Suggestivo evento notturno alla Casina Vanvitelliana del Fusaro

Nell’ambito delle attività di valorizzazione del complesso vanvitelliano del Lago Fusaro, il 29 dicembre, alle ore 20,30, andrà in scena l’evento “Amori diVersi“, un percorso musicale e culturale durante il quale il visitatore potrà ammirare il sito in notturna ascoltando musica e degustando un aperitivo.
In programma una rievocazione in costume settecentesco all’interno della Casina e una chiacchierata di approfondimento storico con Angelo Forgione.

Parco Vanvitelliano – Via Fusaro, 1 – Bacoli (NA)

amori_diversi

De Laurentiis: «Gli Agnelli hanno costruito un impero»

Angelo Forgione Chiarissime le dichiarazioni di Aurelio De Laurentiis rilasciate a Sky dopo la vittoria del Milan ai rigori sulla Juventus nella finale di Supercoppa.

«Il gap con la Juventus esiste solo societariamente, loro hanno una storia immensa perchè immensa è la storia della loro famiglia. Il vero re d’Italia è stato Agnelli, e prima Valletta. La Juve è una goccia nell’oceano di una famiglia immensa. È roba da far paura, ma di cosa stiamo parlando? Dal punto di vista del potere economico non ce n’è per nessuno, nemmeno per gli arabi, i cinesi, i club inglesi, spagnoli o tedeschi.
Quando la mattina apro i giornali e leggo che il PIL può aumentare, mi cascano le braccia. Non si può parlare di calcio e stadi quando la situazione generale è questa. Il Sud, leggevo su un quotidiano, sta prendendo coscienza di se stesso. Dico da tempo che Napoli è una testa di serie di tutto il Meridione, sino a Palermo».

Il presidente del Napoli, circa gli Agnelli, parla di “Regno d’Italia”, e poi di economia meridionale e di rappresentanza calcistica del Sud in Europa, riferendosi chiaramente al fatto che l’unica squadra competitiva dei territori più poveri del Continente (Sud-Italia e Grecia) è il Napoli.
Parole in perfetta sintonia con il mio Dov’è la Vittoria, soprattutto nello specifico del capitolo “Il Regno d’Italia“.

Inaugurata l’incompleta autostrada A3

Angelo Forgione Il 22 dicembre è giunto e, come annunciato dall’ex premier Renzi lo scorso febbraio tra le risate dei giornalisti stranieri, è il giorno dell’inaugurione dell’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria. Non guiderà Matteo, come annunciato a suo tempo, ma compito ereditato dal nuovo premier Gentiloni e dal Ministro Delrio, a 20 anni dalla ri-apertura dei cantieri, allorché l’Unione Europea obbligò l’Italia a far sì che l’Autostrada rispondesse a chiare normative comunitarie. Le sciagurate soluzioni tecniche – due strette corsie non a norma, senza quella d’emergenza – con cui era stata costruita tra il 1962 e il 1972 l’avevano condannata alla ricostruzione su se stessa. L’ANAS ci aveva messo 11 anni (per 495 chilometri, aggiunti ai 52 tra Napoli e Salerno già realizzati nel 1929), nel totale disinteresse dei privati, mentre al Nord, per favorire il boom del mercato automobilistico, i privati del consorzio SISI (Fiat, Eni, Pirelli e Italcementi) ne avevano impiegati 8 per completare l’A1 Milano-Napoli (760 km).
Tutto sommato, la realizzazione della A3 SA-RC è dutata 55 anni! E non è ancora finita. Gli ultimi interventi hanno certamente migliorato la viabilità e reso l’Autostrada più sicura e scorrevole, ma appare netta la differenza tra il tratto in Campania e quello in Calabria. Da Salerno al confine con tre corsie, gallerie rifinite e illuminate alla perfezione, manto stradale nuovissimo in diverse zone, e i primi 100 chilometri, da Salerno a Padula Buonabitacolo, già cablati dall’Anas con la tecnologia che consentirà all’A3 di diventare la prima smart-road del mondo. Entri in Basilicata e Calabria e le corsie diventano due, con al massimo una mini corsia di emergenza. Senza dimenticare il tratto tra Cosenza e Altilia Grimaldi, considerato tra i più pericolosi, e quello tra Campo Calabro e Reggio Calabria che, secondo quanto denuncia con forza la Cgil, da tempo sembra essere dimenticato.
In realtà, Renzi bluffava sapendo di farlo, perché continuerà a trattarsi di un’autostrada incompleta, ancora non rispondente nella sua totalità agli standard comunitari. Un tratto di circa 20 chilometri, dopo Laino Borgo, verso Reggio, non sarà affatto un’autostrada moderna, come richiesto dall’UE. Senza corsia di emergenza e curve strette, tra l’altro mal asfalata, con toppe su altre toppe, ed erbacce che invadono i margini della carreggiata. “Lotto in progettazione e da finanziare”, dice la mappa dell’ANAS, che rimanda la soluzione ai posteri. Di tratti nelle stesse condizioni ce ne sono altri due: tra Cosenza e Rogliano (11 km) e tra Francavilla Angitola e Pizzo Calabro (10,7 km). Tutto sommato, circa 43 km di strada per niente europea. Tre tratti ancora da progettare, finanziare e mettere a norma, di cui uno a forte rischio idrogeologico (Cosenza-Rogliano).
In occasione dell’inaugurazione, l’A3 è finalmente sgombra di ingombranti cantieri, ma tornerà presto ad ospitarli. Per la manutenzione straordinaria e per un nuovo piano di manutenzione nuovi lavori causeranno ancora restringimenti. Ma almeno possiamo dire che finalmente, dopo 55 anni, il più è fatto. Forse.

