Angelo Forgione per napoli.com – Il Censis ha definito il Sud-Italia “abbandonato a se stesso” a causa dei “piani di governo poco chiari” ma anche, tra le varie problematiche, di infrastrutture scarsamente competitive. E di fatto i gruppi dirigenti nazionali continuano a non prevedere delle mirate politiche di sviluppo economico e civile nella parte più arretrata del Paese per rimuovere le differenze sociali esistenti. Un esempio di discriminazione governativa? Lo sviluppo della rete ferroviaria, col Governo Renzi che, nonostante l’evidente sperequazione dell’offerta ferroviaria tra Nord e Sud, ha concentrato il 98,8% degli investimenti ferroviari dalla Toscana in su, cioè nella parte del Paese che ne ha meno bisogno.
La rete ferroviaria italiana più evoluta è composta da: treni ‘Fracciarossa’ (Alta Velocità fino a 300 km/h), treni ‘Frecciargento’ (Alta Velocità fino a 250 km/h) e treni ‘Frecciabianca’ (linee tradizionali al di fuori della rete Alta Velocità). L’Alta Velocità ferroviaria, coi più veloci treni ‘Frecciarossa’, conduce da Torino a Salerno, e più a sud dell’Irno non si spinge. La diramazione secondaria da Bologna per Ancona esclude tutto il corridoio adriatico Pescara-Foggia-Bari-Taranto-Lecce. Nel capoluogo salentino e a Reggio Calabria ci si arriva solo da Roma, coi meno veloci ‘Frecciargento’ e con una grossa sproporzione di frequenza delle corse rispetto a quelle dalla Capitale per Milano-Torino.
L’orario 2015 di Trenitalia indica che 78 ‘Frecciarossa‘ uniscono Milano e Roma, di cui 34 in meno di tre ore. 29 in totale le corse ‘Frecciarossa’ tra Torino e Roma, di cui 14 superveloci. Solo 6 treni ‘Frecciargento‘, più lenti, da Roma a Lecce. Addirittura 2, ovviamente ‘Frecciargento’, da Roma a Reggio Calabria. 36 sono i collegamenti Roma-Padova/Venezia e 14 i Roma-Verona.
Nelle dimenticate Sardegna e Sicilia non circolano neanche gli ancor più lenti ‘Frecciabianca’, i convogli che assicurano la copertura su rete convenzionale di grandissima parte della Penisola… ma non la congiunzione delle dorsali tirrenica e adriatica del Meridione. Nelle due isole maggiori, già penalizzate dalla mancanza di continuità territoriale, solo trenini regionali su linee complementari.
Insomma, sui binari del Sud si viaggia di meno e più lentamente che su quelli del Nord, e non è raro che vi scorrano vetture ferroviarie già utilizzate in Alta-Italia quando sostituite da materiale rotabile di ultima generazione. Un Paese che limita la mobilità di una parte dei cittadini non può certamente dirsi unito.
Archivi tag: napoli
Fontana Monteoliveto: tra pulizia e polemiche già nuove scritte
Angelo Forgione –
È accaduto, finalmente: sabato 24 gennaio la fontana di Carlo II a Monteoliveto in Napoli è tornata a presentarsi decorosamente. Era una delle più colpite dal vandalismo a colpi di spray. Ripulita; non nettamente, ma ripulita. Un vero e proprio miracolo, perché nessuno ha visto impalcature perduranti. Tutto in “day-hospital”, senza ditte e spese, con intervento lampo firmato dai volontari del gruppo ‘Sii Turista Della Tua Città‘.
