai state presentate certificazioni inerenti la nocività dei nostri prodotti – sottolinea Paola Dama, forte anche dei dati raccolti da “Task Force Pandora” – e in realtà tutte le piante, dai pomodori ai broccoli, non accumulano sostanze tossiche nelle parti che mangiamo anche se coltivate in terreni contaminati o irrigate con acque contenenti inquinanti. Il degrado ambientale in alcune zone ha creato un danno di immagine, ma questo non deve intaccare il nostro comparto agroalimentare, considerato una eccellenza in tutto il mondo. Il “Festival del Pomodoro” nasce non solo per contribuire al riscatto della Campania, bensì anche per conoscere e vivere la nostra regione attraverso informazione, educazione e best-practice. Abbiamo ancora un territorio massacrato dal degrado e dal fenomeno criminale dei roghi, bisogna trovare sinergia nell’opera dei cittadini, della politica e delle istituzioni. Il pomodoro, con la sua carica iconica storico-culturale, rappresenta senza dubbio l’eccellenza campana da cui ripartire».
Il pomodoro diventa dunque icona del riscatto di una Campania Felix e di un territorio che sogna di tornare a risplendere rigoglioso di luce propria.

Addio a Dario Fo

Angelo Forgione Scompare a 90 anni Dario Fo, un amico di Napoli, amante della cultura e della cultura partenopea. Mi piace proporre le sue parole sull’incedere della città in un’intervista di pochi anni fa, conclusa con un monito:

«Napoli non si può più permettere di tirare a campare, di continuare con la filosofia del ‘cca nisciuno è fesso’. Basta! Napoli non può più parlare con questo linguaggio»

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Parole che ben si sposano a una mia riflessione impressa in Made in Naples:

Il napoletano di oggi è autolesionista, tendente alla più comoda autodistruzione, incapace di sacrificarsi per costruire; convinto di potersi beare del più deleterio e infondato detto locale, quel folcloristico “cca nisciuno è fesso” che è solo uno spavaldo biglietto da visita da sbattere in faccia al prossimo, senza rendersi conto che non esiste alcun popolo più fesso di quello partenopeo, storicamente derubato e compiaciuto della supposta furbizia mentre tutto gli viene sottratto. Con questa cattiva condotta, la pretesa del diritto civile collettivo negato ha perso legittimità di fronte all’imposizione della libertà individuale, nella continua ricerca della sopravvivenza a un habitat certamente violato dagli altri ma che i napoletani concorrono attivamente a brutalizzare e abbruttire.

Iscrizione scuole britanniche: “italiano, napoletano o siciliano?”. È polemica, ma a discriminare sono gli italiani.

Angelo Forgione “Italiano, italiano napoletano, italiano siciliano, sardo o altro italiano”. Sono queste le opzioni disponibili per indicare le provenienze linguistiche dei figli degli italiani in Gran Bretagna nei moduli d’iscrizione online di alcune scuole di Inghilterra e Galles. A evidenziarlo sono stati per primi alcuni genitori, trasaliti di fronte alla distinzione etnico-linguistica italiana, richiesta all’atto dell’iscrizione. Distinzione che ha innescato una pungente nota di protesta da parte dell’ambasciatore d’Italia a Londra, Pasquale Terracciano, che peraltro è napoletano: “L’Italia è unita dal 1861. Quella che è stata riproposta dai britannici è una visione tardo ottocentesca della nostra immigrazione”
L’episodio s’inserisce in un momento delicato per la Gran Bretagna, alle prese con la prospettiva della Brexit e il dibattito sul flusso dei migranti e sull’apertura agli stranieri. Dopo la protesta ufficiale sono giunte le scuse del Foreign Office di Londra. L’incidente diplomatico era però evitabile perché si tratta di distinzione linguistica a scopo didattico e non di discriminazione, non solo per le specificità italiane. Nei moduli incriminati, compilati in base ai principali codici linguistici approvati,  è elencato anche il sardo (senza italian), e poi il galiziano, il catalano, il gaelico irlandese e quello scozzese, le varie lingue greche, quelle curde, e altre ancora, in modo da definire la specifica provenienza etnica dei figli di immigrati per potergli fornire la necessaria assistenza linguistica nell’apprendimento dell’inglese. Altro che visione tardo ottocentesca. Insomma, una tempesta in un bicchier d’acqua.