Presepe, tombola e canzoni. Il Natale è Made in Naples!

Angelo Forgione Pensi al Natale e vengono in mente il presepe, la tombola e le canzoni sacre. Escluso l’albero, vale per tutti, negli usi e nei costumi, la tradizione del Natale per come si è configurata nel Settecento a Napoli.
Da alcuni antichi documenti in cui se ne fa menzione, a Napoli sarebbero attribuite le primissime tracce di una rappresentazione lignea della nascita di Cristo già nel 1025, in una chiesa situata in piazza San Domenico Maggiore e scomparsa ad inizio Settecento, prima detta “la Rotonda” e poi dedicata alla “Santa Maria ad praesepe”. È una testimonianza ben più antica di quella del 1223, anno cui risale quella che è considerata la prima natività di Gesù a Betlemme con figure umane rievocata nella notte santa a Greccio, nella provincia di Rieti, per volontà di San Francesco d’Assisi.
In ogni caso, la grande tradizione presepiale napoletana del Settecento è stata capace di cambiare i canoni della rappresentazione religiosa e avviare una diffusione della stessa in tutti gli Stati preunitari e oltre i confini italiani. L’ispiratore fu il frate domenicano Gregorio Maria Rocco, personaggio popolarissimo e influente, che andava in giro per i vicoli del centro e del porto per incontrare i peccatori e cercare di convincerli a pentirsi a colpi di bastone. Padre Rocco adottò il presepe come strumento di propaganda religiosa e di redenzione, esortando i malfattori a riprodurre la scena della Natività nel tentativo di accendere in loro la fede. Carlo di Borbone amava molto intrattenersi con il religioso e la sua passione per l’intaglio del legno lo condusse a dedicarsi personalmente all’allestimento di un presepe a corte col coinvolgimento della moglie Maria Amalia nella cucitura dei vestiti e dei principini, utilizzando anche la creta. Fu solo l’inizio di un filone che contagiò tutta la città e l’intero Regno con le sue arti, per poi essere svilita proprio dall’avvento della tradizione pagana dell’albero, priva di qualsiasi contenuto artistico-culturale.
Senza dimenticare i dolci natalizi, Napoli ha lasciato la sua impronta culturale anche attraverso l’invenzione della tombola, frutto della creatività dei napoletani, che non vollero rinunciare al gioco del Lotto quando lo stesso padre Rocco riuscì a convincere Re Carlo a bandirlo durante le feste natalizie; i regnicoli avevano già inventato la smorfiaforma folcloristica di cabala legata all’esoterismo mediterraneo per l’interpretazione dei sogni legata etimologicamente ed esotericamente alla divinità greca dei sogni Morfeo.
Non va dimenticata neanche la canzone nataliziacreazione del teologo moralista napoletano Alfonso Maria de’ Liguori, nato a Marianella, che durante la novena del Natale 1754 compose l’inno Tu scendi dalle stelle, il più famoso tra i canti natalizi in lingua italiana, che Giuseppe Verdi consacrò come colonna sonora «senza la quale non sarebbe Natale». Per rendere comprensibile a tutti la sacralità del Natività, nel 1758 il religioso scrisse Per la nascita di Gesù, poi pubblicata nel 1816 col titolo di Quanno nascette Ninno a Bettalemme, una pastorale in napoletano derivata nella struttura musicale da quella in italiano.