E poi è nata una polemica. Perchè è accaduto, finalmente, sì, ma in che modo? Chi ha autorizzato l’intervento su un monumento di interesse storico? Quale esperto di restauro l’ha condotto? E con quali modalità si è operato? Forti le preoccupazioni, anche perché nell’annuncio di adunata era richiesto di munirsi, tra le altre cose, di due pacchi di retine a testa (che, secondo gli organizzatori, sarebbero state utilizzate solo dove la situazione era critica per la presenza di pittura più resistente ai diluenti). E così il Comitato Civico di Portosalvo, impegnato da anni in un ampio dibattito sul degrado e la tutela del Centro Storico Unesco e sulla necessità di un Piano di Gestione, ha chiesto una verifica della Fontana alla Soprintendenza, i cui funzionari pare abbiano rilevato qualche danno.
Allarmato anche Francesco Chirico, il presidente della Muncipalità 2, che si è voluto accertare del risultato della pulizia. Anche a loro la Soprintendenza avrebbe comunicato che l’intervento non è stato fatto a dovere, cioè senza restauratori, e che molto probabilmente, dalle prime verifiche, le retine incriminate avrebbero fatto danni. I protagonisti dell’intervento, invece, non ci stanno e rassicurano: “L’intervento – dicono i volontari – è stato fatto in collaborazione con restauratori nel pre-evento, ma anche durante e dopo. Abbiamo seguito le procedure e a conclusione del lavoro abbiamo anche sciacquato con l’acqua tutta la fontana per non lasciare agire i diluenti residui. Non abbiamo avuto nessuna autorizzazione, ma si è presentata spontaneamente l‘assessore alle Politiche Giovanili Alessandra Clemente, che ha indossato mascherina e guanti e si è messa a pulire un punto della Fontana”. Anche lei, l’assessore Clemente, ha rassicurato tutti sulla presenza di restauratori e sulle procedure usate, ma proprio la sua partecipazione apre una riflessione necessaria, perché la fontana di Monteoliveto era ed è inserita in un ampio programma di restauri assegnati dal Comune di Napoli ad una società-sponsor, nell’ambito del programma ‘Monumentando Napoli‘, un progetto di 3,5 milioni di euro con cui Palazzo San Giacomo ha garantito che l’esecuzione degli interventi di restauro di 27 monumenti sarà prossimamente eseguito esclusivamente da imprese qualificate e con l’alta sorveglianza delle Sovrintendenze di riferimento. Prossimamente, ma non si conoscono i tempi precisi, che sono evidentemente lunghi a Napoli, città dove la Soprintendenza è rigida nel vagliare progetti ma non altrettanto nel sollecitare la realizzazione di quelli approvati, e neanche si esprime sulle condizioni dei monumenti cittadini, lasciati alla mercé dei vandali. Il Comune ha approvato la Delibera dei restauri (non semplici pulizie) il 21 giugno 2012, e la Fontana, a distanza di due anni e mezzo, non ha goduto di alcuna lavorazione. Uno stallo dell’intero progetto, e tanti interrogativi aperti dalla presenza attiva di un assessore durante la pulizia-flash dei volontari.
Proprio in tal senso, il presidente della Municipalità Chirico ha scritto all’assessore all’Urbanistica Carmine Piscopo, chiedendo di intervenire presso la società aggiudicataria della gara per invitarla a utilizzare parte dei finanziamenti risparmiati con l’intervento di
pulizia nella realizzazione di una recinzione al monumento (come dal sottoscritto sollecitato per altri monumenti cittadini) da sottoporre preventivamente alla Soprintendenza, in modo da preservarlo dall’aggresione che l’ha deturpato negli ultimi anni. Nuove scritte iniziano già ad affiorare (vedi foto a destra), ed è inutile dire che se non ci fossero coloro che imbrattano i monumenti non ci sarebbero neanche simili polemiche.