E viene pure da chiedersi perché tanto stupore se è proprio l’Italia ad aver prodotto il peculiare fenomeno della discriminazione territoriale, prima in scia al Positivismo risorgimentale ottocentesco e poi, un secolo dopo, con le invettive di un partito xenofobo e anti-meridionale, tollerato dallo Stato italiano nonostante l’ECRI, la Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza, negli scorsi anni ci abbia più volte condannati per l’assenza di controllo dei sentimenti, dei linguaggi e delle attività razziste della Lega Nord. Nasce il caso quando i britannici si rendono responsabili di distinzione e non discriminazione; loro che si distinguono tra inglesi, scozzesi, irlandesi e gallesi; loro che sanno bene che l’Italia è unita dal 1861, ché la nostra unità l’hanno pilotata e sono coscienti delle peculiari differenze italiche. Non nasce alcun caso quando sono gli italiani – accade sovente – a fare cervellotica discriminazione tra loro e i napoletani. Se ne vedono di tutti i colori, un caso di cronaca nera sì e l’altro pure, leggendo la stampa locale e guardando i telegiornali nazionali.

Elizabeth Strout e l’umanità dei medici napoletani

Buone notizie da Napoli. Elizabeth Strout, scrittrice americana di successo e Premio Pulitzer nel 2009, ringrazia i medici dell’ospedale Cardarelli di Napoli per l’ottima assistenza ricevuta nei giorni scorsi, durante un suo transito in città, quando è stata improvvisamente ricoverata d’urgenza per un’appendicite.
Non si tratta di solo encomio alla Sanità napoletana, che resta comunque lontana da standard accettabili, ma – va evidenziato – di elogio alla cortesia e alla sensibilità dei napoletani, a prescindere dal fatto che si trattasse di medici.
La letterata ha parlato di “incredibili sprazzi di umanità e bellezza in un luogo e in una circostanza così particolari”, e ha affermato che “sul piano umano i napoletani vincono di gran lunga sugli americani”.
Certo, magari bisogna essere illustri pazienti per potersela passare bene in un ospedale. Ma altrove, evidentemente, neanche basta.
Il personale del Cardarelli ha salutato la scrittrice regalandole una stampa raffigurante un’immagine storica della facciata dell’ospedale.

L’influenza della Canzone napoletana nella musica internazionale

Angelo Forgione Lucio Dalla, da grande appassionato di cultura napoletana, una volta disse: «Quella napoletana è la musica più importante del Novecento, altro che Beatles! Dobbiamo tornare a noi, e non essere provinciali, scopiazzando all’estero». È innegabile che le radici della melodia e del belcanto nel mondo siano partenopee. Magari sfugge che nella Napoli sveva del XIII secolo iniziò a delinearsi quello che oggi chiamiamo genere pop, cioè popular, coi primi canti intonati delle lavandaie dell’agreste collina del Vomero. Nel successivo periodo angioino venne rappresentata in pubblico la primissima opera in musica folcloristica, firmata del fiammingo Adam de la Halle. Passando per le villanelle, diffuse in Europa dai fiamminghi Orlando Di Lasso, Adrian Willaert e Hubert Waelrant, l’evoluzione della melodia napoletana, legata a quella del dialetto, non si è mai interrotta, anche se la sua diffusione nel mondo ha subito un forte rallentamento per l’impatto avvenuto negli anni ’60 del ‘900 con la musica inglese e americana. Oggi, a girare per il mondo, è il grande repertorio classico della Canzone napoletana. Ma che influenza ha avuto tutta questa storia nella musica internazionale delle grandi band del Novecento? Proviamo a capirlo ascoltando qualche brano dei Beatles.