‘La Gioconda’ era la napoletana Isabella d’Aragona?

Angelo Forgione Un recente studio della storica tedesca tedesca Maike Vogt-Lüerssen, confermato da un altro del Centro Studi Glinni di Acerenza e da altri approfondimenti scientifici sulla grafia di Leonardo da Vinci, sostiene un legame sentimentale tra il genio toscano e la napoletana Isabella D’Aragona, figlia dell’erede al trono di Napoli Alfonso II e di Maria Ippolita Sforza. E sarebbe proprio lei la Gioconda, l’enigmatica donna ritratta nel celeberrimo quadro, e non Lisa Gherardini, sposa del mercante fiorentino Francesco del Giocondo. Ulteriore indizio lo fornisce Giovanni Paolo Lomazzo, scrittore d’arte che fu in stretti rapporti con l’allievo di Leonardo Francesco Melzi, il quale definì la GiocondaMona Lisa Napoletana” nel suo Idea del tempio della pittura del 1590.
Isabella d’Aragona, nata a Napoli nel 1470, fu data in sposa a Gian Galeazzo Sforza, e si trasferì a Milano nel 1488. Lì strinse un intenso legame affettivo con Leonardo, esponente di spicco delle élites toscane in Lombardia stimolate dal mecenate Ludovico Sforza, detto “il Moro”. Presto vedova, Isabella sarebbe stata addirittura sposa segreta di Leonardo, il che spiegherebbe perché l’artista abbia gelosamente tenuto con sé il dipinto per tutta la sua vita. Dall’unione sarebbero nati cinque figli, due dei quali riposerebbero accanto alle spoglie della madre nella sagrestia del Convento di San Domenico Maggiore a Napoli, dove, secondo le indagini di Maike Vogt-Lüerssen, si troverebbero anche alcuni resti dello stesso Leonardo, in realtà mai sepolto ad Amboise in quella tomba che venne successivamente profanata.
La soluzione del mistero starebbe nella riesumazione e negli esami del DNA, in modo da smentire o confermare quello che la studiosa ha ricostruito principalmente sulla base di fonti storiche dell’epoca. Attraverso le analisi ed il confronto con i figli di Isabella d’Aragona si potrebbe trovare la risposta all’interrogativo. Certamente eccezionale è la somiglianza tra la Gioconda e il ritratto di Isabella d’Aragona di Raffello, esposto presso il Palazzo Doria di Roma. Monna Lisa altro non sarebbe che L’Isa-bella D’Aragona? Suggestiva ipotesi.

gioconda

Dov’è la Vittoria a Radio Goal

A Radio Goal (Radio Kiss Kiss Napoli) due chiacchiere con Lucio Pengue su Dov’è la Vittoria (Magenes).

Sindaco di Trieste tra i rifiuti: «Noi non siamo a Napoli!». Ed è polemica con De Magistris.

Angelo Forgione Inciampo del sindaco di Trieste Dipiazza, che, avendo verificato un problema nella rimozione di alcuni rifiuti nella sua città, ha pubblicato un video su facebook in cui afferma  «qui non siamo a Napoli, siamo a Trieste».