Resta l’interrogativo: i volontari hanno creato problemi ai marmi oppure no? La Soprintendenza, che parla di danni, farebbe bene a precisarli e testimoniarli. C’è bisogno di chiarezza, anche e soprattutto prima di certi interventi su antiche superfici, che sicuramente non possono essere improvvisati ma affidati a personale esperto. La chiarezza è fondamentale non solo per garantire l’integrità dei monumenti ma anche per evitare di mortificare il grandissimo esempio di civiltà e amore (di cui una certa parte di napoletani ha fortemente bisogno; ndr) offerto dai ragazzi di ‘Sii Turista Della Tua Città’, che nel cambiamento credono davvero. Vedere la fontana di Monteoliveto pulita dopo tanto tempo, troppo, è davvero un gran piacere, e operazioni del genere che sgretolano la burocrazia, se legittimate e chiarite, potrebbero rappresentare un volano di risveglio civico, attrarre altri volontari e creare emulazione positiva, nella certezza di operare nell’interesse comune e di non creare alcun danno al patrimonio.
“L’Occidente deve la sua esistenza a Napoli, e questa cultura, questa città, meritano altro destino rispetto a quello che vogliono assegnarci per forza”. È la migliore riflessione che i volontari potessero esprimermi, per evidenti motivi.
Questione stadio ‘San Paolo’: la montagna sta per partorire il topolino
Angelo Forgione – Accordo in vista per il restyling dello stadio ‘San Paolo’. Secondo le indiscrezioni, Comune di Napoli e Società Sportiva Calcio Napoli sembrerebbero essere già d’accordo su quello che dovrà essere lo studio di fattibilità da presentare nei prossimi mesi, per poi dare il via ai lavori. Non ci sarebbe troppo da giore se non fosse che il dibattito va avanti da almeno quindici anni, e verte più o meno sempre sugli stessi punti: rimozione dell’indegna copertura in ferro realizzata per i mondiali del 1990, del terzo anello pure in ferro, installazione di un maxischermo, apertura dei parcheggi sotterranei, rifacimento della tribuna stampa, creazione di aree vip, realizzazione di attività commerciali e rifacimento dell’area urbana esterna. Il fatto è che, mentre negli ultimi tre lustri Napoli ha discusso di stadio nuovo o rifatto, entusiasmandosi per i vari disegni di questo e quel progetto (inutile), l’Europa e il suo Calcio sono cambiati, e la prospettata conclusione della vicenda napoletana non può che essere inadeguata.
L’operazione prevista è all’insegna del “meglio di niente”. Si tratta di una ristrutturazione di uno stadio vecchio, inaugurato nel 1959 (la delibera di costruzione fu siglata nel 1949), e con evidenti limiti incancellabili. È solo un necessario passo avanti, pur costoso, per restituire decenza ad una struttura indecente di cui ci si vergogna nelle notti europee, ma non quello di cui necessitano Napoli e il Napoli per avvicinarsi agli standard moderni. È come ristrutturare un palazzo condominiale in pessime condizioni per renderlo degno dal punto di vista urbanistico quando c’è bisogno di costruire un albergo con servizi e attrazioni. Occorrerebbe costruire un impianto nuovo, altrove o sulle “macerie” del ‘San Paolo’, di proprietà, con gli spalti a ridosso del terreno di gioco, con tutte le strutture interne ed esterne necessarie per l’accoglienza delle famiglie e per l’attrazione degli sponsor. Altrove, dove gli stadi li pagano proprio i privati, è così che si sta ragionando da tempo, e anche in Italia, seppur a fatica, si sta inaugurando la stagione degli stadi “privati”, a partire dal caso limite della Juventus, proseguendo per l’Udinese, e poi per la Roma, con Milan, Inter, Lazio e Fiorentina che ragionano in questo senso. A Napoli ci si dovrà purtroppo accontentare di una ristrutturazione di uno stadio comunale, che tale resterà, con tanto di pista di atletica e altri grossi vincoli architettonici e urbanistici impossibili da aggirare.