Carla Fracci dice no alla Scala e festeggia gli 80 al San Carlo

Angelo Forgione Carla Fracci dice no alla Scala e diserta la “festa” da non protagonista per i suoi 80 anni del 4 ottobre, in occasione della prima di ‘Giselle’. L’étoile festeggerà al San Carlo, da protagonista, il 26 e 27, con due serate in un cui sarà omaggiata da ospiti internazionali.
I milanesi prevedevano di farla sedere in platea. «Non ci sarò. Mi sarebbe piaciuto un gala che ripercorresse in una serata speciale la mia carriera – ha detto la ballerina – come un abbraccio affettuoso. A Milano ho dato molto, ma Milano è cambiata. Peccato. Napoli è stata molto più generosa: mi festeggerà con due serate di gala il 26 e 27 ottobre».
Dispiacerà alla Signora della Danza non avere la grancassa dei media, perché così funziona quando non si tratta della Scala, ma non si preoccupi più di tanto, lei che è ballerina e sa certamente che la prima Scuola di Ballo è sancarliana (1812) e che il San Carlo è la miglior cornice possibile per un tributo all’arte.

Mappa del tifo 2016, cresce solo il Napoli

tifo_2016Angelo Forgione Cresce la tifoseria del Napoli, l’unica a farlo tra le 5 big del Calcio italiano. A segnalarlo è l’annuale sondaggio di Demos&Pi, appena sfornato e condotto da Demetra (mixed mode CATI-CAMI) nel periodo tra il 12 e il 15 settembre 2016. Non si tratta di graduatoria di solo carattere sociologico ma anche di rilevamento con incidenza sul campionato italiano, visto che il 25 per cento dei diritti televisivi della Serie A è frazionato in base alla classifica delle tifoserie per quantità (fino a un massimo del 6,25%) sulla base di un privato sondaggio commissionato della Lega. Più sostenitori hanno i club, più soldi portano a casa.
La Juventus, con insignificante flessione, resta regolarmente la squadra più seguita con circa un terzo degli appassionati italiani (34%). A sensibile distanza, la seguono l’Inter (in calo) e il Milan, appaiate al 14%. Le due squadre milanesi risultano avvicinate e quasi raggiunte dal Napoli (13%). Dietro le quattro grandi tifoserie, solo la Roma, col 7%, presenta una base significativa sul piano statistico. Tutte le altre, Lazio e Fiorentina per prime, godono di cerchie di sostenitori in ambito locale, intorno alla città e dentro ai confini della regione dove ha sede il club.
La Juventus, dunque, si conferma il principale club “nazionale”. Primo, per quota di tifosi nel Nord-Ovest e ancor più nel Nord-Est e nel Centro-Nord; mentre nel Centro-Sud è largamente superata dalla Roma, e nel Mezzogiorno è avvicinata dal Napoli.
L’ampiezza territoriale del tifo bianconero riflette la sua storia di successi, perché il tifo costituisce un meccanismo di riconoscimento e di affermazione sociale. La Juve, in particolare, continua ad essere la squadra di coloro che abitano in provincia, trasportati, spesso, dalle migrazioni interne del passato. Ma è anche la squadra più detestata, in particolare da napoletani, romanisti e interisti. L’ostilità dei tifosi partenopei verso i bianconeri non è mai stata così elevata.
Il calcio resta lo sport più seguito nel nostro Paese, perché più di tutti riflette l’attaccamento ai campanili e genera appartenenze conflittuali
, ma la flessione della passione continua da anni, con 20 punti in meno rispetto al 2009. Per una ragione, su tutte: la credibilità minata. Il campionato è ritenuto sempre più condizionato dalle scommesse, dalla corruzione e dalla criminalità organizzata. Solo 2 tifosi su 10 pensano che sia più credibile e pulito rispetto a 10 anni fa. Mentre la fiducia nella Lega e nel presidente della Federcalcio Tavecchio è circoscritta a una minoranza dei tifosi. Non superiore a un terzo. Così non sorprende che 9 tifosi su 10 chiedano il ricorso alle tecnologie in campo per sfiducia nel sistema. Secondo la maggioranza dei tifosi, dopo Calciopoli la situazione è persino peggiorata.

Il campione nazionale intervistato è rappresentativo della popolazione italiana dai 15 anni in su, per genere, età, titolo di studio e zona geopoliica di residenza. I dati sono stati ponderati in base al titolo di studio (con margine di errore 2,7%)