Replica del sindaco di Napoli De Magistris, chiamato in causa dal vibrato sdegno:

È davvero un peccato che una bellissima città come Trieste sia guidata da un Sindaco che cede ai luoghi comuni più banali e beceri su Napoli. Sono certo che i cittadini triestini sono molto più seri di un’Amministrazione che, a quanto pare, non è in grado neanche di gestire il problema della spazzatura in una città che è grande quanto un quartiere di Napoli.
Dal 2011, da quando c’è questa Amministrazione, le immagini dei rifiuti a Napoli sono solo un pallido ricordo. Napoli è la città italiana che cresce di più in termini culturali e turistici, e capisco bene che ad alcune realtà politiche e territoriali del Nord questa cosa possa dare grande fastidio. Ma noi siamo un popolo accogliente per natura, per cui voglio solo rivolgere un invito caloroso a tutti i cittadini triestini di venire a visitare la nostra bellissima città. Nonostante tutti i suoi problemi, che nessuno mai ha negato, tornerete a casa carichi di una bellezza e di una meraviglia che non ha eguali al mondo.

Ma Dipiazza non ci pensa proprio a porgere le scuse e, sempre tramite un post su facebook, rispedisce al mittente le accuse e rincara la dose, mostrando di nutrire certe idee guardando le incursioni di Luca Abete di Striscia:

Vorrei ricordare al sindaco di Napoli che dal 2001 al 2011 quando ho amministrato questa città per due mandati, Trieste si è classificata prima a livello nazionale per qualità della vita sia nel 2005 che nel 2009 (classifica Sole 24 Ore). Adesso, in questo terzo mandato, sto lavorando per riportarla a quei livelli. Il Sindaco de Magistris, invece di fare tali dichiarazioni, farebbe solo bene ad imparare da questa amministrazione come si raggiungono questi risultati, e magari guardare i servizi televisivi, come quelli di Striscia la Notizia, che riguardano la sua città e che purtroppo non trasmettono un’immagine di efficienza.
Fortunatamente conosco Napoli e con i napoletani ho trascorso momenti bellissimi, e queste polemiche, per una battuta di impeto, mi sembrano fuori luogo.

Le scuse, si sà, sono dei galantuomini.

Il vecchio ‘San Paolo’ compie 57 anni

in un video del 1959, le immagini della storica inaugurazione

Angelo Forgione Un momento di storia non solo sportiva di Napoli: 6 dicembre 1959, inaugurazione dello stadio “del Sole” di Fuorigrotta, poi ‘San Paolo’ in ricordo dello sbarco dell’Apostolo sulle coste flegree nel febbraio dell’anno 61. Opera dell’architetto razionalista Carlo Cocchia, nella visione di armonia stilistica del nuovo quartiere Fuorigrotta legata alle altre strutture similari e contemporanee (Arena Flegrea, fontana dell’Esedra, edifici della Mostra d’Oltremare e facoltà di Ingegneria), alcune delle quali firmate dallo stesso architetto.
sanpaolo_corsportIl finanziamento governativo del 1848 e la sua decennale costruzione risultarono indigesti ai rappresentanti delle grandi squadre del Nord, a tal punto che quelli del Napoli andarono all’aspro conflitto in Federazione. Già retrocesso sul campo, il club azzurro fu punito d’ufficio per un illecito sportivo non dimostrato, ricevendo dalla Lega di Milano una punizione per il tentativo di voler coalizzare i club del Sud contro i “poteri forti” del Calcio settentrionale, che facevano opposizione all’ambizioso progetto di realizzare un monumentale e necessario stadio al Sud, il futuro ‘San Paolo‘. Le indagini portarono a una decina di incontri combinati in quella stagione, di cui almeno cinque di Serie A. L’unico club a pagare moralmente fu il riottoso Napoli, schiaffeggiato per dimostare chi comandava.
Il nuovo stadio si rese necessario dopo la guerra. Lo stadio ‘Partenopeo’ di Napoli, simbolo della modernità fascista, con una capienza di quarantamila spettatori, non esisteva praticamente più. In vista dei Mondiali in Italia del ‘34 era stato edificato in cemento armato al posto del vecchio ‘Vesuvio’, stadio con tribune in legno voluto nel ‘30 da Giorgio Ascarelli al rione Luzzatti di Gianturco, ma fu raso al suolo dai raid aerei nel 1942. Il Napoli si era visto costretto a trasferirsi al ‘Campo sportivo del Littorio’ al Vomero (1929), poco dopo requisito dalle forze armate tedesche e utilizzato come campo di concentramento per i napoletani da deportare in Germania, divenendo uno dei luoghi simbolici delle Quattro giornate di Napoli. Conclusa la guerra, il Napoli tornò a giocare in quell’impianto, ormai al limite dell’agibilità. E infatti, durante l’incontro Napoli-Bari del ‘46, una tribuna cedette durante l’esultanza per un goal della squadra di casa: 114 feriti finirono all’ospedale. Ci vollero ben tredici anni per abbandonare una simile precarietà e inadeguatezza.
Il 22 dicembre ‘49 fu finalmente deliberata dal Comune di Napoli, col supporto del CONI e del Governo, la costruzione di un colossale stadio, ormai necessario, ma per vedere la sua inaugurazione si dovette attendere un decennio esatto.