Dovrebbe essere il Napoli, con l’ausilio di eventuali sponsor (sperando che arrivino), a farsi carico delle spese di ristrutturazione, utili a riattare la Curva A, a sistemare l’impiantistica elettrica e idraulica, i servizi igienici, gli spogliatoi, il fossato, per sostituire i sediolini (forse azzurri e non più rossi; ndr), creare aree vip e attività commerciali. Il resto è tutto ancora da definire. Il Comune conserverebbe l’uso di uffici e palestre, ma anche della pista di atletica, così come del diritto di organizzare concerti con esclusione del prato, che il Napoli ha rigenerato qualche anno fa rendendolo il migliore d’Italia. L’opzione concerti indicherebbe anche la rimozione di tutte le strutture in ferro riversate sullo stadio per i Mondiali del 1990, responsabili della propagazione al suolo delle vibrazioni strutturali e causa dell’intervento nel 2005 della Commissione Provinciale di Vigilanza, che dichiarò chiusa la stagione dei concerti e inibì l’accesso al terzo anello durante le partite di Calcio.
Più di questo il patron De Laurentiis non può fare, e se ha deciso di farlo è perché ha compreso che non è possibile andare oltre in una piazza che mostra evidenti gli svantaggi di localizzazione geografica, dove un’operazione stile ‘Juventus Stadium’ è impossibile da compiere, e dove è difficile far confluire capitali privati esterni per dotarsi di uno stadio polifunzionale di proprietà che incida sensibilmente sul fatturato del club. Gli altri corrono, e qualche passo avanti pur va fatto. Meglio di niente.
Una raccolta fondi per restaurare la Fontana del Formiello e l’Edicola di San Gennaro
Il restauro della Fontana del Formiello e dell’Edicola di San Gennaro è al centro del progetto dell’associazione culturale ‘Le Due Sirene’, fondata lo scorso giugno da Ilaria e Valeria Iodice, due giovani sorelle della zona, appassionate di Napoli, prima che Ilaria fosse strappata all’affetto dei suoi cari da un male incurabile. Ma Valeria continua a portare avanti il progetto, e ha già ottenuto il consenso dalle Soprintendenze per affidare i lavori di restauro dei due monumenti alla ditta certificata VN Restauro s.a.s., che ha dato inizio al cantiere lo scorso 9 gennaio.
C’è però bisogno del sostegno della cittadinanza per coprire parte delle spese (Settantamila euro per il doppio restauro), e Valeria Iodice ha avviato una raccolta fondi. Chiunque voglia contribuire con un atto di amore per la città, anche in nome della povera sorella Ilaria, che faceva da guida illustrando quei monumenti in degrado con immutato amore per i luoghi, può effettuare una donazione a piacere. “Anche l’importo di un caffè per noi è importante!”, si legge sul sito de ‘Le Due Sirene’.
I due monumenti, nei pressi del complesso monumentale di Santa Caterina a Formiello, coprono oltre quattro secoli di storia della città. La “fontana abbeveratoio”, come la chiesa, trae il suo nome dal latino “ad formis”, ossia “verso i condotti”, che erano i canali dell’antico acquedotto della Bolla, e venne realizzata nel 1573 su una precedente struttura medievale. L’edicola col busto di San Gennaro è invece più “recente”, commissionata nel 1706 dalla Deputazione del Tesoro di San Gennaro, su progetto di Ferdinando Sanfelice, per ringraziare il patrono della protezione da alcune calamità. La costruzione fu avviata da Lorenzo Vaccaro e conclusa dal figlio Domenico Antonio, nel 1708.
Contatti: Valeria Iodice – leduesirenenapoli@gmail.com
Jean-Noël Schifano: «Napoli città di libertà, ma deve liberarsi di Garibaldi»
Venerdì 23 gennaio, al “Real Teatro di San Carlo”, si è svolta la serata di solidarietà “il San Carlo contro la violenza che minaccia tutte le libertà”, in relazione ai dolorosissimi fatti di sangue che hanno sconvolto la Francia, con una versione ridotta del dramma storico ‘Andrea Chénier’ in scena.
Lo spettacolo è stato introdotto dagli interventi di Christian Thimonier (console generale di Francia a Napoli), Jean-Noël Schifano (scrittore ed intellettuale francese) e Philippe Vilain (scrittore francese). Significative le parole di Schifano, sul palco con un “je suis Naples” in una mano e il Trattato sulla tolleranza di Voltaire nell’altra, incisivo nel sottolineare che Napoli, unica città in Europa, in nome della libertà, ha accolto le diversità per trarne i vantaggi dell’integrazione, ha rifiutato l’Inquisizione e non ha mai creato ghetti nazisti; ma ora, in una nuova stagione di reidentificazione, deve rifiutare i simboli dell’invasione piemontese, a cominciare dalla piazza Garibaldi (messaggio espressamente indirizzato al sindaco De Magistris, assente; ndr). «L’aquila romana si inchina alla sirena Parthenope!». Applausi della magnifica sala.

foto: Il mondo di Suk
Il Napoli ritorna tra i 20 club più ricchi d’Europa
Il Napoli torna tra i primi 20 club d’Europa per fatturato. Nell’ultimo report di Deloitte Football Money League, realtivo ai venti club europei che nella stagione 2013-2014 hanno incassato di più, il club azzurro figura al sedicesimo posto, con quasi 167 milioni di ricavi. Ovvio che il risultato sia ottenuto grazie ai proventi della scorsa Champions League e che sia difficile restare tra le prime venti dopo l’eliminazione ai preliminari della massima competizione europea della stagione corrente. In ogni caso si tratta di un gran risultato per una società del Mezzogiorno d’Italia (con uno stadio vecchio) che continua ad affacciarsi tra le più ricche d’Europa e che disputa le competizioni europee da cinque anni ininterrottamente (miglior performance italiana).

Daverio: «di Napoli e del Sud non importa niente a nessuno»
Philippe Daverio è tornato a parlare di Napoli e del Sud in un’intervista concessa a Enzo Ciaccio di Retenews24.it. Interessanti alcuni passaggi di seguito riportati.
“Napoli è una città troppo poderosa rispetto al compito che oggi non le si chiede di svolgere. Vienna è stata la capitale di un impero e, pur essendo cambiato il mondo, ha mantenuto la sua originaria fisionomia aristocratica. Anche Napoli è ex capitale di un impero dissolto. Ma non si comprende più quale ruolo dovrebbe svolgere.
La perdita di identità risale all’unità d’Italia. A Napoli è stata affibbiata una mutazione di funzione e destino di cui non si è mai compresa la connotazione: da ex capitale, che cosa è diventata? Non si sa. E quel che è peggio: non se ne discute.
Palermo soffre di mali ben più gravi e complicati di Napoli. Il centro storico di Cosenza è in condizioni penose. Ma di Napoli e del Sud non importa niente a nessuno. Ci si sente voce nel deserto della distrazione, della semplificazione, della banalità.
Non ho mai visto i nostri parlamentari europei impegnarsi tutti insieme nell’elaborazione di qualche progetto che riguardasse la qualità della vita nel Meridione D’Italia, cioè in uno dei luoghi più affascinanti d’Europa. L’Unione europea dovrebbe prendere atto che senza la cultura di Napoli e Palermo i tedeschi camminerebbero ancora con le corna in testa.”
Addio a Pino Daniele, straordinario innovatore
Angelo Forgione per napoli.com –
Se n’è andato come da copione, tradito dal suo cuore debolissimo. Aveva scoperto di averne uno poco affidabile nel 1989, trasportato con i suoi lunghi capelli in un ospedale napoletano con forti dolori al petto. Era già popolarissimo per il suo innovativo e sperimentale “Neapolitan Power”, con cui aveva rilanciato stilisticamente la canzone napoletana. Il mercato discografico, per aggredire i mercati discografici internazionali, aveva impattato con la musica straniera, snobbando la produzione partenopea, ritenuta ormai superata. Molti artisti napoletani si erano arresi ma lui no, e pur cantando la sua lingua aveva proposto un tipo di sound all’opposto della tipica melodia partenopea, quella che tutto il mondo conosceva ma che nessuno riusciva a innovare. Lo aveva chiamato “taramblù”, un genere innovativo di incontro tra tarantella, blues e rumba, che lo avrebbe poi condotto a straordinarie collaborazioni internazionali. E ne erano venuti fuori capolavori contemporanei in vernacolo, manifesti di una generazione di giovani meridionali disagiati.