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1954 – Achille Lauro e il primo ministro Mario Scelba presentano il plastico del nuovo stadio

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il cantiere, aperto il 27 aprile 1952

Il 6 dicembre ’59, il Napoli prese possesso della sua nuova comoda e impnente casa. E fu subito record della Serie A. Miglior esordio non poteva celebrarsi: vittoria sulla Juventus (2-1). Le nordiche verificarono immediatamente quello che avevano temuto e ciò che già significava per i napoletani il loro nuovo tempio del calcio.
Poi deturpato il quartiere di Fuorigrotta, e sfigurato anche lo stadio con lo scempioso restyling dei Mondiali 1990, l’impianto è purtroppo divenuto un problema per le casse comunali e un limite per le ambizioni del Napoli.

(maggiori approfondimenti su Dov’è la Vittoria – Magenes).

Nel servizio dell’11 dicembre dell’Istituto LUCE, il filmato di quella “assolata” domenica di del dicembre di cinquantacinque anni fa.

Il Sole di piazza san Domenico a Napoli

Angelo Forgione In molti l’avrete calpestata senza accorgervene. Si tratta della raggiera disegnata sulla pavimentazione dello slargo nel cuore di Napoli, lì dove Raimondo de’ Sangro operava, tra le mura dei sotterranei del suo palazzo.
Quella stella, alla base della guglia voluta nel 1656 dal popolo napoletano come ex-voto a san Domenico per aver scongiurato la peste, è un vigoroso segno non solo ornamentale, ben incastonato nel clima della Napoli esoterica del Settecento, secolo in cui fu realizzata la particolare pavimentazione in pietra vesuviana. La guglia significava un’antenna captatrice di energia ultraterrena, e la raggiera era l’energia scaricata a terra, distribuita sul piano terreno per la vita.

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La fortissima identità napoletana

Napoli che stipula con Roma il Foedus Neapolitanum e resta faro di cultura greca nel generale decadimento della Magna Grecia.
Napoli che resiste alle Invasioni barbariche e resta l’unica testimonianza esistente del mondo antico.
Napoli che tiene a bada i Saraceni.
Napoli che respinge la terribile Inquisizione spagnola.
Napoli che si fa culla dell’Anticurialismo europeo.
Napoli che detta il riscatto alle Americhe e alle Indie contro la spoliazione europea.
Napoli che scaccia i giacobini.
Napoli che si ribella ai nazisti.
Napoli che respinge la cultura risorgimentale piemontese di matrice massonica.

È difficile identificare una o più città con cui Napoli potrebbe essere confrontata. Le sue radici culturali sono così completamente diverse da quelle di qualsiasi altra città italiana che il confronto sarebbe inutile. È altrettanto difficile equiparare Napoli con altre grandi città mediterranee come Barcellona o Marsiglia. L’unicità è una qualità che è difficile da definire, ma Napoli sembra avvicinarsi tantissimo a rappresentarla.

Relazione ICOMOS per iscrizione di Napoli nella lista dei Patrimoni dell’Umanità UNESCO

Nel video, l’intervento sull’identità napoletana a margine della proiezione del docufilm Sulla via dei Mille con mio padre di Marco Rossano al cinema Modernissimo di Napoli.