I by-pass che si resero necessari non gli crarono particolari problemi e lui, a mo’ di esorcismo, li battezzò ‘o tagliando, come quello della manuntenzione programmata delle autovetture. I suoi fans iniziarono a seguire ogni suo concerto come fosse l’ultimo, e in effetti il grande innovatore, pur continuando il suo brillante viaggio, prese un’andatura diversa, una distanza maggiore dalla sua musica, dalla sua Napoli e dalla sua famiglia. Lo segnò la fine del suo grande amico Massimo Troisi, anch’egli artista napoletano dal cuore assai debole, uscito di scena troppo presto tra applausi e lacrime, come Pino forse temeva di finire: stop alla lingua napoletana, la sua musica perse l’impostazione blues e si fuse col pop commerciale più orecchiabile. Fattosi da parte lui, via libera al ritorno al classico contaminato dal jazz e dal blues di Renzo Arbore, ma per Pino Daniele fu una sconfitta della città. “Napoli non canta più”, disse nel 1993 a Mario Luzzato Fegiz per il Corriere della Sera. “Con Nuova Compagnia di Canto Popolare, Napoli Centrale, Bennato, Tony Esposito eravamo diventati un punto di riferimento internazionale sul piano musicale e culturale. Oggi lo sfascio sociale ha portato alla deriva anche il movimento musicale. Ciascuno ha anteposto il suo ego a tutto il resto. Ed è stata la fine. Non bastano tentativi pur lodevoli come quelli di Arbore per ribaltare la situazione”. Era vero, per certi versi, perché l’esigenza linguistica e la “distrazione” degli artisti napoletani stava iniziando a favorire l’avvento di una sottocultura melodica e di uno stile di canto per una fascia sociale incolta. Anche Pino, però, si era sottratto alla straordinaria ventata di cui era stato straordinario ispiratore. Proprio lui non cantava più in napoletano, pur continuando a ragionare da meridionale (Accidenti a questa nebbia / te set adre a laurà? / Questa Lega è una vergogna / noi crediamo alla cicogna / e corriamo da mammà), salvo poi, dopo qualche tempo, dirsi d’accordo con la Lega per le dichiarazioni sull’emergenza rifiuti in Campania. Solo nel 2001 vi fu un riavvicinamento alle origini con l’album Medina, ma le vere perle musicali, impareggiabili, le aveva già consegnate alla cassaforte dell’eternità, ridando nuova linfa alla tradizione della Canzone di Napoli, che, nonostante tutto, avrebbe travolto artisti di altre estrazioni come Lucio Dalla.
Venticinque anni di revisioni in officina e poi il motore si è definitivamente fermato. Non la colonna sonora della nostra vita.
La leggenda del Corsiero del Sole nel Palazzo Carafa
Angelo Forgione – La storia di Napoli racconta che il ‘Corsiero del Sole’, il cavallo imbizzarrito di bronzo posto su un alto piedistallo marmoreo nei pressi della Basilica di Santa Restituta, dove in tempi antichissimi si trovava il tempio di Apollo eretto in onore del dio solare e dove poi fu edificato il Duomo, sparì nel 1322 per decisione dell’arcivescovo, il quale mal sopportava le credenze e le superstizioni attorno a quella scultura, della quale si diceva fosse stata scolpita da Virgilio con una stregoneria e che avesse il potere di guarire i cavalli malati. Erano passati sessantanove anni dalla conquista della città da parte di Corrado IV, il quale aveva fatto mettere un freno in segno di dominio sul popolo napoletano. E così il ‘Corsiero del Sole’ divenne simbolo della città. Il colossale cavallo fu fuso per farne campane per la cattedrale.
La storia è diventata leggenda intrecciandosi alle vicende della ‘Protome Carafa’, la testa di cavallo un tempo nell’atrio del palazzo di Diomede Carafa, Duca di Maddaloni, ai Decumani e oggi custodita nel Museo Archeologico Nazionale (una copia è nella stazione Museo della Metropolitana di Napoli e un calco di terracotta, in cattive condizioni, è nello stesso atrio). Il ‘Corsiero del Sole’ fu fuso integralmente, ma una certa corrente, nel corso dei secoli, ha prodotto una mistificazione dei fatti, narrando che fosse stata risparmiata la testa, e che fosse proprio la Protome. Falso! Del Corsiero del Sole non esiste più alcun pezzo e la testa di proprietà di Diomede Carafa è tutt’altra scultura, realizzata a Firenze da Donatello nella seconda metà del XV secolo.
Il professor Francesco Caglioti dell’Università Federico II di Napoli ci racconta che essa doveva essere parte di un monumento equestre che proprio Donatello iniziò per Alfonso V d’Aragona, re di Napoli dal 1442 al 1458. Il monarca desiderava un monumento equestre a lui dedicato – simile a quello che l’artista stava concludendo a Padova per il Gattamelata – per collocarlo al centro dell’arco superiore (oggi vuoto; ndr) dell’immane portale di ingresso a Castel Nuovo a Napoli, una delle più imponenti e ambiziose opere del primo Rinascimento italiano. Lo scultore prese spunto dalla testa di cavallo Medici-Riccardi, originale greco in bronzo di età classica che a metà del ‘400 adornava il giardino di Palazzo Medici (oggi nella collezione del Museo Archeologico Nazionale di Firenze; nda), ma dovette però sospendere la realizzazione dell’opera bronzea, non riuscendo a far fronte alle troppe commissioni, e con la morte nel 1458 di re Alfonso il monumento rimase definitivamente incompiuto. Nel 1466 morì anche Donatello e l’opera fu inviata a Napoli da Lorenzo de’ Medici nel 1471, proprio l’anno della conclusione del portale, quando Ferrante d’Aragona, successore di Alfonso, decise di donare la Protome, inutilizzabile per l’Arco, a Diomede Carafa, illustrissimo rappresentante della corte aragonese in città. Fu installata nel cortile del palazzo privato di via San Biagio de’ Librai e lì ammirata fino al 1806, quando i Carafa la donarono al Museo quale pezzo di gran pregio, poi sostituito nello steso cortile con una copia.
La Collezione Farnese che Carlo di Borbone salvò da Vienna
Il ministro Franceschini ipotizza il ritorno in Emilia di ciò che appartiene a Napoli
Angelo Forgione –
Bisogna essere davvero in malafede, se non ignoranti, per ipotizzare un ritorno della Collezione Farnese a Parma e a Piacenza, da dove fu trasferita a Napoli. Ad ipotizzare una simile follia è l’emiliano Dario Franceschini, il ministro dei Beni Culturali, che ha annunciato l’istituzione di una commissione per ridistribuire le opere d’arte nella Penisola, allo scopo di favorire il turismo attraverso “una ricollocazione di pezzi d`arte nei loro luoghi d`origine”. Chiariamoci: Franceschini si riferisce ad alcuni arredi e ai quadri di Ilario Giacinto Mercanti, detto lo Spolverini (non Lorenzo, come si legge nell’intervista al Ministro), attualmente conservati nei depositi di Capodimonte in attesa di rotazione espositiva, che giustamente potrebbero trovare un giusto spazio permanente. Ma in ogni caso i pezzi farnesiani appartengono a Napoli, e da lì non si muovono. Vediamo perché.
I beni farnesiani non appartenevano alle città emiliane ma erano pezzi di una raccolta privata, ereditata da Carlo di Borbone, il sovrano di Napoli che rinunciò al Ducato di Parma e Piacenza per prendere “la più bella corona d’Italia”, come la definì la madre. E chi era? La parmigiana Elisabetta Farnese, regina consorte di Filippo V di Spagna, ultima erede della famiglia visto che lo zio Antonio Farnese era morto nel 1731 senza eredi diretti. Al di là della piena facoltà detenuta da Carlo di Borbone di trasportare ovunque riteneva più giusto quel patrimonio di sculture, tele, armature, arredi e oggetti di ogni tipo, quello che a Parma chiamano furto, e che Dario Franceschini lascia intendere come tale, è in realtà un salvataggio di cui l’Italia ancora oggi deve essere riconoscente. Secondo i trattati che misero fine alla Guerra di Successione Polacca, l’Austria aveva scambiato nel 1735 i più vicini territori ducali di Parma e Piacenza (e Toscana) con quelli meridionali di Napoli e Sicilia e, soprattutto, con la scissione della dinastia borbonica in due rami distinti: quello di Spagna e quello di Napoli. Sempre per gli stessi trattati, la parte emiliana della Collezione Farnesiana, ereditata per intero dalla madre Elisabetta, sarebbe finita nelle mani asburgiche. Carlo, con iniziativa autonoma, evitò la perdita del tesoro di famiglia trasferendo quasi tutto a Napoli, e solo col trattato di pace del 1738 l’Austria rinunciò definitivamente a quanto si custodiva all’ombra del Vesuvio. Quest’atto fu certamente un sacrificio per Parma, che avrebbe in ogni caso salutato la Collezione, ma una provvidenza per l’Italia, senza la quale quel patrimonio sarebbe oggi a Vienna.
Da proprietà privata a proprietà di Napoli, il passo fu compiuto dal successore Ferdinando IV, che, per dare alla capitale dei degni musei, rinunciò alla proprietà privata dell’eredità di famiglia, concessagli in anticipo dal padre Carlo al momento di salire al trono di Madrid, pur di lasciare i tesori a Napoli. Ferdinando rese pubbliche le collezioni che il predecessore aveva fin lì custodito nelle regge. Tolse dai vincoli romani anche la preziosissima parte romana della Collezione Farnesiana, ereditata dalla nonna Elisabetta Farnese e custodita nell’omonimo palazzo romano di famiglia, ricca di sculture della Roma antica rinvenute nel Cinquecento da papa Paolo III Farnese nelle terme di Caracalla.
Insomma, la proposta di Franceschini non sta in piedi. Altro che furto, che tuttalpiù fu agli austriaci. I furti, semmai, li commisero, in sequenza, i napoleonici prima (nel 1799) e i sabaudi poi (nel 1860), e continuano ancora oggi. Proprio come i soldi e le riserve auree del Banco di Napoli, gli arredi delle regge borboniche – porcellane, specchi e mobili di pregio – furono trasferiti nelle residenze sabaude, sostituiti da un brutto riarredo tardo-ottocentesco, mentre Francesco II abbandonò Napoli lasciando tutto inviolato. Presiosi mobili, porcellane e piatti appartenenti alle regge di Caserta e Portici si trovano nei cataloghi d’arte, venduti all’asta a Milano e Londra, dalle case internazionali Christie’s e Sotheby’s. Già 138 dipinti della stessa Collezione farnesiana sono stati riportati in Emilia in epoca fascista, e persino un gruppo scultoreo vanvitelliano del parco della Reggia di Caserta fu trasferito nel giardino del Quirinale a Roma, risistemato dallo scultore Giulio Monteverde come Fontana delle Bagnanti, anche detta Fontana di Caserta. E che dire dei preziosi incunaboli, pezzi unici, della biblioteca del complesso dei Girolamini tanto cara a Giambattista Vico, sottratti con perpetui blitz notturni dal direttore Massimo Marino De Caro, persona legata al senatore e noto bibliofilo Marcello Dell’Utri? E gli strani furti nella storica biblioteca del Conservatorio di San Pietro a Majella? Attenzione a parlare di furti quando si parla di storia d’Italia.


